Il muro di pietra sembrava un nascondiglio rassicurante nonostante un albero secolare, imponente e implacabile nel farsi strada in chissà quanti anni, ne avesse squarciato la sua armoniosa composizione. Le fessure del muro avevano le dimensioni giuste per i loro propositi.
Tra le case vecchie e la curva dell’irrigatore, intermittente nel suo gettito rinfrescante per preparare le colture di radicchio e lattuga di quell’angolo accaldato di terra ma non asfissiato come in agosto, in una strada larga sei metri, un sedile di una defunta Fiat centoventisei troneggiava appoggiata al suo muro di pietra.
Nella contrada, c’era un tratto di strada poco invitante che ogni tanto diventava ospitale per i ragazzi, perché era lontano solo quattrocento metri dal pollaio che aveva l’unico frigo gelati nel raggio di cinque chilometri.
Non era roba da poco, con trecentocinquanta lire portavi a casa un gran bel ghiacciolo al limone e ogni tanto, quando c’era la nonna dei polli, una talpa con mezza diottria, accanto al frigo e dentro quel nauseabondo casolare pieno di polli ci poteva scappare un gelato omaggio, o forse anche due. Il tutto era legato alla rapidità di movimento della mano.
Alla fine del mese si conteggiavano il numero di gelati illegalmente sottratti. Il vincitore non portava a casa nessun premio, solo tanto rispetto. Tutti consideravano il reato commesso come il risarcimento del danno olfattivo per tutte le volte che oltrepassavano la linea ferroviaria della Contrada immediatamente prima dell’orribile postaccio. Il passaggio era obbligato, la puzza pure!
Giampy Scholls, per via di quei suoi zatteroni bianchi e bucherellati, buoni per tutte le occasioni, uno status symbol per quegli anni, vi troneggiava spesso in quel sedile: si considerava già un capetto di uno dei gruppi della Contrada. A quel tempo convivevano diverse brigate – che spesso si mischiavano, riunivano, anche in relazione alle attività oziose da praticare. Un pezzo di terra di tre ettari dove il soggiorno estivo, a quattro chilometri dal mare, ti proteggeva dal caos reale della località balneare. Il gruppo dei ragazzini, litigiosi e intraprendenti; il gruppo di mezzo, millantatore e amante della meccanica; il gruppo dei grandi, irraggiungibili miti di machismo e libertà sessuale, forse inventata pure quella, ma accattivante e irraggiungibile per l’età preadolescenziale.
Le birre di Giampy Scholls, calde come un the fumante di un normale pomeriggio londinese, era il primo approccio con il vizio alcolico per i giovanissimi della Contrada. Si sentivano giganti, pronti ad affrontare la vita, se avessero superato la prova della birra calda di Giampy Scholls senza barcollare o vomitare.
Ancora un’altra e si sarebbero sentiti sempre più grandi e pazienza se qualcuno faceva notare che una birra in cinque non avrebbe sbronzato neanche un neonato. Quel vibrante senso di maturità, costruito su spalle piuttosto deboli, inebriava più della birra.
Sarebbero stati pronti, un giorno, alle prove che uscivano dalle fessure del muro di pietra. Come per magia, apparivano finalmente le letture senza parole, quelle preferite dai ragazzi della Contrada. Tutte immagini di giornaletti sensibili all’umidità, sprigionata dalla loro casa anomala, tra le case vecchie e la curva dell’irrigatore dinamico e a martelletto che guida l’acqua nella sua azione costante e che nel frattempo aveva smesso di dare ritmo al pomeriggio assolato del gruppone contradesco. I più audaci si spingevano verso le case vecchie, lontane poche decine di metri per esercitare le spinte ormonali.
Era una operazione che avrebbe richiesto pochi minuti, ma tutti decidevano di rimanere qualche minuto in più perché i numeri, in assenza di certezze, erano l’unico metro di valutazione del livello di mascolinità. Il rispetto guadagnato coi gelati si poteva perdere in un attimo. Un qualsiasi imprevisto meritevole di attenzione avrebbe distrutto la credibilità di ognuno. C’era un’altra via d’uscita: la timidezza era consentita, ma bisognava ben argomentare. Nessuno però aveva il coraggio di sottrarsi alla prova del giornaletto. Sarebbe stato un marchio difficilmente cancellabile in una sola estate. Erano tutti processi che stavano registrando con attenzione nella loro testa. I piccoli osservavano le mosse dei più grandi. Sarebbe toccato a loro, un giorno, l’eredità dei giornali umidi da custodire.
