Con gli occhi fissi sulla tenda, molto lentamente, cominciò a distinguere un’ombra che si muoveva da una parte all’altra della stanza. Erano delle scarpe a produrre l’inconfondibile scalpiccio sul pavimento. Nella stanza ci doveva essere, dunque, un uomo. Quando quell’uomo parlò, subito dopo essersi schiarito la voce, Alenysja capì con certezza anche di chi fosse: avrebbe riconosciuto tra mille altre la voce dal timbro marcato e profondo del sig. Glossy!
“Ecco, eccomi qui!” disse l’uomo con voce rassicurante “Anche stasera ti ho portato una bella cenetta coi fiocchi, sono sicuro che ne sarai più che contento.”
Dopo quelle parole, il suono metallico di qualcosa di non ben preciso produsse echi di vibrazioni metalliche nell’aria. Sembrò qualcosa che si apriva per poi richiudersi.
“Bravo, mangia, mangia pure, devi mantenerti in salute. Tranquillo, a te ci penso io”
Ma, a chi mai stava rivolgendosi Glossy? Ad Alenysja non era sembrato che vi fosse nessun altro nella stanza con lui. E, invece, evidentemente si sbagliava. A parte il suono di metallo che aveva udito, nessuno, tuttavia, aveva dato risposta alle frasi pronunciate dall’anziano signore. O, meglio, così le era sembrato. Ma dopo appena qualche altro istante, Alenysja udì un secondo suono, ben distinto e ben diverso da quello che aveva udito poco prima. Stavolta era stato un essere vivente a produrlo. Non un umano, però. E nemmeno un cane. Chi altri c’era in quella stanza? Che lei sapesse, i due anziani coniugi possedevano solo Max e Astra, oltre naturalmente ad Ice. Tutti cani. E poi, semmai avessero posseduto altri animali, perché nessuno gliene aveva mai parlato? E, soprattutto, perché tenerli nascosti in quella sorta di grotta nascosta? Alenysja cominciò ad avere paura. Paura di non sapere ciò a cui stava andando incontro. L’animale che si nascondeva lì dentro non era molto rumoroso; a parte un leggero squittio, non aveva prodotto altro suono apprezzabile. Di che razza di animale poteva mai trattarsi? La sua curiosità si fece insopportabile. Doveva capirci qualcosa di più. Per farlo, tuttavia, doveva entrare in quella stanza. E una vocina interna le suggeriva che forse non era quello il momento più adatto. Decise allora di aspettare. Non avrebbe retto ancora molto a lungo in quella posizione: era talmente scomodo stare piegata su sé stessa che le gambe cominciarono a farle male. Resistette suo malgrado al dolore, non poteva fare altro che aspettare.
La sagoma del sig. Glossy sembrò spostarsi, poco dopo, dall’altra parte della stanza, quella più lontana rispetto al punto in cui si trovava lei, e lì si fermò per fare qualcosa che Alenysja non ebbe la scaltrezza di intuire. Udì il suono di carte stropicciate, il fruscio prodotto dall’aria mentre qualcosa la attraversava, poi lo sbattere di un oggetto pesante forse su un tavolo. Silenzio.
“Anche per stasera è fatta!” disse alla fine con un palpabile filo di stanchezza nella voce. Immediatamente dopo, il suono distinto dei passi, lenti ma decisi, che si dirigevano inequivocabilmente verso la tenda, misero Alenysja in allerta. Le fu chiaro, a quel punto, che l’uomo stava per andare via, proprio dalla porta al di qua della tenda, precisamente da dove era entrata anche lei.
Il cuore di Alenysja cominciò a triplicare i suoi battiti: cosa sarebbe successo se Glossy l’avesse scoperta? Certo, in fondo non aveva fatto nulla di male, tuttavia temeva l’imbarazzo totale nei confronti dell’anziano signore per il fatto di essere lì e di stare in qualche modo spiando qualcosa che forse non avrebbe dovuto. Per non parlare poi di Virginia, che la sapeva in camera sua a dormire beata…
Chissà, però, se la donna era a conoscenza di ciò che si celava in quella stanza.
Non ci fu, in realtà, molto altro tempo per perdersi in pensieri e fantasie. I passi dell’uomo si erano fatti così vicini che l’incontro sembrava davvero inevitabile. L’anziano toccò con una mano un lembo della tenda e la tirò leggermente di lato per scostarla e liberarsi così il passaggio.
Alenysja si fece piccola piccola e smise di respirare. Chiuse gli occhi sperando di sfuggire ad ogni sguardo. Miracolosamente, filò tutto liscio: andando via, Glossy aveva spento le luci, e nell’oscurità della sera, l’anziano non si accorse minimamente della presenza di Alenysja. Richiuse accuratamente la porta di muro alle sue spalle e si allontanò.
