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Fiori velenosi
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Consegna prevista Febbraio 2023
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Amore e malavita, droga e poesia, si incrociano in un intreccio rose-noir, dal ritmo vorticoso dove “eros e thanatos” si abbracciano morbosi. La realtà della strada e il suo linguaggio crudo fanno da sfondo alla storia d’amore tra Fabio e Giorgia che si intreccia ad una complessa vicenda accaduta vent’anni prima, nel mondo violento della malavita dei primi anni Novanta.
La bellezza immortale di Roma fa da cornice agli incontri fugaci dei ragazzi, alle vittorie sportive, all’allegria delle feste sfrenate. Ma anche alle indagini di Fabio sul suo passato, che lo travolge all’improvviso come una marea nera in cui rischia di annegare mentre Giorgia precipita in un abisso dal quale non sembra esserci ritorno.
In un vortice di alcol e cocaina, pistole e poesia, il bene e il male diventano solo un punto di vista, in una realtà ferocemente imprevedibile.

La strada non ha legge è questa e l’unica regola che conta.

Perché abbiamo scritto questo libro?

Ci sono storie che hai dentro senza saperlo e basta a volte una miccia per accenderle. Quando il mio amico Giovanni Caveggia mi ha raccontato la trama che aveva in mente e mi ha chiesto di aiutarlo nella scrittura mi sono chiesta se sarei stata all’altezza di essere la co-autrice di una storia così bella e importante. Poi, una volta iniziata la stesura, è come se fossero i personaggi stessi a guidarmi e, quasi in un vortice pirandelliano, mi sono ritrovata ad essere la loro voce.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Le Sirene, sedendo in un bel prato,

Mandano un canto dalle argute labbra,

Che alletta il passeggier: ma non lontano

D’ossa d’umani putrefatti corpi,

E di pelli marcite, un monte s’alza.

Tu veloce oltrepassa […]

Odissea, libro XII

(Traduzione di I. Pindemonte)

I fiori velenosi sono i più affascinanti. Sembrano chiamarti con la loro fatale bellezza. Gli animali li evitano d’istinto, ma gli esseri umani li ammirano e li studiano. La loro essenza è il profumo del proibito e la pericolosa natura che li ha generati li rende tanto desiderabili da creare dipendenza in coloro che si avvicinano: soprattutto quando la mente umana realizza che il loro fascino è fatalmente legato alla morte che si portano dentro. Sono Sirene immobili, sui prati verdi, che incantano con la loro melodia di colori.

1. LE SIRENE

APPENNINO TOSCO-EMILIANO, GIUGNO 1998

Era silenziosa quella sera d’inizio estate. Si erano fermati gli uomini e le altre creature del giorno, e quelle della notte iniziavano, poco alla volta, a cantare la loro melodia. La brezza che scendeva dai monti circostanti rinfrescava rapidamente la terra, e portava con sé l’odore dell’erba tagliata di fresco e tutti gli altri profumi della campagna, tanto intensi da fare più rumore del torrente che scorreva veloce a fondo valle. 

E i profumi portavano i ricordi, così tanti che la testa di Flavio quasi non riusciva a contenerli. Sembrava volassero via come sbuffi di vapore cerebrale, che, mischiati al fumo della marijuana, si perdevano nel vento che soffiava su quella valle remota.

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Tra i tanti pensieri che la “maria” gli faceva orbitare nel cranio, ne afferrò uno a caso: una memoria sbiadita di un passato così remoto che sembrava appartenere alla storia: le Sirene di Ulisse. 

Tu veloce oltrepassa

Flavio era forse l’unico criminale in tutta Roma capace di citare Omero mentre pianificava una rapina con la sua banda di balordi. Recitava Dante a memoria, e lui stesso scriveva, ma di nascosto, per non mostrare quello che i suoi amici avrebbero interpretato come debolezza. Era il cantore di un mondo violento che solo la poesia riusciva ad abbellire. Era un poeta sì, ma era svelto quando c’era da sparare. 

Tu veloce oltrepassa, pensava, quando attraversava la povertà della borgata e, a piedi, arrivava al suo liceo. E le stesse parole gli tornarono alla mente tanti anni dopo, mentre tentava di raggiungere la macchina, attraverso una fitta sparatoria con una banda rivale.

Tu veloce oltrepassa, mormorò, quella sera, portandosi alle narici un pugno di quell’erba appena tagliata e destinata a diventare fieno per l’inverno.

Sorrise malinconico e pensò che solo pochi anni prima erano ben altre le cose che passavano da quel naso. La sua fervida fantasia, unita agli effetti della droga lo portarono ad immaginare una vita diversa, in quel piccolo villaggio, perso tra le montagne ma pervaso da un’anima magica che sembrava sgorgare dalla terra, pura come acqua di sorgente. Sognava di vivere come non aveva mai vissuto. Come una persona qualunque, come Flavio Angelucci, padre e un marito. Si immagino’ alla guida di un trattore ad arare la terra che avrebbe seminato. Si vide tornare a casa stanco la sera e quel sonno che solo la vera stanchezza sa regalare. Poi lo sguardo si fisso’ sulle sue mani. Non erano certe quelle di un agricoltore e pensò che la sua nuovissima BMW fosse molto più comoda di un trattore e che la vita di campagna avrebbe potuto rovinargli il suo Rolex d’oro e i meravigliosi vestiti che amava indossare. E poi che c’entrava lui con la campagna? In fondo non era nemmeno di quelle parti, era nato a Roma, e a Roma lo chiamavano Er Cobra!

