Occhi verdi come smeraldi bagnati di rugiada, capelli rossi che sembravano rubare il fuoco al tramonto e una pelle chiara che arrossiva al primo sussurro d’imbarazzo: questa ero io, Camilla. Avevo una sensibilità che spesso mi faceva sentire il mondo più vicino di quanto avrei voluto. Percepivo le voci anche quando nessuno parlava, coglievo i cambiamenti impercettibili negli sguardi, notavo i dettagli che agli altri sfuggivano e mi lasciavo attraversare dalle sensazioni senza sapere dove mi avrebbero portata. Dentro avevo un cuore inquieto, sempre pronto a battere un po’ più forte per una parola, un gesto, una canzone arrivata al momento giusto, come se ci fosse continuamente qualcosa che chiedeva di essere sentito.
Forse era proprio quella sensibilità a farmi riconoscere in Manuel qualcosa che gli altri non vedevano.
Il suo sorriso aveva qualcosa di rassicurante, una specie di carezza capace di raggiungermi anche quando era lontano, mentre nella sua voce c’era quella sicurezza che a me mancava e che, ogni volta, sembrava indicarmi la strada. Quando mi stringeva tra le braccia avevo la sensazione che il mondo, almeno per qualche istante, rallentasse abbastanza da permettermi di respirare e che i pensieri, normalmente aggrovigliati dentro di me, trovassero finalmente un ordine. Con lui pensavo che ogni cosa potesse avere un senso, che il futuro non fosse poi così difficile da immaginare e che forse bastasse essere in due per sentirsi al sicuro.
E, almeno all’inizio, era davvero così. O forse ero semplicemente innamorata abbastanza da crederci.
Ricordo ancora la prima volta in cui entrammo nella nostra casa.
Avevamo scelto Monteverde molto prima di trovare quell’appartamento, con la cura con cui si scelgono le cose destinate a durare. Era un quartiere alto e silenzioso, fatto di strade alberate, balconi pieni di gerani e palazzi che sembravano custodire, dietro le finestre, vite lente e familiari. Ci passavamo spesso nei pomeriggi senza fretta, seduti al tavolino di un bar che profumava sempre di caffè e marmellata. Mentre parlavamo di tutto quello che avremmo voluto fare insieme, finivamo inevitabilmente per guardare le persone attraversare la strada e immaginare che, un giorno, anche noi avremmo avuto un posto tutto nostro in quel quartiere.
Quando trovammo quell’appartamento, ebbi quasi la sensazione che ci stesse aspettando.
Non era grande, ma la luce che entrava dalle finestre avvolgeva le stanze con una delicatezza particolare, come se persino il sole avesse deciso di trattarle con cura. Da una parte si intravedeva la città, dall’altra il verde degli alberi e, per qualche ragione che allora non avrei saputo spiegare, quella combinazione mi fece sentire immediatamente al sicuro.
La chiave girò nella serratura con un suono secco e familiare. Quando entrammo, le stanze erano ancora completamente vuote. Non c’erano mobili, fotografie o oggetti che raccontassero chi fossimo, eppure avevo la strana impressione che ogni spazio avesse già cominciato a riconoscerci. Il chiarore del pomeriggio disegnava rettangoli luminosi sui muri bianchi e sul pavimento, mentre Manuel attraversava il soggiorno con quell’aria entusiasta che aveva ogni volta che poteva trasformare un’idea in qualcosa di concreto.
«Qui ci mettiamo una libreria», disse indicando una parete. «Alta fino al soffitto.»
«E qui una poltrona vintage. Una di quelle in velluto bordeaux che piacciono a te.»
Sorrisi e lo lasciai continuare, mentre lui camminava da una stanza all’altra immaginando tende, divani, lampade e colori, trasformando con le parole quegli spazi ancora vuoti nella casa che, nella sua testa, avevamo già cominciato ad abitare.
«Qui appendiamo le chitarre. E sotto, i miei vinili.»
La musica era il suo modo di sentirsi a casa. Lo capivo da come parlava dei suoi dischi, da come sceglieva una canzone per ogni momento della giornata, dal modo in cui riusciva a trasformare una stanza qualsiasi semplicemente lasciando partire una melodia. Io lo ascoltavo e, mentre lui immaginava chitarre e vinili, mi domandavo se in quella casa ci sarebbe stato abbastanza spazio anche per le mie storie, per i libri che avrei lasciato sul comodino, per i colori che avrei sparso sul tavolo e per tutte quelle parti di me che ancora non avevo imparato a raccontargli.
Manuel si interruppe, corrugando appena la fronte, come se una preoccupazione improvvisa fosse riuscita a farsi strada tra tutti quei progetti.
«Speriamo che tutta questa roba non ci faccia litigare», disse ridendo, anche se nel tono rimase una sfumatura di serietà. «Mia madre diceva sempre che una casa può unire o dividere.»
«E qui ci appendiamo quella foto del tramonto di Santorini.»
Annuii, ma qualcosa dentro di me si strinse.