Che sollievo! Alenysja attese che lo scalpiccio fosse così lontano da risultare non più udibile e decise che poteva ritenersi ormai al sicuro. Si risollevò a fatica sulle gambe con i muscoli a pezzi dopo essere rimasta così tanto tempo accovacciata. Ora che era lì, in piedi, non le restava altro da fare che scostare la pesante tenda ed entrare in quell’altra stanza.
La pesante oscurità tutt’intorno rendeva complicato distinguere gli oggetti e i contorni di ciò che si trovava lì. Ma il filo di luce esterna che riusciva a penetrare dalle due minuscole finestre incastonate nel muro di fronte a lei, permisero alla ragazzina di cercare con lo sguardo un interruttore che potesse rendere tutto più chiaro. Alla fine, lo trovò.
“Wow!” fu tutto ciò che riuscì a pensare non appena ci fu luce.
Davanti a lei mille ampolle di ogni forma e dimensione facevano bella mostra di sé, allineate con estrema precisione in fila su un lungo tavolo. Alcune contenevano liquidi fumanti. Altre, invece, erano completamente vuote. Con tutta probabilità era finita in una sorta di laboratorio. Con lo sguardo di chi non crede ai propri occhi, Alenysja mosse qualche passettino verso il centro della stanza e si avvicinò al tavolo: Glossy aveva un laboratorio in quel preciso posto. Perché? A cosa poteva mai servirgli?
Qualche secondo più tardi, un suono sibilante squarciò il silenzio e la fece trasalire dallo spavento.
Girò di scatto lo sguardo e si accorse di qualcosa. Non riuscì a capire cosa fosse, dal momento che era coperto con un panno chiaro ma abbastanza spesso da rendere invisibile l’oggetto coperto. Il materiale sembrava identico a quello della tenda.
“Acciperca!” esclamò spaventata quando capì che all’interno di quel contenitore coperto c’era qualcosa di animato, forse riconducibile a ciò che aveva udito quando era nascosta. In realtà, i lembi del panno non arrivavano a coprire tutto l’oggetto: guardando verso il basso, la ragazzina vide spuntare una serie di barre metalliche che correvano lungo tutto il perimetro della scatola.
“Che strano, ha tutta l’aria di essere… ci sono, è una gabbia!” bisbigliò con la certezza di chi ha appena risolto brillantemente un rompicapo.
La curiosità era davvero alle stelle. Ma la paura la superava di almeno il doppio.
Non le rimaneva che contare fino a cinque. Allungò il braccio e con la mano tremante cercò di afferrare uno dei lembi del panno. Ma, proprio mentre stava per sollevarlo, si fermò di colpo.
Una presenza dal nulla si materializzò alle sue spalle. Non ebbe il coraggio di girarsi, pietrificata com’era dalla paura, ma avvertì distintamente ringhiare. Era un ringhio sommesso e sordo, ma familiare. L’aveva già sentito altre volte. E di recente, per giunta.
Lasciò ricadere il braccio e la mano lungo il fianco abbandonando ogni velleità di tirare via quel panno.
“Ice, non farmi del male, ti prego” la ragazzina pronunciò quelle parole scandendole una alla volta, molto lentamente, come fossero una preghiera “Non, non so nemmeno io cosa diamine ci faccio qui, acciperca a me!”
Lei indovinò con certezza che l’animale alle sue spalle non poteva che essere Ice.
E, in effetti, il ringhio svanì immediatamente nell’aria carica di tensione.
Alenysja allora si girò, così lentamente che quel tempo le sembrò un’eternità, e intravide quasi subito una nuvola di pelo bianco. Aveva indovinato: Ice era lì, davanti a lei. Come aveva fatto ad entrare in quella stanza? Il cane non aveva la forza per spingere una porta fatta interamente di mattoni che anche lei aveva faticato a spostare…
“Non, non capisco. Tu, tu sei qui. È tutto così assurdo” si limitò a ripetere mentre continuava a fissare il cane.
Ice si accucciò. Sembrava molto tranquillo. Le parole terrorizzate di Alenysja l’avevano calmato. Aveva persino disteso la coda per terra, completamente rilassata. Fissava senza sosta la ragazzina. Le sembrò quasi volesse parlarle.
“Alenysja, cerca almeno di non fare troppo rumore o qualcuno potrebbe scoprirti”
Chi aveva parlato? Chi altro c’era in quella stanza?
Quelle parole riecheggiarono per lunghi, interminabili attimi, in un silenzio che divenne improvvisamente agghiacciante. Alensysja mutò all’istante l’espressione sul suo volto. Pensò subito di essere cascata di nuovo nel suo loop emotivo, al punto da aver addirittura udito parlare il cane. Si guardò attorno e si sforzò di percepire, con tutti gli altri sensi, la sua stessa presenza. Magari sognava, o era così stanca da avere persino le allucinazioni. Poi girò lentamente lo sguardo di nuovo verso Ice.
“Non potevo non avvisarti” riprese con tono chiaro e forte la stessa, identica voce.
Stavolta non poteva essere un’allucinazione: Ice, proprio lui, aveva parlato per la seconda volta.
