Prologo
Marzo 2020.
Sono a casa, come tutti nel mondo.
Ho appena terminato l’ennesima riunione da remoto della giornata: non ho mai smesso di lavorare, l’unica differenza nella mia routine è che ora non ho bisogno di uscire di casa per farlo. A tratti è un bene, a tratti no.
È da almeno mezz’ora che faccio avanti e indietro dal divano alla finestra; le strade deserte mi inquietano, eppure c’è qualcosa in quella desolazione che mi affascina. Il silenzio sta diventando assordante, ci sono giorni in cui mi manca addirittura lo strombazzare dei clacson di prima mattina. So che dipende dalla sensazione di costrizione che mi soffoca e so che tornerò a lamentarmene appena torneranno, ma oggi proprio non riesco a starmene buono in quella che è diventata una prigione e una fortezza.
Sarà stata forse la decima volta che mi sono alzato per scostare le tende quando mia moglie è sbottata.
«Ma che hai?» mi chiede stizzita: le avrò fatto perdere il segno del libro almeno quattro volte, è ferma sulla stessa pagina da venti minuti.
«Boh, mi annoio.» Faccio spallucce e riprendo a guardare fuori: c’è un cane che passeggia al centro della corsia, so che è la cosa più interessante che vedrò oggi.
Sento Anna chiudere il libro e piantare i piedi per terra: l’ho fatta incazzare, lo so, ma non sono bravo come lei a trovare del positivo anche nel nulla.
«Visto che ora di tempo ne hai, è il momento giusto per sistemare quella roba in ripostiglio.»
Ecco, lo sapevo: mi sono bloccato, non ho scuse.
Quasi le brillano gli occhi quando sbuffo e le rispondo: «Sì, sì…».
Saranno almeno sei mesi che me lo chiede.
La lascio in pace e mi rintano nello sgabuzzino: la sensazione di costrizione forse peggiora, ma almeno ho qualcosa da fare.
Tiro fuori tutte le scatole, ne riempio una di cose da buttare, un’altra da conservare. Nello svuotarle ogni tanto mi capita per le mani qualche vecchia foto e sorrido.
Avevo quasi finito quando, accatastato tra un box di vecchi dispositivi che non userò mai più e uno di scarpe, noto un vecchio scatolone impolverato.
Lo poggio per terra e lo apro lentamente: mi incuriosisce, non ricordo nemmeno di averlo messo lì io.
Trovo vecchie foto ingiallite, avranno avuto almeno dieci anni: ce n’è una con Eliana, una di gruppo con Monica e Dmitry, e una con Rosslyn.
Dio, Rosslyn: non ricordo nemmeno quand’è stata l’ultima volta che l’ho vista. Mi viene voglia di scriverle e chiederle come sta andando il lockdown lì a Londra, ma so che me ne dimenticherò.
Sto per richiudere la scatola quando, nel pescare un’ultima foto, tocco qualcosa sul fondo.
Scosto le scartoffie e mi ritrovo davanti una penna USB nera con una striscia argentata al centro.
So che non è la prima volta che la vedo, ma proprio non riesco a ricordare quando sia stata l’ultima.
La raccolgo e me la rigiro tra le mani per qualche istante, quando all’improvviso mi scorrono davanti agli occhi scene che avevo completamente rimosso.
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Al di là delle mura
Sono diventato amico di Rosslyn in un periodo di totale apatia.
Era il 2006 e avevamo entrambi diciannove anni. Vivevamo in una valle sperduta del nord Italia e la cosa più interessante da fare da quelle parti era starsene in casa attaccati a Internet. È così che siamo diventati amici.
Avevamo questi blog molto in voga prima dell’avvento di Zuckerberg, ci scambiavamo commenti sulla tecnologia, sull’esoterismo e su quanto facessero schifo le nostre vite.
Lei si faceva chiamare “Stoica”.
Io ero “eldoleo”, come la mascotte del gelato Cucciolone, ma senza maiuscola.
E mi sentivo un disadattato.
Figlio unico, mio padre era malato e mia madre, quando non aveva turni alle poste, vendeva cosmetici porta a porta. Ci vedevamo poco e ancora meno ci parlavamo.
Rosslyn invece si drogava.
Erba, LSD, eroina, tutto quello che il suo ragazzo riusciva a procurarle. Lui spacciava, e quando non lo faceva l’ammazzava di botte. Ho sempre pensato che continuasse a starci perché non sapeva come procurarsi la roba senza lui.
Dalle nostre parti la conoscevano tutti come “quella che è caduta dalle mura di Bergamo”.
Non si ruppe la schiena perché portava una chitarra in spalla.
Ci conoscevamo di vista, avevamo amici in comune e alle superiori andava in classe con la mia ragazza di allora. Solo in quell’anno scoprimmo che i nostri genitori, tutti e quattro, lavoravano insieme alle poste.
Mai avrei pensato, prima di quel giorno di settembre, che proprio lei mi avrebbe cambiato la vita.
Era un pomeriggio di fine estate come tanti: restavo da solo in una casa vuota, mangiavo di fretta e me ne stavo attaccato al PC.