Non avrei saputo dire perché e, forse proprio per questo, preferii non darci troppo peso. Quella fotografia mi aveva sempre lasciato una sensazione difficile da spiegare, un’inquietudine sottile che non riuscivo a trasformare in una ragione concreta. Avrei potuto dirglielo, naturalmente, chiedergli perché fosse così importante per lui, raccontargli semplicemente che non mi piaceva. Ma in quel momento mi sembrò più facile lasciar correre, come accade con quelle piccole cose che sembrano troppo insignificanti per meritare una discussione.
Mentre Manuel continuava a parlare della casa, io cominciai invece a costruire nella mia testa ciò che avremmo vissuto insieme: cene improvvisate con gli amici, domeniche lente trascorse ancora in pigiama, notti passate a parlare con le luci basse e una canzone francese in sottofondo, colazioni consumate senza guardare l’orologio e libri lasciati aperti ovunque, come tracce di una vita che avrebbe avuto finalmente il tempo di accadere.
Litigammo per sciocchezze, come fanno due persone che stanno ancora imparando a condividere gli spazi e le proprie abitudini. Io avevo bisogno che ogni cosa trovasse il proprio equilibrio, mentre Manuel sembrava convinto che una casa dovesse avere anche qualche imperfezione, qualcosa di leggermente fuori posto che le desse carattere.
«È troppo centrale», dicevo spostando di qualche centimetro il quadro.
Lui mi guardava come se non riuscisse a capire quale problema potesse esserci in quei pochi centimetri.
«È geometrico! Deve stare perfettamente al centro.»
«Ma proprio perché è geometrico deve essere un po’ meno perfetto.»
«Questa non ha alcun senso.»
«Per me sì.»
Alla fine ridevamo entrambi e il quadro, almeno per quella sera, rimaneva esattamente dove l’avevo messo io.
Erano discussioni senza importanza, quelle che non lasciano ferite e che finiscono per diventare parte della memoria di una casa. Anche attraverso quei piccoli disaccordi imparavamo a conoscerci, a capire quando l’altro aveva bisogno di essere ascoltato e quando bastava lasciargli qualche minuto per tornare a sorridere.
Eppure, dietro quella leggerezza, ogni tanto arrivava una nota diversa, così lieve che allora non riuscivo nemmeno a darle un nome.
Capitava quando Manuel mi prendeva in giro perché sceglievo i piatti in base al colore invece che alla praticità, o quando scuoteva la testa davanti a una delle mie idee definendola, con un sorriso che voleva essere affettuoso, «l’ennesima follia della donna che vive con la testa tra le nuvole». Io ridevo insieme a lui, perché in fondo sapevo che non voleva ferirmi, ma certe parole, anche quando vengono pronunciate con leggerezza, hanno il curioso potere di restare sotto pelle molto più a lungo di una carezza.
Allora non ci facevo caso.
O forse sceglievo di non farci caso.
Poi arrivò la prima notte nella casa, molto diversa da tutte quelle che avevo immaginato. Avevamo ancora metà delle nostre cose dentro gli scatoloni e nessuna delle stanze sembrava davvero pronta ad accoglierci; dormimmo su un materasso appoggiato direttamente sul pavimento, avvolti in lenzuola stropicciate e coperte recuperate alla meglio, mentre intorno a noi le scatole formavano piccole montagne sulle quali avevamo scritto con un pennarello il contenuto e, spesso, la stanza a cui erano destinate.
Faceva un po’ freddo.
Ma eravamo vicini.
Ricordo che Manuel rimase per qualche minuto con gli occhi aperti, guardando il soffitto ancora spoglio, come se anche lui avesse bisogno di rendersi conto che quella non era più soltanto la casa che avevamo immaginato, ma il luogo in cui da quel momento avremmo cominciato a vivere davvero.
«Senti come sembra tutto nuovo?» sussurrò.
Mi voltai verso di lui.
Non avevo bisogno di rispondere. In quel momento, stare lì accanto a lui diceva già tutto quello che provavo.
Mi addormentai pensando che, se esisteva un posto chiamato futuro, doveva essere proprio lì: in quella stanza ancora vuota, tra gli scatoloni da sistemare, il materasso sul pavimento e il respiro di Manuel accanto al mio.
Da quella notte ce ne furono molte altre in cui cominciammo a sognare ad alta voce, quasi che parlare di ciò che ci aspettava fosse un modo per renderlo un po’ più vicino.
Una sera eravamo seduti in cucina, ancora circondati da oggetti che non avevano trovato una collocazione definitiva, e io tenevo tra le mani una tazza calda mentre guardavo Manuel armeggiare distrattamente con il bordo del cuscino.
«Prendiamo un cane?» gli chiesi.
Lui sorrise, ma rimase qualche secondo in silenzio, come se la domanda ne avesse fatta nascere dentro di lui un’altra.
«Io sogno un bambino.»
Lo disse piano, quasi fosse una confessione, e quelle parole, così semplici, mi arrivarono addosso con una dolcezza che non avevo previsto. Non c’era ancora nessun progetto, nessuna data, nessun nome immaginato; c’era soltanto la possibilità di qualcosa che un giorno avrebbe potuto essere nostro.
