La pinta sul bancone di legno riflette il mio viso spento. Cerchi bianchi all’interno di esso scandiscono i sorsi profondi che ho sorbito in questa notte solitaria. La forma conica del boccale americano mi ricorda molto i disegni dell’Inferno della Divina Commedia di Dante. Ogni sorso un girone, fino a quando il bicchiere rimane soltanto un trasparente e inutile contenitore. Ciascuna birra una discesa nel regno di Lucifero. Arrivato in fondo Dante era uscito a “riveder le stelle”, tornando alla luce. La bramava, ma il buio durante la discesa lo cambiò per sempre. Mi immagino Urca vestito come Virgilio, con la calzamaglia, il corpetto e un cappello ridicolo, quello che ha comprato all’Oktoberfest va benissimo. Con le babbucce dorate mi conduce per mano a spasso per gli inferi a parlare con i dannati fino a raggiungere Lucifero, il portatore di luce, l’angelo più bello di tutti, caduto nelle viscere della terra che si è ritratta per non toccare lo scempio del massimo traditore. Buio e luce si inseguono da sempre, opposti inscindibili in un mondo che è un ciclo eterno di queste due entità.
“Posso chiederti un’altra media?” chiedo al ragazzo dietro al banco, interrompendo il flusso dei pensieri. È bassino, con i capelli neri, corti e stempiati. Dà l’impressione di non voler in alcun modo essere lì. Il suo grembiule di pelle marrone, macchiato e rovinato in diversi punti, lo rende autorevole. Presenta diversi tic che, con cadenza temporale perfetta, recita sempre nel medesimo modo. Prima sbatte gli occhi due volte, poi contorce la testa e il collo a destra e a sinistra, alzando le spalle, come quando vuoi comunicare senza parole un poco formale “Eh vabbè”. Non l’ho mai visto, poiché non sono mai entrato in questo bar. L’ho scelto apposta, non avendo nessuna intenzione di interloquire con alcuno. In realtà mi sono fermato perché ho visto alla spina la Lucky Jack, una American Pale Ale Norvegese di cui sono follemente innamorato.
“Sempre Lucky?” mi chiede lui con lo sguardo torvo di chi non aspetta altro che arrivi l’una di notte, ma il sorriso stampato di un professionista di questo maledetto mestiere.
Annuisco. Arrivata la pinta faccio il primo sorso, quello più profondo, dove si assapora con voluttà la birra ancora perfettamente ghiacciata uscita dalla spina. Affondo i baffi nella schiuma, che rimane lì, pronta a farsi leccare. Ed ecco il primo cerchio: il Limbo dove dimorano le persone che non hanno compiuto peccati, ma non sono stati battezzati. Il luogo dove il nulla rimane tale ed il buio e la luce non esistono. Il non-luogo per eccellenza. Non vi è viaggio e non vi è fermata, soltanto attesa di un profondo ed eterno nulla.
La bottigliera, a tre ripiani illuminati è imponente. Vi sono numerose etichette importanti, tra cui una miriade di gin, di cui non conosco neanch’io l’esistenza. Mi guardano tutte, alcune perfettamente lucide, altre impolverate, lasciate ferme da mesi, magari anni. Di sottofondo è partita Stairway to heaven dei Led Zappelin. Io, sotto la chitarra elettrica, mantenuta mansueta come un maremmano bianco e peloso tenuto al guinzaglio in mezzo ad una via trafficata da un padrone esperto, percorro lo stesso viaggio, ma al contrario. Sono Dante, sono ancora nell’assenza totale. Un luogo di passaggio, dove niente ha consistenza. Incontro numerosi personaggi, come Omero e Giulio Cesare: non soffrono, ma non sono felici, non sentono nulla, sono come burattini di legno guidati dalla mano di Dio in un eterno spettacolo di marionette cancellato. Forse Godot, si nasconde proprio qua.
