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Fuori Controllo

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Consegna prevista Marzo 2027

Max Zanoni, fotografo sul Lago di Garda, ritrova il padre Sergio, ex dirigente finanziario scomparso da anni. L’uomo custodisce un segreto agghiacciante: il Progetto GEKO, un piano internazionale che usa un virus latente attivabile a distanza tramite frequenze per controllare le masse. Tra Haiti, Zurigo e l’Italia, inizia una corsa contro il tempo per svelare la verità. Il dossier viene diffuso e i colpevoli arrestati, ma un dettaglio nel cielo del Garda insinua il dubbio: è davvero finita?

Perché ho scritto questo libro?

Spinto dal periodo storico legato al COVID-19, ho voluto trasformare quel vissuto surreale nell’input per questo thriller. Nella finzione, narro la storia del fotografo Max Zanoni che scopre un Progetto segreto: un piano globale che usa un virus latente per il controllo delle masse. Tra Haiti e il Lago di Garda, inizia una corsa contro il tempo per svelare la verità. Ma proprio quando l’incubo sembra sventato, si accorgono che forse non è stato completamente scongiurato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

  1. La Busta

Click, click, click…

«Rebecca, ti voglio più angosciata, lo sguardo più impaurito!» esclamò Max, scattando dall’alto di una scala a doppia rampa, a un metro e mezzo dal pavimento.

Il corpo candido di Rebecca, avviluppato sinuosamente in un intreccio di fili colorati su un fondale bianco, si contorceva sul pavimento. I quattro softbox illuminavano intensamente la scena, tanto che la sua pelle chiara quasi si fondeva con il fondale.

Dai suoi occhi chiari traspariva un senso di soffocante paura, e i suoi lunghi capelli biondo platino, sparsi sul pavimento, sembravano formare una stella.

Le note di “The Miracle Drug” degli U2 echeggiavano nella sala.

La voce calda e graffiante del cantante riscaldava, come una melodia, l’enorme stanza affittata per il set fotografico.

«Ancora qualche scatto e poi basta per oggi. Devo preparare la postproduzione da presentare a Luigi per l’agenzia.»

Click, click.

«Prendiamo una pizza insieme? Possiamo farcela portare qui, che ne dite?» propose Vania, assistente, truccatrice e tuttofare di Max.

«Perché non scendiamo da Leo?» rispose Max, aiutando Rebecca a districarsi dai fili.

Mentre riavvolgeva le matasse, Max pensava già al lavoro che lo attendeva dopo cena. Aveva in mente la serie di provini da sottoporre a Luigi il giorno seguente. Era soddisfatto che Luigi gli avesse dato carta bianca sull’interpretazione dell’incarico. Voleva rappresentare al meglio, attraverso un’immagine, l’intricato, angosciante e caotico mondo della connettività globale: qualcosa che ti cattura nelle sue maglie e ti imprigiona, a causa o grazie alla tecnologia, che ci permette di essere ovunque e in qualunque momento, ma al contempo chiusi e intrappolati in un groviglio di informazioni globali.

Rebecca, avvolta in un accappatoio, era in piedi accanto alla grande finestra, mentre le lunghe ombre si riflettevano sul lago di Garda.

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Moniga del Garda, immersa in una distesa di oliveti, con le sue spiagge di ciottoli e la strada panoramica che conduce a Salò attraverso la zona di produzione del Chiaretto, era un luogo tranquillo e ideale per le lunghe passeggiate in famiglia.

Max ripensava a quando, da bambino, percorreva quei luoghi con sua madre, che lo metteva in guardia dai pericoli, mentre lui correva felice nelle fresche sere di primavera e poi, sfinito, si addormentava sulle spalle di suo padre. Aveva quattro anni e mezzo.

Poi, gradualmente, tutto era cambiato. Suo padre era sempre via per lavoro, si assentava per lunghi periodi, e sua madre piangeva spesso nel silenzio della notte. Le lunghe passeggiate non avevano più lo stesso sapore. Non seppe mai cosa avesse causato l’allontanamento di suo padre, ma soffrì molto della sua mancanza, fino a quando smise di sperare nel suo ritorno. Si sentì abbandonato…

Mentre sistemava il set, Max sentì un nodo alla gola.

«Che succede, Max?» chiese Vania, che lo stava osservando.

«Niente, tutto bene. Solo certi ricordi che riaffiorano quando torno da queste parti» rispose.

Rebecca, in jeans e camicetta bianca, stava uscendo da dietro il separé. «Allora, pizza?»

«Sì, un attimo che finisco di sistemare l’attrezzatura.» rispose Vania.

Mentre Vania smontava i softbox dai piantoni, Max riponeva la sua Canon Mark IIID, il Macbook Air e i cavetti nella borsa a tracolla. Smontò i tre flash e la fotocellula pilota, adagiandoli nella cassa di alluminio imbottita. Lasciò tutto vicino all’entrata, prese solo la tracolla, chiuse a chiave e si avviarono tutti e tre.

