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Inverno
Aprile 2014
Quell’anno l’inverno era arrivato prima del previsto, sembrava aver saltato tutte le altre stagioni.
Era iniziata la primavera da un mese appena, eppure fuori era gelido come se fosse dicembre inoltrato; le giornate erano brevi e cupe, il sole faceva capolino dietro le montagne alle prime ore del pomeriggio ed era già arrivato il giorno successivo. Non si faceva in tempo ad accorgersi che fosse iniziata una nuova giornata, che già si era fatta sera, e poi notte, e poi era volato via un altro giorno ancora.
Dentro casa c’era più freddo che fuori, l’atmosfera che aleggiava nelle stanze era di tristezza e rassegnazione. Parlavamo poco fra noi in quei giorni, non c’era spazio per lasciar uscire le emozioni che provavo dentro, dovevo cercare di mantenere la calma e provare a non mollare.
Dovevo essere io quella forte in quel giorno e in quelli che sarebbero arrivati dopo di esso. Eddy mi aveva sostenuta in tutti i momenti più importanti della mia vita. Dio solo sa quante volte mi ha prestato la sua spalla per farmi riversare lì lacrime di delusioni e sconfitte, dei giorni no e delle piccole vittorie. Oggi dovevo essere io la sua spalla, quindi Never give up, Bri! Fatti forza e sii la sua forza. Gli devi tutto.
La vita di tutti noi era normale prima di quel giorno, avevamo i nostri alti e bassi, litigavamo e facevamo pace, c’erano battibecchi e discussioni ma soprattutto risate e tanto affetto; tutto sommato eravamo una famiglia normale, che abitava in una casa normale e viveva una vita normale. La normalità può far paura, può sembrare scontata e monotona, ma quando arriva il giorno in cui tutto ti crolla addosso, cade la terra sotto i tuoi piedi e non sai più cosa fare, è proprio in quel momento che rimpiangerai quella normalità, quella a cui forse non hai mai dato la dovuta importanza, quella normalità che era il tuo tutto e quella che, un giorno, ti mancherà come l’aria.
Da qualche settimana Eddy aveva iniziato a dimagrire a vista d’occhio, si rifiutava di mangiare, non assimilava neanche quel poco che si sforzava di ingoiare ed era sempre più stanco, pur avendo abbandonato la sua solita routine frenetica e superattiva. I miei genitori avevano cominciato a preoccuparsi e così ritennero necessario fare alcuni esami.
I risultati delle analisi arrivarono presto ed erano tutti negativi, sembrava fosse tutto a posto e che non ci fosse alcun problema; ma lui continuava a stare male, non aveva più la stessa vitalità di sempre. A volte non riusciva nemmeno a parlare, non ne aveva le forze. La dottoressa che lo seguiva aveva suggerito di fare degli esami più specifici; quel genere di esami che fanno soltanto in un certo tipo di cliniche, quelle specializzate in leucemie.
«Signora Costa, è solo per precauzione, ma dovremo prescrivere a suo figlio esami più mirati così da constatare alcuni valori del sangue. In questo modo, sarà possibile stabilire se siano presenti alte o normali quantità di globuli bianchi ed escludere l’ipotesi di una qualche leucemia. Si tratta solo di un’ipotesi, ma è una cosa che va fatta al più presto.», disse la dottoressa con un sorriso che mostrava il dovuto distacco ma anche un pizzico di preoccupazione.
Continuava a tenere gli occhi chinati sulla scheda di Eddy e ad avere quell’atteggiamento così impenetrabile e agghiacciante da riuscire a pietrificarti all’istante. Quello che un medico, normalmente, deve avere verso qualsiasi paziente o caso gli capiti sottomano; dopotutto, era la prassi.
«Leucemia? C’è questa possibilità?», chiese mia madre, aggrottando le sopracciglia e sgranando gli occhi.
La sua voce era tremolante, il viso pallido e la fronte aveva appena iniziato a grondare sudore. Si vedeva che stava cercando in tutti i modi di mantenere la calma, perché lei era la mamma e doveva essere forte per i suoi figli; persino quando la sua forza vacillava. Ma in quell’istante, pur sforzandosi con ogni particella del suo corpo, lasciava trapelare la velata fragilità di una bambina indifesa.
Mio padre, nell’udire quella parola, uscì dalla stanza con le mani fra i capelli, iniziando a fare su e giù lungo il corridoio senza riuscire a fermarsi; come se, così facendo, potesse calpestare quel pensiero e nasconderlo sotto i suoi passi, fingendo che quella terrificante parola non fosse mai stata pronunciata.
Eddy era rimasto seduto su quella sedia per tutto il tempo, con le mani giunte sotto il mento ed i gomiti appoggiati sulle ginocchia. Mostrava un’agghiacciante ed impassibile calma apparente, un’indifferenza che nascondeva chissà quali pensieri. Teneva gli occhi fissi nel vuoto, come a non voler perdere di vista un oggetto inesistente che stava rotolando sul pavimento davanti ai suoi piedi incrociati uno sopra l’altro. Il silenzio assordante che aleggiava dentro quelle mura fu rotto dalle parole della dottoressa.
«Non preoccupatevi. Ripeto, è solo un’ipotesi, un’indagine che va fatta per sondare il terreno ed escludere questa possibilità o, eventualmente, prendere provvedimenti immediati. Si tratta della prassi. In vista di sintomi del genere, è così che è dato procedere. Non fasciamoci la testa prima di romperla, eseguiamo gli esami e vediamo che valori mostrano. Sarà un normalissimo prelievo, ma per i risultati ci vorranno non meno di due settimane. Vi faccio la prescrizione e poi potrete accomodarvi nell’ambulatorio qui a fianco per effettuare il prelievo.», proseguì la dottoressa, annuendo meccanicamente ma con un sorriso comprensivo.
