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I sigilli spezzati – la città di cenere

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Consegna prevista Giugno 2027
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Dieci Sigilli separano il mondo dal Vuoto. Uno sta per cedere.

Per secoli, i Sigilli hanno custodito un equilibrio che il mondo ignora. Protetti nel silenzio da un antico Ordine, hanno tenuto imprigionata una forza capace di consumare ogni cosa.

Per Eryn Vale doveva essere un incarico come tanti. Ma l’incontro con Selya, una giovane donna segnata da un potere che sfugge a ogni spiegazione, trascina lui e i suoi compagni dentro un intreccio di segreti, magie dimenticate e verità sepolte da secoli.

Mentre il confine che trattiene il Vuoto inizia a incrinarsi, ogni scelta avvicina il gruppo a una scoperta destinata a cambiare il loro destino e quello dell’intero continente.

“L’Archivio dei Sigilli” è un dark fantasy che unisce mistero, avventura e magia in un mondo dove nulla è davvero come appare. Un viaggio tra rovine dimenticate, antichi poteri e legami messi alla prova, in cui la speranza ha sempre un prezzo e ogni luce proietta un’ombra.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato ad amare la lettura da bambino grazie a mia madre. Il fantasy mi ha sempre insegnato che l’immaginazione può superare qualsiasi confine e trasformare l’impossibile in una storia da vivere. Ho scritto questo romanzo per creare un mondo tutto mio, ma soprattutto perché anche mia madre potesse tornarci a viaggiare, ora che non può più leggere. Se le parole non possono raggiungere i suoi occhi, spero che possano arrivare al suo cuore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I SIGILLI SPEZZATI 

Libro I – La Città di Cenere 

  

PROLOGO — Il respiro della roccia 

Cinque anni prima 

Elian conosceva ogni crepaccio di quella conca come le cicatrici sulle proprie mani.  

Ci saliva ogni primavera da quando aveva dodici anni, bastone in spalla e pecore che lo seguivano controvoglia. A ventitré, il sentiero era diventato memoria del corpo: i piedi sapevano dove posarsi prima ancora che gli occhi vedessero la pietra. 

Era quella la cosa che amava di più del lavoro. Non la solitudine. Non il silenzio. Quella forma di conoscenza che non passava dalla mente. 

Il corpo capiva. 

Il corpo ricordava. 

Non c’era molto altro, nella vita di Elian. 

Il sentiero. 

Le pecore. 

Il borgo in basso con le sue case basse e gli uomini stanchi che parlavano sempre delle stesse cose e morivano quasi tutti nello stesso modo: lentamente, senza fare rumore, consumati dal lavoro, dall’inverno e dalla certezza che oltre la conca non ci fosse nulla che li riguardasse. 

Per anni aveva creduto che accettare quella certezza fosse una forma di saggezza. 

Quel giorno smise di crederlo. 

Il silenzio aveva un sapore sbagliato già a metà salita. 

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Non era il silenzio pulito delle montagne. Era compresso, pesante, con quel retrogusto metallico che gli uomini di montagna imparano a riconoscere molto prima di sapere spiegare perché. 

Elian si fermò. 

Inspirò lentamente. 

Niente resina. 

Niente terra bagnata. 

Solo qualcosa di stantio e ferroso, come sangue vecchio rimasto troppo tempo su una lama. 

Le pecore si bloccarono di colpo. 

Si accalcarono l’una contro l’altra, belando con voci spezzate, gli occhi fissi verso il fondo della conca con un terrore che sembrava venire da molto più lontano dell’istinto. 

Alzò lo sguardo. 

Dove fino all’anno prima c’erano soltanto roccia nuda e arbusti secchi, ora sorgeva una città. 

Non sembrava costruita. 

Sembrava emersa. 

Come un dente che rompe la gengiva dall’interno. 

