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Follia riflessa

Quantità

Guardarsi allo specchio può diventare un atto pericoloso quando il riflesso restituisce frammenti di ciò che si è stati e di ciò che si è cercato di dimenticare.

Un’infanzia segnata da una famiglia disfunzionale, da un affetto instabile e da una costante sensazione di inadeguatezza lascia tracce profonde nel corpo e nella mente. Crescendo, il bisogno di appartenere porta a indossare maschere sempre nuove, mentre il passato continua a riaffiorare sotto forma di riflessi e immagini distorte.

Tra relazioni che promettono salvezza e si trasformano in nuove prigioni, il dolore si deposita nella memoria come una nebbia fitta. Solo affrontando ciò che è stato taciuto, nominando la vergogna e riconoscendo le proprie fragilità, si apre uno spazio diverso: quello della consapevolezza.

Introduzione

Quando pensò di sbloccare la serratura con la chiave, si sentiva quasi incapace di muoversi. Il mostro poteva essere ancora lì, ad attendere un suo passo falso, pronto ad aggredirla per qualsiasi ragione gli passasse per la mente in quel momento. In quella casa c’era un clima di tensione, un’aura inquietante che si percepiva anche semplicemente respirando. Fino a pochi istanti prima era chiusa a chiave in quella camera, mentre dei pugni sbattevano violentemente contro la porta dall’esterno.

Gli insulti, le urla e la paura la immobilizzavano; rannicchiata in un angolo, si stringeva a se stessa per tenere a bada il cuore che minacciava di detonare.

Pensava che, anche questa volta, nessuno la avrebbe salvata: il mostro avrebbe avuto la meglio, come sempre, e ogni volta si sarebbe portato via con sé un pezzetto della sua anima. Ormai era calato il silenzio, le urla feroci si erano interrotte e i pugni avevano cessato da un po’ di colpire con violenza, anche se non era in grado di quantificarne il tempo trascorso in quel limbo pregno di terrore.

Era combattuta tra restare chiusa a chiave in quella camera illudendosi di essere al sicuro oppure uscire e correre il più in fretta e il più lontano possibile; non aveva molta scelta, doveva scrollarsi di dosso quel terrore paralizzante e reagire.

Dopo aver dato una sbirciata oltre il corridoio buio, percepì quella sensazione di vuoto, quello che si prova dopo un incubo, quando non sai ancora se sei sveglio e tutto è finito o se il mostro potrebbe tornare per completare il lavoro.

Prese coraggio e mise fuori la testa dalla camera; aveva fretta di andare via, ma i suoi arti non collaboravano: erano lenti e poco stabili. Cercava di farsi spazio il più silenziosamente possibile per andarsene finalmente da quella casa, quando sentì la porta di ingresso chiudersi in un colpo secco.

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Capitolo 1

“La scrittura è il nostro modo di dare forma a ciò che vediamo, di trasformare il riflesso in parole che raccontano la verità che spesso rimane nascosta.”

Mi fermai davanti allo specchio, il riflesso incorniciato dalla luce soffusa della stanza. Per un istante, non riconobbi nemmeno la figura che mi guardava da lì, come se fossi un estraneo alla mia stessa immagine. I contorni del viso sembravano più distanti, quasi sfocati, come un dipinto che sta iniziando a sbiadire con il passare del tempo. Ma mentre i miei occhi scrutavano quel volto familiare, qualcosa scattò. Una sensazione fredda e familiare mi attraversò la mente, come un filo invisibile che mi tirava indietro. L’immagine nello specchio non era più solo un riflesso. Si fece trasparente, come se il vetro non fosse più una barriera, ma una porta. E così, senza preavviso, mi trovai catapultata in un ricordo. Le pareti della stanza scomparvero e il suono di passi lontani e un’aria di malinconia mi avvolsero. Il riflesso che avevo visto non era più solo una copia del mio volto ma un portale che mi conduceva indietro, a un tempo che pensavo di aver dimenticato.