«Andiamo mamma, facciamo questa cosa.», disse Eddy, alzandosi di scatto e dando gelidamente le spalle a tutti noi mentre si dirigeva verso l’ambulatorio. La sua freddezza mi spaventava e non avevo idea di come comportarmi. Dovevo reagire in qualche modo e cercare di essere di aiuto o quantomeno di sostegno.
Ma come?
Edward è mio fratello ma, da quando ne ho memoria, io l’ho sempre chiamato Eddy. È più alto di me, ha lunghi capelli neri sempre arruffati e in disordine, lui adora portarli così; i suoi occhi sono di un verde rupestre che ricorda i bucolici prati d’Irlanda. Ha un animo ribelle ed iperattivo, ama talmente la fotografia da non uscire di casa mai sprovvisto della sua Canon e sogna sempre ad occhi aperti. Siamo molto legati e non potrei mai fare a meno di lui nella mia vita; facciamo tutto insieme noi due, sempre. Lui frequenta la facoltà di Architettura al Trinity College così viaggiamo insieme con la sua Mini Cooper azzurra ogni settimana per arrivare a Dublino.
Io frequento il corso di Letteratura e sono al terzo anno, a lui invece mancano solo due trimestri per concludere le ultime materie, la tesi e poi laurearsi. È più grande di me di un anno soltanto, quindi siamo praticamente cresciuti insieme, sempre uno accanto all’altra. Lo considero la mia anima gemella, il mio complementare, perché è tutto ciò che non sono io; lui riesce a completare ogni parte di me come se fossimo due pezzi di un puzzle, così diversi eppure perfetti nel combaciare.
Facciamo qualsiasi cosa insieme, sin da quando eravamo bambini. Sono la sua musa ispiratrice, adora che io sia il soggetto di ogni sua fotografia; infatti la sua stanza ha enormi muri blu tappezzati con le foto che mi ha scattato in ogni luogo e in ogni dove, oltre a scatti rubati alla routine quotidiana in casa nostra. È il mio punto di riferimento.
Abbiamo sempre camminato insieme, passo dopo passo, e mi ha sempre instancabilmente spronata a diventare ciò che sono oggi. È grazie a lui che ho imparato ad essere forte lungo tutte le tappe e le intemperie a cui si deve far fronte nella vita.
Nei momenti più brutti e tutte le volte che sono stata troppo fragile da riuscire a farcela da sola, mi sussurrava sempre Per aspera, ad astra. Attraverso le asperità, fino alle stelle.
Ma tutta questa storia non aveva fatto altro che rendermi ancora più fallibile.
I risultati dell’esame sembravano non arrivare mai; erano state le due settimane più lunghe di tutta la mia vita. Ogni giorno speravo che tutto risultasse negativo, che ogni parte di tutta questa farsa fosse solo un incubo da cui non vedevo l’ora di svegliarmi.
Era il 27 aprile quando la clinica chiamò. Mia madre afferrò di scatto il cordless e rimase per qualche istante immobile a fissare il numero in sovrimpressione, prima di riuscire a premere il tasto e accettare la chiamata. Nel frattempo, tutti l’avevamo sentita mentre chiedeva a mio padre di avvicinarsi così che sentisse anche lui. In un attimo ci precipitammo tutti lì, davanti a quella scena.
Eddy aveva 23 anni quando scoprimmo ciò che nascondeva il suo sangue: la LMA, leucemia mieloide acuta, una schifosissima malattia che si sviluppa nel midollo osseo e progredisce velocemente. Colpisce più gli uomini che le donne, ma in generale gli adulti che hanno superato i sessant’anni; mentre si presenta in una bassissima percentuale in chi ha meno di quarantacinque anni. Che colpo di fortuna.
Dal momento della chiamata che cambiò ogni cosa, Eddy iniziò la chemioterapia e ripeté gli esami settimanalmente, per tenere i valori del sangue sotto controllo e constatare che il trattamento adottato facesse effetto.
Mentre mio fratello doveva affrontare tutto questo, io cercavo di mostrarmi il più naturale possibile con lui.Ma era veramente difficile vederlo così fiacco; non aveva la forza di stare in piedi e il tremolio alle mani gli impediva persino di continuare a creare i suoi bellissimi scatti. A qualsiasi ora del giorno, lui era perennemente ed irrimediabilmente stanco. Tutto ciò lo rendeva inerme e lo faceva sentire inutile e lui non faceva che ripeterlo, in ogni momento della giornata.
Lui, che non si fermava mai ed ogni giorno era pieno di vitalità e avventure, faceva progetti per l’università, lavorava alle sue foto con l’obiettivo di realizzare una mostra, mi teneva impegnata tutte le volte che poteva, sempre a fare qualcosa di entusiasmante fuori casa, alla scoperta di posti nuovi e strabilianti.
Lui che non riusciva più a fare nessuna di quelle cose. Prima di quel tempo, io ed Eddy trascorrevamo interi pomeriggi al nostro caffè letterario preferito, tra tazze di cioccolata calda alla cannella con panna e pasticcini, e l’odore delle pagine dei libri sugli scaffali che si mescolava a quello del caffè appena tostato.
Ma la spossatezza ed il pallore non erano gli unici sintomi che iniziarono a manifestarsi nei mesi dopo la diagnosi. Presto Eddy iniziò ad avere forti dolori muscolari e frequenti emicranie che lo costringevano a letto per la maggior parte della giornata.
Nei mesi seguenti iniziò anche a perdere peso quasi giornalmente, e il rischio di infezioni portò i miei genitori a decidere di mettere in pausa la sua carriera universitaria.
E così smise di frequentare il college, in attesa di stare meglio.
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