Passarono di fronte al Residence Olimpia e proseguirono lungo la strada fino alla pizzeria “La Darsena”, sul lungolago. Entrando, trovarono il locale ancora poco affollato.

«Ciao Leo, siamo affamati!» esclamò Max ridendo.

«Massimo Zanoni, ogni tanto ti degni di farmi visita.» rispose Leo con ironia. «Le tue onorificenze ti hanno fatto dimenticare i vecchi amici!» Nel dirlo, posò tre birre sul bancone.

«Per me no, grazie» si affrettò a dire Rebecca.

«Già, nemmeno io e Max» aggiunse Leo ridendo. Vania rise compiaciuta della loro intesa.

«Agli amici, che rimangono tali anche se gli impegni non sempre lo consentono.» disse Max alzando il bicchiere.

«A noi!» rispose Leo.

Bevvero un lungo sorso, poi posarono i bicchieri e si strinsero in un abbraccio.

«Ovviamente Leo, sono o non sono il tuo cliente preferito?»

«Certo Massimo, come potrei negarlo?»

Si avviarono lungo il corridoio verso la saletta adiacente, dove sei tavoli erano disposti, uno proprio di fronte alla finestra con una magnifica vista sul molo, le barche ormeggiate e i riflessi delle luci che cominciavano a scintillare sull’acqua al crepuscolo.

Sulla parete a fianco spiccava una fotografia 70×40 che ritraeva lo stesso tavolo di fronte alla vetrata aperta, con seduti Leo, Max e altri tre. Oltre la vetrata si intravedevano l’acqua del molo, le barche, la gente e i colori vivaci di una sera di mezza estate.

Nell’angolo in basso a destra c’era una dedica: “A Leo, splendido e brillante come il sole di mezza estate. Max”.

Erano passati diversi anni da quella memorabile nottata.

La serata trascorse immersa nei ricordi. Quando si alzarono dal tavolo, era quasi l’una e il locale era vuoto, con le sedie rovesciate sui tavoli.

Uscendo, Leo disse: «Mi raccomando, non far passare di nuovo anni prima di tornare a trovarmi.»

«Ripasso, promesso…» rispose Max.

Si avviarono lungo la strada fino alle rispettive auto. Max diede un bacio sulla guancia a Vania e a Rebecca, congedandosi, mentre le due ragazze continuavano a chiacchierare.

Arrivato a casa, prese la posta: bollette, pubblicità e una busta imbottita marrone. Posò tutto sul tavolo, compresa la tracolla, e andò a farsi una doccia calda. Uscito dalla doccia, si stese sul letto in accappatoio e si addormentò subito.

Si svegliò di soprassalto verso le quattro del mattino, chiamando suo padre nel sonno.

Stava sognando di essere bambino, solo lungo la passeggiata di Moniga, chiamando angosciato suo papà mentre lo vedeva allontanarsi fino a scomparire.

Sentendosi infreddolito, si alzò, indossò una maglietta e un paio di slip e si infilò sotto le coperte.

Dopo mezz’ora, ancora in preda all’insonnia, decise di alzarsi. Indossò una maglia e i pantaloni di una tuta da ginnastica e andò in cucina. Accese il computer sul tavolo e preparò il caffè.

Tirò fuori dalla borsa la sua inseparabile Canon EOS Mark IIID, aprì lo sportello laterale ed estrasse la scheda di memoria, inserendola nel lettore e avviando la procedura di acquisizione delle immagini. Mentre la caffettiera sbuffava sul gas, prese una tazza, la riempì a metà e si sedette al computer.

Visionò le immagini scattate il pomeriggio precedente, scartando subito quelle che non lo convincevano al primo sguardo e salvandole in una cartella apposita. Creò poi una nuova cartella per le foto che riteneva interessanti. Le caricò tutte con Adobe Bridge e le esaminò una ad una, prima di iniziare a correggere luci, saturazione, vividezza e convertire alcune in bianco e nero.

Erano quasi le 7:30 quando terminò il lavoro, e con esso anche il poco caffè freddo rimasto sul fondo della tazza.

Dopo aver salvato tutto su un disco di archiviazione esterno, preparò una copia del lavoro corretto su una chiavetta USB.

Di lì a poche ore l’avrebbe consegnata a Luigi.

Andò in bagno, si fece la barba e la doccia, poi si vestì con jeans, camicia nera a righine grigio scuro, cravatta sottile in seta nera con fantasia astratta in rilievo e giacca di pelle con collo alla coreana. Ai piedi indossò i suoi inseparabili Wolkers. Nello zainetto mise la macchina fotografica, un obiettivo da 50mm, un teleobiettivo 70-300mm e tre schede di memoria da 64GB. Infilò il Macbook nella tasca imbottita frontale, la chiavetta USB nella tasca superiore del giubbotto, prese il casco all’ingresso e scese in garage a prendere la moto, una Ducati Monster nera.