Mura alte, perfettamente lisce, di granito grigio che non mostrava segni di scalpello né di tempo. Un anello di cenere spessa circondava il perimetro, come se la terra si fosse ritratta disgustata da ciò che aveva partorito. 

Le porte erano spalancate. 

Due voragini nere. 

Non invitavano. 

Aspettavano. 

Elian strinse il bastone. 

Avrebbe dovuto tornare indietro. 

Lo sapeva. 

Lo sapevano le pecore, che tiravano già nella direzione opposta con tutta la loro ostinata saggezza animale. 

Lo sapeva il freddo che gli era risalito lungo il braccio quando aveva sfiorato la cenere con la punta dello stivale. 

Un freddo sbagliato. 

Il freddo di qualcosa che non avrebbe dovuto esistere alla luce del sole. 

Poi la figura apparve nel varco. 

Non uscì dalla città. 

Sembrò condensarsi dalle ombre stesse, come se il buio avesse deciso di assumere una forma e soltanto il minimo peso necessario per essere visto. 

Era alta. 

Avvolta in un mantello scuro che non si muoveva con il vento, perché intorno a lei il vento sembrava semplicemente smettere di esistere. 

Il cappuccio scendeva fino al mento. 

Sotto non si distingueva nulla. 

Nessun volto. 

Nessun occhio. 

Solo oscurità. 

L’aria intorno alla figura tremolava. 

Era più del calore che emana il selciato al sole. 

Qualcosa di più profondo. 

Come se la realtà stessa faticasse a restare immobile in quel punto. 

Elian non riuscì a muoversi. 

Poi la figura parlò. 

La voce arrivò prima nelle ossa che nelle orecchie. 

Una vibrazione bassa, suadente, che sembrava conoscere da sempre la strada verso il centro di chi ascoltava. 

«Elian.» 

Solo il suo nome. 

Pronunciato con la naturalezza di chi lo usava da una vita. 

«Sei stanco.» 

Non era una domanda. 

«Hai sempre fatto ciò che dovevi. Hai sempre portato il peso che ti spettava. Hai percorso questo sentiero ogni anno della tua vita. E ogni anno la conca era uguale. Il borgo era uguale. Tu eri uguale.» 

Elian provò a rispondere. 

La gola non obbedì. 

«Guarda.» 

Qualcosa cambiò davanti a lui. 

Non una visione. 

Piuttosto una sensazione. 

Calore. 

Importanza. 

L’impressione precisa di poter finalmente contare qualcosa per qualcuno. 

E la cosa più terribile… 

…era che quella promessa trovava un posto dentro di lui. 

Perché quella mancanza l’aveva sempre conosciuta. 

Ogni mattina sul sentiero. 

Ogni sera nel borgo. 

Ogni inverno identico al precedente. 

C’era altro. 

Lui lo aveva sempre sentito. 

Non aveva mai saputo darle un nome. 

La figura non si mosse. 

Non tese una mano. 

Aspettò. 

Con la pazienza di chi non conosce fretta perché conosce già il finale. 

Elian fece un passo. 

Le pecore tirarono nella direzione opposta finché la corda non gli bruciò il palmo. 

La lasciò andare. 

Attraversò la cenere. 

Il freddo lo investì di nuovo. 

Ma non sembrava più ostile. Era un inventario. 

Qualcosa lo misurava con una precisione paziente, come un sarto che prende le misure di un abito destinato da sempre al suo proprietario. 

La figura si spostò appena. 

Abbastanza da lasciarlo passare. 

Per un solo istante, sotto il cappuccio, Elian credette di vedere qualcosa brillare. 

Non occhi. Qualcosa di più interno. 

Come braci sepolte sotto uno spesso strato di cenere. 

Poi oltrepassò il varco. 

Le porte si chiusero alle sue spalle senza emettere alcun suono. 

Sulla cenere rimase soltanto la corda, trascinata via dalle pecore in fuga verso il borgo. 

Nessuno la trovò per tre giorni. 

