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Favole rock per il figlio che non hai

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Consegna prevista Dicembre 2024
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Questo è un disco d’inchiostro. Ogni racconto, un pezzo. Tutti insieme, un album. Sono favole. Favole rock. Il tipo di storie che racconterai ai tuoi figli adolescenti per farli innamorare o casomai addormentare. Come dentro ogni disco rock che si rispetti, ci sono ballad e “strumentali”, per così dire. Troverai “pezzi” tirati e momenti più dolci. In fondo, sono metafora della vita di certi cantanti o della genesi di certe canzoni. Forse sono soltanto bugie. Forse no.
Buon viaggio e sogni d’oro.

Perché ho scritto questo libro?

Non sempre si sceglie che cosa essere, ancora meno che cosa diventare. Per esempio non ho scelto di essere malinconico, né di diventare strumento della mia immaginazione. Però mi sono accorto che questi due attori potevano dialogare attraverso la musica. Molti anni fa, walkman e cuffie di spugna arancione a farmi compagnia, gambe incrociate e occhi a fissare il parco, ho iniziato a consumare biro e block notes. Ora musica, malinconia e immaginazione hanno trovato posto in queste pagine.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

 

DAVID CALCOTT AL PIANO DI SOTTO

Ero arrivato al punto C. Il punto Calcott, se così lo si vuole vedere. E così lo devo vedere, perché ormai la parola caso non poteva più applicarsi a nulla di quel che mi stava accadendo.

Ero arrivato al punto C, te lo avevo detto? Eh, sì. Te l’ho appena scritto. Perdonami, la memoria qui peggiora in fretta. Il punto C, almeno per quel che mi riguarda, è una specie di niente. Già. Il nulla, lo stesso nulla di tanti film, di troppi libri. Ma questo è reale, cazzo. E non ci sarei dovuto finire. Lo dicono tutti, lo so. Io non ho rallentato a un incrocio, è tutto, checché ne dica la cicala-coccodrillo.

Questo è il nulla di David Calcott. Non è roba mia. Qui non ci sono fiamme, ma non è una fortuna. Peggio di un incendio costante in ogni centimetro quadrato che ti circonda, c’è solo la serie infinita di sensi di colpa color ambra che colano come cera fusa da ogni centimetro quadrato che ti circonda.
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Sono i sensi di colpa di David. Hanno tutti la sua faccia cristallizzata nei momenti topici delle diverse azioni compiute da vivo: furto d’auto, atti vandalici, graffiti, tentato suicidio (questo cola da tutte le pareti sovrastando gli altri), adulterio, ogni assunzione di droga, ogni ora di sonno persa a causa dell’assunzione di droga, ogni verso non scritto, la militanza punk. Eh sì, David ne aveva fatta di roba.

Non sono nessuno per giudicare – dopotutto mi trovo all’inferno per non aver rallentato a un incrocio –, ma ti porgo una domanda: posso io, Lucas Cordoba, 22 anni, magazziniere Wall Mart, figlio d’immigrati regolari, con un impiego regolare e l’assistenza sanitaria, incensurato, contrario a guerre e droghe, avere fatto cose peggiori di un cantante inglese steso stecchito sul lussuoso letto di una camera d’albergo (che nemmeno in tre vite mi sarei potuta permettere), fatto marcio e appena morto per un’overdose di cocaina ed eroina? Posso, secondo te?

No che non posso. Quanto meno è discutibile che io possa. Se pesa di più un mancato stop, allora alzo le mani.

Guardai il volto di David, era di un color verde tutt’altro che distensivo. In un amen ritrovai di fianco, in piedi, la sua anima mentre osservava angosciata il proprio corpo da fuori e il tizio in camera insieme a lui – lo spacciatore – che imprecava e si affrettava a chiamare il 911.

Il nulla stava trascinando via David e me con lui.

Pareva ipnotizzato, poi a pieni polmoni (che non avrebbe dovuto più avere) urlò facendo tremare anche i sensi di colpa che colavano da ogni centimetro quadrato intorno.

«Cerca di stare calmo.»

Si voltò e mi vide. Il suo sguardo (che non avrebbe dovuto più avere) era carico di dolore e ansia. Non parlava, era bloccato. Come potevo dargli torto? Almeno in questo siamo stati uguali. Per tentare di metterlo a suo agio cercai di fargli capire che avevo capito chi era. Strano, visto che il suo volto mi era familiare da nemmeno cinque ore.

Capisci perché il concetto di caso credo non mi si addica?

Intorno l’agio era solo un ricordo e i sensi di colpa color ambra stavano danzando con il nulla per affogarci in un’eternità sconfinata.