Dall’altra parte del bancone lungo, vicino alla spina di metallo luccicante a tre vie, a forma di croce di Sant’Antonio, dove i colori dei medaglioni delle birre giocano a chi è più virtuoso e colorato, siede un signore particolare. Ha un cappello a bombetta scuro, un paio di occhiali con la montatura spessa dello stesso colore e un pizzetto moro. Un pesante e lungo cappotto nero arriva quasi fino al pavimento di mattonelle esagonali color terracotta. Poco prima ha chiesto un Negroni con sette parti di Gin, tre di Carpano e una di Bitter Campari. Il barista glielo ha fatto senza battere ciglio. Io lo avrei guardato con un’espressione accusatoria senza capire assolutamente come fargli il cazzo di cocktail che vuole. Sottovoce ha fatto una chiamata che sembrava proprio essere la prenotazione a casa di una prostituta. Ho captato solamente poche frasi ambigue, ma lo sguardo imbarazzato non ammette dubbi. L’odore di naftalina del cappotto si è sparso per tutto il bar a luci soffuse. Vi è un mormorio tenue, poiché l’atmosfera porta tutti i clienti a parlare a bassa voce, come se fossero in chiesa e non dentro a un locale che serve alcolici ad anime dannate, l’esatto opposto.
Prendo il secondo sorso, meno intenso, ma comunque molto godurioso. Ne faccio un altro, non soddisfatto della quantità di liquido che mi ha bagnato le papille gustative. Sono nel cerchio dei Lussuriosi e dei Golosi. Le anime che godono senza limitazioni; che sia sesso, alcol, cibo, loro vogliono solamente appagarsi. Guardo le persone intorno a me. L’uomo col pizzetto ha pagato e si sta alzando per andare, pulendo gli occhiali con il maglioncino, anch’esso nero, e annusandosi di nascosto le ascelle sotto al cappotto. Ad un tavolo un ragazzo pelato e glabro, con un naso importante ed il mento in fuori, è già al quarto Tommy’s Margarita, e il volume della sua voce inizia a sovrastare quella degli altri, in questa finzione demoniaca a cui stiamo partecipando, mentre un altro, decisamente grasso, con i capelli lunghi e rossi legati sopra la testa, una barba poco curata e sporca, sta stuprando un doppio gelato con panna, accompagnato da una cioccolata calda, anch’essa sempre con panna. Sopra alla felpa arancione, che sembra più la vela di una piccola imbarcazione, vi sono macchie di cioccolato e di altre sostanze di cui non voglio conoscere la precedente ubicazione. Guardo la mia birra e prendo un altro sorso, più moderato, conscio che la lussuria vive in ognuno di noi, in quanto umani, portatori sani di vuoti da colmare.
Mi ritrovo nel girone degli avari e dei prodighi. Gli opposti che si scontrano e si insultano eternamente. Mi affiorano alla mente, nella bacheca dei miei ricordi, scrostate e bagnate con alcol e lacrime, tutte le discussioni con mia madre e il confronto tra generazioni diverse. Lei risparmiatrice seriale, con l’idea in testa che l’unica cosa importante da fare sia guardare al futuro, io assolutamente disinteressato a ciò che verrà: il futuro non posso immaginarmelo. In un mondo che si sta prosciugando come un vecchio straccio lasciato al sole troppo a lungo, quello che potrà succedere non esiste. Tra eventi climatici estremi sempre più frequenti, pandemie e guerre stupide, non è altro che buio. Tra un passato che cerchiamo di superare e un futuro che non vogliamo guardare, rimane solamente il presente. Quell’istante fuggente che ci rende vivi. Al dopo ci penserò quando diventerà adesso. Mi cade l’occhio sui miei pantaloni e con stupore mi accorgo di avere la patta aperta. Goffamente, sperando che nessuno lo abbia notato, tiro su la cerniera. Nel mondo capitalistico e consumistico di oggi, dove il vero dio è il denaro, non penso che gli avari e i prodighi sarebbero dannati. Anzi, sono esattamente quello che Adam Smith chiamava la mano invisibile, ovvero la forza di mercato autoregolante che guida l’offerta e la domanda all’interno di un’economia di libero mercato. Ed ecco la mano fantasma che distrugge i massi che i dannati stavano spingendo da tutta l’eternità, come contrappasso della loro colpa e li innalza tra le sue dita splendenti al cospetto del nuovo dio dell’universo. Me lo immagino verde, con il volto di qualche vecchio presidente americano – forse Washington, oppure Nixon – che accoglie in un letto di banconote tutti quelli che ha reso schiavi in vita. Siamo questo, uomini in catene in un libero mercato.