Quando il vecchio cacciatore la raccolse e chiese notizie di Elian, qualcuno disse che era partito. 

Verso sud. 

O forse verso est. 

In cerca di quella fortuna che i giovani inseguono quando la montagna non basta più. 

Nessuno andò a cercarlo. 

La conca rimase silenziosa per settimane. 

Poi, una mattina, dal varco uscì un uomo. 

Camminava con il passo di chi sa esattamente dove sta andando e non ha intenzione di fermarsi. 

Aveva il volto di Elian. O qualcosa che gli somigliava. 

Gli occhi, però, erano cambiati. 

Fissi. Vacui. 

Non sembravano guardare il mondo. 

Sembravano limitarsi a rifletterlo. 

Aveva un nome nuovo. 

Un titolo. 

E la città alle sue spalle pulsava. 

Lenta. Profonda. Regolare. 

Come un cuore che si era finalmente svegliato. 

  

DOCUMENTO UFFICIALE DEL REGGENTE 

A Eryn, 

Se questa lettera è giunta nelle tue mani, significa che il mio messaggero ha saputo trovarti. 

Non conosco il tuo volto. 

Conosco soltanto il tuo nome… e ciò che il mondo ti ha costretto a diventare. 

So cosa accadde a Oryn. 

So che da allora hai scelto di non appartenere più a nessuno. 

È proprio per questo che mi rivolgo a te. 

Da molti mesi la terra che circonda Lindhaven sta morendo. 

I raccolti marciscono prima del tempo. 

I boschi si spengono. 

Gli animali fuggono dalle loro tane. 

Persino l’acqua dei torrenti ha iniziato a perdere la propria forza. 

Ogni giorno il confine della desolazione avanza un poco di più. 

Le mie sentinelle e i miei studiosi hanno seguito quella scia fino alla sua origine. Una sola città. 

Dûmhaven. 

Là dimora un uomo che un tempo apparteneva all’Ordine della Sintassi Intatta. Un mago disposto a consumare la vita di questa terra pur di accrescere il proprio potere. 

Risucchia l’ energia che c’è sempre stata qui per portarla a se. 

Consuma il terreno intorno a noi, gli animali e anche le persone. 

Ci stiamo trasformando in qualcosa che non vogliamo. 

Molti hanno tentato di fermarlo. 

Nessuno è tornato. 

Non ti scrivo perché sei un soldato. 

Non ti scrivo perché obbedisci agli ordini. 

Ti scrivo proprio perché non lo fai. 

Credo che esistano persone che il destino sceglie non per la loro forza, ma perché hanno già guardato il male negli occhi e hanno deciso di non diventare come lui. 

Tu sei una di quelle persone. 

Non sarai sola. 

Altri riceveranno questa stessa richiesta. 

Uomini e donne che, come te, hanno dimostrato di saper sopravvivere quando ogni altra speranza sembrava perduta. 

Se accetterai questo incarico, Lindhaven ti offrirà protezione, ospitalità e una ricompensa degna dell’impresa. 

Ma, più di ogni altra cosa, ti chiedo di impedire che ciò che sta accadendo qui raggiunga il resto del mondo. 

Se invece sceglierai di ignorare questa richiesta, non ci sarà alcun giudizio. 

Temo soltanto che presto non esisterà più alcun luogo abbastanza lontano da questa oscurità. 

Il Reggente di Lindhaven 

 

Capitolo 1 — Il cancello di cenere 

Il fango di Lindhaven non era terra. 

Era una poltiglia grigiastra e untuosa che puzzava di metallo arrugginito e di qualcosa di più organico sotto, carne lasciata troppo a lungo in un luogo umido. Aderiva agli stivali di Eryn Vale con la tenacia di qualcosa che aveva deciso di restare. 

Si fermò a una trentina di metri dal varco e inspirò lentamente. 

L’aria era fredda. Immobile. Priva di qualsiasi odore di vita. 

Niente bosco. Niente fumo di camino. Niente bestie al pascolo. 

