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I giardini di asfodelo

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Consegna prevista Gennaio 2027
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Giordano è un uomo che non ama le sorprese e non le cerca, ma nulla può contro la morte dell’amico Matteo. Per non soccombere allo sconforto ogni giorno porterà un fiore sulla lapide.
Nel cimitero Giordano incontrerà Emilia, e ne sarà subito attratto. Una gioia effimera perché Emilia scomparirà in modo sconvolgente.
Per ritrovarla Giordano viaggerà ovunque. Entrerà in contatto con personaggi insoliti che gli insegne-ranno che l’invisibile esiste se si è disposti a crederci. In questo girovagare dovrà abbandonare ogni sua certezza e indossare le vesti di un detective per risolvere un giallo. Ad accompagnarlo in questo stravagante viaggio ci saranno l’amica Rachele e Mirko, due figure dai caratteri opposti.
Giordano, grazie a Emilia, sarà capace di rompere le catene delle proprie certezze e scoprirà un nuovo sé. Prenderà coscienza che Il perimetro dell’esistenza va oltre la casa, il lavoro, il cimitero e il pub, uno spazio sconfinato per non perdersi.

Perché ho scritto questo libro?

Non c’è un motivo particolare che mi ha spinto a scrivere questo romanzo, semplicemente la storia mi si è animata in testa e ho voluto metterla su carta. Gli impegni quotidiani mi assediano ogni momento del giorno e faccio fatica a trovarmi degli spazi solo miei. Inconsciamente, nel romanzo ho espresso questa mia frustrazione, una frustrazione condivisa da molti.
Inoltre, quando scrivo, evado dal mondo, e nello spazio tra la mente e la pagina vuota, non può intromettersi nessuno.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Parte da lassù, in alto, molto in alto, da quella sfera gialla, a volte rossa che brucia idrogeno in modo insaziabile. Da quella sfera un raggio di luce nasce e inizia il suo viaggio, destinazione: il più bel posto dell’universo. Sparato nello spazio quasi vuoto, scivola attraverso un mantello di velluto nero o forse blu, non saprei. È un proiettile che viaggia in luoghi dove il giorno ha il colore della notte, una notte bella, eterna, ricca di stelle lucenti. Instancabile prosegue dritto, verso la sua destinazione, cocciuto come uno spermatozoo. Fende la esosfera e giù in picchiata attraverso la termosfera, la mesosfera e la stratosfera e come fosse l’ovulo fecondo, finalmente penetra la troposfera. Alla velocità della luce, rimbalza sulla superfice fredda di un mare ancora dormiente e colora d’azzurro questo angolo di mediterraneo che profuma di ginepro e rosmarino. Dal mare pian piano sale, conquista le rocce brune rigate d’argento salato e dipinge di rosa le case bianche, un po’ arabe che hanno ancora gli occhi chiusi colorati di un fard turchese. Dalla sommità di uno scoglio guardo questo spicchio di costa fatto di spiagge, pietre ruvide, taglienti e c’è silenzio. Qui, quando è bonaccia, il mattino è statico e muto, quasi non si sentono neppure le onde che si infrangono e si accartocciano sulla battigia. Solo il suono della ghiaia che frizza e che rotola e che affoga, arriva silente ai miei timpani e resto assorto in quest’istante sacro.

L’inverno bussa violento con tuoni, lampi e pioggia, tanta pioggia. Il cielo è plumbeo, coperto da enormi cumuli che irosi si scontrano e animano una tremenda guerra. Dal mare fino alle colline tutto è sigillato in una coltre di vapore denso e tossico, tanto che già alle quattro del pomeriggio sembra essere il crepuscolo.

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Non rimango come al solito sui gradini della cappella, dove scorre un copioso rivolo d’acqua, resto dentro, seduto sul pavimento. Di punto in bianco mi alzo, credo di essermi appisolato e ho paura che sia tardi, guardo fuori, sicuro di non trovare nessuno. Non è possibile, in fondo, oltre le gocce di questa pioggia incessante, c’è la ragazza, è seduta sulla lapide incurante di tutto, anche di questo acquazzone che cade impietoso sul suo dolore.

Prendo l’ombrello e corro da lei, quasi scivolo sull’ultimo gradino. Gli stradelli sono diventati torrenti e l’acqua penetra gelida nelle scarpe. Non ho neppure chiuso l’impermeabile, so solo che devo raggiungerla, qualcosa mi spinge, voglio essere lì e non penso ad altro.

