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Gemini – La nascita di un semidio

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Consegna prevista Giugno 2027
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Roma, età imperiale. Giulio Agrippa e Maecenio, gemelli dalle origini avvolte nel mistero, diventano il bersaglio dell’imperatore Tiberio e del generale Germanico. Per salvarli, il senatore Gaio Terenzio Valerio li affida al figlio Labeo, che li conduce lontano dall’Impero, verso le terre selvagge della Germania e il condottiero Arminio, l’unico in grado di proteggerli.
Nel loro viaggio attraverso montagne, villaggi ostili e foreste dove il passato sembra ancora respirare, i gemelli affrontano tradimenti, battaglie e rivelazioni che incrinano ogni certezza. Giulio Agrippa, tormentato da visioni e presagi, scopre che la sua fuga è solo l’inizio: il suo destino è legato a forze antiche, più grandi della volontà degli uomini e più oscure della guerra.
“Gemini – La nascita di un semidio” è un romanzo epico‑storico che intreccia storia, mitologia e avventura, trascinando il lettore in un viaggio di gloria, sacrificio e verità che può cambiare il destino di un Impero.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per trasformare la mia passione per la storia romana in un racconto che parla anche al presente. Volevo mostrare come potere, paura e destino siano forze che attraversano i secoli e plasmano ancora le nostre vite. “Gemini” nasce dal bisogno di unire mito e realtà, e di raccontare come due ragazzi possano sfidare un Impero… e ciò che lo supera.

ANTEPRIMA NON EDITATA

A TE TRA 2000 ANNI (I)

Romae a.d. IV Kal. Sept. DCCLXVII ab Urbe condita (Roma, 29 agosto del 14 d.C.)

Era una notte limpida e immobile, quando il cielo, scuro e profondo, si stendeva come un manto senza fine, trapunto di stelle che brillavano tranquille, quasi indifferenti ai moti terreni. La luna, piena e maestosa, dominava il firmamento, e il suo bianco splendore cadeva sui sette colli di Roma, illuminando qua e là con una luce pallida le sagome delle antiche costruzioni. Tutto sembrava sospeso in un silenzio solenne. Chi avesse distolto lo sguardo dal cielo per posarlo sulla terra, avrebbe potuto scorgere il profilo austero della Domus Augustea, eretta sul Palatino come una corona imperiale, e più giù, ai piedi dei colli, l’estesa distesa della grande città di marmo. Roma, solenne e maestosa, giaceva addormentata, avvolta nella quiete. Le sue vie erano deserte, le fontane mute, le botteghe chiuse. Gli schiavi riposavano, gli animali feroci nei recinti tacevano, e persino il Tevere, che tagliava la città come un serpente d’argento, scorreva quasi senza suono.

Ma non ovunque regnava la stessa pace. Per una strada stretta e buia, ben diversa dai viali principali della città, si udivano i passi cadenzati e metallici di un drappello di uomini armati. Erano soldati pretoriani, con corazze che scintillavano alla luce della luna, e avevano ricevuto l’ordine dal neoimperatore Tiberio Giulio Cesare Augusto. Discendendo dalla Domus Tiberiana, si dirigevano verso una grande e imponente domus, la dimora di Gaio Terenzio Valerio, stimato senatore ed eques romano. Lì, tra quelle mura, una famiglia riposava ignara, custodendo segreti destinati a essere svelati. Costui aveva tre figli: il più grande, di 21 anni, si chiamava Sesto Terenzio Labeo, e gli altri due, gemelli, di 13 anni, si chiamavano Gaio Giulio Maecenio e Marco Giulio Agrippa. La casa era protetta da un’abbondante quantità di uomini armati con gladio, pugio, scudo e pilum.

Non appena arrivati, la mano di un uomo dalla forza bruta bussò alla porta di Valerio. I soldati furono accolti da una stupenda ancella che, in mente, pensava: «Chissà chi è a quest’ora?!». Aprendo la porta, vide questo ragazzo di appena 29 anni, alto e slanciato: indossava la lorica musculata, aveva i bicipiti scolpiti, capelli neri come la morte e degli occhi vispi, di color verdastro, che affascinarono completamente la fanciulla. Il Generale si presentò a nome di Tiberio ed esclamò: «Per volontà del nuovo imperatore Tiberio Giulio Cesare Augusto, questa domus è sotto sequestro; nessuno può azzardarsi a entrare e nessuno può azzardarsi a uscire. Svegliate immediatamente il nobile Valerio; il Princeps lo ha condannato alla prigionia insieme alla sua scorta armata e ai suoi eredi; tutti sono condannati alla morte. Arrendetevi immediatamente o saremo costretti a sfilare i nostri gladi, che hanno sete di sangue!».