Quando la processione delle case vecchie velocemente – o lentamente – fini’, tutto il loro arsenale di immagini proibite tornò a marcire tra le mura umide. Le avrebbero ritrovate ancora più piegate e sbiadite.
L’arrivo di Nasca riportava serietà nonostante l’abbigliamento disastroso, anche per i mitici anni ottanta che sembravano, in realtà, consentire tutto. Non proprio tutto, la maglietta senza maniche, a strisce rosa e bianche, i jeans tagliati e sfibrati con i fili bianchi penzolanti come terminale di una tenda di scarsa fattura, quelle gambe bianchissime piene di lentiggini rosse e, infine, il classico zatterone avrebbero distrutto anche i propositi bellicosi della più troia della Contrada. Si tornava a parlare di motori e trucchi. L’interesse scemava, suo fratello, Giampy Scholls tirava fuori un’altra birra calda da quella busta di plastica che sembrava sudata pure lei.
Capitolo 2 – 1988…
1.
L’apparecchio infernale era inesorabile con le zanzare. Le sue penetranti luci blu, ingabbiate da una griglia bianca, erano state, con ogni probabilità le responsabili della miopia di Mozzarella che, spesso, si incantava pensieroso a osservare le piccole esplosioni delle sanguisughe volatili. La sua ingiuria in città sarebbe presto diventata un’altra: ‘u Uobbu, per via di quei maledetti tre rigori consecutivi sbagliati clamorosamente qualche anno dopo in un torneo di vitale importanza contro l’odiato quartiere confinante.
L’ammazzatore di zanzare viaggiava alla media di dieci omicidi al minuto. Sembravano veramente stupide le zanzare di quell’epoca. Si sarebbero evolute anche loro. Quella sera la maggior parte dei ragazzi non si sarebbe riunita al tramonto, al solito posto. Il muretto era scarsamente popolato. Ognuno con la sua famiglia. La nuova tradizione, quella di guardare la nazionale insieme, si sarebbe materializzata dai mondiali del 1990, quella delle notti magiche.
Erano già le 20:15, da Stoccarda arrivò, solenne, il momento degli inni nazionali. L’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche era in semifinale contro gli azzurri, in occasione dell’Europeo tedesco di calcio.
Tanto nazionalismo e tanto vino da tavola. Il NeckerStadium, gremito in ogni ordine di posto, regalava scosse di adrenalina, potente diversivo in grado di scuotere la pelle soffocata dall’accumulo di caldo afoso del giugno meridionale.
È sempre la semifinale di un europeo. Lo schieramento a casa di Mozzarella sembrava una scacchiera. Stavano per partire gli inni nazionali e a casa del Mozzarella quella sera ebbero un colore e un gusto atipico.
«Classica casacca azzurra per gli italiani, alla sinistra del vostro teleschermo», diceva il telecronista Bruno Pizzul, con quella voce dalla dizione perfetta che diventava acuta quando l’azione si faceva pericolosa.
I baffuti e ricciuti sovietici in maglia bianca e strisce rosse sulla manica come sui pantaloncini, bianco e bordi rossi, con la mistica scritta Urss.
Dalla sedia scattò come elettrizzato dall’infernale apparecchio ammazza zanzare, il nonno del Mozzarella.
«Muti!» Esclamò duramente.
Partivano le prime note dell’inno sovietico e lui solennemente in piedi e con la mano destra attaccata al petto. Sotto vi batteva un vecchio e forte cuore ruggente comunista. Mozzarella lo guardò nella sua posa statuaria: «Nonno, ma i nostri sono gli altri.» Disse con curioso stupore. Lui gli rispose con la inconsueta assenza di loquacità. «Muto!»
Forse il Mozzarella avrebbe dovuto ascoltare di più e distrarsi di meno quando il nonno, durante tutta la sua esistenza, arringava gli ospiti con i suoi infiniti aneddoti ‘resistenti’ sull’antifascismo davvero militante. Anni in cui l’olio non era solo un prodotto da servire a tavola. Nato nell’anno della Rivoluzione russa, partigiano, attivista e comunista, trattato da ribelle a casa sua, riteneva di dare un giudizio netto su quegli anni e sull’Italia. Un giudizio che Mozzarella pensava non avrebbe più modificato in vita sua: «Il regime oppressivo, per me, era quello italiano, non certo quello russo!» E via un paio di aneddoti ancora, mentre le squadre stavano per prepararsi al fischio d’inizio.
