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Fuori dall’incubo

Fuori dall'incubo

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Aprile 2024
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Paola è una giovane donna piena di sogni e desideri quando incontra Marco. Quello che sembra un matrimonio perfetto si trasforma ben presto in un incubo dal quale solo con grande difficoltà e dopo un episodio gravissimo riesce a scappare. La scrittura la aiuta a mantenere un equilibrio e a reinventarsi e, quando una casa editrice accetta le bozze del romanzo che ha scritto, le sembra di poter ricominciare a vivere e respirare. Durante un incontro di lavoro conosce Luca, bookinfluencer della casa editrice, e tra loro nasce una passione che in poco tempo si trasforma in amore. Ma non è facile per Paola lasciarsi andare dopo le esperienze traumatiche di cui è stata vittima: l’incubo è dietro l’angolo, e la attende in agguato quando meno se lo aspetta. Riuscirà Paola a salvare se stessa, o aspetterà di essere salvata?

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre immaginato storie nella mia testa, che continuavano sera dopo sera prima di dormire. Dopo un’esperienza traumatica, ho deciso di provare a metterne una nero su bianco: è stato un esercizio catartico e che mi ha dato l’opportunità di uscire da alcuni ricordi difficili.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO IX

Ebbi la sensazione che le settimane cominciassero a volare.

Non facevo niente di più delle solite cose ma mi sembrò di rifiorire: mi svegliavo, se non soddisfatta, almeno contenta di avere un periodo in cui non dover prendere decisioni. Potevo godermi il passare dei giorni senza il senso di inutilità che mi aveva accompagnato fino a quel momento; mi sentivo giustificata anche a non lavorare, a non intraprendere nulla di nuovo. Si era placata l’ansia del sentirmi in gabbia.

Anzi, ora quasi mi piaceva la protezione che fornivo alla creatura che portavo in grembo, e sentivo come un privilegio non dover lavorare quando tante donne erano costrette a farlo controvoglia per quasi tutta la gravidanza. E, dopo che il bimbo fosse nato, mi sarei goduta i suoi primi mesi senza sensi di colpa: solo quando avessi avuto voglia di distaccarmi da lui avrei riflettuto sul da farsi.

In realtà, avevo sempre avuto idee più moderne di così: mi ero immaginata moglie e madre in carriera, e avevo un po’ compatito chi stava a casa giudicando superficialmente la sua vita, ma in quel periodo non avevo un’idea coerente con me stessa.

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Ho imparato, col tempo, che qualsiasi condizione ci rende felici se è ciò che vogliamo: lavorare, non lavorare, crescere i figli, non averne affatto. Se il nostro stato è frutto delle nostre scelte ci appaga. Se, al contrario, per qualsiasi motivo siamo forzati, subentrano rabbia e frustrazione, come nel mio caso.

Io stavo creando, con tutte le mie forze, una coperta di benessere che avvolgesse me e il bambino: evitavo i litigi, ero serafica di fronte a qualsiasi intoppo, mi facevo stare bene tutto.

In un certo senso mi ero chiusa in una bolla, e mi rendeva tranquilla rimandare i miei precedenti malumori e le decisioni che ne sarebbero seguite.

Intanto, avevo deciso come dire a Marco della gravidanza. Avevo trovato un piccolo fioraio al Vomero che organizzava sorprese a domicilio, così mi ero accordata, andandoci più volte durante l’ultima settimana di aprile, per la consegna di un fascio di rose a casa il sabato seguente. Ai fiori sarebbe stato legato un palloncino con una scatolina all’interno che conteneva un paio di calzini da neonato. Una sorta di matrioska che, speravo, gli sarebbe piaciuta. 

Nell’ultima settimana Marco si era incupito sempre di più. Quando era a casa parlava poco, aveva un’espressione costantemente arrabbiata.

Quando gli chiesi cosa non andasse, mi rispose che stava avendo delle grane al lavoro di cui non aveva voglia di parlare. Visto che mi invitava elegantemente a farmi i fatti miei, non mi interessai oltre e non domandai più niente, e il suo umore non fece altro che peggiorare.

Mi rispondeva in modo brusco, era nervoso come non mai e non mi toccava da almeno una decina di giorni (non che mi dispiacesse particolarmente).

