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Giustamente, errare!

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Un paio di scarpe, uno zaino sulle spalle, il monastero Fudenji come punto di arrivo e nuova partenza, e Roma, la meta finale. Silenzio e meditazione. Camminare senza uno scopo preciso, se non quello di andare avanti.

A piedi lungo la via Francigena, da Fidenza a Roma, si susseguono pensieri e passi, poesie e ricordi. Il pellegrino ci fa da guida lungo le strade del suo itinerario interiore ed esteriore, attraverso un diario di viaggio e dei racconti che spaziano dal 2008 fino a oggi.

Giustamente, errare! per sbagliare e trovare la strada giusta, per superare la paura e l’avarizia, per avviarsi e non stare fermi.

Prefazione

L’arte di andare avanti

“Fino a che uno non si compromette, c’è esitazione, possibilità di tornare indietro, e sempre inefficacia.”
J. W. Goethe

Sembrerà banale, ma camminare, per me, altro non è che “l’arte di andare avanti”.

Il senso del camminare è lo stesso senso dello staccare il piede da terra e dirigersi verso qualcosa di nuovo, di sconosciuto, di misterioso. In questa azione quotidiana, in questa pratica, che coinvolge la nostra corporeità, possiamo trovare un profondo significato.

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Innanzitutto, quello di superare la paura e l’avarizia. Restare fermi, ghiacciati nel proprio posto, è evitare di seguire il proprio cammino. La paura irrigidisce. Il cammino, invece, rende morbidi, consente di fluire e di accondiscendere al nuovo. Ci fa andare incontro, abbandonando la sicurezza di quel che lasciamo, al mistero dell’essere, che si nutre di due direttrici: il nostro piede che si muove e il mondo che lo incontra.

Cor-aggio. Serve coraggio, per camminare. Serve alimentare il cuore, serve l’azione che forma il cuore. 

Il cuore cammina, guai se non lo facesse.

Camminate sempre, non abbiate paura e non fermatevi, ci sarà sempre un mondo nuovo da scoprire.

Introduzione

UNA DOMANDA CHE CAMMINA

Ogni volta che Dio pone una domanda di questo genere: “Adamo, dove sei?” (Genesi 3,9), non è perché l’uomo gli faccia conoscere qualcosa che lui ancora ignora: vuole provocare nell’uomo una reazione suscitabile, per l’appunto, solo attraverso una simile domanda, a condizione che questa colpisca al cuore l’uomo e che l’uomo da essa si lasci colpire al cuore. Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. Così si nasconde ogni uomo, perché ogni uomo è Adamo e nella situazione di Adamo. Per sfuggire alla responsabilità della vita che si è vissuta, l’esistenza viene trasformata in un congegno di nascondimento.

Adamo, dove sei? Questa domanda insiste come un rumore di fondo lungo il cammino del pellegrino, che viene costantemente invitato al domandare, al dubbio.

La questione posta da Dio al primo uomo riecheggia nell’anima durante il cammino e ricorda che con ogni passo sta segnando una nuova tappa, offrendo una nuova risposta a questa domanda.

Dove sei tu, pellegrino, nell’attimo in cui ti fermi a pensare e il paesaggio intorno ti ricorda il viaggio?

Come sottolinea Martin Buber, la domanda va vista sul versante soggettivo. L’onniscienza di Dio non lascia spazio all’ipotesi che Adamo si fosse nascosto dietro a un angolo: l’invito è rivolto all’uomo, al pellegrino. A colui il quale è in cammino.

Il rilievo topografico della presenza lungo un sentiero, definibile in punti cardinali, è come uno specchio del rilievo interiore che evidenzia un luogo preciso e definito della coscienza, con le sue altezze e profondità. 

Nel pellegrinare emergono domande profonde e radicali che ci traggono fuori dalla quotidianità.