*

«Amore, amore corri! È successo qualcosa a Roma. Corri!»  Flavio si girò di scatto e in una frazione di secondo l’effetto della marijuana svanì così come i suoi sogni bucolici, e tornò quello che era sempre stato: un predatore. La mente fredda e i sensi all’erta come un lupo nella notte; con la mano che d’istinto volava verso la cintura, dove era di solito appesa la sua fedelissima Glock. Ma il gioiello di metallo austriaco non era lì, non avrebbe potuto in quel posto magico che evocava solo pace e tranquillità.

Vide sua moglie Simona corrergli incontro, trafelata: «Amore, c’è il telegiornale! Hanno ammazzato il Mago! Hanno ammazzato il Mago!» Gli urlò stravolta, eppure bellissima, con i suoi occhioni verdi sgranati e la paura che le alterava i lineamenti delicati.

Era il 17 giugno 1998. Una data che Simona non avrebbe più dimenticato.

Si diressero di fretta verso casa, la vecchia casa costruita in pietra, piccola ma accogliente. L’unico luogo in cui Er Cobra poteva essere veramente Flavio e dimenticare il mondo violento da cui proveniva.  Ma quello che diceva sua moglie avrebbe cambiato tutto e non ci sarebbe stata più la pace, nemmeno in quel luogo abbandonato.

Il loro bambino era seduto davanti alla televisione, troppo giovane per capire. Le sue manine piccole toccavano lo schermo proprio nel momento in cui scorrevano le immagini del corpo senza vita di Renato Pericolli detto Er Mago: il capo di una delle più potenti organizzazioni criminali che avessero mai operato a Roma da quando Romolo fondò questa città.

Simona faceva la professoressa di italiano. Veniva da Modena e aveva sempre cercato di restare lontana dagli affari del marito, però sapeva benissimo chi fosse Pericolli, e che quella morte inattesa avrebbe agitato con violenza il mare di traffici loschi della Capitale. In cuor suo Simona sentiva che qualcosa di terribile sarebbe successo alla sua famiglia, però non disse nulla a Flavio, che tradiva nei gesti una fredda preoccupazione; non fece nemmeno in tempo a dire: «Mo so’ caz…» che squillò il telefono. Non ebbe bisogno di guardare il numero, sapeva già chi era e lo sapeva anche Simona, che prese in braccio il bimbo e se lo strinse al seno torcendosi i ricci dei suoi capelli neri, come faceva  inconsciamente ogni volta che era agitata. 

«Signor Goriani, sono Mario, il portiere. Sì, c’è un problema nel suo appartamento, dobbiamo chiudere l’acqua. Deve tornare subito».

«Va bene, sarò lì appena possibile.» Flavio attaccò sospirando. Era Ivano Mancini, detto Er Palle, il suo gemello criminale e suo amico da decenni.

Lui e il Cobra si erano fatti strada, dai ranghi più bassi della criminalità, vendendo il fumo al muretto del quartiere. Poi le prime rapine, la coca e il primo omicidio, quello che resta per tutta la vita come il primo amore, in un macabro e indissolubile legame tra vittima e carnefice. 

Il messaggio, anche se  in codice era chiarissimo: Flavio doveva tornare immediatamente a Roma e vedersi con gli altri. La loro banda girava nell’orbita di quella di Pericolli e questo omicidio, così improvviso, avrebbe sconvolto i già precari equilibri nel mondo della malavita romana.

Flavio baciò la moglie e poi scompigliò i capelli al figlio. Lui gli prese la mano e, come sempre, iniziò a giocare con il grande anello che Flavio portava sul dito medio della mano destra. Il piccolo adorava quel gioiello: un cobra in oro bianco finissimo, con gli occhi di diamanti e un rubino rosso sulla lingua del serpente. 

Simona invece lo detestava: rappresentava tutto quello che lo teneva suo marito lontano da lei e dalla loro vita “normale”; Flavio lasciò giocare il bambino per qualche minuto con l’anello: quella poteva essere l’ultima volta che lo vedeva, ne era consapevole, e quel pensiero lo dilaniava. Lesse il dolore negli occhi profondi della moglie, ma sostenne comunque il suo sguardo fingendosi solo triste per la morte dell’amico. Aveva un nodo in gola, ma non lo diede a vedere. 

Del resto, la sua vita, era sempre stata così: mascherare le emozioni, per non mostrare debolezza; ingoiare le lacrime, per non lasciarle uscire fuori. E quante ne avrebbe voluto piangere se fosse stato solo Flavio: una sola lacrima per ognuna di tutte le cose terribili che aveva visto, avrebbero fatto straripare il Tevere fino a Ponte Garibaldi. E invece lui le aveva vissute con indifferenza, fumando le sue canne. Freddo, come un serpente.

Flavio era il Cobra ormai da troppi anni, e quella era la sua vita. L’unica lacrima che conosceva bene era quella che il suo socio, Ivano, aveva tatuata sotto l’occhio sinistro. 

La prima lacrima, per il primo omicidio. Ivano adorava l’iconografia della mala e aveva una serie di tatuaggi di pessimo gusto sparsi per tutto il corpo, compreso il suo anno di nascita tatuato specularmente all’interno del labbro inferiore.  