Questo suo atteggiamento mi infastidì però al punto da farmi quasi annullare la sorpresa. Poi mi dissi che, se era così nervoso per il lavoro, con la bella notizia gli avrei tirato su il morale e, siccome non immaginavo minimamente di essere io il motivo di tutta quell’agitazione (ero sempre a casa, a parte le tre volte dal fioraio per portargli i vari pezzi per comporre il palloncino), lo scusai dicendomi che presto gli sarebbe passata.

Il giovedì precedente alla sorpresa era una bellissima giornata, tiepida e limpida.

Quando mi alzai Marco ovviamente non c’era e, dopo colazione, mi prese la voglia di fare una passeggiata.

Negli ultimi tempi avevo ripreso i contatti quasi quotidiani con mia cognata Lucia, e le avevo anche detto della gravidanza (lo sapeva anche mia mamma), quindi le telefonai chiedendole se avesse tempo e voglia di prendere un caffè con me; accettò subito e ci demmo appuntamento un’ora dopo sotto casa sua, dove sarei passata a prenderla.

Mi lavai e vestii e, al momento di uscire, non trovai le chiavi di casa. Le cercai dappertutto, ma niente. Allora pensai che mi sarei solo tirata la porta e poi sarei rimasta da mia suocera aspettando che Marco finisse di lavorare, oppure sarei passata un attimo in studio a prendere le sue. Lo avrei avvisato strada facendo, quindi aprii la porta per uscire. Era chiusa a chiave. La forzai un paio di volte più per frustrazione che altro, ma ovviamente non si aprì.

Ero chiusa dentro. Marco mi aveva chiusa dentro.

Mi salì una rabbia così grande che tempestai di pugni la porta e poi corsi a cercare il cellulare, con l’intenzione di fargli una sfuriata. Cercai il suo nome con le dita che per poco non bucavano lo schermo. Appena rispose, con la voce che tremava dalla rabbia repressa, gli chiesi cosa avesse avuto intenzione di fare chiudendomi dentro. Dall’altro lato, un attimo di silenzio, e poi: “In che senso ti ho chiusa dentro?”. Il tono innocente mi confuse.

“La porta è chiusa a chiave, Marco” gli risposi più calma. Mi sembrava davvero sorpreso…che avesse chiuso senza pensarci? Non l’aveva mai fatto nemmeno nel periodo dei peggiori litigi.

Riprese: “Non ricordo di aver chiuso a chiave, se l’ho fatto deve essere stato un gesto automatico, scusami. E poi che chiusa dentro, non  hai le chiavi per aprirti?”.

Ecco, ero stata una cretina malpensante. Meno male che non avevo urlato, e gli dissi più calma: “Marco, non le  trovo. Ho cercato ovunque ma non le trovo”.

“Vabbè, tranquilla, da qualche parte saranno, le cerchiamo insieme stasera. Dovevi fare qualcosa di urgente? Io ora non posso muovermi, ma magari mando papà a portarti le mie chiavi…”

Gli dissi che non faceva niente, mi dispiaceva scomodare mio suocero che stava lavorando anche lui e, per di più, mi sentivo una stupida.

Una volta staccato con Marco telefonai a mia cognata e le spiegai cosa era successo. La prendemmo a ridere, e lei mi chiamò Raperonzolo, la principessa dai lunghi capelli intrappolata nella torre. Il paragone mi diede un po’ fastidio: era così che mi vedeva? Lucia sapeva anche della sorpresa del sabato successivo, e mi disse di fare un video per riprendere la reazione del fratello, poi si raccomandò di dare un bacio alla mia pancia e staccammo con la promessa di riorganizzarci per un caffè al più presto.

Così passai l’ennesima giornata a casa tenendomi impegnata come potevo e rinunciando a cercare le chiavi perché, più non le trovavo, più mi innervosivo.

Quando Marco tornò da lavoro riprendemmo la ricerca e, alla fine, le trovò sotto il mobile della cucina. Non avevo idea di come ci fossero finite, ma lui minimizzò dicendo che magari erano cadute e le avevo spinte inavvertitamente con un piede.

Mi sembrò strano e mi tornarono i dubbi della mattina.

“Marco” esordii piano “sei sicuro di aver chiuso la porta senza farci caso e di non aver fatto sparire le mie chiavi?”.

Mi guardò con aria offesa ma, se al telefono mi aveva ingannata, ora non gli credetti minimamente.