Semplicemente camminando, ovvero praticando un’attività che più banale e quotidiana non potrebbe essere, che si realizza nelle pastoie della quotidianità ma nello stesso tempo ci trae fuori dalle stesse, verso un mondo libero: un po’ come il barone di Münchhausen, che si salva dalle sabbie mobili tirandosi per il codino dei propri capelli.

Camminare lungo un pellegrinaggio è di per sé un viaggio nel paradosso, è un’azione gratuita e priva di “senso pratico”, non “serve a qualcosa” di specifico, non è andare da qualche parte perché abbiamo bisogno di andarci. Semplicemente si decide di mettersi in viaggio. 

È un tempo di ascesi.

Erri De Luca scrive quanto segue riguardo all’atto di scalare montagne che, come il pellegrinaggio, assume le caratteristiche di una azione fine a se stessa.

Qui più che altrove sono fuori posto. Ho imparato a superare strapiombi, a tenere appigli con un dito, a studiare per settimane i passaggi di una sequenza dura, provarla fino alla giustezza di seguirla in libera. Qua sopra quel poco che ho imparato è nullo. Ma non rispondo a che ci faccio qui, rispondo alla domanda ‘A cosa serve?’ Ecco, per me scalare ha il valore aggiunto di non servire a niente. Nella grande officina quotidiana degli sforzi dedicati a un vantaggio, a un tornaconto, scalare è finalmente affrancato dal dovere di essere utile. Disobbedisce alla legge di mercato che prevede controparte all’investimento, al rischio. Scalare è solo “àskesis” che traduciamo ascesi, ma che in greco non aveva niente di spirituale, era invece esercizio, pratica.

Dove siamo, quindi, noi? Siamo fuori posto, dice Erri De Luca, stiamo “errando”.

Quindi siamo nel posto giusto. Siamo proprio dove dovevamo essere, tra verità ed errare, sospesi come su una cresta di una parete o come un passo che si deve ancora appoggiare.

Pellegrinare, come scalare una montagna, è ascesi: attività che riporta la dimensione spirituale al suo vero ambito, quello della pratica.

Qui, su questa terra, e ora, in questo preciso momento; da consumare nell’ambito irrinunciabile e definito dai limiti del corpo, il nostro “strumento per vivere”, articolato in caducità e fragilità.

Il Buddha storico, Siddharta Śākyamuni, parte proprio dalla dimensione della corporeità, in cui sono padroni malattia, vecchiaia e morte, per il suo viaggio verso il Nirvana, in cui si aprono le porte della Grande Liberazione. E pure ci resta, come il saggio zen di cui si narra in 101 storie zen, che prima dell’illuminazione mangia, beve, dorme e, dopo l’illuminazione, magia, beve, dorme.

Insomma, semplicemente vivendo, abitiamo una contraddizione: tra finito e infinito, tra verità ed errore.

La parola pellegrino del resto deriva dal termine latino peregrinum, che significa straniero, colui che arriva per ager, dal di là dei campi, che non è parte della città, impone di doversi porre in una condizione “dal di fuori”, di ascolto. Una condizione di “fuori posto”, di straniero.

È in tale condizione che emerge spontanea la domanda originaria: Uomo, Adamo, dove sei?.

Fuggirla diventa difficile, mentre si cammina.

Per questo il pellegrino è una “domanda che cammina”, perché l’atto stesso di mettersi in strada è una domanda, una operazione di uscita da se stessi, di “spaesamento”, di distacco dalla civiltà che ci è nota per dirigersi verso il mondo non conosciuto, prendendo fisicamente posizione: come se fossimo noi stessi un interrogativo nei confronti dell’esistenza che si dovrà attraversare e ci dovrà attraversare.

Storicamente, movimenti come sannyasin (i “rinuncianti”, coloro i quali lasciano tutto e partono) dell’India del sesto secolo avanti Cristo, come i fratelli di Francesco di Assisi nel clima spiritualmente torrido dell’Italia del 1200, o come più recentemente Gandhi per il suo sciopero del sale, hanno scelto il cammino per manifestare il desiderio di aprirsi verso qualcosa di nuovo.