«Amore stai attento, ho un brutto presentimento» gli disse Simona, torcendosi le mani affusolate. 

 «Amo’, è tutto a posto, vado solo a Roma a salutare un amico che se ne è andato.» 

 «E poi sei latitante, non puoi andare in giro così, come se nulla fosse», aggiunse Simona quasi non avesse ascoltato le parole del marito. Poi scosse la testa. «Ma tanto tu non sai nemmeno che vuol dire latitante, vero?»  

«Certo che lo so, amore mio, me l’hai insegnato tu» rispose Flavio, in tono scherzoso, mascherando l’angoscia: «viene dal latino, latito, latitas e latitamo tutti quanti che ar Coeli nun ce volemo torna’!» Rise. 

 «Quanto sei scemo!» gli disse Simona, trattenendo però un debole sorriso.  

 «Amo’, a Roma er latino nun se parla più da ‘n pezzo, lo vuoi capire o no?» L’abbracciò forte e la strinse a sé. Le loro bocche si unirono in lunghissimo bacio carico d’amore e paura, poi Flavio prese in mano la pistola, la sua fedele Glock 17, salì in macchina e partì lasciando dietro di sé la sua famiglia e la terra che adorava.

La mia terra adorata

Questa terra adorata profuma di grano,

profuma di erba, bagnata di pioggia.

Di fiori, di frutta e di fieno tagliato,

promesse d’amore, bruciate in un fiato,

nelle notti d’Agosto dove nascono i sogni.

La terra che amo ha il sapore del pane,

il profumo adorato delle cose più buone,

di orti fioriti e di cene nei prati,

di amanti proibiti, di baci rubati.

Profuma di vento e del sole d’estate.

Questa terra adorata profuma di te.

.

2. IN BILICO SUL CRINALE

I fari della macchina tagliavano la notte, illuminando i campi abbandonati. 

Troppo ingrata questa terra di montagna per sfamare le famiglie che una volta l’abitavano. Troppo freddo e lungo era l’inverno, e così sono andati via tutti, a cercare un’altra vita, nelle grandi città della pianura oppure fuori dall’Italia: tra le miniere del Belgio, o nei cantieri di Parigi o sui moli di New York. 

Flavio guardava di continuo il retrovisore della sua vettura, come se volesse portarsi via un pezzo di quella terra che tanto amava. Lo specchio non rifletteva altro che il buio e le luci rosse degli stop, ma in quel buio lui ci vedeva i boschi, i prati e le valli di quel posto meraviglioso. Tutto quello che più amava nella vita era ormai alle sue spalle, chiuso fuori dalla sua potente BMW che, rombando nella notte, si arrampicava sulle strade di montagna, correndo verso il passo che dall’Emilia va in Toscana. Bisognava andare avanti, come sempre. Avanti, fino a Roma.

Si fermò per un istante, spense i fari e rimase immobile tra le due piccole piramidi in pietra erette a metà Settecento in occasione dell’apertura del valico dell’Abetone e che marcavano il confine tra le terre del Duca di Modena e il Granducato di Toscana. 

La macchina era immobile nel bel mezzo del passo, in bilico tra due regioni, tra il Nord e il Centro del Bel Paese, che proprio lì, tra quei boschi di querce e di faggi e le distese di abeti sempreverdi è veramente bellissimo. In bilico, così com’era sempre stata la sua vita; le citazioni dotte e la pistola nella cinta, i fiori per Simona, le pallottole e la coca.  

Ma adesso le cose stavano per cambiare drasticamente. La morte di Pericolli avrebbe stravolto gli equilibri della Roma criminale e la banda di Flavio, legata da sempre al potentissimo boss, non avrebbe avuto nulla da guadagnare. In bilico sì, ma in fondo per lui era sempre stato facile scegliere: indietro non si torna, l’unica scelta e’ andare avanti.  

Respirò intensamente, come per portarsi via un po’ di quell’aria fresca che per molto tempo non avrebbe più inalato: l’aria di montagna, il profumo di Simona. 

Simona… 

Lei lo aveva portato in quel posto magico, tanti anni prima. Era stato il primo weekend passato insieme: «Se vuoi conoscermi veramente» gli aveva detto, «devi conoscere il posto dove sono nata.»

Lui le aveva proposto un weekend al mare, in una villa stupenda di un suo amico commercialista, che in realtà riciclava i soldi delle cosche calabresi attive nella capitale.

Simona, invece, lo aveva fatto arrampicare tra quelle valli abbandonate, tra  gruppi sparuti di case isolate che il tempo cancellava lentamente, ognuno con il suo toponimo ben definito, quasi avessero paura di perdersi se non ci fossero stati quei nomi a tenerli insieme.

«Questa è la mia terra» gli aveva detto Simona, «la terra dove sono nata, la terra della mia gente. Le mie radici scendono profonde in questo misto di argilla e sassi disgregati dalle montagne. Qui prendo la forza che scorre nelle mie vene come la linfa di queste querce maestose. La mia anima è un impasto di questa stessa terra. Io e questo posto siamo una cosa sola.» E Flavio si era innamorato di quella valle, così come si era innamorato di Simona. Quel posto era diventato il suo luogo sacro, immerso nel silenzio assordante delle montagne che circondavano il borgo come le mura di un castello.

