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Generazione ’68

1968 Testimonianze
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Consegna prevista Gennaio 2023

C’è chi ha salvato centinaia di libri della Biblioteca Nazionale di Firenze durante l’alluvione, e chi è partito per il Vietnam per fare la guerra a fianco dei Marines americani; c’è chi è emigrato in Germania in cerca di lavoro e chi ha occupato la Sorbona a Parigi dando vita al Maggio del ’68. C’è l’adolescente alle prese con il primo vero amore e lo scappato di casa che vive con sette fratelli e due genitori un po’ troppo creativi. In questo breve testo sono raccolte le testimonianze di una trentina tra donne e uomini che mi hanno raccontato alcuni anni della loro vita. Quali erano i loro sogni, le speranze e soprattutto i cambiamenti. In famiglia, sul posto di lavoro e negli affetti. Quella del ’68 è stata una vera rivoluzione ma non quella delle barricate e delle occupazioni. E’ stata soprattutto una rivoluzione delle relazioni. Tra genitori e figli, tra professori e studenti e tra femmine e maschi. Una rivoluzione non ancora finita.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché avevo fame di storie. Avevo bisogno che qualcuno mi raccontasse le trasformazioni e i cambiamenti di un periodo storico che tutti crediamo di conoscere e che le pagine dei giornali non hanno mai descritto. Le trasformazioni di chi stava crescendo tra cambiamenti personali e collettivi. Tra quello che accadeva in strada e quello che (non) accadeva tra le mura domestiche. Tra padri e madri, tra sorelle e fratelli. Tra donne e uomini.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prefazione