La questione infatti riguarda noi stessi ma coinvolge anche gli altri.

La domanda che si pone iniziando il proprio passo sul cammino è talmente radicale che diventa impossibile trattenerla per sé, è come un fiume in piena, si allarga e si diffonde.

Se il viandante che inizia il viaggio diventa una “domanda che cammina”, la sua presenza vagante, la sua stessa testimonianza, diventa necessariamente una domanda anche per chi lo incontra.

La domanda del pellegrino ha caratteristiche di sonorità ampia e si diffonde nell’aria, risuonando come i passi sul selciato.

Non si resta indifferenti di fronte a chi ci passa davanti, siamo costretti ad accorgercene: il pellegrino diventa un modo per sollecitare in noi l’attenzione verso l’altro, di cui forse non ci accorgeremmo se non uscisse dagli schemi a cui siamo abituati.

È una esperienza pratica che ciascun camminante può fare: la precisa forma di pellegrino, navigatore dell’inutile, sollecita al confronto e stimola una reazione. C’è chi si presenta con amicizia sorridendo al viandante, chi lo squadra con aria un po’ infastidita e ostile, chi semplicemente gli domanda curioso che cosa mai stia facendo (per poi magari, come a me è successo con un ragazzino che vendeva frutta lungo la strada, ascoltare il racconto con grande attenzione e offrirmi tre arance in regalo per il viaggio); chi si ferma e saluta calorosamente, facendo intendere che vorrebbe tanto partire anche lui e andare ma non può farlo, ora; chi lungo la strada suona il clacson e sfiora da vicino con l’auto il viandante per un divertimento vuoto, chi lo invita in casa durante il suo passaggio per un caffè e il piacere di un racconto.

Difficilmente si passa indifferenti; chi ostenta indifferenza, semmai, fa chiaramente intendere che la sua disattenzione è voluta, ricercata, che non vuole sentirsi invaso da una stranezza difficile da mettere a fuoco.

Negli ostelli e nei luoghi di accoglienza viene chiesto raramente qual è l’occupazione nella vita, qual è il lavoro. A chi arriva in pellegrinaggio viene chiesto da dove venga e dove stia andando. Al massimo, da quanto tempo sia in cammino.

Il nostro ruolo di cittadini non cambia nel corso del cammino, siamo sempre gli stessi di prima, ma è il cammino che ci cambia perché cambia la qualità dell’interazione possibile. Noi restiamo quel che siamo; studenti, commercianti, impiegati, operai, ma ci viene offerta una possibilità di guardarci, appunto, dall’esterno: dal di fuori del mondo della quotidianità condizionata, semplicemente come uomini in viaggio, senza qualifica. 

Da dove arrivi, dove stai andando, quanto tempo dura il tuo cammino? Le domande rivolte al pellegrino in cerca di alloggio sono domande sul tempo, sono di fatto molto simili a quella rivolta da Dio ad Adamo, che con le tre parole “Adamo, dove sei?” inchioda l’uomo alla propria responsabilità, invitandolo a ricercare un senso. 

Attorno a queste domande il concetto di utilità si ridefinisce. Si riconfigura l’idea di che cosa possa significare “avere tempo” e se possa mai esistere un tempo da perdere e uno da guadagnare. Emerge come una rivelazione anche l’opportunità di ciò che è normalmente inutile, perché il viaggio del viandante non trova ragione in nessun motivo pratico ma sembra avere molto più senso di tante altre cose.

Lo sforzo del pellegrino camminante è il richiamo all’inutilità del gesto desiderato, un richiamo che potrebbe forse trovare una sintesi nella icastica affermazione dalle epistole di sant’Agostino: “ama e fa ciò che vuoi”. Chiaramente intesa come il punto di arrivo di un percorso, non certo come una scusa per fare quello che si vuole. Ma questa frase almeno ci ricorda che il senso di quel che si fa non dipende da cosa si stia facendo, ma dalla nostra capacità di amare la strada che si sta percorrendo, e dall’amore non può che venire il bene.