*

Buttò fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni. Poi si accese una sigaretta, quasi a voler sporcare quella purezza che non poteva portarsi via e in quel momento, gli apparve improvviso alla mente quel passo dei Promessi Sposi, che lo fece tremare di una sofferenza indicibile, come solo le parole dei grandi scrittori sanno fare: Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente. Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! 

Riaccese di colpo il motore e, stringendo in petto il suo dolore quasi volesse soffocarlo, si lanciò verso la pianura con i dischi dei freni infuocati a brillare nella notte. 

Gli piaceva guidare su quelle strade strette, con la sigaretta che penzolava da un lato della bocca e la mano sul cambio pronta a scalare una marcia prima di entrare in una delle mille curve lungo il percorso. Da solo, nella notte, con la testa piena di pensieri e la sua Glock col colpo in canna, Flavio puntava dritto verso Roma.

3. IL SEME SBAGLIATO

Appena le montagne lasciarono il posto alla pianura, Flavio si liberò di quei pensieri malinconici. La sua faccia si trasformò improvvisamente, gli occhi stretti e i sensi all’erta, come un lupo che prepara l’attacco. Come un cobra pronto ad assestare il suo morso mortale.

Il piede destro spingeva forte sull’acceleratore mentre il suo super impianto stereo della macchina urlava Running with the Devil dei Van Halen, una delle canzoni preferite da Flavio quando era alla guida. Il sangue gli scorreva veloce, trasportando l’adrenalina che risvegliava il veleno nella testa del Cobra.

Mentre ascoltava la canzone, cantava le sue parole preferite: ‘I live my life like there’s no tomorrow, and all I’ve got, I had to steal’. Tutto quello che ho l’ho dovuto rubare ripeteva tra sé e, per la prima volta da quando era partito, un sorriso spuntò sulle sue labbra. 

Sì, perché non c’era solo Simona nella sua vita, c’era anche un altro grande amore per Flavio: la malavita; anzi, la bella vita della malavita, come la chiamava lui. Flavio adorava vivere da criminale, al di là dei soldi facili, del senso di potere, del rispetto, a lui piaceva proprio vivere come un bandito, anzi, un fuorilegge come amava correggerlo sua moglie.

Era nato così anche se non lo avrebbe scoperto fino all’adolescenza: il suo istinto di ribellione allo stato delle cose era congenito come una malattia ereditaria. 

Flavio non sopportava i soprusi, lo sfruttamento, i prepotenti, chi abusava del proprio potere, ma soprattutto non sopportava una vita regolare e non poteva nemmeno immaginare di andare a lavorare otto ore al giorno per arricchire qualcun altro.

Il lavoro d’ufficio, poi, lo avrebbe ucciso in pochi mesi. Flavio era nato malandrino, solo che il seme doveva maturare e da bambino non aveva mai dato segni di questa inclinazione, fino al giorno in cui incontrò la persona che per il Cobra diventò più che un fratello: Ivano Mancini, il suo gemello criminale. Erano complementari, erano fatti per stare insieme, dove non arrivava uno, c’era l’altro. 

Amici per sempre.

«Er criminale perfetto è un misto di testa e palle nella misura giusta» ripeteva sempre Pino Verdelli ai ragazzi del bar. Lo chiamavano Socrate per la sua abitudine di ‘filosofeggiare’ sulla malavita, indicandola come l’unica vera alternativa al sistema vigente. “Se c’hai troppe palle mori ammazzato, se ce n’hai troppo poche, mori ammazzato lo stesso. Però nessuno te po’ di’ qual è la tua misura, lo devi capì da solo se voi morì ner letto tuo». 

Socrate, il suo equilibrio l’aveva trovato, ed effettivamente morì proprio nel suo letto, ma non di vecchiaia né di infarto, bensì con due proiettili calibro nove che la moglie gli mise in petto quando lo trovò nudo con un’altra donna. 

Anche se le loro percentuali non erano note, era chiaro a tutti che Ivano avesse più palle che testa, mentre per il Cobra era l’esatto contrario. Tutti e due però avevano il diavolo dentro, così almeno dicevano e vivevano, proprio come quella canzone dei Van Halen, come se non ci fosse domani. Ogni giorno poteva essere l’ultimo e volevano viverlo come se lo fosse. 

Al di là della grande affinità criminale, le loro storie non potevano essere più diverse. Il Cobra veniva da una famiglia di brava gente, il padre, romano da generazioni, faceva l’insegnante mentre la madre, figlia d’emigranti Calabresi, lavorava in una casa di ricchi commercianti dei Parioli. La morte prematura del padre, quando Flavio aveva appena 12 anni, costrinse la famiglia a lasciare la bella Trastevere per trasferirsi in borgata, dove la vita si fece subito molto dura. Gli altri ragazzi lo presero di mira perché non lo sentivano come uno di loro. Poi andava anche bene a scuola e parlava l’italiano quasi senza quell’accento romano che invece era marcatissimo nei suoi coetanei. Spesso tornava a casa pieno di lividi, sia per le botte che aveva preso sia perché, per scappare, sbatteva contro ogni tipo di ostacolo. Andò avanti così per un po’, ma non durò per sempre.

Flavio aveva quasi quattordici anni e stava tornando a casa con la spesa. Sua madre, che lavorava molto per riuscire a mandare avanti la famiglia, non aveva mai tempo di andarci.