Solo pietra e silenzio. 

A ventisette anni aveva imparato che i luoghi mentono molto meno delle persone. 

E aveva imparato anche un’altra cosa. 

Ci sono posti che ti giudicano dal primo passo. 

Lindhaven aveva già iniziato. 

Le mura si alzavano davanti a lei, enormi e perfettamente lisce. Blocchi di granito incastrati senza giunture visibili, senza muschio, senza la minima traccia che il tempo avesse mai provato a metterci le mani. 

Parevano nate. 

Gli occhi grigi di Eryn, allenati a trovare tradimenti dove gli altri vedevano soltanto gentilezza, percorsero lentamente il perimetro alla ricerca di una crepa, di una giuntura imperfetta, di qualsiasi errore. 

Non ne trovarono. 

Non è una città, pensò stringendo appena la mascella. È un meccanismo. 

E i meccanismi non hanno pietà degli ingranaggi che si spezzano. 

La mano destra scivolò sull’elsa della daga quasi senza che se ne accorgesse. Il metallo freddo per lei era una certezza. L’unica certezza. 

Per un istante l’odore del ferro trascinò con sé un altro odore. Paglia bruciata. Fumo. 

Cenere. 

Kael. 

Eryn richiuse quella porta prima ancora che il ricordo potesse spalancarsi. 

 

Tovan Merrow le si avvicinò dal fianco destro. Una mole di muscoli e rabbia vecchia che odorava di cuoio bagnato. La cicatrice sul sopracciglio sembrava più marcata ogni volta che qualcosa non gli piaceva. 

«Niente uccelli.» La sua voce era bassa. 

«Un posto così dovrebbe essere pieno di corvi. Invece è vuoto come un osso succhiato.» 

«Cerca di non farlo notare», rispose Eryn. 

Tovan sbuffò. «A chi?» 

«A qualunque cosa ci stia guardando.» Quelle parole rimasero sospese tra loro. 

Poco dietro, Selya Orven stringeva il mantello con tanta forza che le nocche erano diventate bianche. Respirava troppo in fretta e, ogni pochi istanti, si premeva due dita contro la tempia — il gesto di chi combatte qualcosa che non si vede. Poi si irrigidì per un secondo, come se avesse sfiorato qualcosa che poi era sparito. Daren Holt le posò una mano sulla spalla. Non era un gesto di conforto. Era un richiamo. Il suo volto conservava quella calma quasi innaturale che anni di guerra gli avevano scolpito addosso — una calma che reggeva fino a quando non la si fissava, poi mostrava le crepe. 

«Siamo sicuri di voler entrare?» domandò Selya. 

«No.» Disse Eryn mentre muoveva il primo passo. 

«Andiamo.» 

 

Il selciato oltre il varco era troppo regolare. Ogni passo produceva un suono metallico che le mura restituivano identico, come se la città avesse deciso di ricordare ogni rumore. 

Le strade erano dritte. Pulite.  

Troppo pulite.  

Le facciate seguivano tutte la stessa logica: finestre strette, portoni identici, pietra perfetta. Nessuna insegna storta. Nessuna crepa. Nessuna macchia d’umidità. 

C’erano persone. Ed era proprio quello a inquietarla di più. 

Una donna attraversò la strada con un cesto al braccio senza alzare gli occhi. Due ragazzini portavano il pane. Eryn contò i passi del primo. Sedici. Il secondo ne fece sedici. Una coppia di anziani percorse il marciapiede opposto senza rivolgersi una parola. 

Tovan sputò per terra. Lo sputo rimase lì — una macchia insolente in mezzo a quell’ordine assoluto. 

«Stanno recitando.» 

«No.» Daren osservava ogni finestra. «Stanno obbedendo.» «Stanno ascoltando», disse Eryn. Era la parola giusta. 