Il pellegrino è una domanda che cammina, che si riverbera nella sua esistenza e nelle esistenze di chi incontra, mettendo in discussione il senso del fare quotidiano, rimestando utile con inutile, azione e contemplazione, senso con assurdità della vita.

Sono partito nel 2008 da Fudenji, Monastero Zen che ho molto amato e frequentato. Era per me un tempo di cambiamento, sia dal punto di vista lavorativo che personale, e ho sentito il bisogno di fare qualcosa. L’idea di mettermi in cammino si è presentata da sé, in molti modi apparentemente casuali. Un incontro con Mauro Corona che mi disse “Bisognerebbe lasciare tutto e andarsene a piedi a Roma” ha acceso la miccia. Fudenji era il miglior punto di partenza per me, perché era il punto di arrivo a cui ero fino ad allora giunto nel mio cammino di crescita umana e personale. La scelta dell’inverno e di viaggiare da solo corrispondeva alla mia necessità di silenzio e spazio, così che potesse emergere qualcosa di nuovo.

Così è stato, considero l’esperienza che ho avuto del cammino come una delle più importanti per me.

Ho ritenuto di scriverne perché non si cammina mai da soli ed è importante continuare a chiedersi: “Dove sei?”. Credo che possiamo provare a rispondere a questa domanda solo in rapporto agli altri: camminare è un modo per mettere in relazione.

In questo scritto riporto alcune riflessioni unite a racconti, testimonianze, immagini, secondo un ordine tematico.

Nella prima parte faccio riferimento alla particolarità che ha il cammino di farci capire di essere sulla strada giusta non appena deviamo da questa. Sembra una contraddizione ma in realtà ogni passo porta a una ridefinizione della propria meta, e rendersi conto di questo ci fa capire che siamo sempre sulla strada giusta, che il cammino si compie solo facendolo. “Caminante no hay camino, se hace el camino al andar” (camminante, non c’è cammino, il cammino si fa nell’andare) è un brano spesso citato, tratto dai Cantares di Antonio Machado, che vuole significare questo.

Nella seconda parte cerco di spiegare come l’alternarsi di verità ed errore debba potersi rispecchiare in noi con un profondo sentimento di fiducia, perché solo se ci apriamo a quello che ci viene offerto nel viaggio, senza opposizione, il cammino si può portare a compimento.

Nella terza parte faccio riferimento al “sentimento riconoscente”: quel sentire interiore che fa sì che l’incontro con le persone avvenga davvero, che ci si riconosca come esseri umani e non come interpreti di ruoli socialmente riconosciuti.

Nella quarta parte cerco di dire del “tempo”: di quei momenti di silenzio e di tempo dilatato che si incontrano in alcuni passaggi del cammino, durante i quali è possibile intuire come il tempo “esterno” sia solo una delle possibili chiavi di lettura dell’esistente.

Nel quinto passaggio ricordo come il cammino sia costituito da tracce e segni, e come questi vengano lasciati da noi sul terreno ma anche si imprimano, indelebili, in noi, per dare un senso al nostro passaggio.

Ci sono ancora due parti: la sesta, precedentemente pubblicata nel bollettino del monastero al termine del viaggio. Riprendo in questo capitolo alcun passaggi del cammino e cerco di metterne in evidenza la valenza simbolica e alcuni aspetti intuitivi legati al buddhismo Zen.

La settima, l’ultima, non può che essere la raccolta dei ringraziamenti. Ai molti che ho incontrato e che “mi hanno dato il bel viaggio”, da cui tanto ho ricevuto. Quel che si riceve, si dà: grazie di cuore.

Ma altrettanto ovviamente il primo ringraziamento va a te: per avere in mano questo libro, e per la compagnia che mi stai facendo lungo la strada.

