Un venerdì di luglio, alla stazione centrale di Palermo, un ragazzo sale su un treno diretto a Messina. Come ogni fine settimana, è pronto a tornare a casa. Crede di conoscere quel viaggio a memoria, quando il posto di fronte al suo viene occupato da uno sconosciuto che porta con sé una ventiquattr’ore consumata, un vecchio libro e un modo singolare di osservare il mondo. Non parla molto, ma pone domande capaci di insinuarsi nei pensieri del protagonista mettendo in discussione ogni certezza.
Mentre il treno attraversa la costa siciliana, tra ritardi, silenzi e paesaggi familiari, il viaggio si trasforma in qualcosa di inatteso. Un incontro apparentemente casuale diventa l’inizio di un percorso interiore, nel quale passato e presente, dolore e speranza, memoria e cambiamento finiscono per intrecciarsi.
Perché alcuni treni non compaiono su nessun tabellone, eppure, prima o poi, arrivano a cambiare la nostra destinazione.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto “I treni invisibili” mosso dal desiderio di raccontare come un incontro apparentemente casuale possa trasformare il nostro modo di guardare la vita. Le esperienze maturate accanto a persone fragili mi hanno spinto a riflettere sul tempo, sul dolore, sulla felicità e sulle domande che spesso evitiamo. Attraverso il viaggio del protagonista ho cercato di dare voce a queste inquietudini, invitando il lettore a fermarsi, ascoltarsi e riscoprire il valore delle relazioni e delle scelte.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Se qualcuno mi chiedesse quando è cambiata la mia vita, probabilmente si aspetterebbe una risposta complicata. Un incidente, una perdita, un grande amore. Invece cominciò tutto con quaranta gradi all’ombra e un treno in ritardo.
Ci sono giorni che si consumano senza lasciare alcuna traccia. Si assomigliano così tanto che, a distanza di qualche settimana, diventa impossibile distinguerli l’uno dall’altro. Ricordi di averli vissuti, ma non sapresti dire cosa sia successo davvero. Sono fatti di gesti ripetuti, di parole pronunciate per abitudine, di orari rispettati e di piccole preoccupazioni che sembrano enormi finché non arriva qualcosa capace di ridimensionarle. Poi, all’improvviso, arriva un giorno qualunque che non ha nulla di speciale. Comincia come tutti gli altri e, proprio per questo, non ti prepari a ciò che sta per accadere. Solo molto tempo dopo ti rendi conto che è stato il punto in cui la tua vita ha cambiato direzione. Non con un fragore, ma con la discrezione con cui cambia il vento: all’inizio quasi non te ne accorgi, poi ti volti indietro e scopri che tutto ciò che è venuto dopo è nato da lì. Il mio cominciò un venerdì di luglio, alla stazione centrale di Palermo.
La sera precedente il telegiornale aveva aperto con l’ennesima allerta rossa per il caldo. Il giornalista, impeccabile nel suo completo blu e con un’espressione tanto seria quanto rassicurante, aveva elencato una dopo l’altra le solite raccomandazioni: evitare di uscire nelle ore più calde, bere molta acqua, prestare attenzione agli anziani e ai bambini. Le ascoltai distrattamente mentre cenavo, pensando che fossero consigli tanto sensati quanto inutili. La vita reale, dopotutto, aveva la pessima abitudine di ignorare le raccomandazioni del meteo. Gli ospedali non chiudono perché ci sono quaranta gradi, i treni non aspettano che il sole tramonti e chi lavora non può semplicemente decidere di rimandare tutto alle prime piogge di settembre. Il giorno dopo, alle quattro del pomeriggio, Palermo sembrava trattenere il respiro.
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Il termometro della farmacia di fronte alla stazione centrale segnava quaranta gradi, ma l’asfalto arroventato dal sole sembrava restituirne almeno dieci in più. L’aria era immobile, densa, quasi liquida. Respirare dava la sensazione di ingoiare fuoco. Istintivamente abbassai lo sguardo verso il polso. 17:08. Mancavano dieci minuti alla partenza del treno per Messina. O, per essere più precisi, mancavano dieci minuti all’orario previsto. Da quando mi ero trasferito a Palermo avevo imparato che il condizionale non è soltanto un tempo verbale: è una filosofia di vita. Il treno dovrebbe arrivare, dovrebbe partire, dovrebbe essere puntuale.
