Consapevolezza
Un ronzio fastidioso pulsa nella mia testa e mi fa sentire trattenuta come un’ape impazzita, intrappolata in un barattolo. Non riesco a individuare esattamente la causa di questo blocco, ma ogni mio movimento è limitato e rallentato, come se due energumeni mi avessero prelevato con la forza e mi stessero trattenendo per le braccia con tale violenza da impedire al mio sangue di circolare. Le braccia sono indolenzite, il formicolio che mi attraversa le vene scende fino alle mani gonfie e stanche. Mi sento come se un camion mi avesse investita, o almeno questo è l’unico paragone a cui riesco a pensare quando mi sento uno schifo.
Nel dormiveglia, provo a voltarmi su un fianco, ma un dolore acuto all’addome mi blocca immediatamente. Apro gli occhi quasi di scatto, cercando di capire che cosa mi abbia provocato un tale dolore e, con sorpresa, mi rendo conto di non essere nella mia stanza; ho la sola certezza di trovarmi in un letto. Lenzuola e cuscini sono completamente bianchi, non comodi come i miei, ma passabili. Girando lo sguardo verso destra e sinistra, poi mi controllo le braccia: un groviglio di tubi le avvolge. Il che spiega perché le sento sofferenti. Gli aghi delle flebo sono conficcati nelle mie vene, il nastro adesivo che li tiene bloccati tira un po’ la pelle, ma il tutto non mi impedisce di compiere movimenti, anche se limitati. Indosso un camice da ospedale bianco a pallini grigi, le maniche larghe permettono movimenti liberi, ma la stoffa in eccesso si incastra nel letto ed è alquanto fastidioso. Alcune macchine controllano i miei parametri vitali: le tante lucine colorate che pulsano e le linee tremolanti che ondeggiano sul monitor dovrebbero indicare che al momento sono viva, e questo perlomeno è un buon segno. Se ci fosse stata una linea dritta mi starei guardando dall’altra parte, come fanno i fantasmi nei film che si staccano dal corpo, impossibilitati a compiere azioni o dare i suggerimenti giusti per risolvere i problemi. Fortunatamente non è il mio caso. La stanza è immersa nel silenzio, se non per il rumore dei monitor, grazie al quale capisco da dove proveniva il ronzio che mi ha portato al risveglio. Tutti i muri della stanza sono bianchi, tagliati a metà dal colore azzurro pastello nella parte inferiore, che conferisce movimento a quell’ambiente troppo monotono.
Davanti al mio letto c’è un armadietto grigio, identico a quello che si trova nelle palestre, e su entrambe le ante c’è scritto il mio nome: Miley Roux. Alla mia sinistra, non troppo distante, ci sono un altro letto e un altro armadietto, ma non c’è nessuno; non so bene se esserne felice o se, invece, la presenza di un altro essere umano mi sarebbe stata di supporto emotivo. In fondo alla stanza c’è un’altra porta e deduco velocemente che si tratti del bagno, di cui in questo momento ho gran bisogno, ma portando l’attenzione alle mie parti intime posso togliere il problema dai miei pensieri: il catetere mi farà risparmiare la fatica di alzarmi, ma adesso che ho capito di averlo non so se lasciarmi andare liberamente, non avendolo mai usato e non conoscendo la sensazione che si possa provare a urinare dentro un tubicino. Magari mi trattengo per un po’, forse qualche infermiera che verrà a trovarmi in camera mi darà spiegazioni. Sul lato destro della stanza vi è una grande finestra che al momento ha le tapparelle semiabbassate.
Non so che ore siano; la luce che penetra è sufficiente a farmi vedere cosa mi circonda, ma non sembra intensa. Il lampadario sul soffitto è spento, magari è sera o mattino presto, non lo so; di certo ho capito che sono in una stanza di ospedale. Facendo un respiro profondo posso inalare il forte odore di disinfettante, che quasi mi brucia le narici. In lontananza si possono sentire voci ovattate e il rumore delle scarpe del personale sanitario.
Piano piano sto prendendo consapevolezza di ciò che mi circonda, ma la vera domanda è: che ci faccio qui?
Distesa e inerme su questo letto, circondata da un arredamento povero ed essenziale, senza la presenza di anima viva nella stanza mi ritrovo a fissare il candido soffitto. Nella mia testa non scorre il benché minimo pensiero. Ho provato a rispondere alla domanda, ma del perché io sia qui non ne ho idea. La memoria sembra farmi brutti scherzi e, con la paura di averla persa, provo a fare semplici ragionamenti per capire in che condizioni mentali mi trovo.