E quel giorno, prima di girare l’angolo della via di casa, un ragazzo della sua età alto e allampanato, tirò un pacco verso di lui mentre correva trafelato. I loro occhi s’incrociarono per una frazione di secondo, ma fu come se un flusso invisibile di energia magnetica si sprigionasse legandoli per sempre. Flavio raccolse il pacco.

Lo mise nella busta della spesa, tra patate e carote, poi riprese a camminare anche se il cuore gli batteva così forte che quasi lo si vedeva gonfiare la sua maglietta.

Un attimo dopo due carabinieri si avventarono sull’altro ragazzo e lo buttarono a terra.

«Adesso sono cazzi tuoi, Mancini» urlavano, «ti mandiamo a trovare i tuoi fratelli al minorile!»

I carabinieri misero il ragazzo con le mani contro il muro e, divaricategli le gambe come da procedura, eseguirono un’accuratissima perquisizione che, però, non diede alcun esito, tanto che i militari si videro costretti a lasciarlo andare.

«Mancini, per questa volta ti lasciamo andare» disse il brigadiere, «ma ricordati che ti teniamo d’occhio, a te e a tutta la tua famiglia di balordi.» Il ragazzo lo guardò con lo stesso sguardo fiero che i millenni di storia hanno scolpito sulla faccia dei Romani e, senza una parola, si allontanò verso la piazza.

Flavio arrivò a casa e per le scale tirò fuori il pacco che quel ragazzo gli aveva lanciato addosso. Mise via la spesa come sua madre gli aveva insegnato e andò in camera. Con un certo timore, piano, aprì il pacco e capì subito di che cosa si trattava. Ne aveva sentito parlare dai suoi compagni di scuola e una volta lo aveva anche visto in mano a un ragazzo più grande che lo mostrava a un acquirente. Era hashish.

E anche in grande quantità, a giudicare dal peso e dalla forma.

Flavio non aveva mai visto tanto “fumo” in vita sua. Al massimo qualche “stecca” da un grammo scarso che i ragazzi compravano in piazza per diecimila lire.

Mise quel panetto sulla bilancia e ne controllò il peso.

Era un panetto da 250 grammi: una palla, l’avrebbero definita gli addetti ai lavori.

Una luce si accese nella testa di Flavio, un pensiero mai pensato prima: quella che aveva davanti agli occhi non era più droga, ma un’opportunità, un biglietto di prima classe per uscire dal quartiere che gli stava stretto come una camicia di forza.

Quando la sua mano toccò quel blocco di hashish, qualcosa cambiò per sempre nel suo cervello, fu come se i suoi neuroni fossero stati dirottati in un altro circuito. Il veleno cominciò lentamente a fare il suo lavoro.

Uccise Flavio e fece nascere il Cobra.

4. IL SOGNO DEL COBRA

La testa del grande cobra reale sembrava sospesa nell’aria, con le vertebre del collo dilatate a formare quel temibile cappuccio che genera terrore tra tutti gli esseri viventi.

L’uomo seduto davanti al serpente lo guardava immobile. Anche la foresta si era fermata per osservare; né cinguettio degli uccelli, né verso di animale turbava quella quiete surreale. Si fermarono gli insetti e così le fronde dei giganteschi alberi tropicali. Tutta la natura era immobile ad assistere al duello. L’unico rumore era quello del cuore del cacciatore che batteva a un ritmo regolare: nei suoi occhi non c’era ombra di paura, nemmeno per quell’enorme rettile, il più grande tra tutti i serpenti velenosi che, con un solo morso, può uccidere ogni cosa vivente sulla Terra.

L’uomo e il serpente, nemici dall’inizio dei tempi, si guardavano immobili consci entrambi che c’era un solo modo per sopravvivere: uccidere al primo assalto. Il veleno del cobra non lascia scampo, ma nemmeno la lama affilata del coltello e le mani esperte del cacciatore. Uccidere per vivere, come sulle strade di Roma, dove la pietà non trova posto.

Immobili si studiavano, cercando il punto debole e il momento per l’attacco. Poi, improvvisamente l’uomo aprì bocca, senza muovere nessun altro muscolo del corpo disse, scandendo le parole: «Tu sei solo un serpente, un essere strisciante e io di te non ho paura…»

Il grande rettile lo fissò con odio. Fuori rimase immobile a fissare il cacciatore, ma dentro l’ira trasformò quel sangue freddo di serpente, in lava fusa come nel cuore del vulcano.

«Io sono un cobra, e ho tanto veleno in me da uccidere un elefante con un solo morso! E tu sei solo un uomo, una scimmia spelacchiata, che si è persa per il mondo e non ritrova la foresta» rispose il rettile, facendosi ancora più minaccioso. In un duello bisogna fingersi immortali, per non avere paura della morte.

Il cobra gonfiò ulteriormente il suo cappuccio estendendo al massimo le vertebre, era evidente che la rabbia stava prendendo il sopravvento.  Era il momento che aspettava il cacciatore, quello dell’ira che crescendo, paralizza la ragione, e fa nascere l’errore che si paga con la vita. Il cobra scattò in avanti con un gesto preciso e rapidissimo, l’uomo mise il coltello sulla traiettoria d’attacco del serpente così che il rettile, spinto dalla sua stessa foga, si sarebbe decapitato da solo al contatto con la lama affilatissima.

