Così imparai a tacere certi pensieri, a custodirli in silenzio, come si fa con i segreti preziosi.
Ma dentro di me sapevo che quel gioco non era fantasia. Era un richiamo. Un richiamo dell’anima che, già allora, mi invitava a guardare oltre l’apparenza delle cose e a chiedermi, ancora e ancora: Chi sono io, davvero?
In una famiglia di più figli, dove spesso i ruoli si formano senza che nessuno li scelga davvero, io sentivo che qualcosa in me era diverso. Ciascuno aveva, più o meno consapevolmente, un posto nell’equilibrio generale. E poi c’ero io: curiosa, indipendente, un po’ fuori riga.
Quella sensazione – “non proprio allineata alle aspettative” – mi avrebbe accompagnata spesso: seguire l’istinto anche quando non è la via più comoda.
E poi, senza accorgertene, succede questo: diventi quella che… Non è una frase precisa. È un tono. Un modo di guardarti. Un “ormai si sa”. E proprio lì, spesso, avviene la prima identificazione: la nascita di un’etichetta non scritta su un foglio, ma impressa nell’anima… come se fosse parte del tuo DNA simbolico.
È in quel momento che comincia uno dei lavori interiori più complessi della crescita: capire dove finisce ciò che siamo davvero… e dove inizia ciò che abbiamo imparato a essere per appartenere.
Molti di voi, forse, si ritroveranno in queste domande:
Quale ruolo ho iniziato a interpretare senza volerlo?
Quali parti di me ho amplificato e quali ho messo in silenzio?
Cosa mi è stato ripetuto tante volte da diventare, quasi, una verità?
Nelle famiglie i ruoli non vengono scelti: si respirano. E se li ripetiamo abbastanza a lungo, diventano voce interiore. E se quella voce non viene riconosciuta… rischia di diventare destino.
E forse, il primo passo della crescita personale è proprio questo: accorgersi che l’etichetta non coincide con l’anima. Che “quella che…” non è un’identità, ma soltanto un inizio da cui – volendo – ci si può rialzare e ripartire.
Così, a un certo punto, ho provato a spingere quel mio lato esploratore in un angolino dell’anima. Non è sparito (impossibile), ma l’ho tenuto più basso di volume. Intanto, cercavo ciò che mi facesse vibrare anche fuori: teatro, musica, arte. Avevo bisogno di uno spazio in cui non recitare un ruolo, ma sperimentare chi ero davvero.
Fu in quel tempo che la vita iniziò a parlarmi attraverso le persone, perché a volte non servono grandi eventi per cambiare direzione: basta un incontro, uno sguardo che ti osserva diversamente, una voce che non ti chiede di essere “giusta”, ma vera. E lì ho incontrato due persone speciali.
La prima è stata Anna Remonato, la mia insegnante di teatro. L’ho conosciuta a scuola, in prima media, proprio in quel tempo sospeso in cui non sei più una bambina ma non sei ancora grande. È un’età strana: ti senti piena di domande ma con poche risposte, vivi ogni giorno un piccolo cambiamento e, intanto, gli adulti cominciano a dirti che “tra poco dovrai scegliere il tuo futuro”.
Come se fosse facile. Come se fosse chiaro, a dodici anni, chi vuoi essere davvero.
Anna entrava in classe con un’energia diversa da quella di tutti gli altri. Non chiedeva voti, chiedeva verità.
Mi ha insegnato a “stare in scena” come si sta dentro se stessi – a non recitare un personaggio, ma a sentirlo. Con lei ho capito che il teatro non è solo finzione: è un luogo dove puoi imparare a guardarti dentro senza paura. Non c’è voto, non c’è giudizio, non c’è “giusto” o “sbagliato”: c’è respiro. C’è spazio. C’è ascolto.
Avere un posto in cui poter essere, anche solo per pochi minuti, è un dono immenso.
Con Anna ho conosciuto la sensazione rara di potermi togliere il vestito del ruolo.
In scena non ero “quella che…”. Non ero definita, non ero stretta in nessuna aspettativa. E proprio per questo, paradossalmente, mi sentivo più vera che nella vita di tutti i giorni.
Quando qualcuno ti guarda senza giudizio, succede qualcosa di potente: il giudice interiore, quello che bussa alla porta ogni volta che muovi un passo, resta fuori. E allora ti accorgi che l’etichetta non è l’unica voce possibile. Che “lei è quella che…” è solo una frase, non un destino.
In quegli attimi ho capito una cosa preziosa, che ancora oggi porto con me: esistere non significa interpretare un ruolo, ma permettere all’essere di mostrarsi.
E a volte basta uno sguardo vero, un silenzio che non mette pressione, un palcoscenico piccolo… per sentire che dentro di te esiste uno spazio molto più grande di quanto pensassi. Uno spazio libero, che non chiede permesso. Uno spazio che non giudica, e forse è proprio lì che inizia la vera crescita.
La seconda persona è stata Mario Costa, il mio professore di musica, un uomo fuori dal comune.
Con lui la musica smetteva di essere teoria o sogno vago: diventava viaggio. Ci portava a spasso dagli anni Trenta a oggi, facendoci creare cori, melodie, armonie impossibili. Era appassionato, curioso, e soprattutto credeva nei suoi alunni. “Non smettere di cantare” mi diceva.
E io ci credevo.
Quando ho sentito quella libertà, anche solo per pochi istanti, ho capito una cosa importante: a volte non serve cambiare vita per ritrovarsi, basta incontrare qualcuno che ti vede senza giudizio.
Ogni arte parla una lingua diversa, ma tutte fanno la stessa cosa: allargano lo spazio dentro di te.
Il teatro mi ha mostrato che posso esistere oltre i ruoli. La musica, invece, mi avrebbe insegnato ad abitare le emozioni e a lasciarle vibrare.
Se Anna ha aperto una finestra, lui ha spalancato una porta. È stato lui ad assegnarmi – o forse a riconoscere in me – la musica. Con la stessa naturalezza con cui si regala un biglietto di viaggio. Con il teatro avevo imparato a guardarmi. Con la musica avrei imparato ad ascoltarmi.
Non lo sapevo ancora, ma stavo iniziando un viaggio che avrebbe unito arte, identità e anima. Un viaggio che, capitolo dopo capitolo, continua ancora oggi… e forse comincia davvero solo adesso.
Commenti
Ancora non ci sono recensioni.