Be’, il nome l’ho letto sull’armadietto e lo riconosco come mio; ho diciotto anni; sono nata il 16 marzo; mi sono diplomata all’accademia per barbieri e lavoro in una barberia, il mio fidanzato si chiama Kevin e lavoriamo insieme; mio fratello Justin è un vero rompipalle, come il mio responsabile James, soprannominato il “Maresciallo”. Mmmh… Devo dire che fin qui ci siamo, mi sembra di ricordare un bel po’ di cose, ma scaviamo ancora, ci deve pur essere un collegamento per giustificare tutto ciò. Vediamo… Ho due amiche fantastiche: Scarlett, che è incinta, e Chantal che… Aspetta un attimo: io e Chantal, da quel che ricordo, è da qualche settimana che non ci parliamo. Siamo sempre state migliori amiche, ma nell’ultimo periodo so che avevamo avuto un fraintendimento, non eravamo mai state così tanto tempo senza parlarci. Spero solo che, sapendo di me in ospedale, venga a trovarmi, così potremo chiarire. Lo so, è da ipocriti pensare di poter sistemare un rapporto facendo leva sull’essere ricoverati.
“Poverina, è in ospedale, quindi devo andare a trovarla” non è certo un bel modo per avere una scusa per vedersi, ma semmai decidesse di venire, cosa che spero vivamente, farò il possibile per sistemare le cose. Rivoglio la mia migliore amica.
In questo piccolo “albero mentale” tutto mi sembra nella norma, ma ho la netta sensazione che manchi qualcosa di fondamentale, come quando stai per completare il puzzle più bello e più grande che tu abbia mai fatto e non riesci a trovare l’ultimo pezzo che lo completi. Facciamo dunque un passo indietro: l’ultima cosa che ricordo è che ero allo Cherry con tutti gli altri, avevo avuto una discussione con Kevin, ma non mi è chiaro in testa quale fosse stato l’argomento, di sicuro sarà stata una sciocchezza se non ne ho memoria. Ricordo che ero seduta al tavolino del locale con James e Scarlett. Anche qui avevamo affrontato una questione delicata. Ricordo che James e Kevin stavano discutendo del loro rapporto o di questioni lavorative, la musica era assordante; la serata stava prendendo una piega non convincente, con tutte quelle discussioni. La testa era pesante, forse anche a causa dei cocktail che avevo bevuto, ero presa dall’affanno, dovevo rinfrescarmi con un po’ d’acqua fresca, so che mi ero diretta verso il bagno e…
Oddio, Marco! Ora ricordo! Mi aveva colta di sorpresa, alle spalle, i suoi occhi erano pieni di odio e vendetta. Mi si è scagliato addosso più volte percuotendomi; ha tirato fuori il mio rasoio a lama, che mi aveva rubato al contest, e ha iniziato a infierire con violenza su di me, ferendomi. Mi ha procurato molti tagli profondi, sulle braccia e sulle gambe, con la leggerezza di un bambino che gioca con una bambola. Ero diventata la sua ossessione e la sua condanna allo stesso tempo. Poi l’ultimo colpo, ricordo la lama che mi lacerava l’addome, non potevo reagire. Il dolore era indescrivibile, un senso di nausea mi pervadeva. Nei miei occhi avevo una visione a tunnel. Era tutto nero intorno a me, fatta eccezione per gli occhi rossi con le pupille dilatate di Marco, che mi fissava con un mezzo ghigno, contento e soddisfatto per quel che aveva fatto. Poi il nulla, solo l’odore del mio sangue che scorreva lento intorno a me e infine il risveglio in questa stanza di ospedale.
Tutto adesso ha più senso. Un nodo in gola mi sale improvvisamente. Gli occhi si riempiono di lacrime che fatico a trattenere; cerco di arginarle spostando lo sguardo verso il soffitto, ma è inutile. Mi sento umiliata e ho paura. Dov’è ora Marco? Lo avranno preso? Ritornerà a finire la sua opera? Perché qui con me non c’è nessuno? Con il pianto che ormai sgorga come una cascata inarrestabile, sposto le coperte di cotone bianco, alzo il camice lentamente per non urtare i fili delle flebo, ansiosa di scoprire se quel che ho ricordato sia accaduto realmente, ed è tutto vero. Sotto il camicione vedo i segni di quella sera, coperti da grandi cerotti e bende, attraverso i quali si intravedono le macchie, ormai scure, di sangue. Vorrei urlare, scappare via, vorrei piangere a più non posso, ma devo trattenermi. Ogni spasmo provocato dal pianto mi provoca un dolore allucinante alla pancia. Faccio dunque dei bei respiri profondi, buttando fuori l’aria, ma le labbra tremano ancora, non riesco a calmarmi. Ho paura che Marco possa entrare da un momento all’altro, non voglio morire!
Io e Marco andavamo a scuola insieme, all’inizio eravamo molto amici, poi è nata la gelosia verso la mia bravura. È iniziato tutto con battute sottili divenute nel tempo sempre più pesanti e offensive, fino ad arrivare al nostro distacco. La vincita con la barberia nella quale lavoro e l’apprezzamento di suo padre nei confronti del mio lavoro di certo non hanno migliorato la situazione, anzi, essendo suo padre diventato anche un mio cliente e non trattenendosi dal fare paragoni tra noi, lui di certo non si sentiva stimato. Da un lato posso capire un eventuale rammarico nei miei confronti, ma questo? Questo è sicuramente troppo, non lo pensavo capace di un tale gesto. Ora posso solo pregare Dio che mi aiuti a sopravvivere e a ritornare alla mia normale e semplice vita.
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