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I Giustizieri del Web

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Asia Aspesi ha trentadue anni, una carriera brillante e una vita che non è mai stata davvero in equilibrio, sospesa tra eccessi, scelte impulsive e relazioni pericolose. Quando viene trovata morta nel suo appartamento, restano solo domande.

L’indagine ufficiale fatica a dare risposte. Amici, ex amanti, colleghi: ognuno custodisce una versione incompleta, un silenzio, una colpa. Ma per Andrea, il fratello di Asia, la giustizia non può fermarsi ai verbali e alle ipotesi.

Un thriller contemporaneo che intreccia indagine, relazioni, ambizione e ossessioni digitali, mettendo il lettore di fronte a una domanda scomoda: fino a che punto la verità può spingersi oltre la legge?

Primavera 2025

Asia

È una mattina limpida di primavera, ma dentro di me tutto è sfocato.

Una brezza tiepida entra dalla finestra, accarezza la pelle ancora intorpidita, ma non riesce a spazzare via il sapore acre che mi porto in bocca. Il terzo Mojito della serata mi ricorda che ho oltrepassato il limite. Di nuovo.

Afferro la bottiglia con la stessa foga di un viaggiatore errante sotto il sole cocente, la sollevo, ma l’ultima goccia scivola lenta nel collo di vetro. Troppo lenta. Non basta.

Il mio corpo nudo è ancora intrappolato in un limbo da cui sembra impossibile uscire. Scorro le mani lungo i fianchi, come a cercare una prova della mia esistenza. Le lenzuola sono umide, appiccicate alla pelle.

Con uno scatto mi sollevo e appoggio i piedi a terra. Il pavimento è gelido, il contatto mi provoca un brivido inaspettato. Un brivido di piacere.

Mi trascino verso il frigorifero e afferro una bottiglietta d’acqua. Bevo fino all’ultima goccia, cercando di sciacquare via la notte appena trascorsa.

Ma il sapore non se ne va.

Mi guardo intorno: la casa è un riflesso di me. I vestiti abbandonati sul pavimento, i calici vuoti con il rosso rappreso sul fondo, l’odore di fumo che si è aggrappato ai muri. La serata è finita, ma il vero disordine non è qui: è dentro di me.

Dovrei sistemare tutto prima che arrivi mio fratello.

Tra qualche ora Andrea busserà alla porta e non posso dargli il benvenuto con questo caos informe.

Mi fermo sul ciglio della porta del salotto pensando che forse, prima, devo riordinare i miei pensieri.

Mi siedo sul divano. Chiudo gli occhi e ascolto il mio respiro.

Provo a distrarmi, a svuotare la mente. Ma un dolore lancinante alla testa si frappone tra me e i ricordi della sera prima.

Lentamente riaffiorano, lenti e confusi. Le sue mani su di me. Il suo respiro affannato. Il mio piacere che si mescola alla rabbia.

Dopo tutto quello che è successo, non avrei dovuto farlo tornare a casa mia. Per giorni mi ero ripromessa di non cedere a questa danza pericolosa. Ho cancellato ogni pensiero su di lui come si cancella una scritta sulla sabbia, aspettando solo che l’alta marea facesse il suo lavoro.

Ci pensate mai a come un piccolo evento possa cambiare tutto? L’effetto farfalla, lo chiamano. Un battito d’ali che scatena un uragano dall’altra parte del mondo.

Credevo di essere più forte. Più decisa. Ma chi volevo ingannare? In fondo, l’avevo già deciso.

Solo un’ultima volta, mi sarò detta. L’ultima prima di chiudere per sempre questa storia senza via d’uscita.

Il citofono interrompe bruscamente i miei pensieri.

Sarà lui? penso massaggiandomi le tempie.

Poi apro il cancello principale senza pensarci.

Avrà dimenticato sicuramente qualcosa! Mi guardo intorno, ma in quel caos è difficile identificare cosa.

Corro in bagno e mi guardo allo specchio. Che brutta cera!

Capelli scompigliati. Mascara colato. Occhiaie scavate da una serata complessa. Dovrei sistemarmi.

Infilo velocemente la vestaglia di seta giallo burro di Vera Persiani.

Il campanello risuona, assordante nella mia testa.

Corro ad aprire la porta. La spalanco.

«Sei tu! Entra…»

Mi giro sistemando i capelli dietro le orecchie. Poi il buio. Per sempre.