’68: il sussulto di una generazione

Potrebbe sembrare un’operazione nostalgia. Una foto di gruppo, di vecchi compagni di classe del liceo, che si ritrovano dopo 50 anni. Ma sarebbe riduttivo. Sì perché qui entrano in campo livelli sovrapposti, si toccano corde profonde di un percorso che ha dato, nel bene e nel male, significato, colore, dimensione ad una intera vita. E’ certamente vero che ogni generazione si aggrappa ad un proprio “essere”, quasi sempre apparentemente originale, unico, irripetibile. Lì ci sentiamo a casa. Sono quelle radici di appartenenza che spesso, con troppa leggerezza, vengono rimosse o sottovalutate. Già perché, alla prima occasione, riemergono per farci sentire parte di una comunità, di un sentire che da solo giustifica e valorizza una storia personale. Vale per ogni generazione quindi, ma per alcune il sapore è molto più forte perché sintesi di sfumature, tonalità e stratificazioni diverse, anche contraddittorie. Tutto questo è dato dalla sensazione di aver preso parte ad eventi talmente grandi da essere difficilmente definibili. I giovani che si lanciano sulle barricate nei moti rivoluzionari del 1848, oppure i ragazzi nati nel 1899 che si trovano a combattere sui monti del primo conflitto mondiale, sono spinti da un anelito di libertà e partecipano di eventi più grandi della loro stessa comprensione.
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E’ un destino che li segnerà per sempre. Da un altro piano si muove il mito del ’68, un cammino avviato su binari inconsueti, con pochi paragoni o modelli. Rivoluzione culturale. Questa parola evoca rovesciamenti, ribaltamenti, di riferimenti, di senso. Il cordone ombelicale reciso.  Niente sarà più come prima è il motto, sottinteso. Società aperta, diritti, libertà di espressione, femminismo, giustizia. La contestazione di tutto ciò che è potere, consuetudine, gerarchia, razzismo e conformismo. Gli Hippy o figli dei fiori, gli stupefacenti (Lsd su tutti), l’evasione dalla realtà, monotona, ipocrita, perbenista. E’ la stanchezza della civiltà borghese, comoda ma avara di miti e parole d’ordine che il giovane cerca, spesso inutilmente. Come il pane.  La musica pop e rock, con i suoi riti, coprirà questo vuoto. I concerti, Joan Baez, Dylan con il suo Blowin’ in the Wind. Conta esserci. Essere coinvolti. Prima a Berkeley nel 1964, negli Usa di Luther King e Malcom X, della insofferenza per la guerra in Vietnam. Poi nella Parigi del maggio francese di Daniel Cohn-Bendit e Sartre. Su tutti, la filosofia antisistema di Herbert Marcuse, con l’arte e la fantasia al potere, già codificati nella breve e anarchica esperienza fiumana di D’annunzio nel 1919. Infine, Valle Giulia. Ma proprio in questi ultimi fatti romani iniziano le prese di distanza, i distinguo. La voce più alta ed autorevole che rompe uno schema idilliaco è quella di Pier Paolo Pasolini. Tra i manifestanti ed i poliziotti sceglie di stare dalla parte dei secondi, accusando i primi di essere “figli di papà”. A Pasolini si aggiunge la storia del giovane Jan Palach, tra i pochi a scontare sulla propria pelle la protesta, rimanendo oltretutto l’unico che invece di incendiare il mondo incendia se stesso. Qualcosa si incrina, si rompe, emergono contraddizioni, strumentalizzazioni politiche. Un movimento che aveva l’arcobaleno come bandiera perde via via i diversi colori. Dal pacifismo si passerà alla violenza, che soprattutto in Italia assume dimensioni e caratteri inauditi. Dal 1969 al 1980 rimarranno vittime di un odio cieco e vile migliaia di persone. Tra stragi di piazza, bombe sui treni o nelle piazze, esecuzioni sommarie di magistrati, carabinieri, sindacalisti, docenti universitari. Il terrorismo italiano non è certo conseguenza diretta del ’68. Anzi ne tradisce pesantemente tutte le speranze. Ma certo alcuni cattivi maestri hanno cavalcato l’uno e l’altro, incanalando le diverse e opposte pulsioni. La strategia della tensione dei terribili anni ’70 ha volutamente fatto perdere di vista quel sogno di libertà, per alcuni genuino, per altri, la maggioranza, solo di facciata, che i diversi poteri mal digerivano. E proprio l’Italia ne è diventata campo di battaglia. L’Italia del fascismo e dell’antifascismo, l’Italia terra di confine tra occidente e comunismo, tra Nord e Sud del pianeta. Oggi cosa rimane? Il dubbio. Quanti hanno creduto veramente alle idee di Marcuse? Quanti hanno soltanto fatto massa perché faceva moda? Molti infatti sono passati dai carri alla carriera. Proprio la generazione dei sessantottini, oggi sessantottenni, è diventata la cinghia di trasmissione del potere economico degli ultimi trent’anni. Manager, giornalisti, politici, cioè classe dirigente. E non certo la migliore tra quelle che ricordiamo. Cosa rimane ancora nei contenuti? Alcuni slogan, qualche conquista, molti passi indietro. Il grande fratello orweliano vigila ancora. Oggi la massa è costituita dai miliardi di utenti social, che nascondono nei loro quotidiani tweet o post un sostanziale conformismo e un estremo individualismo. Il ’68 rimane sull’orizzonte, sempre più sbiadito. I tanti ricordi che questo bellissimo volume conserva per le future generazioni, ci parlano di aspirazioni, comunità, generosità, attenzione alla sorte del mondo. Oggi gli autori, provenienti da varie città d’Italia e da diverse esperienze professionali o percorsi individuali, tolgono la polvere, con un spirito ovviamente toccato dal sentimento e dalla nostalgia, da una pagina che sembra molto più lontana e più vecchia dei 50 anni trascorsi. Ma il tempo, inesorabile, passa, in una continua ed eterna rincorsa di valori e sogni che la nostra civiltà, invecchiata e dolente, custodisce. In attesa di un nuovo sussulto.   

Francesco Poggi

Francesco Poggi, docente di storia del pensiero economico teoria delle imprese e delle organizzazioni all’Università di Pisa.