Sono agitato, i miei piedi corrono sull’acqua e rallento all’ultimo, quando sono a pochi metri da lei, cerco di placare il battito del cuore e regolarizzare il diaframma. Un ultimo lungo respiro e poi adagio. Ho paura di spaventarla. Apro l’ombrello e mi siedo al suo fianco senza dire nulla, il tempo sembra essersi fermato e anche le gocce di pioggia sembrano rimanere per un istante sospese, in attesa. Entrambi guardiamo la lapide ancora senza un volto. Fuori, tutto riprende a muoversi: il tumulto delle nuvole che si scontrano ed esplodono, lo scroscio d’acqua lungo i bordi, il vento che fischia e dà voce ai volti delle lapidi di questo campo santo. Ma lo spazio sotto l’ombrello è sigillano, qui non c’ è nulla di tutto ciò che è fuori, la tormenta si è squarciata e scivola oltre.  Noi restiamo muti uno a fianco all’altra senza disturbare questo spazio intimo.

Camminiamo in silenzio lungo i marciapiedi delle strette vie dei quartieri napoletani, il nostro appartamento è lontano ma non importa. L’aria è piacevole, scivola sulla pelle fresca e accarezza i pensieri nella mia testa. Rachele dondola le braccia e saltella tra le mattonelle del selciato, sembra una bambina che gioca alla campana. È una libellula che balla nella luce ovattata dei lampioni. Con una mano afferra un palo delle luminarie e a braccia distese si lascia scivolare in una giravolta tutt’intorno. È la ballerina in tutù sul palco del teatro della chiesa, è la bambina di dieci anni che sognava Hollywood. Vorrei anche io tornare bambino, ma non sono capace di svincolarmi dalle catene degli anni che ho addosso.

Mi getto sul divano nel salotto, da una busta del supermercato tiro fuori una bottiglia di Lagavolin e lo verso in due bicchieri larghi presi da una credenza anni Cinquanta. Ne verso per me e per Rachele. Lei si siede all’angolo opposto, sollevando i piedi scalzi e poggiandoli contro le mie cosce. Dalla Smart tv un blues di Etta James riempie la stanza mentre il Whisky scorre piacevole giù nell’esofago, e così ci addormentiamo. Quando apro gli occhi ci ritroviamo abbracciati, ancora con i vestiti addosso. La prendo in braccio, lei avvolge le braccia intorno al mio collo. Tiene gli occhi ancora chiusi. La adagio sul letto e le do un bacio sulla fronte. «Buonanotte.»

«Notte.»

Rachele dorme, accosto la porta, entro nella mia stanza e mi infilo sotto le lenzuola. Come sempre, prima di addormentarmi, metto le mani sotto la nuca e fisso il soffitto. “Vengo a cercarti Emilia, non mi fermerò, anche se ci vorrà tutta la vita.

«Tu mi ami?»

Drizzo la schiena e mi volto stupefatto. Emilia è davanti a me, sui gradini. Piange.

«Mi ami?»

La lingua è di cemento, non riesco a muoverla. Le vado incontro, ora anche i miei occhi sono gonfi e lucidi. Le tocco il viso come per accertarmi che sia vera, che non sia una semplice proiezione di ciò che desidero. Lei è qui, lei è qui!

«Si, ti amo!»

Le mie mani scendono sulle sue, accarezzandole prima il collo, poi i fianchi e infine la bacio. Le sue labbra sono dolci, la sua saliva è deliziosa. Non so cosa significa tutto questo, ma sono certo che non sparirà di nuovo. Le risposte arriveranno, per ora mi va bene così, sono felice, sereno, ubriaco di gioia. Mi sento un campione.

Se è vero che dopo la tempesta viene sempre il sereno, è altrettanto vero il contrario.

Emilia è imprigionata dentro queste mura, i cancelli sono come le porte dell’oltretomba, sorvegliate da entità invisibili che non le permettono di uscire. Io ho scelto di condividere la sua prigionia, è stata una mia scelta, nessuno me lo ha imposto. Mi sono rinchiuso qui dentro e ho lasciato tutto il resto fuori, compreso le persone alle quali voglio un mondo di bene.

Però, da quella notte, c’è una sottile linea d’ombra nello sguardo di Emilia, un velo di tristezza. I suoi occhi azzurri come il cielo, sono striati da piccoli filamenti che ne sporcano la luce. So che vuole dirmi qualcosa, qualcosa di spiacevole. Spero che questa sua indecisione, questo blocco, permanga, non voglio ascoltare parole che potrebbero ferire il nostro rapporto.