Una frazione di secondo prima dell’impatto, con una manovra così meravigliosamente perfetta, che solo la natura può immaginare, il cobra si ripiegò su stesso per evitare l’impatto e poi attaccò di nuovo, ma questa volta centrando l’obiettivo: i denti si conficcarono sul polso dell’uomo, che per il dolore improvviso lasciò cadere il suo coltello.

La foresta si risvegliò di colpo, tutti gli animali, gli uccelli, i rettili e gli insetti cominciarono a gridare. Il morso del cobra si sa, non lascia scampo, era la fine del duello.

Ma all’improvviso il cacciatore alzò la mano sinistra e prese il rettile per il collo, scoppiando in una risata fragorosa che rimbombò per la foresta.

«È tutto qui quello che c’hai, Cobra? Nun credo che t’abbasta pe’ commanna’ su Roma!»

Flavio si svegliò di soprassalto. Gli mancava l’aria e il cuore gli batteva fortissimo. Era come durante la sua prima rapina, quando Ivano resosi conto dello stato d’animo dell’amico gli aveva detto: «Ao, c’hai er core in fuori giri! Se continui così fondi prima ancora che te sparano le guardie!». Si massaggiò la testa e ripensò a quel sogno assurdo, a quell’uomo che rideva… un cacciatore indiano di cui non ricordava il volto, ma alla fine del sogno si era trasformato in quello di Ivano. Ricordava perfettamente il suo ghigno che lo derideva e quella mano che gli stringeva forte la gola… si portò d’istinto le mani al collo. Era sveglio, era vivo.

Con il cuore che gli martellava il petto aprì la finestra della stanza. Si era fermato in un albergo fuori città per passare la notte ed entrare a Roma la mattina, come un qualunque pendolare che veniva a lavorare nella grande città. 

Si accese una sigaretta per calmare i nervi che continuavano a tremare e per scacciare quell’orribile sensazione di soffocamento che l’incubo gli aveva lasciato. 

È strano quanta paura possa fare un sogno a una persona che della realtà invece  non ha mai paura.

Flavio si convinse che aveva avuto una specie di apnea notturna, e il brutto sogno era il modo in cui il suo corpo lo aveva svegliato per riprendere controllo del respiro. Era l’unica spiegazione che un duro come il Cobra poteva darsi per non ammettere a se setesso di avere avuto paura. “Sigarette di merda!” pensò Flavio continuando ad aspirare, “ci vorrebbe un bel cannone per rimettermi a dormire. Un bel cannone di erba e fumo come ce li facevamo ad Amsterdam io e Ivano!” Chissà perché proprio lui, in quello strano sogno. 

Flavio non era certo uno psicologo, ma da giovane si era fatto tanti acidi, e credeva nei sogni e nella loro interpretazione. Aveva spesso condiviso con Ivano le sue esperienze “psichedeliche”: si raccontavano quello che vedevano sotto l’effetto dell’LSD o della psilocibina dei funghi allucinogeni. Sì, quella doveva essere la spiegazione, Ivano, il compagno di tanti viaggi, lo aveva accompagnato anche il quel sogno, come Virgilio fece con Dante. 

Flavio buttò via la sigaretta e mentre chiudeva la finestra guardò di sotto e pensò ancora una volta al cacciatore del suo sogno. 

La bellezza dell’aurora annunciava il nuovo giorno, e Flavio respirò quell’aria fresca. Si vestì rapidamente e uscì da quella stanza. La sua Glock col colpo in canna.

5. LA GENTE NORMALE

La gente normale che parla di niente,

si riempie la vita col tempo che passa,

si alza, lavora poi torna a dormire.

non ama, non odia e fa tutto a metà.

Flavio uscì dal casello di Roma Nord e fu immediatamente immobilizzato. Non dalla polizia, come si sarebbe aspettato, ma dall’immenso traffico che scorreva – si fa per dire – sul Grande Raccordo Anulare. Stava infatti entrando a Roma insieme alle migliaia di pendolari che tutte le mattine facevano quella strada per recarsi al lavoro.

Aveva pensato che sarebbe stato molto più sicuro a quell’ora che entrare all’Urbe di notte, con poca gente in giro e la possibilità dei posti di blocco della polizia.

Immerso com’era nel traffico dei pendolari, Flavio si sentiva in qualche modo protetto da quell’ armata di persone normali che ogni giorno si recava all’ lavoro nella grande città.

La gente normale, com’ era solito chiamarli, quelli contenti delle loro vite, felici di comprare una macchina nuova, una televisione più grande e di andare in vacanza in qualche località esotica. Quelli che non sentono il bisogno di riempirsi la vita perché le loro vite sono già piene delle normali cose e non c’è spazio per nient’altro. Nemmeno per guardarsi dentro, nemmeno per sognare.

Una volta Flavio li disprezzava e più ancora disprezzava la regolarità di una vita che, a lui, sembrava irrimediabilmente robotica. Una vita già scritta dalla nascita e uguale per tutti: scuola, lavoro, famiglia, pensione, morte. Lui invece cambiava itinerario ogni giorno solo per il piacere di non fare mai la stessa cosa.

Era fiero di non aver mai lavorato un giorno in vita sua. Ma, da quando aveva conosciuto Simona, tante cose che prima era solito odiare, adesso gli davano solo fastidio; e tante altre che disprezzava, ora non gli sembravano più tanto male. Era come se quella donna fosse, in qualche modo, un antidoto al veleno che si era impossessato di lui anni prima.