Introduzione

Ho deciso di intraprendere questa avventura spinto dalle numerose sollecitazioni che dall’inizio del 2018 si sono susseguite in merito al cinquantesimo anniversario dal 1968. In questi ultimi decenni abbiamo avuto modo di leggere e approfondire scritti, saggi, articoli e romanzi che ci hanno spiegato in mille salse diverse che cosa è successo in quel fatidico anno. Mi sono reso conto che il punto di vista era ed è tuttora legato alla storia, alla cronaca, a fatti ed eventi. E allora siccome nella mia vita ho deciso di dare più spazio al lato umano dell’esistenza, alla parte del cuore, al lato debole dell’anima, ho cercato di individuare un ambito diverso per raccontare quell’anno da un punto di vista più intimo, condivisibile. Ecco come è nata l’idea di chiedere a un certo numero di amici e semplici conoscenti di raccontare il loro 1968 facendo uno sforzo sensoriale più che di memoria. Ho chiesto loro di immedesimarsi un quel giovane bambino, ragazzo/a, adulto, studente o lavoratore di allora e ricordare il loro stato d’animo, le loro emozioni, le loro trasformazioni, il loro passaggio da un prima a un dopo. Nel mio profondo speravo che questa indagine fornisse anche un pretesto e un motivo in più per fermarsi a meditare su come erano allora rispetto a come sono oggi; ricordare i sogni, le speranze, le utopie, i progetti e le relazioni di quegli anni e confrontarli con la loro esistenza. Alcuni di loro, dopo aver accolto con entusiasmo l’invito, hanno preferito abbandonare il compito per il troppo dolore che sentivano nel cuore. Troppi traumi, troppe rinunce, troppe umiliazioni sarebbero dovute emergere per essere raccontate a persone sconosciute, ma soprattutto a se stessi. Alcuni si sono sentiti inadeguati, hanno giudicato le loro storie insignificanti, senza pathos, non meritevoli di essere raccontate, ma poi mi hanno ringraziato per l’opportunità che avevo offerto loro. Ho accettato che in alcune storie ci fossero anche fatti di cronaca ma – come leggerete – si tratta di una cronaca intima, personale. Spero che oltre a una facile lettura la costruzione di questo libro sia servito, a questo gruppetto di umani, a fare chiarezza. Come mi ha scritto una delle persone che hanno condiviso qui la loro testimonianza “la ricchezza di una raccolta di testimonianze è data proprio dal ritrovare gli echi di una rivoluzione anche in realtà che, all’apparenza, non vi hanno partecipato. E invece si, gli effetti di un’azione a ben guardare, si riflettono ovunque”. E, aggiungo io, per sempre.

2022-05-14

https://www.milanomeravigliosa.it/il-68-milanese-di-domenico-megali/

Il mio primo bacio l’ho rubato a Cristina B. nell’estate del 1968. Finivo la terza media alla scuola Gian Battista Tiepolo di Piazza Ascoli a Milano. Maschi e femmine eravamo separati in due ali distinte della scuola che ci ospitava insieme al Liceo magistrale Virgilio, frequentato prevalentemente da ragazze. Il palazzo era monumentale. Costruito negli Anni ’30 dall’architetto Renzo Gerla, lo stesso a cui si deve il complesso di via Larga dove oggi risiedono gli uffici anagrafici del Comune di Milano e il Teatro Lirico, la struttura ospitava anche la caserma dell’Aeronautica Militare che dava su Piazza Novelli. Lo spazio creato dalle due scalinate di marmo che salivano al primo piano era lo spartiacque tra il corridoio maschile e quello femminile presidiato sempre da un paio di bidelle “formato famiglia” che vigilavano durante l’intervallo affinché non ci fossero contatti tra i due sessi. Era quello il punto dove potevamo incrociare gli sguardi delle ragazze, sorriderci, fare le facce, salutarci. Almeno all’interno della scuola. Qualche giorno prima della fine dell’anno scolastico, era di giugno, con la complicità del ripetente Pietro B. organizzammo una trappola alle bidelle. Pietro finse di cadere e di farsi male rincorso da alcuni compagni ignari di quello che era stato imbastito. Nel parapiglia che ne seguì tra le bidelle protese a contenere una situazione che stava sfuggendo al loro controllo, si aprì un varco, un vuoto, una tregua, un attimo sospeso, nel quale maschi e femmine si fiondarono tra gridolini di gioia per quella inattesa libertà di movimento, senza sapere bene cosa fare, dove andare e come approfittarne. In quell’attimo, come se un regista ci avesse spinto entrambi all’azione (Cupido?), io e Cristina salimmo mezza rampa di scale. Lei davanti e io dietro. Poi lei si voltò quasi di scatto. Io le rovinai addosso e le nostre labbra di trovarono le une appiccicate alle altre. I miei occhi erano invasi dal suo viso, dal colore dei suoi capelli biondi e dall’azzurro dei suoi occhi. Non so quanto restammo appiccicati. Penso solo attimi. Ma quanta adrenalina in quel gesto proibito. Il cuore? Lui era già partito e prima di fermarsi occorsero diverse ore. Puoi leggere tutta la mia storia insieme a quella di altre trenta persone che ho intervistato per scrivere il mio libro sul 1968. Lo puoi pre ordinare qui... https://bookabook.it/libro/1968-testimonianze/
2022-04-26