Ci stavamo scegliendo.
Non sapevamo ancora quanto sarebbe stato difficile continuare a farlo.
Intanto, a pochi passi da casa nostra, c’era Villa Pamphili, e per me quel parco divenne presto una specie di rifugio. Mi piaceva andarci quando avevo bisogno di mettere ordine nei pensieri, soprattutto nelle mattine in cui Roma sembrava ancora indecisa se svegliarsi oppure concedersi qualche ora in più di lentezza. Dopo il trasloco avevo comprato una bicicletta color panna, con un cestino di vimini davanti nel quale avevo sistemato alcuni fiori finti.
Il sabato mattina cercavo sempre di convincerlo a venire con me.
«Dai, vieni. Facciamo un giro e poi ci prendiamo un caffè.»
Lui alzava entrambe le mani come se gli stessi proponendo una spedizione in territori sconosciuti.
«Già sudo a pensarci.»
«Non devi mica fare il Giro d’Italia.»
«La mia bici ideale è quella che guardo nei film d’essai.»
All’inizio continuai a sperare che, prima o poi, avrebbe cambiato idea. Glielo chiedevo ogni tanto, senza insistere troppo, finché arrivò il momento in cui smisi semplicemente di domandarglielo. Cominciai ad andare da sola, pedalando lungo i sentieri alberati mentre il vento mi spostava i capelli e il rumore delle ruote sull’asfalto si mescolava al canto degli uccelli e al brusio lontano della città.
Mi piaceva quella sensazione. Avevo trovato uno spazio tutto mio, piccolo e semplice, ma abbastanza grande da farmi sentire libera anche dentro l’amore.
Non lo vivevo come una distanza da Manuel. Al contrario, pensavo che amare qualcuno significasse anche potersi concedere qualche angolo in cui rimanere soltanto se stessi, senza dover necessariamente condividere ogni cosa.
E forse era proprio perché avevamo imparato a prenderci anche questi piccoli spazi che i primi disastri della casa riuscivano persino a farci ridere.
Una mattina una lavatrice colorò di rosa tutte le camicie preferite di Manuel.
Rimase qualche secondo davanti allo stendino senza dire una parola, osservando quella distesa di tessuti che fino al giorno prima erano stati bianchi.
Io trattenni il fiato.
Poi lui scoppiò a ridere.
«Finalmente qualcuno ha dato un po’ di carattere al mio guardaroba.»
Qualche giorno dopo fu il turno di un mobile montato male, che oscillava pericolosamente ogni volta che aprivamo un’anta, e poco tempo dopo un pannello della cucina cadde nel cuore della notte con un rumore così improvviso e violento che ci fece saltare entrambi fuori dal letto.
Ci precipitammo in cucina ancora mezzi addormentati, guardandoci intorno senza capire cosa fosse successo.
Manuel prese la vite che era rotolata sul pavimento, la sollevò davanti a me con aria solenne e disse:
«Pionieri dell’arredo creativo.»
Risi così forte che dovetti appoggiarmi al tavolo.
Lui mi abbracciò da dietro mentre cercava di capire, per l’ennesima volta, il disegno incomprensibile delle istruzioni svedesi, e in quel momento pensai che forse era proprio quella la felicità: non una casa perfetta, non una vita senza problemi, ma qualcuno con cui poter ridere anche quando tutto ciò che hai costruito sembra sul punto di crollarti addosso.
Forse era proprio da quei momenti che nasceva la nostra complicità, una fortezza fatta di gesti quotidiani che soltanto noi due sapevamo riconoscere. Non aveva bisogno di grandi dichiarazioni, perché viveva nelle mani impolverate dopo aver montato un mobile, nelle cene bruciate mentre parlavamo troppo, nei pigiami troppo larghi della domenica mattina, nei sorrisi scambiati senza una ragione precisa e in quelle volte in cui uno dei due iniziava una frase e l’altro sapeva già come sarebbe finita.
Anche le nostre mattine avevano ormai trovato il loro ritmo.
Io facevo il caffè mentre Manuel apriva le finestre e lasciava entrare l’aria fresca della giornata. Poi tornavamo a letto, spesso senza alcuna fretta di alzarci davvero, e rimanevamo sotto le coperte ancora qualche minuto, parlando di cose importanti e di altre completamente inutili, passando da un progetto per ciò che avremmo fatto insieme alla discussione su quale film vedere quella sera.
A volte non serviva nemmeno parlare.
Bastava esserci.
In quei momenti mi sembrava che la casa avesse finalmente smesso di essere fatta di pareti, mobili e oggetti scelti con cura e fosse diventata altro, qualcosa che respirava insieme a noi.
Eravamo una casa.
Noi due.
E forse, in quel momento, bastava davvero.
Non lo sapevamo ancora, ma le pareti ascoltano. Conservano le voci, le risate, le promesse dette sottovoce e persino quelle che nessuno ha avuto il coraggio di pronunciare. E certe stanze, molto prima che ce ne accorgiamo, trattengono gli addii ancora prima degli abbracci.
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