Riprendo a sorseggiare dal bicchiere, la birra mi cola agli angoli della bocca. Rifletto sulla quantità di ore che passo lavorando, con uno stipendio non adeguato e in un settore dove i diritti dei lavoratori sono indietro di cinquant’anni rispetto agli altri, come se noi giocassimo e non dovessimo avere una vita. Ho perso tutto per questa merda trascorsa dietro ad un bancone ad ascoltare adulti lamentarsi delle loro schifose ed inutili esistenze. Gli occhi del ragazzo davanti a me, sono i miei. La sua rabbia è esattamente la mia. Come cazzo è possibile che, per fare il lavoro che mi piace, devo cancellare totalmente il tempo libero? Le mie gambe tremano con i piedi appoggiati all’asta dello sgabello. Sotto di me la palude dello Stige mi blocca le caviglie, mi muovo sempre più velocemente per cercare di liberarmi dal fango. Dentro di me monta la rabbia, come un nembo che predice tempesta, fulmini e saette. I tuoni si sentono in lontananza. Ricordo una sera, una delle ultime con Nina. Faceva molto caldo, più del normale, come se l’anticamera dell’inferno avesse aperto una fessura sotto i nostri piedi. Ci siamo urlati tutto il male accumulato negli ultimi mesi. Lei mi accusava di pensare solo al lavoro e di non avere mai voglia di passare del tempo con lei, io invece le dicevo che non voleva stare con me, ma con chiunque altro le stesse vicino. Non mi amava più o, forse, non lo aveva mai fatto. Ricordo tutto come un incubo, uno di quelli che, quando ci si sveglia, lasciano addosso, come un profumo scadente comprato in un negozio cinese, l’angoscia. I suoi occhi, quelli non li scorderò mai. Rossi come non lo erano mai stati, lucidi, cattivi. Giro lo sguardo intorno per controllare se, nella palude di questo girone di iracondi, ci sia anche lei, ma niente, vedo solo povere anime che continuano a lottare in queste acque melmose, specchio perfetto della vita che ci incastra e non ci lascia più andare. Sommersi completamente dalla palude, ci sono gli accidiosi, che per indifferenza pagheranno la stessa sorte.
La birra è quasi a metà: più il tempo passa più si scalda, esattamente come la temperatura avvicinandoci al centro della terra. Tremante bevo dalla mia pinta infernale. Gli orologi di Dalì sono completamente squagliati, come un gelato caduto in terra in un mezzogiorno d’agosto. Il tempo è infinito e allo stesso tempo tende a zero. Un cimitero di sepolcri infuocati si presenta davanti ai miei occhi, che iniziano a faticare a stare aperti per il fumo che avvolge, come un tornado al rallentatore, tutto questo viaggio. In sottofondo, come l’organo che durante la messa penetra sottopelle con un suono antico che dovrebbe avvicinare a Dio, e che, invece, come ho sempre pensato io, offre un assaggio del frastuono dell’inferno, Un blasfemo di Fabrizio de André, cerca la mia anima a forza di botte.
“Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo
lo costrinse a viaggiare una vita da scemo
nel giardino incantato lo costrinse a sognare
a ignorare che al mondo c’è il bene e c’è il male”
Cammino fra le tombe, tutto brucia, ma non sento grida di dolore, sembra tutto carbonizzato da tempo.
“Quando vide che l’uomo allungava le dita
a rubargli il mistero di una mela proibita
per paura che ormai non avesse padroni
lo fermò con la morte, inventò le stagioni”
Chi sono i veri peccatori? Gli eretici, ovvero quelli che vogliono riflettere tutta la vita sui misteri che avvolgono questo infinito universo, che si pongono eterne domande che non hanno alcuna risposta? Coloro che con la scienza ed il progresso salvano milioni di vite e fanno sì che il mondo avanzi e migliori? Le persone che accettano la diversità dell’umanità che ci circonda e non gridano all’abominio a vedere due uomini o due donne baciarsi? Chi non crede che un Dio salvatore e buono possa permettere le atrocità che ogni giorno l’umanità compie ciclicamente? No. I mostri, sono quelli che uccidono per un ideale diverso. Chi non accetta il pensiero altrui che non combacia con il proprio. Quelli che non lottano per concedere la libertà di espressione e di pensiero. Ecco chi c’è in questi sepolcri, ecco chi sta bruciando nell’eterna fiamma dell’inferno. Loro, non gli eretici. Stanno in silenzio, mentre il fuoco li avvolge. Non si meritano neanche di gridare ed estirpare il dolore attraverso la voce.
“E se furon due guardie a fermarmi la vita
è proprio qui sulla terra la mela proibita
e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato
ci costringe a sognare in un giardino incantato”
Con l’arpeggio di chitarre che scompare lentamente e che segna la fine di questo capolavoro, punto gli occhi verso il soffitto a travi di legno. Butto giù un’altra sorsata dell’American Pale Ale, guardando ancora in alto, un po’ come sfida, un po’ perché so che sto andando a fondo e voglio guardare un’ultima volta la scala per il paradiso.