Aggiornamento

Care ragazze a cari ragazzi è trascorsa una settimana dal lancio della campagna di crowdfunding del mio libro 1968 Testimonianze, ideata dalla casa editrice Bookabook di Milano. Questa prima parte della campagna si basa esclusivamente sulla mia rete di amicizie e contatti. Per ottenere un primo coinvolgimento di Bookabook nella comunicazione della campagna (pubblicità, interviste e presentazioni) occorre che io abbia venduto almeno il 20% delle copie in pre vendita. In questi sette giorni ho raggiunto il 14% vendendo ben 27 copie. Mancano 13 copie per raggiungere il primo obbiettivo. Questo è il link https://bookabook.it/libro/1968-testimonianze/ dove poter acquistare la vostra copia (fino a un massimo di 5 ciascuno mi raccomando). In settimana altri post...
2022-04-22

Aggiornamento

Carissimi la campagna di prenotazione del mio libro 1968Testimonianze curato da Bookabook è arrivato al suo secondo giorno. Già vendute venti copie. Restano 98 giorni per vincere la sfida: prenotare 200 copie. Quello sotto è il link con cui effettuare l'acquisto, fino a un massimo di cinque copie. Bookabook si impegna a stampare e distribuire il testo una volta raggiunto l'obiettivo. E' disponibile anche la versione digitale. Questa sera scade lo sconto del 10% sul prezzo di copertina. Per utilizzarlo basta inserire il codice sconto: 1968. Da sabato 23 sui miei canali social aggiornerò su come sta andando la campagna e su altre notizie riguardo il libro. Ricordo che è possibile leggere gratuitamente l'anteprima e l'incipit del libro. Grazie del vostro contributo. Link per acquisto - https://bookabook.it/libro/1968-testimonianze/

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Domenico Megali
Ho ‘contribuito’ a mettere al mondo due figlie: Giulia e Irene. Sono un giornalista. Ho lavorato per 40 anni in giornali economici per poi passare al gossip. Coautore di Milano è Femmina e di I Racconti della Latteria mi puoi trovare a casa in Lucchesia con la stufa a legna accesa oppure mentre contemplo il tramonto sulla Marmolada. Se non mi trovi lì cercami sulla spiaggia di Locri Epizefiri, in Calabria, mentre faccio l’autostop in Scozia fino a John O’Groats, tra le isole Lofoten in Norvegia o di fronte all’oceano di Tofino Island. Mi piacciono il mare e la montagna. La Parmigiana di melanzane e l’isola di Tilos, il profumo dell’eucalipto dopo un temporale e la Buganvillea, il noce e il fico ma anche i boschi di betulle. Cercami in Calle della Bissa, alla Frick Collection, a Souvretta. Portami un fiore, un bacio, i tuoi occhi. E un sorriso.
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