2022-05-10

Aggiornamento

Ciascuno di noi è un sasso per qualche stagno. Una risposta così vale più di cento recensioni, pure apprezzatissime e graditissime. Di fatto, il libro è stato scritto proprio per questo: c'è un capitolo nel libro, intitolato "tracce", in cui racconto questa parte, di come il cammino lasci dei segni, e di come noi si sia segni di un cammino. PS La risposta riportata in immagine è un post pubblico ma ovviamente ho cancellato i dati sensibili perché non sta a me decidere se uno vuole fare sapere quel che fa agli altri. Sta a me ringraziare, di cuore, per questo legame piccolo, ma infrangibile.
2021-10-07

Evento

Conegliano, Bar RadioGolden Presentazione a Conegliano, Bar RadioGolden, ingresso libero all'aperto!!
2021-10-04

Aggiornamento

Cari amici e compagni di viaggio, GRAZIE!!! Con il vostro aiuto "Giustamente errare" ha raggiunto una tappa fondamentale del suo viaggio, quella che gli consentirà di arrivare in tutte le librerie che lo accoglieranno, nella primavera del prossimo anno. GRAZIE!!! Il cammino non si fa mai da soli. Voi siete stati dei magnifici compagni finora. Il viaggio continua: ancora, fino al 1 novembre (giorno di tutti i Santi: mai data di arrivo potrebbe essere stata più beneagurante! 😄) si cammina con il pre-ordine, cambia solamente il "ritmo del passo". Il vostro aiuto servirà a sostenere la campagna di comunicazione, quando iol libro sarà pronto, ma siamo oggi molto più rilassati e tranquilli: la meta importante è stata raggiunta, si può osservare il paesaggio, guardare le nuvole, ascoltare. Ascoltare: a tale proposito ho iniziato a realizzare alcune interviste con amici viaggiatori. Le condividerò qui e nel sito www.giustamenteerrare.it, su cui vi invito a seguirmi. A presto, Ultreya e Suseia!
2021-09-15

Evento

Radio Gamma Cinque, Cadoneghe Mercoledì 15 settembre, ore 12.30, a Radio Gamma Cinque (94.00 Mhz e in streaming). Intervistato da Gennaro Muscari Tomaioli riguardo a: Cinque suggerimenti utili per il Cammino! (e anche altro) Vi aspetto 😉
2021-07-08

https://www.labiolca.it/ricette/giustamente-errare-la-cucina-del-pellegrino/

Cari Lettori, è uscito un articolo sulla rivista "La Biolca", on line e cartacea, dedicato a "Giustamente, errare!" e alla cucina del pellegrino! https://www.labiolca.it/ricette/giustamente-errare-la-cucina-del-pellegrino/ Nell'immagine: San Giacomo da Compostella sostiene il ragazzo, tratto dagli affreschi raffiguranti "il miracolo dell'impiccato", chiesa di Sant'Ippolito e Cassiano, Castello Tesino. Attribuito a Giovanni di Francia e allievi.
2021-07-01