2.
Aveva dieci anni quando assaggiò i primi, fortissimi, bocconi amari. Era il 1927. Lavorava, come tanti, alla sua età. La povertà stringeva la cinghia e lo stomaco. La necessità soverchiava qualsiasi considerazione sulle condizioni minorili e su cosa dovessero, invece, fare i bambini prima dei quattordici anni.
Di aiutanti, nei campi del Marchese Garro, ve ne erano moltissimi. Assoldavano molti bambini, spinti dai genitori e dal bisogno di arrotondare il bilancio economico e lo stomaco brulicante delle povere famiglie. Erano gli anni dove ancora persisteva, di tanto in tanto, la speranza che quel regime sanguinario potesse presto sgretolarsi sotto i colpi di una resistenza che sarebbe arrivata quasi sedici anni anni dopo in piena Seconda guerra mondiale. Si faticava tantissimo dentro i campi. La zappa era lo strumento principale e le mani, soprattutto quelle di un bambino, risentivano moltissimo di quella presa ruvida e costante. Si aveva poco tempo per essere conviviali. Erano i tempi dove si parlava pochissimo e si faticava tanto. NON DISTURBATE IL PADRONE, c’era scritto sulla porta del vecchio casolare che serviva quasi da vedetta per osservare la produzione nei campi.
«C’è bisogno di acqua, si muore dalla sete qui».
«E chi glielo chiede?»
«Io no. Resisto».
«Ma ci trattano da schiavi di merda».
Il padroncino, che era in buona posizione per ambire all’ingresso della stretta cerchia dei collaboratori confidenti del gerarca cittadino, osservava e annotava. Non c’erano tumulti ma speravano di trovare una vittima sacrificale in quelle situazioni dove la grossa presenza di manodopera poteva essere utilizzata per trattare condizioni più vantaggiose.
Serviva anche una buona dose di impavidità per alzare la voce.
E come irretito e ammaliato dalle false cospirazioni del gruppo di operai che coltivavano quel campo insieme a lui, il Nonno di Mozzarella si era convinto che il regime non fosse così forte, specie ai confini della nazione.
«Ne avete picca qui e a Roma». Disse convinto da giorni, settimane di lamentele e falsi, o poco convinti, tentativi di trattare condizioni migliori.
Questo bastò per ritrovarsi a dieci anni, dietro le sbarre. Ci volle tutta l’arte dell’avvocato, principe del foro cittadino per tirarlo fuori.
«Il fascismo avrà un nemico in più, per sempre». Si diceva durante quelle due lunghe notti in prigione.
E c’era solo una parte dove combatterlo meglio.
Capitolo 3 – 1992…
1.
«Buongiorno, è possibile avere delle informazioni sui prezzi che praticate per l’affitto di un pullman, da venti posti circa, per una giornata intera?»
«Buongiorno, il prezzo è di quattrocento mila lire.»
«Ok, grazie. La richiamerò tra qualche giorno per confermarle la prenotazione.»
«Va bene, ma consideri che in questo periodo le prenotazioni sono più frequenti, quindi potrebbe non trovare più disponibilità.»
«Non possiamo bloccarlo?»
«Per quando vi servirebbe il pulmino?» la centralinista della Pumino si fece meno vaga e più diretta.
«Ci servirebbe per giorno 19 luglio. È una domenica.»
«Aspetti che verifico immediatamente.»
«Dove siete diretti?»
«A Marina del Sud.»
«Abbiamo ancora disponibilità.»
«Ok, vedo di chiudere l’organizzazione in breve tempo.»
«Occorre una caparra?»
«No, non occorre. Pagamento alla partenza. Consegnerà i soldi all’autista.»
«Ok, molto gentile. La richiamo presto. Grazie e buona giornata.» Treddita si sentì soddisfatto.
«Simpatica come un’ape dentro le mutande».
Nelle sue corde c’era una innata propensione all’organizzazione che talvolta diventava maniacale.
Aveva un controllo totale delle sue giornate. O almeno pretendeva questo da sé stesso. Era una sfida giornaliera quella di non farsi sfuggire nulla.