Il settimo cerchio è quello dei violenti. Mi accoglie il Minotauro, l’uomo bestia. E di bestie, da qui in poi, saremo circondati.
“Sei quasi in fondo all’inferno. Vai avanti senza voltarti, che la luce ti aspetta, dopo questa oscurità, finalmente uscirai a respirare aria pura e non più l’acre fumo che avvolge la tua vita.”
Nonostante il suo viso mostruoso e le sue corna più appuntite di una lancia, la sua voce è dolce, quasi familiare. Sto proseguendo il viaggio nel mio personale inferno, in una notte fredda, senza alcuna accezione speciale. Solo una notte, come tantissime altre. L’oscura figura afferra lo sgabello dove era seduto l’uomo con la bombetta e lo posa accanto a me. Si siede e senza indugiare, non più con la sua voce, ma con quella del Minotauro, mi parla:
“Tu lo sai cosa sta per accadere. Sei qui apposta, proprio questa sera. Lo hai voluto tu questo viaggio nelle viscere del globo. Ci sei quasi. Pensa alla luce, non pensare al buio, al grande terrore che stai per vivere.”
Ho paura. Voglio scappare, non so perché io sia qua. Voglio tornare a casa, voglio la luce, ho bisogno della luce. Mi accontento di quella finta, dell’illusione che mi porto avanti da ormai due anni. Il buio è troppo caldo. Odio l’estate, il sudore che mi si forma sulla schiena e i capelli che si ammucchiano bagnati mettendo a nudo la mia cute. Preferisco l’inverno. Il freddo. Per combatterlo basta coprirsi con gli strati necessari, bere una buona tisana davanti al camino e guardare un vecchio film, uno di quelli che si è già visto trenta volte, ma che fa stare bene. Ora me ne vado, non ce la posso fare.
L’oscura figura mi abbraccia e, avvolgendo con il suo palmo il dorso della mia mano intorno alla pinta, mi sussurra, sempre con la voce soave di prima: “Ce la faremo insieme.” Bevo la birra e continuo la discesa, stringendo la mano della mia nuova guida. Francesco De Gregori passa nelle casse:
“Due buoni compagni di viaggio
non dovrebbero lasciarsi mai
potranno scegliere imbarchi diversi
saranno sempre due marinai “
Guardo il mio personale buio e sorrido, chiudendo gli occhi e tappandomi il naso.
Proseguo cercando di sembrare invisibile. Attorno a me assassini di ogni tipo immersi in un fiume di sangue bollente, vengono infilzati e tormentati da Centauri, metà uomini e metà cavalli, comunque più umani delle anime che stanno punendo. Mi blocco, provo solamente terrore. Non c’è pietà o giustizia nei miei occhi, non riesco più a ragionare, a essere lucido. Non è più un viaggio è solo morte. L’oscura figura mi porta verso una piccola feritoia, trascinandomi letteralmente per il braccio. Superato il passaggio segreto, la temperatura diventa più mite. Mi accascio a terra e cerco di riprendere fiato. Guardo ancora la mia guida. Mi ha salvato la vita. Con occhi diversi, cerco il suo sguardo in quel viso buio e vuoto. La birra è quasi finita, manca un sorso. È da qualche minuto che delle goccioline di sudore mi scendono dalle ascelle lungo tutto il fianco, fino alla cintura dei pantaloni. Piccoli brividi mi salgono lungo la colonna vertebrale alla stessa velocità, ma con verso opposto. Con la testa china sopra al bancone che emette fumo, chiudo gli occhi. Sento per un attimo il brusio della sala come un canto gregoriano, come un requiem di demoni alati che mi incitano a scendere nel buio più totale, come se la luce dell’angelo più bello, sia l’unica meta possibile. Mi ritrovo davanti a una scala in pietra, non ne vedo la fine, ma solo il nero che mi circonda. Trattengo il respiro e, sospinto dalla mia oscura figura, inizio la discesa. Ricordo le giornate passate sul divano abbracciati, avvolti in coperte che erano degli scudi contro la malvagità del mondo. Le sue continue domande, ossigeno per il fuoco che dentro me divampava nella speranza di esporle la mia conoscenza. Il mio ego si compiaceva e le nostre conversazioni erano crescita continua e imperterrita di due menti che facevano l’amore parlando di filosofia e letteratura. Lo sguardo ansimante mentre sopra di me danzava con il suo ventre sul mio corpo sudato. Quegli occhi così scuri dove