Aggiornamento

2- COMPAGNIA. Com-pagnia: del dividere tra me e te il pane, il nutrimento. Del con-dividere. Questo è il senso della compagnia. È un senso eminentemente pratico: nel corso del cammino, quando ci si ferma e si passa al tempo del riposo, del bisogno di nutrire le proprie forze, si parteggia il cibo che è disponibile. Siamo tutti in cammino e, in fondo, il cibo o la disponibilità di risorse non ci serve altro che per alimentarlo, per proseguire nella nostra evoluzione, verso la prossima tappa del viaggio. Questo è il senso della compagnia! Sapere di poter contare su un amico che ti offre parte della sua porzione, e comunicargli che lui può contare sulla tua parte. Da soli alcune cose non si possono proprio fare. Il cammino, ad esempio. Lo si fa da soli, ma sempre e comunque in compagnia. In compagnia di chi incroci per la via, di chi ti ospita, di chi incontri. Si cammina necessariamente da soli, ma il cammino si compie in relazione con i tuoi incontri, non è un percorso solipsistico. La tua condizione di solitudine è la premessa indispensabile per aprirti alle Relazioni che il cammino ti riserva, alle quali non ti renderesti altrimenti disponibile. Chi cammina è sempre in compagnia, in questo senso, anche se cammina da solo. Troverà sempre un appoggio, un punto di riferimento in qualcuno che gli è amico. Per cui, caro amico o amica, se non è ancora chiaro: se ti piace seguire questo cammino, se ti piace leggere quello che scrivo e vuoi continuare a farlo anche prossimamente, sappi di poter contare sulla mia compagnia e che io CONTO SULLA TUA! Acquista una copia di "Giustamente errare", qui. Si tratta di un libro in cui sto inserendo molto valore, credo che ne valga la pena, potrebbe essere un buon compagno di viaggio. Grazie, a te, per la tua compagnia!
2021-07-01

Aggiornamento

2- COMPAGNIA. Com-pagnia: del dividere tra me e te il pane, il nutrimento. Del con-dividere. Questo è il senso della compagnia. È un senso eminentemente pratico: nel corso del cammino, quando ci si ferma e si passa al tempo del riposo, del bisogno di nutrire le proprie forze, si parteggia il cibo che è disponibile. Siamo tutti in cammino e, in fondo, il cibo o la disponibilità di risorse non ci serve altro che per alimentarlo, per proseguire nella nostra evoluzione, verso la prossima tappa del viaggio. Questo è il senso della compagnia! Sapere di poter contare su un amico che ti offre parte della sua porzione, e comunicargli che lui può contare sulla tua parte. Da soli alcune cose non si possono proprio fare. Il cammino, ad esempio. Lo si fa da soli, ma sempre e comunque in compagnia. In compagnia di chi incroci per la via, di chi ti ospita, di chi incontri. Si cammina necessariamente da soli, ma il cammino si compie in relazione con i tuoi incontri, non è un percorso solipsistico. La tua condizione di solitudine è la premessa indispensabile per aprirti alle Relazioni che il cammino ti riserva, alle quali non ti renderesti altrimenti disponibile. Chi cammina è sempre in compagnia, in questo senso, anche se cammina da solo. Troverà sempre un appoggio, un punto di riferimento in qualcuno che gli è amico. Per cui, caro amico o amica, se non è ancora chiaro: se ti piace seguire questo cammino, se ti piace leggere quello che scrivo e vuoi continuare a farlo anche prossimamente, sappi di poter contare sulla mia compagnia e che io CONTO SULLA TUA! Acquista una copia di "Giustamente errare", qui. Si tratta di un libro in cui sto inserendo molto valore, credo che ne valga la pena, potrebbe essere un buon compagno di viaggio. Grazie, a te, per la tua compagnia!
2021-06-30