Partì subito dopo in direzione Brescia.

Era una splendida giornata di primavera, con il cielo azzurro leggermente striato da nuvole bianchissime.

Un’ora dopo stava percorrendo Corso Garibaldi.

Superò la statua dell’eroe dei Mille a cavallo, continuò fino alla Torre della Pallata attraverso la via a traffico limitato, poi per corso Mameli.

In fondo, svoltò a destra per corsetto Sant’Agata e giù fino a piazza della Loggia. Parcheggiò la moto, si tolse il casco e lo assicurò alla sella.

Luigi gli stava venendo incontro. Lo salutò con un gesto e, quando gli fu vicino, gli tese la mano.

«Luigi, come stai? Aspetti da tanto?»

«No, tranquillo, sono arrivato da quindici minuti. Ho fatto un giro tra le vetrine e poi ho sentito il rombo della tua moto e ti sono venuto incontro» rispose Luigi.

«Non volevo correre, volevo godermi questa bella giornata di primavera con l’aria frizzante»

«Già, è proprio una splendida giornata. Vieni, prendiamo un aperitivo.» concluse Luigi.

Attraversarono la piazza e imboccarono corso Goffredo Mameli.

Sotto i portici c’era la vecchia osteria da Nando, un abituale ritrovo cittadino per l’aperitivo.

Erano da poco passate le undici quando entrarono e Nando, appena vide Luigi, sollevò il coltello che teneva in mano in segno di saluto.

Si sedettero al bancone in legno d’abete chiaro e massiccio. Chissà quante storie aveva sentito quel bancone.

«Ditemi, ragazzi.» li esortò Nando.

«Facci due Negroni leggeri, come sai fare tu» disse Luigi.

Max aprì lo zainetto, estrasse il Macbook, lo posò sul bancone, sollevò lo schermo e lo accese. Nel frattempo, prese la chiavetta USB dalla giacca.

«Così vedi in anteprima il lavoro.» gli disse.

Arrivarono i due Negroni accompagnati da un vassoio con delle mini bruschette.

«Ci vizi, Nando, lo sai?» commentò Luigi.

Intanto Max aveva già avviato Adobe Bridge e stava caricando le immagini dalla chiavetta.

«Sei unico» fece Luigi. «Sai sempre cogliere nel segno con i tuoi lavori. Sapevo di non sbagliare commissionando a te questo lavoro e, a maggior ragione, per averti lasciato carta bianca sulla scelta del backstage.»

«Grazie!» rispose Max. «Cerco sempre di non deludere, di questi tempi non me lo posso permettere.»

Le immagini scorrevano sullo schermo mentre sorseggiavano l’aperitivo e gustavano le bruschette.

Erano le 14:00 quando Max chiuse il computer e si diresse verso l’uscita.

In quel momento, squillò il cellulare: era Vania.

«Ciao Max, ho finito di sistemare tutto in studio. Se non hai bisogno di me, mi prenderei il resto del pomeriggio, ho alcune commissioni da sbrigare.»

«Va bene, io rientro verso sera, ma non passo dallo studio, vado direttamente a casa.» rispose Max.

«Ci vediamo domani mattina in studio, allora. Buona serata.» disse Vania.

Max infilò la chiave nella serratura. Un’occhiata all’orologio: erano le 20:00.

Non sentiva particolarmente fame, ma decise comunque di mangiare qualcosa. Il frigo era desolante: si preparò un po’ di insalata e mise a scongelare nel microonde due hamburger presi dal freezer. Versò un filo d’olio in padella con uno spicchio d’aglio, poi adagiò gli hamburger e li lasciò cuocere a fuoco medio.

Stappò una bottiglia di Cabernet Franc e bevve un bicchiere mentre aspettava la fine della cottura.

Mangiò seduto sullo sgabello accanto alla penisola, senza neanche apparecchiare. Spesso mangiava in modo così frettoloso.

Dopo cena, mise tutto in lavastoviglie e si diresse verso il divano per rilassarsi. Prima di mettersi comodo, prese la posta che aveva lasciato sul tavolo la sera prima e iniziò a scartare le varie lettere: fatture, bollette, pubblicità…

Si ritrovava spesso a esaminare i dépliant pubblicitari alla ricerca di difetti, una sorta di deformazione professionale. Poi prese in mano una busta marrone imbottita, e mentre stava per aprirla, suonarono alla porta.

Rimise le carte e le buste sul tavolo e andò ad aprire.

Dallo spioncino vide Elena, la sua ragazza. Aprì.

«Ciao amore, volevo farti una sorpresa. Disturbo?»