Il traffico del Raccordo però, Simona o no, continuava a odiarlo profondamente, specie quel giorno, dopo mesi d’isolamento sui monti dell’Appennino Emiliano, e con l’animo appesantito dalla morte dell’amico e la preoccupazione per un futuro quanto mai incerto. Sarebbe diventato lui il nuovo boss della banda? Certo ne aveva la testa e il carisma e nessuno poteva ambire a quel ruolo più di lui, ma quale sarebbe stato il prezzo che avrebbe dovuto pagare la sua famiglia? 

Il traffico era così intenso che sembrava di essere in un parcheggio invece che su un’autostrada importante come il grande anello che circonda Roma. Decise di uscire e, invadendo la corsia di emergenza per qualche decina di metri, si fece strada fino all’uscita per la Via Salaria. Mentre la macchina scendeva la rampa che portava alla più vecchia delle vie consolari romane, scosse la testa e mormorò tra sé: «Ma come cazzo fanno a fa’ sta vita tutti i giorni!?» 

Costeggiò la Borgata Fidene: un tempo avamposto etrusco nell’Agro Romano, che fece guerra contro Roma quasi tremila anni fa, e oggi è parte integrante del territorio urbano.

Stava per prendere la tangenziale in direzione est, per incontrarsi con Ivano nel quartiere Centocelle quando, proprio prima dello svincolo, il suo telefono squillò ancora. 

“Dottor Gilardi la stiamo aspettando. L’architetto vorrebbe vederla subito e lei è già in ritardo. Manca solo lei”. 

Il forte accento calabrese dall’altro lato del telefono non lasciava dubbi sulla matrice di quella telefonata ma per sincerarsi rispose, cercando di mascherare l’emozione.

«Mi dispiace, ma ha sbagliato numero.»

«Mi scusi. Non succederà più, ma… mi raccomando, che certi sbagli non si possono ripetere» ricordò l’altra persona prima di attaccare il telefono.

Il messaggio non poteva essere più chiaro per Flavio: l’architetto era Vincenzo Pulicari, detto Don Vincenzo, anziano boss dell‘ndrangheta, trasferitosi a Roma per gestire l’enorme flusso di cocaina che, dal porto di Gioia Tauro, partiva verso le città dell’Italia e del Nord Europa. Con Flavio aveva un debito d’onore perché quest’ultimo, senza nemmeno sapere chi fosse, salvò suo figlio da un’overdose di eroina che sarebbe stata fatale se non fosse intervenuto in tempo.

Purtroppo Benedetto Pulicari, cresciuto a Roma e in netto contrasto con la sua famiglia, morì giovanissimo pochi anni dopo, vittima di quella stessa droga che negli anni ‘70 e ‘80 falcidiò una generazione di giovani Italiani. Non per questo la riconoscenza del vecchio boss nei confronti di Flavio si attenuò, anzi, dopo la morte del figlio, il loro rapporto si intensificò ancora e spesso Don Vincenzo lo invitava a pranzo e passavano il pomeriggio insieme a discorrere. Negli ultimi anni si erano visti davvero poco per via della latitanza di Flavio, che ovviamente non godeva gli stessi favori di quella di un potente ‘ndranghetista. 

Non fu quindi l’invito in se stesso a preoccupare il Cobra, né si stupì più di tanto che Don Vincenzo fosse al corrente del suo ritorno a Roma. Quella gente sapeva sempre tutto. Lo sapeva prima di tutti e con assoluta precisione. Sembrava avessero occhi ovunque, come un mostro invisibile che produce un fumo tossico che penetra nelle fessure, ed entra nel cuore della società fermandone il battito. Invece, quello che generò più preoccupazione furono le parole del suo interlocutore. 

Flavio conosceva il loro linguaggio: sapeva bene che mai una sola parola era detta a caso; ognuna aveva un significato preciso. Essere in ritardo voleva dire che doveva assolutamente parlare col vecchio boss prima di andare all’appuntamento con Ivano, e “manca solo lei” significava invece che nessun altro doveva sapere di quell’appuntamento. 

Quanto al fatto che certi sbagli si possono fare una volta sola, era chiaro il riferimento alla morte e quindi er Cobra pensò immediatamente che ci fosse un pericolo imminente sulla strada che lo separava dall’appuntamento con Ivano a Centocelle e il boss calabrese voleva che cambiasse itinerario. 

Fermò subito la macchina e parcheggiò vicino a un bar, nella speranza che avessero un telefono pubblico. Non voleva più usare il suo cellulare, anche se aveva sempre parlato in codice e gli unici a essere a conoscenza del suo ritorno a Roma erano Ivano e Don Vincenzo, entrambi legatissimi a lui. Il suo istinto gli suggerì di usare un telefono pubblico ubicato ben lontano dalla zona in cui si sarebbe recato.

Come aprì la porta del locale, Flavio fu colpito da una ventata di romanità pura. Il bar era gremito di gente che, con il caratteristico accento dell’Urbe, discuteva dell’imminente partita di calcio tra la Roma e la Juventus in programma il giorno dopo allo Stadio Olimpico. In quegli anni era impossibile parlare di questa sfida senza che qualcuno, a un certo punto della discussione, tirasse fuori l’episodio che passò alla storia come il gol di Turone, una rete annullata al difensore della Roma per un fuorigioco millimetrico, chiamato dal guardalinee, ma mai riconosciuto dal popolo di fede giallorossa. L’episodio era accaduto a Torino più di dieci anni prima, ma a Roma non era ancora stato dimenticato. Infatti, la discussione sull’argomento si stava animando mentre Flavio, fermo sulla porta, scannerizzava l’ambiente con i suoi occhi attenti per assicurarsi che non ci fossero pericoli. Sorrise, erano mesi che si nascondeva in giro per l’Italia e fino a quel momento, non si era reso conto di quanto gli fosse mancata la sua città.