“Perché avrei dovuto chiuderti dentro, scusa?” mi chiese con gli occhi socchiusi, un po’ minaccioso. “O sei arrabbiata perché dovevi fare qualcosa di molto importante e non ci sei riuscita?”.

-“Dovevo prendere un caffè con tua sorella”.

Mi osservò beffardo: “Certo, come no”.

Lo guardai a bocca aperta e gli dissi: “Se non mi credi, verifica! Chiama Lucia e chiediglielo!”.   -“Non ti scaldare” mi disse di nuovo gelido. “Sarebbe facile fare delle cose prima o dopo aver preso un caffè con qualcuno”.

Allora mi arrabbiai. “E tu pensi che avrei modo di fare qualcosa con qualcuno visto tutto il tempo che passo in casa? Ancora non ti fidi di me…non ci posso credere!”.

Mi allontanai bruscamente da lui e andai in camera da letto urlandogli: “Ringrazia che non ho la certezza che mi hai chiusa dentro, perché nel caso si tratterebbe di sequestro di persona!”.

Marco non mi rispose e non venne a letto. Mi alzai per andare a bere un paio di volte durante la notte ma non lo degnai di uno sguardo: non sarebbe riuscito a riversare su di me il suo malumore.

Il venerdì passò senza che quasi ci vedessimo perché la sera aveva una cena con i colleghi e, quando tornò, io già dormivo.

Finalmente arrivò il sabato della sorpresa, che speravo avrebbe dissipato i malumori. Quel giorno andai dai miei genitori e, quando tornai a casa, preparai una bella cena sperando che mio marito tornasse di umore migliore. Ormai sembrava che le giornate ruotassero attorno a questo, e volevo andare oltre.

Mi imposi di essere allegra e amorevole e, quando Marco entrò, gli andai incontro per un bacio. Ci eravamo visti di sfuggita negli ultimi due giorni ma a quanto pareva la cosa non lo aveva ammorbidito, anzi: scansò il bacio e disse che andava a lavarsi.

Quanto ero stanca di quell’atteggiamento, quanto mi urtavano quei comportamenti senza una ragione! Per la centesima volta mi imposi di stare calma, convinta che a breve tutto sarebbe cambiato: mancava poco e il fioraio avrebbe portato quel maledetto palloncino che nella mia testa avrebbe rimesso in riga la nostra vita.

Mi sedetti sul divano ad aspettare con la tv accesa e la cena che si freddava.

Marco tornò dopo una decina di minuti vestito con lo stesso completo di prima, non si era tolto neanche la cravatta.

“Non ti sei più lavato? Si sta facendo tutto freddo” gli dissi.

Lui si sedette a gambe larghe sulla poltrona di fronte a me e congiunse le mani. “Dobbiamo parlare” mi rispose senza guardarmi, con gli occhi socchiusi, l’aria sofferente.

Mi misi seduta più eretta e gli dissi: “ Dimmi tutto…È successo qualcosa a lavoro o a casa tua? Per questo sei stato così nervoso in questi giorni?” .

Per la prima volta da quando era entrato mi guardò con odio. “Sei seria? Fingi ancora? Ti ho scoperto, troia!” urlò, perdendo la compostezza.

Pensai con una fitta di senso di colpa che si fosse accorto che 15 giorni prima ero stata dall’avvocato, e gli dissi: “Cos’hai scoperto? Dillo anche a me perché non lo so!”.

Si alzò in piedi di scatto e cominciò ad urlare: “Cosa ci sei andata a fare tre volte in una settimana in quel negozio al Vomero, eh?! Te lo dico io, puttana, te la fai col commesso, col proprietario, con chi dei due?!”.

Sconvolta e infuriata, gli urlai a mia volta che allora mi aveva fatta seguire davvero e che era proprio uno stronzo, ma lui non mi ascoltava, tutto preso dalle sue convinzioni.

“Cosa ci facevi coi fiori a chi li dovevi far arrivare che troia puttana pensavi che non lo avrei scoperto io A LAVORARE E TU A FARE I POMPINI A QUALCUNO TROIA!”.

Era un fiume in piena e, siccome non mi faceva parlare e stava decisamente esagerando, mi alzai dal divano per andarmene.