«Sei troppo precisino, scassa cazzi!» Glielo ricordava ogni mattina suo fratello. Cercava di non farsi sorprendere da nulla. Stava sempre un passo avanti agli eventi che prevedeva. Somigliava pochissimo a Pandoro, suo fratello minore. Incise, per lo più, la rigidissima educazione impartita dalla sua mamma che – complice occhi super azzurri – aveva dei lineamenti pienamente tedeschi. Avi di Monaco di Baviera ma costumi tutti della loro terra natia. Molto diverso il padre che – instancabile – non si vedeva mai da quelle parti; troppo intento a portare avanti l’attività di famiglia dove serviva rigore, passione e puntualità. Eccone un’altra di quelle caratteristiche proprie di Treddita.
Ci voleva un ordine particolare a tenere a bada e puliti gli innumerevoli gatti presenti nella loro proprietà, più tutti quelli che cercavano ristoro nelle prossimità della loro attività. Due gatti avevano un pedigree diverso da tutti gli altri e avevano libero accesso ad attraversare le mura di casa.
Gli amici raccontavano di come non avevano mai visto luccicare così tanto una casa. Era così brillante che quando eccezionalmente si riusciva a mettere piede dentro la loro dimora, ti preoccupavi così tanto che avresti preferito lievitare per non lasciare una impronta di una scarpa o di una ciabatta a terra. Si provava infinito imbarazzo a incrociare la sorpresa che riempiva i loro occhi quando un alone sfiorava l’interno di quella casa.
Quando si facevano accompagnare al mare o quando avrebbero iniziato a usar l’auto della loro mamma, una macchina di merda che valeva pochissimo, ci si meravigliava di come ripulivano gli interni da ogni singolo granello di sabbia e di come ti facevano pulire anche le parti più intime pur di non trovare un singolo granello nelle fessure di ogni parte della tappezzeria.
2.
Le febbrili giornate che precedevano la partenza furono piene di emozioni. Si univano, per la prima volta, due gruppi. Quelli della Contrada e un gruppo di ragazzi provenienti dal Club. Un esclusivo complesso di abitati che davano sul mare a Nord della Contrada. Dall’anno precedente iniziò a esserci quella lenta fusione che, progressivamente, portò i due gruppi a unirsi in alcune situazioni. E la gita fuori porta verso un parco acquatico fu una di quelle.
Gli artefici di quelle nuove conoscenze furono il Mastretto e Neone. Già all’inizio della primavera dell’anno precedente, il Mastretto iniziò a frequentare quegli ambienti, ma per lavoro. Con la piccola impresa del padre stava facendo dei piccoli lavori di restauro delle facciate di alcune di quelle villette.
Durante quei lavori, che per un muratore iniziano molto presto, conobbe molti dei ragazzi del Club. Alcuni di loro li conobbe nel week-end, poiché durante la settimana quasi tutti i ragazzi non vivevano lì, ma ovviamente in città.
Tony, Riccio, Codino, Bob, Tino e Manu. Ma l’interesse primario e iniziale del Mastretto non era certo rivolto a loro. I ponteggi lo portarono praticamente dentro la finestra di Giulia. Un lavoro, un ponteggio e un gruppo di nuove conoscenze stravolsero la vita del Mastretto. Un effetto domino che coinvolse anche i ragazzi che vivevano a pochi chilometri da lì. Un mutamento delle abitudini. L’abitudine di non varcare certi spazi perché dentro quelli ti senti al sicuro e in pieno controllo degli eventi. No, non era così. Erano tutti eventi obbligati. Aumentare il proprio raggio di azione, varcare soglie confortevoli e conosciute. Abbattere l’ingenua certezza che certe immutabili relazioni possano cambiare perché il mondo non è fatto solo delle traverse della tua Contrada.
Il domino che partì dai lavoretti del Mastretto coinvolse, forse, chi ne aveva più bisogno.
Erano già passati molti anni ma finalmente Neone uscì da quel torpore che aveva preso il sopravvento, figlio del suo dolore da figlio. Il Mastretto gli fu talmente vicino in tutti quegli anni che Neone sviluppò una sorta di riconoscenza perpetua. Tentava in tutti i modi, da tempo, di rimettere quella testa fuori di casa senza farsi assalire da oscuri pensieri. E forse quel Club fu la svolta, anche per lui.
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