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Andrea

Non dimenticherò mai quella mattina di primavera.

L’aria era frizzante, limpida, piena di promesse, e io ero quasi euforico all’idea di rivedere mia sorella dopo tanti mesi lontani.

Cinque anni e ottocento chilometri ci separavano, ma il nostro legame non era quello intermittente di due fratelli che si sentono ogni tanto per dovere. Era un filo teso, costante, indistruttibile. Era come se condividessimo lo stesso respiro, anche da lontano.

Mi sembra di ricordare con nitidezza il giorno in cui l’ho vista per la prima volta, nella culla. Piccola, indifesa, con quegli occhi verdi, enormi e curiosi che sembravano già voler esplorare il mondo.

Provai un senso di meraviglia, di responsabilità, ma soprattutto un entusiasmo incontenibile: finalmente avevo una sorellina con cui condividere l’attesa di Babbo Natale, inventare storie assurde sotto le coperte e impersonare, rigorosamente senza copione, i personaggi più strambi che ci venivano in mente.

Lei era la parte brillante del duo: creativa, fantasiosa, sempre un passo avanti nell’immaginazione. Io, invece, ero il fratello più razionale, quello con i piedi per terra. Ma ci completavamo alla perfezione.

Quando ha iniziato a camminare, la prima cosa che ho fatto è stata provare a insegnarle a giocare a calcetto nel cortile sotto casa. Era negata, totalmente scoordinata, ma non le importava: pur di starmi accanto, era disposta a tutto. Pallavolo, tennis, addirittura una fugace passione per il rugby: ci provava, rideva, cadeva, ma non mollava mai.

Poi, quasi senza preavviso, è diventata un’adolescente. Ribelle, sfacciata, spesso insofferente alle regole. Non ascoltava i consigli di nessuno, tranne i miei. A me raccontava tutto: le sue cotte improvvise, le amicizie sbagliate in cui finiva per perdersi, le paure che cercava di mascherare con l’aria sicura di chi vuole sembrare più grande. Con me si confidava davvero.

E io, lungi dall’essere un fratello geloso, ero il suo primo alleato. Volevo conoscerli, i suoi fidanzatini: studiarli con discrezione, per capire meglio chi fossero e poterle dare, poi, consigli sinceri. Una volta, quando aveva quindici anni, mi trascinò perfino a cena con uno di loro. Lei tutta composta, emozionata, quasi adulta. Io, invece, passai la serata a sottoporlo a un interrogatorio soft, di quelli che sembrano innocui e poi spiazzano.

«Sai chi era il primo batterista dei Queen?» Volevo vedere se aveva un minimo di cultura musicale. E ancora: «Se dovessi scegliere: meglio viaggiare nel tempo o usare l’autotrasporto?», «Quanti buchi ci sono in un colapasta medio?»

Asia mi lanciava occhiatacce, ma si divertiva. A modo nostro, era un rito di passaggio: se superavi il mio test assurdo, forse avevi qualche speranza con lei.

Quando lasciai il nostro paesino per andare all’università, il distacco fu duro. Ma lei veniva spesso a trovarmi. Si presentava con uno zainetto minuscolo e la valigia piena di racconti. Condividevamo pizze, sogni e notti insonni a parlare del futuro. Poi fu il suo turno, quando anche lei si trasferì a Milano. E io, allo stesso modo, non perdevo occasione per raggiungerla.

Era mia sorella. Ma anche la mia complice, la mia migliore amica, il mio specchio più sincero.

E ora…

Ora che non c’è più, tutto quello che resta sono i ricordi. E la promessa che non smetterò mai di cercare la verità su di lei.

Quella mattina di primavera, che avrebbe dovuto accorciare le distanze tra noi, le rese eterne.

Da allora, si insinua ogni notte nei miei sogni. E ogni volta, nel momento esatto in cui dovrebbe tornare da me, la perdo di nuovo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Carolina Iapicca
(1990) È nata e cresciuta ad Avellino e vive a Milano. Laureata in Finanza presso l’Università Bocconi, affianca alla sua formazione economica una profonda passione per la scrittura. “I Giustizieri del Web” è il suo romanzo d’esordio, che esplora i confini tra giustizia, tecnologia e morale, interrogando il lettore sulle responsabilità nell’era digitale.
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