Appena gli voltai le spalle, urlando ancora oscenità, mi prese per i capelli facendomi vedere le stelle dal dolore, e mi buttò sul divano. Si gettò su di me con forza, svuotandomi i polmoni, e mi schiacciò la testa nel cuscino tanto che non riuscivo a respirare. Mentre venivo meno lo sentivo urlare che ero sua sua sua, che mi avrebbe ammazzata, che non mi meritavo uno come lui, che l’aveva sempre saputo com’ero, lo doveva capire da quando mi aveva conosciuta e io ero già esperta.

Riuscii a dargli un calcio sul ginocchio che gli fece allentare la presa sulla mia testa, così ripresi aria e mi si schiarirono le idee. Mi rialzai appena in tempo per scansare un pugno che mi avrebbe rotto la bocca ma mi prese solo di striscio sulla clavicola, poi Marco mi afferrò da dietro, mentre cercavo di scappare, chiudendomi le braccia attorno al corpo come una morsa, e mi scaraventò a terra.

Cominciai a piangere per l’impotenza: era troppo grosso e, per quanto facessi resistenza, non riuscivo a reagire. Scalciai e, mentre si calava verso di me, gli graffiai la faccia e gli tirai i capelli; sempre urlandomi parolacce e insulti in dialetto, mi sbattè la testa sul pavimento, tanto che mi venne la nausea dal dolore. Poi cominciò a riempirmi di calci. Protessi la pancia con le braccia come meglio potevo, rannicchiandomi in posizione fetale, sperando che tornasse in sé e la smettesse. Sotto i colpi e le urla la mia voce nemmeno si sentiva.

Poi bussarono alla porta.

Marco si bloccò di scatto, allucinato, stravolto, con la camicia tutta fuori dai pantaloni, i capelli in un groviglio di disordine, la faccia graffiata.

Mi guardò come se mi vedesse solo in quel momento, e sembrò svegliarsi da uno stato di trance, bloccato credo dall’orrore.

Bussarono di nuovo.

Si riscosse, mi guardò con sospetto e paura, pensando di sicuro che qualche inquilino del palazzo avesse sentito le urla e i tonfi, facendomi segno di stare zitta. Si avviò alla porta.

Con fatica mi alzai da terra. Non guardai nell’ingresso, da dove proveniva una voce allegra che diceva auguri e congratulazioni, ma andai nel cassetto della cucina in cui tenevo i coltellacci da arrosto, e ne presi uno. Corsi in camera da letto mentre la porta d’ingresso si chiudeva.

Naturalmente sapevo chi era, e stavo immaginando lo shock di Marco quando avrebbe trovato i calzini da neonato nell’astuccio insieme alla mia lettera, portati dallo stesso fioraio che credeva fosse il mio amante.

Tirai fuori un borsone da palestra e cominciai a metterci qualche cambio, i documenti, le chiavi, le cose che mi trovavo sottomano; tutto il resto l’avrei comprato in un secondo momento.

Con sadica gioia mi venne in mente che avevo messo il mio cellulare sulla mensola della cucina a un’angolatura che riprendeva perfettamente il divano, e avevo avviato la registrazione quando Marco si era andato a lavare. Quel video sarebbe stata un’arma e una prova.

Andai in bagno a esaminare i danni e mi accorsi di non avere ferite sul viso, a parte il rossore e gli occhi spiritati. Tutto il corpo invece era costellato di segni rossi che sarebbero diventati lividi, e avevo le mani piene di  taglietti che mi ero procurata cercando di proteggere la pancia.

Ero sotto shock ma lucida, e finalmente vedevo tutto.

Marco mi faceva fatta seguire, mi controllava, mi aveva chiusa in casa, e io avevo cercato di giustificarlo, mi ero resa cieca e sorda per poterlo perdonare ogni volta. Adesso era andato oltre. Se non avessero bussato alla porta cos’altro avrebbe fatto?

Non ci pensai troppo: mi interessava cosa avrei fatto io a lui ora. Sentivo che mi pervadeva uno spirito di vendetta, una crudeltà tale che, se avesse alzato anche solo un dito, lo avrei pugnalato.

Uscii dal bagno e tesi le orecchie. Dalla cucina, il più assoluto silenzio, ma sapevo cosa sarebbe successo: sarebbe partita la litania del perdono, delle lacrime, delle scuse e delle promesse.

Cosa avrei dato per essermene andata via prima, per aver ascoltato l’avvocato, le mie amiche, persino mia cognata! A tutti era chiaro quanto fossi prigioniera e in pericolo, tranne che a me.