Rachele mi ha chiesto di cenare insieme, è parecchio che non la sento, l’ultima volta siamo arrivati anche agli insulti e da allora non ci siamo neppure inviati i buongiorno e le buonanotte. Mi ha stupito questo suo invito, un invito inaspettato e pieno di interrogativi. Al telefono la sua voce è calma, direi addirittura dolce. Non capisco se vuole una tregua o chiedermi scusa, comunque accetto, in fondo questa lontananza mi brucia nello stomaco. Natale è vicino e sarebbe il primo senza le nostre letterine natalizie che ci scambiamo ogni anno. Ho ben ventisette di queste lettere, che conservo gelosamente nella scatola delle cose preziose che tengo chiusa in cassaforte. È dicembre, le strade sono ricche di luci e le vetrine lungo il marciapiede sono vestite a festa. Cammino verso la pizzeria dove io e Rachele ci siamo dati appuntamento. Lei è all’ingresso che aspetta, la scorgo già da lontano ma abbasso lo sguardo per imbarazzo e perché non voglio mi venga incontro. Devo prepararmi a qualcosa, devo ragionare su quello che ha da dirmi ed essere pronto a tutto. Quando la raggiungo, lei sorride come avesse cancellato tutto quello che ci siamo detti l’ultima volta che abbiamo parlato, apre la porta.

«Entriamo?»

«Si, entriamo!»

Accenno un bacio sulla sua guancia un bacio incerto, un po’ goffo e quasi le nostre labbra si toccano. I capillari sul viso s’infiammano e arrossiscono come le decorazioni nella vetrina. Scosto la sedia di Rachele e ci sediamo. Lei prende il menù e finge di leggere. Forse aspetta che le chieda il motivo di questa cena. Speravo fosse lei a rompere il ghiaccio e invece tiene sospeso il tempo tra una pietanza e l’altra del menù. Sento gli atomi nell’aria vibrare instabili, li sento prossimi a esplodere. Cedo prima io e rompo questo silenzio forzatamente dilatato.

«Allora…, il motivo di questo invito?»

Rachele distoglie lo sguardo dalla lista dei cibi.

«Innanzitutto come stai?»

«Lascia perdere e dimmi perché mi hai chiamato!»

Allunga le braccia, prende la mia mano e se la porta al viso accarezzandosi la bocca con il palmo, poi la bacia.

«Mi manchi!»

Non riesco a ritrarre il braccio, anche lei mi manca da morire. Vorrei calare questa maschera ostile, ho voglia di piangere.

Rachele ha lo sguardo tenero, mi accarezza la mano e continua a parlare.

«Devo confessarti una cosa, dopodiché, puoi pensare di me ciò che vuoi, l’ho fatto solo perché ti voglio bene.»

Sono in ginocchio davanti la capuzzella di Priscilla, fradicio e tremolante, ma un sorriso addolcisce i muscoli facciali tesi come i crini di cavallo sulla bacchetta del violino. Bacio il piccolo teschio e torno in macchina diretto verso casa di Proserpina.

Quando suono al citofono sono le undici del mattino, lei apre il portone. Lo spalanco di forza, la medium è appoggiata allo stipite quasi volesse anticiparmi, mi sembra quasi di sentirle dire: “Ti stavo aspettando.” Vuole mettermi in soggezione, consapevole che sono agitato; vuole smorzare il momento, vuole frenare la mia aggressività.

Salgo le scale due alla volta lasciando dietro di me una scia d’acqua. Quando imbocco l’ultima rampa Silvana entra lasciando la porta aperta. È una giocatrice di scacchi, conosce le mosse, lei è la regina, io un semplice pedone. Sono la preda che segue il ragno nella tana e questa cosa mi accresce la rabbia e allo stesso tempo mi spiazza. Sono sull’uscio e ho paura a entrare. Un attimo prima correvo per le scale e ora sono paralizzato.

«Che fai, non entri?»

Mi sfida, però quelle parole rompono l’incantesimo e oltrepasso l’ingresso. La voce proviene dalla sala, illuminata dalla tenue luce delle candele, l’odore di cera sciolta percorre il corridoio fino alle scale.

Quando entro nella stanza lei è seduta sul divano con le gambe accavallate e fuma una sigaretta. Sul piccolo tavolino ha già preparato un paio di bicchieri con del Whisky. È veramente un’astuta giocatrice di scacchi.