La prassi era controllare il blog di Rosslyn, scriverle qualcosa e cazzeggiare per il resto del tempo; quel giorno non andò così.
C’era qualcosa di diverso nelle sue parole, me ne accorsi dalle prime righe. Diceva spesso di voler mollare tutto ed evadere da quella vita di merda, ma quella volta sembrava davvero convinta a farlo.
Scrisse di cercare compagnia per un viaggio a Londra, sola andata.
Aveva trovato un’offerta imperdibile con una compagnia di volo low-cost, era l’avvento dei viaggi a prezzi stracciati e con due euro si faceva andata e ritorno.
Ebbi un brivido e mi chiesi se quel compagno potessi essere io.
Proprio io, che non ero mai uscito dai confini della valle, adesso mi stavo immaginando sui sedili morbidi di un aereo sospeso nel vuoto e diretto in una terra che, prima di allora, avevo solo visto in TV.
Non ci pensai una seconda volta.
Sembrava l’inizio di una di quelle avventure che racconti per tutta la vita; quelle che a vent’anni hanno un sapore diverso, frizzante, nuovo.
Onestamente, nemmeno pensavo che alla fine si facesse.
Una parte di me credeva – o addirittura sperava – che quella conversazione diventasse uno dei biglietti delle cento cose da fare prima di morire da conservare in un barattolo, niente più.
Rosslyn non la vedeva allo stesso modo.
Con le dita tremolanti e l’adrenalina in corpo, le scrissi “facciamolo”.
Non perse tempo e mi diede appuntamento per il giorno dopo, a casa sua.
Quella notte non chiusi occhio.
Fu la mattinata più strana della mia vita fino ad allora.
Avrei dovuto ripassare per l’inizio della scuola, ma la mia mente era già in viaggio, il mio corpo fremeva all’idea di quell’avventura. Se il giorno prima avevo avuto paura, ora contavo le ore che mi separavano dall’appuntamento con Rosslyn. Ero impaziente, volevo vederla subito, quasi temevo che cambiasse idea.
Non avevo ancora capito niente.
Pranzai a stento, lo stomaco mi si era completamente chiuso; guardavo l’orologio e lo maledicevo per la sua lentezza.
Cercai di distrarmi, ma era tutto inutile: ormai quell’appuntamento era diventato la mia ragione di vita del giorno.
Uscii di casa un’ora prima, giusto per sentirmi più vicino a quell’impegno imprescindibile.
Rosslyn mi aveva dato un punto d’incontro in un parco a pochi metri da casa sua, perché non sapevo dove abitasse. A ripensarci oggi, non mi ero posto assolutamente il problema di dover conoscere i suoi genitori, né avevo valutato il rischio di dovermi trovare a spiegare perché volessimo prendere un aereo per Londra a pochi giorni dall’inizio della scuola. Nemmeno sapevo se Rosslyn avesse detto loro che per me era un semplice viaggio, per lei una fuga.
Con questi pensieri per la mente e un animo inquieto, l’aspettai per mezz’ora seduto su una panchina del parco che mi aveva indicato.
Arrivò puntuale, quello in anticipo ero io.
Quando mi vide affrettò il passo, si scusò per avermi fatto attendere e mi fece strada verso casa sua.
Arrivati lì, mi resi conto che mi ero preoccupato per nulla: anche i suoi non c’erano mai. Fu in quell’occasione che scoprimmo che i nostri genitori erano colleghi.
La casa era immacolata, mi disse che se ne prendeva cura da sola, quando sua mamma era al lavoro; aveva anche un fratellino di cinque anni di cui si occupava da quando aveva finito il liceo.
Mi portò in camera sua.
Una stanza grandissima, ma completamente diversa dal resto della casa: tutto l’ordine che teneva nelle altre stanze si azzerava appena varcata la soglia dei suoi spazi. Quello che più mi colpì fu la sua scrivania, la rappresentazione fisica di tutto ciò che Rosslyn era.
Caotica. C’erano due posaceneri strapieni, pacchetti di tabacco semivuoti e filtri sparsi su tutto il piano. Un PC fisso simile al mio, due monitor e pile di libri impolverati sull’anticapitalismo e la filosofia moderna.
La parete alle spalle della scrivania era costellata di poster, tra i quali risaltavano in particolare quello dei The Doors e Aphex Twin, accanto a una locandina di Human Traffic.
Rollò una sigaretta a mano, si sedette sul letto, l’accese e mi disse: «Allora, che si fa?».
C’era qualcosa di erotico nell’essere nella camera di una ragazza; forse era per il modo in cui incrociava le gambe o come espirava lentamente il fumo.
Forse erano la mia tensione e la sua nonchalance, forse era la penombra, o forse semplicemente qualcosa di lei – qualcosa di selvaggio, primitivo – mi attraeva inesorabilmente.
Cacciai via l’imbarazzo e mi ricordai del perché fossi lì.
Scostai la sedia della scrivania e mi ci sedetti con la sua stessa scioltezza.
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