In una città che oscilla tra realtà e illusione, la corsa quotidiana si spezza e lascia spazio a un viaggio inquieto e affascinante. Tra scantinati umidi, grattacieli e maschere sospese, si susseguono incontri imprevedibili: equilibristi instancabili, gatti filosofi e bande fragorose che trasformano ogni scena in un enigma.
Nostalgia e vertigine si intrecciano lungo un percorso dove il buio del dubbio convive con la magia del circo, i sentimenti si travestono e la verità si concede solo a chi sa rallentare. Sul confine sottile tra sogno e veglia, la paura di scegliere si mescola al desiderio di lasciarsi sorprendere.
Una narrazione visionaria, ironica e malinconica, che invita a sottrarsi alla fretta vuota e a ritrovare, tra le pieghe del tempo, una libertà inattesa.
Giorno 1
Due occhi così vispi li avrei riconosciuti anche al buio.
Ci guardiamo, dentro quella porta, ma mentre lei sorride distogliendo lo sguardo, io rimango immobile a fissarle un piccolo ematoma che ha sul collo. Vorrei chiederle cosa è successo, come se l’è fatto, ma un terribile presentimento precipita nel mio stomaco con un tonfo tale da darmi la nausea.
Non lo so dove sono, ma luci e grattacieli mi suggeriscono un’idea. Non ho mai visto New York e certo non sarebbe il modo migliore cominciare a visitarla partendo da un umido scantinato popolato da donne e uomini che mi pare di conoscere, ma che non riconosco per via delle maschere che indossano.
Un uomo calvo, con una barba nera e pizzuta a ricoprire il mento, si avvicina a lei e le propone di abbandonare quel sudicio seminterrato per andare a una serata: divertirsi un po’.
Lei mi lancia un’occhiata e fa: «Vieni anche tu?».
«Lo sai che certe serate non fanno per me.»
Vorrei dirle di rimanere, di addentrarci insieme nelle luci accecanti della città, ma resto muto in contemplazione del suo sorriso e di quel piccolo ematoma che continua a occupare la maggior parte dei miei pensieri.
Dal fondo buio di quella piccola stanza emerge un uomo tanto alto da dover avanzare con la testa inclinata per non rischiare di sbatterla al soffitto; porta un vestito blu, troppo elegante per essere indossato di giorno.
«È tempo di andare» mi dice osservando la luna che fa capolino da un lucernaio in alto.
«Dove?»
«C’è qualcuno che ti segue.»
«Non ho visto nessuno» rispondo sorpreso.
«Se non lo hai visto, è perché si sta nascondendo bene.»
Mi accompagna fuori, alla porta, e piccole gocce di pioggia cominciano a bagnarmi i capelli.
Non verrà con me, mi dice prima di sparire. Lei intanto monta sullo scooter scassato del tipo con la barba pizzuta.
La strada è deserta e io non so dove andare, ma una Harley posteggiata proprio lì davanti, con le chiavi nel cilindretto, mi indica un’unica cosa. Il rumore di quella maledetta caffettiera a due cilindri è assordante e mi rende impossibile ascoltare i pensieri, capire le strade.
La pioggia intanto è diventata battente e i ricci neri mi ricadono davanti agli occhi. Non riesco a vedere né semafori né incroci. Solo i grattacieli ai bordi della strada che si fanno sempre più alti fino a perdersi oltre le nuvole basse.
Una curva. Scalo marcia. Decelero. Tiro il freno e la caffettiera derapa prima di spegnersi di botto.
Sono arrivato.
Li vedo scendere dallo scooter e infilarsi dentro un locale dall’insegna gialla. A lei basta un semplice sguardo per catturarmi e spingermi a seguirla.
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Mi sveglio di soprassalto con la storia di Fancioulle sul comodino e il passo cadenzato di un cavallo che riecheggia tra i palazzi ancora addormentati. La luce arancione dell’alba dipinge il cielo autunnale di un azzurro limpido, macchiato qua e là dal rosa di piccole nuvolette leggere.
Mi serve qualche attimo per capire che il cloppitìo non fa parte di un sogno e che un calesse sta passando proprio sotto la mia finestra. Ancora mezzo intontito, mi affaccio per guardarlo mentre si allontana lungo la via e poi sparisce all’incrocio.