D’improvviso si udì una voce nel buio esclamare: «Germanico, che ci fai qui nel bel mezzo della notte con una centuria armata, te l’ha ordinato Tiberio?» – chiese Valerio, dando ordine alle sue guardie del corpo di attaccare. Germanico non fece in tempo a rispondere che iniziò l’attacco. Mentre i due schieramenti versavano sangue, Valerio corse nella stanza di Labeo e disse: «Labeo, figlio mio, svegliati immediatamente, salta a cavallo alla volta della Germania, presentati ad Arminio come mio figlio; lui ti accoglierà tra la sua gente, già sa tutto e non devi spiegargli nulla. È importante che porti con te anche Maecenio e Giulio Agrippa, Tiberio non deve assolutamente trovarli o verranno uccisi!».

Labeo accettò l’incarico, prelevò i due gemelli dal letto e tutti e tre salirono su un cavallo e iniziarono a fuggire da Roma, mentre ogni soldato in quella casa fu massacrato dalla centuria di Germanico. Le ancelle furono violentate e ammazzate, e gli schiavi arrestati insieme a Valerio. Un pretoriano riferì a Germanico: «Generale, abbiamo perlustrato tutta l’area, non ci sono tracce dei gemelli!». Germanico pensò tra sé e sé: «Quei mocciosi si stanno nascondendo. Se li trovassi, Tiberio mi riconoscerà come suo successore. Devo per forza riuscirci!» e rispose al soldato: «Si staranno nascondendo. Bruciate l’intera struttura e non lasciate nulla intatto. Tiberio li vuole morti a ogni costo!».

Mentre i tre erano diretti in Germania, negli occhi dei gemelli c’era una confusione di emozioni: tristezza, paura e rabbia. Dopo un po’ dall’inizio del viaggio, la loro domus venne completamente distrutta e rasa al suolo. Germanico, dunque, andò a riferire a Tiberio che i due gemelli erano stati uccisi e che bisognava solamente giustificare questa strage in Senato.

Intanto passarono le ore, la notte diventava sempre più cupa, i tre si erano allontanati dal Lazio e giunsero, al calar del sole del giorno seguente, al Rubicone. Labeo disse ai giovani: «Vedete ragazzi, questo è il fiume Rubicone: separa la nostra penisola dalla Gallia Cisalpina. Le forze militari possono accedervi armate solo in caso di trionfo! Solo un uomo non seguì la regola, e fu Gaio Giulio Cesare!». Maecenio rispose: «Fratellone, chi è Gaio Giulio Cesare?» e Giulio Agrippa aggiunse: «Vero, ci racconti la sua storia?».

Allora Labeo iniziò a narrare le imprese di Cesare e disse: «Qui, durante l’anno DCCIV ab Urbe condita (49 a.C.), Gaio Giulio Cesare, console romano, tornò vittorioso dalla guerra nelle Gallie, dopo aver conquistato le terre dei Galli, degli Aquitani, dei Belgi, degli Elvezi e dopo aver vinto sul loro capo tribù, Vercingetorige. Tuttavia, l’altro potente console Gneo Pompeo Magno era geloso di queste vittorie e dichiarò Cesare nemico di Roma; dunque, dopo che Cesare attraversò il Rubicone ed esclamò “Alea iacta est”, ebbe inizio la seconda guerra civile!».

I gemelli rimasero stupiti dal racconto. Intanto, alla decima ora del giorno dopo il massacro, a Roma, Tiberio decise di tenere un discorso in Senato: «Senatori, benvenuti. Mi è stato riferito che questa notte la casa del vostro socio ed eques Gaio Terenzio Valerio è stata presa d’assalto da alcuni predoni; l’intera struttura è stata bruciata e, purtroppo, nessun corpo ci è rimasto tranne questo, che sembra somigliare al senatore. Ne richiedo immediatamente i funerali di Stato!».

I giorni proseguirono, il viaggio si fece più arduo, i tre furono obbligati a scalare le Alpi per giungere in Gallia, affinché arrivassero in Germania. Faceva molto freddo, i tre avevano fame, sete e sonno e, dopo moltissime ore e giorni di viaggio, stremati e distrutti, giunsero in un villaggio. In quelle zone faceva freddissimo ed essi furono subito accolti dalla tribù locale: furono dati loro vestiti caldi, del cibo per nutrirsi e abbondante acqua.

«Voi romani sarete sempre i benvenuti qui, nel villaggio dei Cherusci!» esclamò un ubriaco Segestes, un vecchio con una barba folta e capelli lunghi, che sembrava avere un’aura minacciosa nei confronti dello stesso villaggio.

I tre, stremati, allora si diressero nelle loro tende e crollarono immediatamente a causa del sonno.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Federico Sequino
Federico è un giovane autore di Torre Annunziata, appassionato di storia romana fin dall’infanzia. Nel corso degli anni ha approfondito la cultura latina e le dinamiche politiche dell’antichità, affascinato da come le vicende di Roma continuino a riflettersi nel presente.
Dalla sua passione nasce il romanzo d’esordio: una storia ambientata nell’antica Roma che intreccia ricerca storica e sensibilità contemporanea, mostrando come ambizioni, tensioni e conflitti di allora parlino ancora ai lettori di oggi.
Federico crede che la narrativa possa rendere la storia viva e accessibile, trasformandola in uno strumento per comprendere meglio il mondo moderno.
Federico Sequino on Instagram
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