Mentre finivo di riempire il borsone sentii i passi di Marco.

“Sei incinta?” mi chiese con voce debole, piangente.

Non risposi.

Si passava la mia lettera da una mano all’altra e, vedendo quello che stavo facendo, attaccò con le preghiere.

“Perdonami, sono impazzito, pensavo che mi tradissi, non avevo capito niente…Ti prego, amore, guarda che mi hai fatto fare, hai reagito anche tu ma ora basta…Fammi vedere se ti fa male da qualche parte…”

Vedendo che non rispondevo si avvicinò, dicendo con più decisione: “Non vai da nessuna parte, ora parliamo e risolviamo, ti prometto che non succederà mai più, io…”

“Marco” lo interruppi guardandolo negli occhi mentre chiudevo la lampo della borsa e me la mettevo in spalla. “Se ti avvicini di un altro passo, ti ammazzo”.

La mia voce dovette convincerlo che ero seria, perché vidi che mi credeva e seguiva con gli occhi il coltello che adesso gli mostravo.

“Non mi vedrai mai più. È finito tutto, hai distrutto tutto. Ora vado via e, se ci tieni alla tua faccia, non mi fermare”.

Forse la minaccia andò a vuoto perché mi accorsi che non mi guardava in viso, ma mi fissava le gambe.

Mi scorreva per le cosce sangue denso e scuro.

CAPITOLO X

Mi esplose nel cervello un dolore incredibile: Marco mi aveva rovinato la vita, e si era preso anche quella che mi cresceva dentro.

Lo lasciai lì e corsi in cucina a recuperare il cellulare, che da una mensola ancora riprendeva il divano vuoto e il tavolino rovesciato. Staccai la registrazione e lo misi in tasca, presi le chiavi della macchina e, senza guardarmi indietro, andai via di casa.

Avevo paura che Marco mi stesse seguendo, quindi non aspettai l’ascensore ma scesi a piedi correndo, con le gambe viscide di sangue che mi davano un fastidio terribile. Arrivata al piano interrato dov’erano i garage, aprii il nostro e mi ci chiusi dentro, presi degli asciugamani vecchi con cui ogni tanto pulivo la macchina, li misi sul sedile dell’auto e partii.

Dovevo andare in ospedale, stavo avendo un aborto.

Mi avviai come un automa verso quello più vicino, il Fatebenefratelli, e telefonai all’avvocato Tosa. Erano le 20.30 circa e l’avvocato rispose al quarto squillo.

“Paola, buonasera” mi salutò tranquillo. Con una calma dettata dallo shock gli dissi quello che era successo e dove stavo andando, che volevo distruggere Marco da ogni punto di vista, e che volevo che lui mi seguisse legalmente.

“Paola…mi dispiace tanto. Ha subito la cosa più brutta e con le peggiori conseguenze che le potessero capitare”.  Nella sua voce sentii un dispiacere sincero. “Certo che la seguirò, ora però pensi ad andare in ospedale e a rimettersi. Ha qualcuno che può stare con lei o vuole che venga io?”.

Mi commosse l’offerta, ma avevo deciso che avrei chiamato mia madre. Mi uccideva addolorare così la mia famiglia, ma non avrei nascosto niente di quanto mi stava succedendo: l’avevo fatto già abbastanza e quelle ne erano le conseguenze.

Ora tutti avrebbero saputo chi era davvero Marco, e l’avrebbero saputo direttamente da me: l’avrei raccontato a chiunque.

“Grazie, avvocato, per la sua gentilezza, ma dopo aver staccato con lei chiamerò mia madre e la farò venire” gli dissi, e lui mi rispose di richiamarlo l’indomani, a qualsiasi ora io volessi, per fargli sapere come stavo e decidere insieme il da farsi.

“Avvocato” gli dissi prima di staccare “ho ripreso tutto”.

“Sul serio? Come ha fatto?!”.

Sorrisi con ironia amara. “Volevo riprendere la sorpresa”.

L’avvocato Tosa mi rispose cupo: “Bene. Avrà lui una grande sorpresa allora, quella che merita. Questa è una prova schiacciante di cosa le ha procurato l’aborto. Mi mandi subito la registrazione, ci penso io a metterla al sicuro, e non gli risponda al telefono. La chiamerà e cercherà di plagiarla, ne sono certo, ma lei non risponda”.