Si fermò davanti a una finestra. Le imposte erano aperte di esattamente la stessa misura di tutte le altre finestre della via. Guardò l’interno — buio, tranne una candela sul davanzale. La fiamma non tremolava. 

Non c’era corrente d’aria. Non c’era nessuno vicino. 

Eppure la fiamma si inclinò verso di lei. 

Come un animale che annusa. 

Eryn tolse lo sguardo e riprese a camminare. 

Si infilarono in un vicolo stretto. Eryn fece cenno agli altri di chiudere la formazione. 

Si voltò verso Selya. 

La ragazza scosse appena la testa. «Niente. È tutto spento. Non sento nemmeno un’eco residua. È come se la città avesse bevuto ogni traccia di magia da chiunque sia passato di qui.» 

Tovan fece mezzo passo indietro. La mano era già sull’elsa. «Quindi niente magia. 

Niente uccelli. E noi quattro nel ventre di qualcosa che non segue nessuna regola.» 

Fece una smorfia. «Piano eccellente.» 

«Hai un’alternativa?» 

«Dormire in un fosso iniziava a sembrarmi sottovalutato.» 

Per la prima volta da quando erano arrivati, l’angolo della bocca di Daren sembrò quasi muoversi 

Arrivarono al cancello delle mura interne. 

La guardia sulla destra si voltò. 

Prima la testa. Gli occhi arrivarono un istante dopo.  

Troppo tardi. Troppo insieme.  

Troppo sbagliati. 

Eryn sentì un sapore acido salirle in gola. 

«Benvenuti a Lindhaven.» La voce arrivò nel petto prima ancora che nelle orecchie. 

«Non si crea pericolo qui.» 

L’odore arrivò un attimo dopo. Incenso vecchio. Pietra bagnata. Frutta lasciata marcire. 

«Il Reggente attende il vostro rapporto.» Eryn sentì la schiena irrigidirsi. 

Non hanno chiesto i nomi. Non hanno guardato le armi. Sanno già chi siamo. 

«Siamo solo di passaggio.» 

La guardia rimase immobile. Poi, nello stesso istante, tutte le lanterne della via tremolarono. 

«La Lanterna Spenta è in fondo alla strada.» Una pausa. «Ma non spegnete mai le luci, stranieri.» 

Un’altra pausa. 

«Qui il buio non è vuoto.» 

La maschera sembrò deformarsi. 

Sembrava quasi un ghigno, un ghigno strano in un volto che non esisteva. 

«È soltanto in attesa.» 

Ripresero a camminare. 

Selya aveva ancora le nocche bianche. Daren chiudeva la fila senza fare rumore. 

Alle loro spalle, il cancello si richiuse senza un suono. 

Lindhaven non li aveva accolti. 

Li aveva inghiottiti. 

Eryn non si voltò. Non ne aveva bisogno. Lo capiva dal modo in cui il freddo sembrava muoversi attorno a loro. 

La città non aveva ancora deciso cosa fare dei suoi nuovi ospiti. 

 

 

Grazie per aver letto fin qui. Se hai piacere lascia un commento sotto un post o un messaggio in DM per dirmi se ti è piaciuto, se faresti delle modifiche, se lo continueresti a leggere o qualsiasi altra cosa ti venga in mente. 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Stefano Volonteri
Stefano Volonteri nasce a Milano nel 1989. Artigiano nel mondo della pelletteria di lusso e sommelier AIS per passione, ha sempre creduto che le storie, proprio come gli oggetti fatti a mano, richiedano tempo, precisione e cura per lasciare un segno.

Da sempre affascinato dal fantasy, ama costruire mondi in cui immergersi e perdersi e dove la magia ha un prezzo, le scelte cambiano il destino e nessuna luce esiste senza ombra. La sua narrativa unisce atmosfere oscure, mistero e avventura, dando vita a un universo originale pensato per accompagnare il lettore ben oltre l'ultima pagina.

"L'Archivio dei Sigilli" segna il suo esordio nel panorama fantasy.
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