Un forte vento scuote le foglie della palma di fronte ed è proprio in quel momento che, da un angolo remoto della mente, riemergono parole che avevo dimenticato. Tanto tempo era passato dall’ultima volta in cui avevo visto Carmine, amico e filosofo di strada. “Meglio indossare il cappotto pesante quando tira vento; ché così ti ripari dagli strani incontri della vita” mi ripeteva sempre.
I vestiti sulla poltrona sono gli stessi di ieri e del giorno prima: non ho voglia di cercarne altri e li indosso come farei con una divisa. Prima di uscire, non dimentico il cappotto e chiudo la porta alle mie spalle.
Ci sono certe strade, al mattino, che amo percorrere perché illuminate di sbieco dal sole ancora timido; lì regna il silenzio e ogni palazzo, ogni cartaccia abbandonata, ogni passante a capo chino mi consola il cuore, facendomi sentire meno solo in mezzo alla solitudine.
Ce ne sono altre, invece, rumorose e popolate dalla gente del mattino: genitori di fretta che accompagnano i figli a scuola, ragazzi ciondolanti che fumano noiosamente, uomini d’affari in doppio petto immersi nel cellulare. E poi c’è sempre qualcuno che arresta il passo, si fruga nelle tasche, controlla nella borsa e infine si volta per tornare indietro. Imprecando, il più delle volte.
Dai bar viene fuori il tintinnio dei cucchiaini che rimescolano il caffè dentro le tazzine; l’aroma è troppo invitante per non fermarsi al chiosco di piazza dei Libri. Sono sicuro che Sebi mi stia già aspettando con la solita colazione: latte freddo macchiato e un cornetto vuoto.
«Il solito?» mi chiede più per dovere che per incertezza.
«No, oggi no. Sono in ritardo.»
«E chi non lo è?»
Con i suoi piccoli occhietti neri che emergono da un viso paffuto guarda il cielo, al di là della tenda che fa ombra sul bancone.
«Capita pure a te?» chiedo.
«Impossibile. Tutta questa gente che vedi qui dipende da me. Dipende da me il fatto che inizino bene la giornata oppure no.»
«Ci saranno pure dei giorni in cui arrivi in ritardo. Che ne so?! Anche di soli cinque minuti…»
«Pensi che la pendola laggiù possa permetterselo?»
Mi volto per guardarla e quella, inopportuna, segna che il mio tempo è già scaduto e che dovrò correre per arrivare in tempo allo studio. Mollo tutto seduta stante e mi precipito giù dalla piazza. Quasi cado per non aver calcolato bene la distanza tra i gradini e la strada. Il cappotto pesante impaccia la mia corsa. Ci sono quasi. Ancora una traversa e poi troverò la porta subito dietro l’angolo. Afferro le chiavi dalla tasca e vado a memoria per prendere quella giusta. Cadono. Merda!
Le recupero facilmente, ma non faccio in tempo a esultare che vedo qualcuno aspettare davanti all’ingresso.
Non li riconosco.
Sono in due.
Cadenzo il passo e regolo il respiro per darmi un contegno. Chiunque siano non è certo professionale presentarmi col fiato corto, il collo della camicia sudato, le mani che tremano per la fretta.
Infilo la chiave nella toppa.
«Lei è dello studio Farni?» mi chiede quello più alto con fare gentile ed elegante.
«Chi cercate?»
«Vorremmo parlare con qualcuno.»
«Avete un appuntamento?» domando con un piede già oltre la soglia.
«No» risponde l’altro con voce gutturale. «Volevamo solo delle informazioni.»
Era tarchiato e un buffo naso rosso faceva capolino su un viso che pareva compresso, tante erano le rughe che accentuavano ogni sua espressione.
«Potete parlare con me, allora.»
«Benissimo!» giubilò il primo, che si lasciò andare a un eccesso di entusiasmo.
«Datemi solo cinque minuti e vi faccio accomodare.»
Quando sto per richiudere la porta alle mie spalle, con la coda dell’occhio scorgo Alessandro sbucare dall’angolo.
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