Il respiro appanna i vetri, fuori è calata la notte e quasi non me ne sono accorto. All’improvviso dei colpi sul finestrino, è Rachele. Scendo dall’auto con un sorriso stampato sulle labbra in segno di pace. Lei rimane seria, senza dire nulla, fa il giro dell’auto e si siede sul sedile del passeggero. Io rientro e mi siedo lato guida.

«Allora! Perché sei qui?»

«Lo sai!»

«Forse, ma me lo devi dire!»

«Scusa… e fattelo bastare.»

Tiro fuori dalla tasca un cubo il plexiglass con dentro una rosa stabilizzata del colore del sole, è il mio regalo di Natale accompagnato da un fogliettino con impressi i miei pensieri per lei.

«Buon Natale Rachele. Non potrei pensare un mondo senza di te. T.V.B.»

«Sei uno stronzo, comunque il mio regalo è in casa, questa sera ceni da me!»

È strano, solo Rachele riesce a non farmi pensare a Emilia, solo lei riesce a non farmi pensare ad altro. Ma non la desidero come desidero Emilia. Rachele mi fa stare bene, Emilia mi fa volare e a me piace volare.

Prima di salire entriamo nel supermercato all’angolo del marciapiede. È un tripudio di lucine colorate che si accendono e si spengono e all’interno c’è profumo di pandoro, di torrone, di cioccolato e frutta secca. Ci sono rametti di vischio e baccelli di biancospino ovunque, tutti finti si capisce, ma di effetto. Invogliano a comprare, ma non a me e Rachele che andiamo dritti al bancone dei surgelati e dei vini. Questa sera spaghetti allo scoglio e merluzzo surgelato panato. Vermentino bianco, ammazza caffè e poi divano. È il nostro modo per fare pace, per ricordarci che ci volgiamo un bene immenso.

Quando cala il sonno mi consegna un gattino in Swarovski e l’immancabile lettera, il suo regalo natalizio.

Mirko se ne sta per conto proprio, se non lo conoscessi lo giudicherei un tizio cinico, insensibile; uno che pensa solo ai fatti suoi. Lui è mio amico e so che non è così. Sa quando è meglio restarti a fianco e basta e sa quando è tempo di alleggerire il presente. Quello che a volte fa e dice, è per ribadire che alcuni momenti nella vita, possono essere ingenui, allegri, sciocchi. E sono felice che sia così, e non a caso questa sera ho chiamato lui.

A trentacinque anni ha già due matrimoni falliti sulle spalle, lui s’innamora dell’amore, a lui piace quando è un bocciolo appena fiorito. Quando la corolla si riempie di petali, l’amore gli diventa fastidioso, asfissiante, come guidare con troppi vestiti addosso. La sua passione dopo qualche tempo prende un retrogusto di ruggine ed è troppo pigro per strofinarci un po’ di abrasiva. Però non credo sia solo questo, forse, inconsciamente trattiene ancora la mano di Miriam la prima moglie. Non l’ha mai lasciata, non si è mai voltato per intraprendere una nuova strada. Io invece la presa l’ho allentata affinché sia io che Emilia potessimo camminare senza una corda che ci tenesse legati a un palo.

«Hai finito di fissare i liquori, neppure fossero delle fiche!»

Appunto, Mirko è Mirko e sono felice che sia così, sempre con la frase giusta nel momento giusto.

Do un sorso di birra e lo abbraccio.

«Grazie amico mio.»

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Andrea Sturiale
Sono nato a Civitavecchia il 14 luglio 1973, mio padre operaio, mia madre domestica. Sono cresciuto per strada, in un ambiente popolare di periferia. Mi sono diplomato, e mi sono iscritto a ingegneria presso “La Sapienza”, ma ho abbandonato gli studi per lavorare e avere qualcosa in tasca.
Mi sono sposato a venticinque anni e a trenta mi sono iscritto alla facoltà di teologia. Dopo aver conseguito alcuni esami è nato mio figlio, sul quale ho concentrato tutto me stesso.
Da ragazzo mi piaceva scrivere, e adesso che mio figlio è grande, mi sono ritrovato a riempire di caratteri pagine word sul pc.
Per mio fratello e mia sorella sono un tipo tranquillo, ma ho un passato adrenalinico. Per alcuni sono un sentimentale, ma se domandate a mia moglie vi dirà che sono anche cinico. Sono timido e al tempo stesso espansivo; sembro ingenuo, ma taccio perché la verità può ferire, e questo sono io!
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