«Feeling unknown, and you’re all alone, flesh and bone, by the telephone, lift up the receiver, I’ll make you a believer…»

Lo so anche io che ho una voce di merda, cosa credi? L’importante era ottenere l’effetto sperato.

Sembrò funzionare.

«Sono morto? Oddio, dimmi che non è così! Ho ancora troppo da farmi perdonare… ho sbagliato tutto… tutto.»

Stavo per spiegargli a grandi linee dove eravamo e perché (“PERCHÉ SEI STATO UNA PESSIMA INCARNAZIONE UMANA!”), stavo per dirgli che con l’autocommiserazione all’inferno non si va da nessuna parte – se non, forse, nell’inferno di qualcun altro, perché no? – quando una voce sparata fortissima in stereofonia ci investì. Poteva essere la voce di Dio, per quanto ne so. Si rivolse a David. Lo capii dal riflettore a occhio di bue che lo illuminò a giorno come fosse ancora sopra un palco.

«Non è il momento. Preparati.»

Un istante dopo David Calcott, alias Dave Gahan, non c’era più.

Come la vita che ti scorre davanti, vidi il suo futuro. Preso per i capelli, rianimato tre volte, due minuti di morte clinica. La disintossicazione. Un nuovo capitolo.

Fui quasi felice per lui, sinceramente. Ma per l’altruismo disinteressato era troppo tardi, niente punti premio per riportarmi ad A, qualunque cosa fosse A, dove una cicala-coccodrillo mi stava forse ancora cercando per portarmi a B, dovunque fosse B.

Dal 28 maggio 1996 sono intrappolato qui, nelle angosce e nei passati sensi di colpa di Dave Gahan, mentre David Calcott è risorto. Non pensavo di meritarmi il nulla eterno color ambra che cola da ovunque, ma non è più una questione di merito. Forse è stata tutta una questione di caso. Anche se non ci credo.

La sola consolazione è avere a disposizione un giradischi e un vinile. Lo sfondo nero e i fiori rosso sangue sono sempre bellissimi, per quanto quella copertina mi metta ormai i brividi. Peccato soltanto che i pezzi del disco siano cantati da un bambino vietnamita stonato.

Del resto sono all’inferno. Ma sarebbe potuta andare peggio, tutto sommato il mio è un lieto fine.

2024-05-14

Kristall Radio

Il prossimo 14 maggio, dalle 21 alle 22, Emanuele sarà ospite di Guido e Giorgio all'interno del programma "Easy Folk", in onda su Kristall Radio (96.2 FM, DAB+, in streaming da app e sito kristallradio.it)
2024-03-27

GorgoRadio

Con grande gioia e immenso orgoglio, annunciamo una nuova intervista radiofonica per Emanuele: giovedì 27 marzo, a partire dalle 13.00, sarà ospite ai microfoni di CAB - Come Andiamo Bene, il programma di intrattenimento e approfondimento in onda su GorgoRadio, emittente ufficiale di Gorgonzola. Potrete ascoltarla al link www.gorgoradio.it (non preoccupatevi: sono previste 5 repliche e la versione podcast. Per maggiori info, consultare le pagine di GorgoRadio)
2024-04-06

Radio Studio 107 Milano

Nemmeno il tempo di partire con un'avventura straordinaria come questa campagna, che ne arriva subito un'altra! Segnate in calendario il 6aprile 2024, dalle 17 alle 18: sarò ospite di Radio Studio 107 Milano, all'interno del programma "Spazio Sm!le" condotto da Franscesco Viteri, per parlare di rock, letteratura, nostalgia e musica del futuro. Ecco il link per poter ascoltare la diretta: https://play.radioking.com/radio/studio-107-milano Ma il tour radio per la promozione del libro non finisce qui...

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Emanuele Saccardo
Taglio la testa al proverbiale toro e vado dritto a snocciolare fatti a casaccio a proposito della mia vita. Sono un custode, nel senso più ampio del termine. Capirete che la mia occupazione implica un fatto fondamentale: ho tanto tempo a disposizione. Ho sempre trascorso questo tempo speculando, immaginando, temendo, commuovendomi, ascoltando musica, cercando di cristallizzare tutto attraverso la scrittura. Ho capito che posso farlo restando nel territorio del racconto breve: come fossero canzoni, un racconto dietro l’altro a formare album. La parte narcisa della personalità mi ha portato a cercare di comunicare anche attraverso un microfono in alcune radio locali, concentrandomi sull’amore viscerale per il rock. La parte ipocondriaca, invece, ha paura di quasi tutto ma non dell'inchiostro, il primo mezzo attraverso cui mi esprimo da sempre.
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