Fin da piccola, ho sempre trovato difficile esprimere le mie emozioni. Non sono mai stata una bambina di molte parole, anzi, il mio carattere introverso mi spingeva a rifugiarmi più spesso nei miei pensieri che a condividerli con gli altri. In un mondo dove il parlare sembrava essere la norma io preferivo l’ascolto e l’osservazione. Tuttavia, c’era un lato di me che desiderava raccontare, un mondo interiore che chiedeva di essere esplorato, e la scrittura divenne la mia strada per farlo. Non fu un colpo di fulmine, ma un’esigenza naturale. A soli nove anni, iniziai a riempire quello che chiamavo il mio “quaderno speciale”. Non c’era nulla di straordinario in quel quaderno, almeno non agli occhi di chi lo guardava da fuori. Era semplicemente un quaderno come tanti altri, acquistato per caso durante una fiera di paese, ma per me divenne qualcosa di molto più grande. La copertina rigida, con il disegno di una bambina con una sciarpa rosa che guardava un paesaggio montuoso, era semplice e infantile, ma al suo interno si nascondeva un mondo tutto mio, un luogo dove i miei pensieri, le mie emozioni e le mie riflessioni trovavano spazio.

Scrivere non era un atto formale, né un esercizio di stile. Era la mia via di fuga, il mio rifugio sicuro. Ogni pagina si riempiva di frammenti di vita che altrimenti sarebbero passati inosservati. Raccontavo, con parole semplici e dirette, di un incontro fortuito con una donna anziana che mi aveva fatta sorridere, regalandomi una moneta, che custodivo gelosamente come un piccolo tesoro. Scrivevo di pomeriggi interminabili passati in casa, di litigi familiari che lasciavano cicatrici invisibili, ma anche di passeggiate con Anna, la mia amica di sempre, e di gelati che sapevano di estate e spensieratezza. Per gli altri, questi erano solo attimi fugaci, momenti ordinari che sfuggivano alla memoria, ma per me ogni singolo dettaglio contava. Ogni parola scritta diventava una piccola vittoria contro l’oblio, un modo per dare significato alla mia esistenza, per imprimere sulla carta ciò che altrimenti sarebbe scomparso.

Arrivò però un momento in cui la scrittura divenne faticosa, quasi un peso. I turbolenti eventi familiari, le difficoltà quotidiane, la sensazione di essere sopraffatta dalla vita, mi svuotarono di energie. Il mio umore, già fragile, divenne un caos indecifrabile. I pensieri che prima scorrevano facilmente sulla pagina ora restavano confusi nella mia mente, senza riuscire a prendere forma. La penna mi sembrava troppo pesante da impugnare e il desiderio di scrivere si affievolì. Il mio quaderno, che era stato per anni il mio rifugio, sembrava ormai troppo distante, incapace di contenere tutto ciò che stavo vivendo. Ma, nonostante la fatica, non riuscivo a smettere completamente. La scrittura, anche se raramente, rimaneva l’unico angolo di me che riuscivo a preservare. Non più un’abitudine quotidiana ma un atto di resistenza, soprattutto nei giorni che segnano un passaggio, un anniversario, un compleanno. I giorni speciali, quei momenti in cui mi sentivo chiamata a fare un bilancio, divennero occasioni per scrivere. Non più come un tempo, con la frequenza di un diario, ma come un piccolo atto di riconciliazione con me stessa. Ogni compleanno, ogni data che portava con sé un ricordo o un cambiamento, era un richiamo alla vita che continuava, nonostante tutto. Scrivere quei pensieri sparsi, anche se non riuscivo a mettere ordine in tutto ciò che provavo, divenne un modo per fermarmi, per raccogliere me stessa, per non perdere di vista il mio cammino.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un libro che rigo dopo Rigo coinvolge a leggerlo..
    Una storia molto coinvolgente ed emoziona tanto…
    Leggendo pagina dopo pagina mi sentivo di vivere quella storia ” avevo i brividi” molto toccante..
    consiglio in molti ad acquistarlo complimenti Maria per questo magnifico libro

  2. Isabella Sindaco

    “Ma i traumi non restano fermi dove li lasci…” E’ vero. I traumi vanno elaborati e affrontati con coraggio e determinazione perché il dolore e la paura possano diventare forza. Quando diventeranno forza potremo dire di averli superati e sconfitti… Libro che l’autrice, Maria Di Stefano, narra con la crudezza necessaria e che non avrebbe potuto raccontare in modo diverso. Consiglio vivamente questo libro. I miei complimenti, Maria.

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Maria Di Stefano
Trentaquattro anni, è originaria di Agrigento. Laureata in Scienze e Tecniche psicologiche, svolge la propria attività in ambito scolastico, dedicandosi al supporto educativo e relazionale. Attualmente è impegnata nel percorso di abilitazione alla professione di psicologa, con un interesse specifico per il benessere della persona e le dinamiche della relazione d’aiuto.
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