Ordinò un cappuccino e, un po’ appartato, al lato del bancone, cominciò a seguire la conversazione. Il barista era romano ma tifoso della Juventus, e con l’aiuto di un suo  collega “Laziale” cercava di difendersi dall’orda di tifosi giallorossi che gli rinfacciavano tutti “i furti” subiti dall’odiata squadra torinese.

«Aho ma che cazzo state a di’? Ancora cor gol de Turone? Ma se l’hanno fatto vedere cinquecento volte alla moviola che era fuorigioco netto!» stava dicendo il barista, spazientito, invece di occuparsi di un gruppo di avventori estranei alla conversazione. 

«Ve state sempre a lamenta’!» rincarò il Laziale per spalleggiarlo. 

«Ma quale fuorigioco, ma se Turone stava dietro alla linea del pallone quando Pruzzo je fa er passaggio, come fa a esse fuorigioco? Nun conoscete manco le regole der calcio e volete parla’!» replicò un avventore nel camice verde tipico dei portantini dell’ospedale.

E il suo collega rincaro’ la dose: «Tanto che je frega de sape’ er regolamento, questi se comprano l’arbitri e pure li giornalisti che cambiano la moviola pe’ copri’ le zozzerie che fanno!»

«Sì, pagamo pure la CIA e 007 per rubavve le partite a voi morti de fame! Ma fatela finita che nun vincete mai ’n cazzo.»

La discussione continuava a scaldarsi quando Flavio si recò nell’altro vano, dove c’era un flipper spento ed il telefono pubblico che cercava. Chiamò Ivano fingendosi il Sig. Gilardi e disse che doveva posticipare l’appuntamento per via del traffico, ma non disse nulla dell’appuntamento con Don Vincenzo come gli era stato suggerito. 

Ivano ne fu molto infastidito e, sebbene non capisse il motivo di quel disturbo, Flavio gli promise che appena finito lo avrebbe incontrato immediatamente a Centocelle.

Poi ritornò nella sala principale dove la discussione era lungi dal terminare e sorrise scuotendo la testa. Amava il suo nascondiglio in montagna con Simona e il piccolo Fabio, ma niente lo divertiva di più della gente della sua città. La gente normale che parlava di calcio, che raccontava barzellette e storie divertenti, sempre pronta a sfidarsi in battute, come fosse un vero e proprio duello; la rima, il doppio senso, la parafrasi volgare delle grandi poesie italiane, la satira della politica, altro argomento sempre presente nelle conversazioni dei romani. Tutto il possibile per far scrosciare una fragorosa risata di gruppo.

Quella era la sua gente, la gente di Roma. 

2022-06-13

Aggiornamento

Grazie a tutti Voi che avete creduto nel nostro progetto! Fiori Velenosi andrà in stampa! Vi terremo aggiornati sui prossimi appuntamenti in presenza e online: siamo pronti a raccontarvi come è nato il libro e a svelarvi qualche retroscena! Intanto ancora grazie! Roberta e Giovanni

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Roberta Dieci e Giovanni Andrea Caveggia
Roberta Dieci, classe 1982 è una calciatrice e ama i tacchi a spillo, è fan delle uscite con le amiche e delle calme serate in famiglia, ama il latino e lo shopping compulsivo. Da quelli che definisce 'gli ossimori della sua vita ha tatto storie eccentriche, vivaci e piene di magia. Il suo romanzo d’esordio ‘I sogni non fanno rumore’ (Bookabook 2016) ha vinto due premi letterari. La trilogia YA fantasy 'Lotus' (Reverdito) è stata semifinalista al prestigioso premio Bancarellino. Per Reverdito ha pubblicato anche il saggio 'Quando tace la notte. Sintassi d'amore in 10 parole latine', in uscita nel 2022 'Il bene fragile. Sintassi della bellezza in 10 parole latine'.

Giovanni Andrea Caveggia nasce a Roma nel 1968. Da sempre interessato a svariate forme d’arte, inizia a scrivere poesie in giovane età, una passione che, negli anni, non abbandonerà mai.
Studia musica durante gli anni del liceo e, conseguita la maturità scientifica nel 1987, si iscrive all’Istituto Superiore di Fotografia, e, allo stesso tempo, comincia a suonare con diversi gruppi musicali.
Dopo aver lavorato come fotografo ed affascinato dalla cruda realtà della poesia rap, Giovanni si trasferisce a New York City nel 1996, dove inizia a produrre musica elettronica e basi per rappers e poeti di strada. Continua a scrivere poesie e brevi racconti in una immaginaria collezione che chiama “Parole in Movimento”.
Il parallelo amore per la musica, lo porta ancora una volta ad esibirsi in numerosi locali newyorkesi. La ricerca della poesia in un mondo metropolitano che di poetico ha ormai ben poco, è l’essenza stessa della sua ricerca, basata sul ritmo delle parole e la ponderata scelta delle stesse.
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