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Parole intorno al libro - 1 ANESTETICO. Questo libro non è un anestetico. E neppure un preservativo. Giustamente errare è in viaggio, voglio accompagnarlo con delle parole. La prima dice quel che il libro non vuole essere: un anestetico. --- "Giustamente errare" non vorrebbe essere una fabbrica di sogni altrui, ma una occasione per entrare in relazione con il mondo e produrti i tuoi sogni. Vorrebbe essere un libro di viaggio, per tutti i viaggi Anestetico Dopo la partenza del cammino di “Giustamente errare” voglio provare a esplorare qualche parola per dirvi qualcosa di più di questo libro. Come una sorta di glossario. Lo farò usando l’etimologia in libertà poetica. Anche una falsa etimologia può raccontare molto delle cose e delle loro relazioni. Ovvero, di quello che è essenziale ad esse. La prima etimologia è però corretta ed ufficiale e parto con il dirvi che cosa il libro non è o non vorrebbe essere: non è un anestetico. Anestetico deriva da estetico, in quanto sua negazione. Ovvero, entrambi derivano dal greco con riferimento alla sensazione: estetico è qualcosa “che concerne la sensazione, la percezione sensoriale”. Anestetico, quindi, qualcosa che lo nega, un modo per isolarci dal mondo per non “rischiare”, per non provare dolore. Oggi viviamo in un mondo che tende ad essere anestetico! La sensazione fa paura. Rispetto alle cose, alle persone, e alle relazioni con esse siamo invitati a porre mille ostacoli di controllo, di sicurezza, di verifica. Siamo circondati di “preservativi”. Che, come si sa, impediscono l'esplodere della vita. Come se la vita fosse qualcosa di cui pre-occuparsi, piuttosto che, semplicemente, "occuparsi". Come se il dolore o la malattia o la vecchiaia e la morte non fossero parte integrante della nostra intima essenza, non fossero altro che “ombra della luce”. Non che non si debba viaggiare nei sogni altrui, eh! Anche io guardo fil su Netflix, il cui CEO ha dichiarato che il suo competitor è il sonno. Ma voglio anche costruirmi i miei, di sogni. La spinta anestetica porta con sé un pericolo: quello di perdere la sincerità e la meraviglia del nostro “contatto” con il mondo. In un’epoca di distanziamento sociale il rischio è quello dell’isolamento, del solipsismo. “Giustamente errare” non è per nulla un libro anestetico! Invita ad errare. Invita a sperimentare al di fuori del calcolo e della misura, invita a mettersi in gioco mettendo sul tavolo tutti i propri averi, fino all’ultima moneta sonante. Si lascia tutto e si parte. La bellezza della vita fiorirà nuovamente solo se le lasciamo spazio, se non inchiodiamo i nostri piedi alla croce delle sicurezze di comodo. Faremo molti, ma molti passi avanti. Quindi, se vorrai acquistare il mio libro, sappilo: non troverai un anestetico, qualcosa che ti toglie pensieri e ti regala sogni. I sogni preconfezionati li puoi trovare altrove, un po’ dappertutto. Non qui. Troverai in “Giustamente errare” qualcosa che forse potrebbe turbarti e dolerti. Ma questa piccola o grande ferita potrà aprire molte porte perché il viaggio, il sogno e la ferita saranno solamente i TUOI. Se si aprirà una porta sarà quella del viaggiatore, quella per il sublime, per mondi inesplorati: gli stessi che il pellegrino, una volta appoggiato lo zaino, ricorda di aver vissuto con nostalgia (ho scritto vissuto e non “visto” non a caso). Gli stessi che rendono i camminatori, tutti, in qualche modo, fratelli, figli di uno stesso genitore, amici di una Agape celeste. -- L'immagine in copertina è il famoso quadro di Caspar David Friederich, "Viandante nel mare di nebbia".
2021-06-26

Aggiornamento

Sarà un librino agile, leggero. Come nel cammino: non si porta via più di quel che serve. Vorrebbe essere una guida di viaggio - Ma per qualsiasi viaggio. Anzi, un amico, sincero, per farti compagnia durante il TUO percorso. Perché il viaggio è viaggio per tutti, ma per ognuno è diverso, c'è un proprio passo e un proprio terreno per l'errare. Ma i passi sono quelli giusti! non si scappa. Serve avere fiducia, anzi, fede. Non necessariamente in qualcosa: fede, e basta. Così il mondo si apre, come una rosa. E possiamo camminarlo tutto. Grazie di cuore a tutti gli amici che hanno scelto di ordinare “Giustamente errare” in questi primi due giorni di cammino! Sono tantissimi, e se continua così, andiamo davvero molto lontano! 😄 Per loro, e per chi vorrà affiancarsi adesso, una rosa. E chi ha letto il Piccolo Principe sa che non è poca cosa, la rosa! 🙂 Grazie Marco Konin Boscarato, pellegrino lungo la Via Francigena nel 2007 e 2009