“Mi creda” gli dissi – ed ero sincera – “l’amore che provavo non c’è più, niente di quello che farà o dirà mi convincerà mai a tornare con lui. Lo odio”.

“Meglio così” mi rispose. “Stia attenta e vada a casa dei suoi, non esca da sola, e mi faccia sapere  cosa le dicono in ospedale”. Ringraziai e riattaccai.

Avevo appena posato il cellulare che arrivò la chiamata di Marco. Ebbi l’istinto di gettare il telefono dal finestrino. Quando gli squilli terminarono, prima che richiamasse, telefonai a mia madre. Avevo pensato di minimizzare e raccontarle poi tutto da vicino ma non ce la feci, e le dissi piangendo che stavo andando al pronto soccorso perché Marco mi aveva picchiata e adesso stavo probabilmente abortendo. La sconvolsi, ma fu più risoluta di quanto avrei immaginato: sarebbe venuta subito insieme a mio padre. Su Marco non profferì parola, ma sapevo di avere la sua più totale approvazione, ora che lo avevo lasciato.

La telefonata più brutta, nel parcheggio del pronto soccorso, fu quella a mia cognata Lucia. Cominciò a piangere disperatamente e mi chiese perdono per non essersi accorta di nulla, disse che le dispiaceva e che la sua famiglia mi sarebbe stata vicino appoggiandomi qualunque cosa volessi fare.

Ne dubitavo visto che volevo denunciare Marco, ma non dissi nulla di questo nè del video che custodivo nel telefono e che avevo già inviato all’avvocato.

Poi scesi dalla macchina ed entrai in ospedale.

Fui considerata un caso urgente e mi visitarono subito in ginecologia. Avevo un aborto in corso, ma dalla visita risultò che non c’era bisogno di raschiamento: sarebbe andato via tutto da solo.

Nel frattempo erano arrivati i miei genitori, che mi stettero vicini per tutto il tempo della visita e con i quali andai a casa una volta dimessa.

Mentre guidavo verso casa dei miei riflettevo sul da farsi: il giorno dopo avrei chiamato l’avvocato e avrei sporto denuncia per procurato aborto colposo: con la prova video e il referto dell’ospedale avevo tutto ciò che mi serviva per rovinare mio marito.

Mi sentivo stranamente distaccata da tutto, ero pervasa da una furia fredda che mi manteneva calma e controllata. Sapevo che il crollo sarebbe arrivato, ma per il momento non mi preoccupavo: ero così stanca da non avere neanche la forza di pensare cosa avrei fatto il giorno dopo, volevo soltanto dormire una decina di ore.

Spensi il telefono, visto che Marco continuava a telefonarmi e mi tempestava di messaggi che non avevo intenzione di leggere.

Dopo aver fatto una doccia a casa dei miei genitori ed essermi coricata nel lettino della cameretta che avevo lasciato appena l’anno prima, finalmente piansi, e si sciolse il nodo di dolore che avevo dentro.

Piansi per il bambino che avevo perso, del quale non avevo nemmeno ancora immaginato le fattezze perché non ce n’era stato il tempo; piansi per me, per le mie illusioni di cambiare, perdonare, andare avanti; piansi per quello che ero diventata, per quello che gli avevo permesso di farmi.

Per buona parte della notte mi rigirai nel cervello una frase di Emily Dickinson che adesso capivo in pieno: ‘Un giorno mi perdonerò. Del male che mi sono fatta. Del male che mi sono fatta fare. E mi stringerò così forte da non lasciarmi più’.

Era quello che sentivo e, alla fine, mi addormentai promettendo a me stessa che avrei ricominciato da capo e non avrei permesso mai più a nessuno di farmi soffrire.

Sperai che il mattino arrivasse presto.

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Teresa Cannavale
Teresa nasce nel 1988 a Gragnano in provincia di Napoli. Appassionata sin da piccolissima di lettura e scrittura, si avvicina anche al mondo dell' arte e , nel 2012, si laurea in Conservazione dei Beni Culturali. Altra sua grande passione è il pattinaggio artistico, del quale è istruttrice federale dal 2017. Moglie di Francesco e mamma di due bimbi, si divide felicemente tra le scuole di pattinaggio che gestisce in costiera sorrentina. Questo è il suo primo romanzo.
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