avrei potuto annegare, buchi neri nell’universo di nebulose colorate e di stelle che esplodevano per celebrare quelle fottute porte su un’anima pura, buona e mai banale. Passavo le dita fra i suoi capelli, scuri anch’essi a contrasto con la luce che emanava da ogni poro. Le arrivavano alle spalle, a volte mossi come onde lunghe in un mare impetuoso, altre lisci, setosi, e oscillavano all’unisono ad ogni suo movimento del collo. Sul suo naso scrissi una poesia, di nascosto. Non era sicuramente perfetto, era piccolo con una leggera gobba. Mi ha sempre ricordato una di quelle piste da sci dove con lo snowboard ci si diverte saltando su rampe dolci e semplici da poter controllare. Il suo respiro era spesso pesante, come se dovesse sforzarsi per respirare. Aveva il setto deviato e con tempismo ciclico soffiava dalle narici per liberare temporaneamente le vie respiratorie, dando l’impressione di un piccolo sogghigno. Sento ancora le sue risate seduta al tavolo del ristorante, dove andavamo sempre quasi fosse un rituale, come una messa o la partita alla domenica della squadra del cuore. Cercavo in tutti i modi di farla ridere, solamente per poter ascoltare le note che si univano in accordi, che diventavano orchestra. Portava sempre un rossetto color pastello. In realtà non ho neanche la più pallida idea di che reale colore fosse, me lo avrà ripetuto un centinaio di volte, ma io non volevo apprendere, poiché adoravo il suo sguardo impegnato a spiegarmi i vari nomi dei colori. Era disordinata esattamente come me. Trovavo suoi calzini in giro per casa così spesso che tra i miei e i suoi a volte mi confondevo. Era alta e tra noi passavano solo due numeri di differenza di scarpe. Una volta mi sono presentato al lavoro con un calzino nero mio ed uno suo che mi avvolgeva la caviglia come un fiore. Su tutte le mutande e, non sto esagerando, vi era almeno un piccolo foro. Non ho idea di come fosse possibile, ma riusciva ogni volta a stupirmi. Non l’ho mai vista con un reggiseno abbinato al pezzo di sotto. Portava magliette di una taglia più grande, l’importante era che fossero bianche. Sudava sotto le ascelle e perciò era l’unico colore che portava senza disagio in ogni situazione. Quando viaggiavamo in macchina era obbligatorio che mettessimo la musica scegliendo un pezzo a testa. Io ero molto più settoriale con i miei gusti e non uscivo molto dal cantautorato classico sia italiano che anglofono, o da quello contemporaneo di musica indipendente, mentre lei pareva dieci persone in una in fatto di musica. Perciò passavamo da Bob Dylan a Taylor Swift, da Calcutta a Salmo e così via. Una montagna russa continua.
In fondo alla scalinata si inizia a vedere un bagliore bianco, esattamente quella luce che uno si immagina di vedere in paradiso. I silenzi degli ultimi periodi erano intensi come quelli che sto vivendo in questa discesa nelle viscere della terra. Passavamo ore insieme senza parlare. Lei era stanca di me, della mia vita, della mia depressione, di quei lunghi periodi in cui non vedevo più nulla, solamente buio. Proprio quel buio stava inghiottendo la sua luce, come l’aspiratore la polvere. Tornavo a casa sempre più tardi, con sempre più alcol in corpo. Non avevo altro, solamente quello. Non volevo stare con lei, non perché non ne avessi voglia o credessi di non amarla più, ma proprio per il contrario. La vedevo appassire accanto a me e cercavo di starle vicino il meno possibile, ma ormai era tardi, il processo era già iniziato. Irreversibile e incurabile. Di quel giorno non ricordo molto. Lacrime e poco altro. Se ne era già andata da tempo, lo sapevo, doveva soltanto dirmelo. La luce paradisiaca adesso mi avvolge e mi acceca. Guardo ancora la Lucky, noto i cerchi bianchi nella pinta conica. Prendo l’ultimo sorso e appoggio il bicchiere sul banco di legno.
Mi sento battere con il dito sulla spalla. Lancio un’ultima occhiata all’oscura figura, sullo sgabello accanto al mio, e la vedo sparire. È arrivato l’angelo più bello di tutti, colei che emana luce. Mi giro e vedo Nina.
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