Commenti

  1. Benedetto Neroni

    Quale è la differenza fra un buon libro (divertente, rilassante, istruttivo, emozionante ecc.) ed un libro d’eccellenza ? Semplice: quest’ultimo parla direttamente ai recessi più intimi e profondi dell’anima (a volte sembra addirittura un suo riflesso) e da risposte prima ancora che tu abbia formulato le domande. I libri d’eccellenza (io me ne intendo) sono molto rari, ma posso affermare con certezza che il libro di Marco Boscarato rientra a pieno titolo nella categoria. Come le migliori esperienze nella vita, ho scoperto il libro quasi casualmente, in una delicata fase di transizione della mia esistenza, in cui avevo bisogno di fermarmi, ascoltarmi e riflettere…ma non mi decidevo a farlo. Giustamente errare, a dispetto del suo titolo, ha costituito la spinta decisiva a farlo: proprio come Marco sulla via francigena ho azzittito il fastidioso chiacchiericcio della mente e ho messo in moto le gambe, andando a passeggiare in alta montagna…e quando ero stanco il viaggio proseguiva attraverso la lettura dell’esperienza altrui che (incredibilmente !) rifletteva la mia. Giustamente errare descrive il viaggio universale dell’anima di tutti noi (anima mundi se vogliamo citare Jung) ed è per questo che, al di là delle doverose differenze personali, ho trovato il cammino di Marco così simile al mio. In ogni caso – e questo va doverosamente sottolineato – il libro costituisce una serie utilissima di lezioni (in primis: perdona gli errori, anzitutto i tuoi !), proprio come i Koan Zen o i 36 strateggemmi taoisti e si presta a diversi livelli di lettura (dal superficiale al consapevole), adatti a tutti. Concludendo: libro straconsigliato a tutti, soprattutto a chi non ha paura di mettersi in gioco e di scoprire nuovi aspetti di sè stesso e del mondo

  2. (proprietario verificato)

    Marco usa il linguaggio con maestria e sensibilità uniche, che scaldano il cuore ad ogni pagina. Confesso che in questa parte della mia vita, sotto i morsi della necessità, da molto tempo non leggevo un libro che non fosse su argomenti tecnici, strumentali, utilitaristici. Così l’animo mi si è come arrugginito, ed alcuni pensieri pian piano si sono insinuati nella mia mente. Uno di questi afferma che tutto ciò che è analisi concettuale, filosofica, sia poco utile. Ecco perché, inizialmente, di fronte ad un titolo così ero perplesso. Con gioia mi sono ricreduto.
    Ho scoperto che il libro di Marco è una guida utilissima per chiunque percorra qualsiasi tipo di viaggio, sia materiale che non. È utile soprattutto a chi pensa di essere in qualche modo su un sentiero sbagliato e demonizza l’errore, credendo che errare (!) sia un atto da evitare e da nascondere. Ho scoperto che avevo il profondo bisogno di incontrare un libro così, proprio adesso. Consiglio caldamente questo libro come si consiglia con sincerità l’opera di un buon amico. Grazie, Marco!

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Marco Boscarato
nasce nel 1967 a Mestre. Dopo gli studi scientifici, si laurea in Economia Aziendale e in Storia Moderna. Inizia a lavorare nel ristorante di famiglia, luogo di incontri letterari e culturali. Appassionato di letture, incontra il buddhismo Zen nel 1993 negli Stati Uniti e ne continua la frequentazione in Italia a Fudenji, Fidenza, da cui parte nel 2008 per il suo cammino “simbolico”. Oltre a vari articoli su giornali e riviste, ha pubblicato un libro di poesie, "Parole di senso incompiuto" (Panda, 2005), e la biografia "Una storia veneta" (Terraferma, 2009).
Marco Boscarato on FacebookMarco Boscarato on InstagramMarco Boscarato on Wordpress
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