«Mai, amore mio.» rispose, avvicinandosi per baciarla.

«Sono passata per vedere come stai. Ti ho portato il gelato, così mi racconti com’è andata la giornata.»

Elena aveva 36 anni, quattro più di lui, ma ne dimostrava molti meno.

Alle spalle aveva una brutta storia, un matrimonio finito e due figli da crescere, uno di 12 e una di 16 anni. L’ex marito, un imprenditore di 40 anni, aveva preferito la sua segretaria venticinquenne, abbandonandola con due figli piccoli da crescere. Lui si limitava a versare l’assegno di mantenimento per i bambini, mentre lei aveva rifiutato la parte che il giudice le aveva riconosciuto.

Nonostante le difficoltà, Elena riusciva sempre a essere allegra e solare.

Aveva conosciuto Max nel suo negozio di estetica, quando lui si era presentato per prenotare una seduta di abbronzatura.

Tra loro c’era stato subito qualcosa di speciale e avevano iniziato prima a conoscersi, poi a uscire insieme, fino a frequentarsi regolarmente.

Ed ora stavano bene insieme. Lei ripeteva spesso di non aver mai creduto di potersi innamorare di nuovo, e invece era successo, ed era ancora meglio di prima.

Max si sentiva molto attratto da lei, era protettivo e, nonostante la differenza d’età, la faceva sentire una ragazzina.

Spesso dormiva da lei. All’inizio andava a casa sua solo per cena, poi aveva invitato lei e i bambini a mangiare da lui. Gli piaceva cucinare per loro, ridere, scherzare e giocare insieme, tanto che lo avevano fatto sentire uno di famiglia.

Poi, una notte di Natale, lei gli aveva chiesto di fermarsi a dormire da loro, per scartare insieme i regali la mattina seguente, e da quel momento si erano resi conto di quanto avessero bisogno l’uno dell’altra.

Mangiarono il gelato davanti alla TV, poi lui si alzò per prendere qualcosa da bere dal frigo, tornando in salotto con due bicchieri colmi di succo d’arancia.

Rimasero ancora lì davanti alla televisione, lei stesa di spalle con la nuca appoggiata al suo petto e lui che la stringeva forte a sé, cingendola con le braccia e baciandole dolcemente la fronte.

«Sto così bene con te…» disse Elena.

«E io con te, tesoro. Quando sono con te vorrei fermare il tempo per godermi all’infinito la tua dolcezza.»

«Amore mio… sei sempre così dolce, non vorrei mai andar via quando sono con te.» disse Elena.

«Ma purtroppo per me è tardi, devo tornare dai miei ragazzi o mi daranno per disperso.»

«Vuoi che ti accompagni? Mi metto le scarpe e andiamo.» si offrì Max.

«No, vado sola, non serve.»

Si rimise la giacca e si salutarono con un lunghissimo bacio.

Max andò subito a fare la doccia e, una volta a letto, si addormentò immediatamente.

Alle 7:20 la sveglia suonò. Andò in cucina e preparò la caffettiera. Alzò le tapparelle e la luce del sole mattutino illuminò il tavolo del soggiorno, dove notò una busta imbottita.

La prese e ne sollevò il lembo, guardando all’interno: c’erano uno strano oggetto e un foglio di carta piegato.

Afferrò l’oggetto, che sembrava una chiave simile a quelle usate per alcuni distributori automatici. Era di colore grigio scuro e, nella parte superiore, uno stemma argentato raffigurava tre chiavi antiche incrociate. Una sottile fessura centrale suggeriva la possibilità di aprirlo. Lo prese per le due estremità e tirò cautamente. La parte con lo stemma iniziò a scorrere sull’altra, rivelando un piccolo display simile a quello di una calcolatrice.

Una volta aperto completamente, un click attivò due piccolissimi LED, uno rosso e uno verde, che iniziarono a lampeggiare alternativamente. Dopo un paio di secondi, l’alternanza cessò, lasciando fisso solo il LED rosso, e contemporaneamente sul display apparve la scritta: not found…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Fabrizio Petozzi
Fabrizio Petozzi è nato a Maniago (PN) nel 1969. Diplomato in elettrotecnica, oggi gestisce un bar caffetteria a Meduno. Da sempre appassionato di lettura e scrittura, coltiva nel tempo libero l'esplorazione di dimore storiche e la fotografia (Urbex e street photography), passione che nel 2012 lo ha portato a vincere il concorso fotografico "Acque di Meduno". Grande lettore di thriller, corona il sogno di una vita con la pubblicazione del suo romanzo d'esordio. L’opera, interamente di fantasia, ha preso forma durante il surreale lockdown del 2020, traendo ispirazione proprio dalle profonde spaccature e dai dibattiti che hanno segnato quel periodo sociale così unico.
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