Sorrisi tra me e me. L’ironia è sempre stata il mio modo preferito di affrontare le giornate storte. In fondo è una forma di autodifesa contro tutte quelle piccole cose sulle quali non avevo alcun controllo. E, se c’era una cosa che faticavo ad accettare, era proprio questa: non poter controllare ciò che mi circondava. Entrai in stazione sperando di trovare un po’ di fresco, ma mi sbagliavo. Dentro l’aria sembrava ancora più pesante, intrappolata tra le pareti di vetro e cemento insieme al brusio continuo delle persone. Ognuno procedeva con il proprio passo, trascinando una valigia, uno zaino o semplicemente la stanchezza accumulata durante la settimana. Una bambina correva zigzagando tra i viaggiatori inseguita da una madre ormai rassegnata; un ragazzo parlava animatamente al telefono gesticolando come se il suo interlocutore potesse vederlo; una coppia consultava il tabellone delle partenze con la stessa espressione di chi sta cercando una risposta importante e teme di non trovarla. Ciascuno sembrava immerso nella propria storia, convinto che fosse la più importante del mondo. Mi fermai qualche istante a guardarli. Osservare le persone era sempre stato uno dei pochi talenti che possedevo. Un qualcosa che da sempre mi ha accompagnato nella vita. Da bambino smontavo i giocattoli per capire come fossero fatti; crescendo avevo iniziato a fare lo stesso con le persone. Cercavo di immaginare da dove venissero, dove stessero andando, quali pensieri si portassero dietro. Mi bastavano pochi secondi per farmi un’idea di chi avevo davanti: una postura sbilanciata, il modo di camminare, una valigia trascinata con più rabbia del necessario. Credo fosse una deformazione professionale.
Facevo il fisioterapista e avevo capito che il corpo racconta molto più di quanto le persone siano disposte ad ammettere…basta prestare attenzione. Passavo le giornate a osservare movimenti, interpretare dolori, cercare di restituire ai miei pazienti qualcosa che avevano perso: una camminata, un equilibrio, a volte semplicemente la speranza. Con il tempo avevo imparato ad ascoltare il dolore degli altri con una naturalezza quasi disarmante. Il problema era che avevo smesso di sentire il mio. Non era una scelta consapevole, succedeva e basta. A fine turno ero così impegnato a svuotare la testa da rimandare qualsiasi domanda al giorno dopo e il giorno dopo facevo esattamente la stessa cosa.
Controllai di nuovo l’orologio. 17:13. Cinque minuti alla partenza (o almeno, così diceva il tabellone). Sul binario, però, del treno non c’era ancora traccia. Quella giornata mi aveva prosciugato: pazienti uno dopo l’altro, telefonate e cartelle cliniche, sorrisi che dovevano sembrare rassicuranti anche quando dentro di me sentivo soltanto un enorme senso di impotenza. Perché ci sono battaglie che puoi accompagnare, ma non combattere al posto di qualcun altro ed è una delle lezioni più difficili da accettare nel mio lavoro. Ogni giorno incontravo pazienti sospesi in un equilibrio fragile, dove bastava un piccolo miglioramento per riaccendere la speranza o un peggioramento per spegnerla di colpo. Dopo anni trascorsi accanto alla sofferenza avevo capito che ci ostiniamo a rincorrere problemi insignificanti, dimenticandoci di quanto possa essere preziosa una giornata qualunque. In fondo la felicità sta dentro alle piccole cose. Mi appoggiai a una colonna e lasciai scorrere lo sguardo lungo i binari. L’aria tremava come una lastra di vetro messa sul fuoco e il ferro delle rotaie restituiva un calore così intenso da far sembrare irreale tutto il resto. Sotto la grande pensilina della stazione, decine di persone aspettavano il proprio treno cercando inutilmente un lembo d’ombra. C’era chi si sventolava con un giornale, chi beveva l’ultimo sorso d’acqua ormai tiepida, chi guardava l’orologio con l’illusione che quel gesto potesse accelerare il tempo. Il mio unico pensiero era quello di tornare a Messina. Casa. Ogni venerdì seguivo lo stesso rituale, lasciavo Palermo per trascorrere il fine settimana nella città dove ero nato. Mi bastava immaginare il mare dello Stretto, il vento della sera e il profumo salmastro che arrivava fino alla passeggiata per sentire allentarsi qualcosa dentro di me. Forse era quella, la vera definizione di casa. Il luogo in cui non hai bisogno di spiegare a nessuno perché sei stanco. Mi passai una mano sulla fronte, già imperlata di sudore controllando per la terza volta il tabellone: Intercity 1954. Destinazione Messina Centrale. Orario previsto: 17:32. Era lo stesso treno che ormai da un anno prendevo quasi ogni venerdì. Conoscevo a memoria il rumore metallico con cui arrivava in stazione, l’odore del vagone appena climatizzato, il tratto di costa che compariva dopo Cefalù e perfino il volto del controllore, che ogni tanto mi salutava con un cenno della testa come si fa con qualcuno che si incontra spesso senza conoscerne il nome. La routine ha un modo curioso di trasformare l’eccezionale in qualcosa di normale. Pensai che anche quel viaggio sarebbe stato identico a tutti gli altri e che avrei fatto le cose che facevo sempre: leggere, dormire, osservare il mare scorrere oltre il vetro…ma mi sbagliavo di grosso. Perché ci sono giorni che iniziano come tutti gli altri e poi, senza chiedere il permesso, decidono di cambiare il modo in cui ricorderai tutti quelli che verranno dopo. Quel venerdì di luglio era uno di quei giorni e io, mentre il treno lasciava lentamente la stazione di Palermo, non potevo ancora sapere che il posto di fronte al mio era destinato alla persona che avrebbe cambiato la mia vita.
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