“Ma, tu, tu, cioè, voglio dire, tu… parli, sai, sai parlare!”
“Certo, so parlare la tua lingua, la vostra lingua” Ice sembrava davvero tranquillo, come se il fatto di poter comprendere e parlare la lingua degli umani fosse stata, per lui, la cosa più naturale del mondo. E, per di più, una cosa che sembrava facesse da sempre.
Ad ogni modo, Alenysja, invece, era davvero sconvolta. Da un lato, per essere finita in quel posto, dall’altro, per aver fatto quell’altra sensazionale, e a dir poco sconvolgente scoperta.
“Ma…” la ragazzina fece un bel respiro e si fece coraggio “Davvero mi comprendi mentre ti parlo, proprio adesso? Proprio ora, intendo?”
Il cane bianco la fissò, con la bocca semi aperta, come quasi sorridendo, e scosse leggermente la testa, come per dire di sì. Le lunghe orecchie gli dondolarono sugli occhi blu.
“Non capisco, non me l’hai mai detto. Voglio dire, sarebbe stato tutto più facile se mi avessi da subito parlato, come stai facendo adesso, ci saremmo potuti dire tante cose, sarebbe stato davvero fantastico”
Ice la guardò lungamente con i suoi occhioni penetranti, poi finalmente rispose: “E’ stato un dono, un dono che ho ricevuto non molto tempo fa”
Alenysja avrebbe voluto approfondire, ma non poté farlo.
“Non c’è tempo!” disse in fretta il cane con tono lapidario “Devi andare via di qui, Alenysja… o sarà troppo tardi!”
“Non capisco, Ice, di cosa stai parlando? Troppo tardi per cosa?”
“E’ troppo complicato” riassunse lui in una manciata di parole sibilline. “Ora non devi far altro che rientrare in casa, non preoccuparti, ti guarderò io le spalle. Nessuno se ne accorgerà, puoi starne certa”
“Cosa? Dici sul serio?”
“Mai più di adesso!”
La ragazzina lo guardò con un’espressione indecifrabile.
“Anche tu non dovresti essere qui, che ci fai in un posto del genere?” controbatté Alenysja
“Io sono di guardia qui. Controllo che nessuno possa entrare. Me l’ha ordinato il mio padrone!”
“Il tuo padrone? Vuoi dire il sig. Glossy?”
“Sì, credo proprio che si chiami così. Perlomeno, alcune volte lo chiamano Ennio, altre tesoro, altre ancora Glossy. Ad ogni modo è lui” a quel punto il cane si fece impaziente, voltandosi verso la ragazzina e guardandola con insistenza.
“No!” esclamò a sorpresa la ragazzina.
Ice la fissò con insistenza, quasi infastidito.
“Non me ne andrò di qui!” si spiegò meglio Alenysja, mentre ancorava saldamente entrambe le mani sui fianchi “Non prima di aver scoperto cosa si nasconde in questo posto!”
“Ne sei proprio sicura?” le chiese ringhiando sommessamente il cane.
Alenysja roteò gli occhi in ogni direzione possibile prima di rispondere
“Puoi starne certo!” rispose spazzando via qualsiasi traccia di incertezza.
“E va bene” le rispose il cane allentando la tensione sul muso “Se è questo che vuoi…”
Si rizzò sulle quattro zampe e raggiunse la piccola umana. Le si sistemò accanto e le rivolse ancora una volta lo sguardo. Alenysja si accorse del meraviglioso colore blu che avevano gli occhi di quel cane tanto speciale. Ne rimase quasi stregata e, per una lunga manciata di secondi li fissò ipnotizzata.
Nonostante fosse ormai notte fonda, Alenysja avvertiva solo una trascurabile stanchezza. L’adrenalina che le scorreva in abbondanza nelle vene la teneva perfettamente vigile e lucida, al punto che avrebbe potuto restare sveglia ancora per ore.
Il cane si mosse di qualche zampata, e, indicando con il muso la sagoma dell’oggetto che poco prima la stessa Alenysja aveva cercato di scoprire, le disse:
“Devo fare la guardia a questo.”
“Cosa c’è lì dentro?” chiese Alenysja mentre la sua curiosità si riaccendeva.
“Il padrone non vuole che nessuno sappia”
“Certo, è completamente coperto” notò la ragazzina
“Già. E così rimane sempre, a meno che non ci sia lui qui”
“E’ una gabbia, vero?”
Il cane non rispose, ma fece come prima, abbassando il capo, come se volesse annuire.
Senza chiedere il permesso, Alenysja afferrò un lembo di tessuto e, al riparo da un ripensamento dell’ultimo secondo, lo tirò via con decisione
“Che orrore, un mostro!”
Clara Castiglione Minischetti (proprietario verificato)
Un libro davvero emozionante che racconta in modo molto profondo i legami di amicizia, in particolare tra la protagonista ed il suo cane. Una storia di crescita, un’ avventura che consente di vivere in prima persona le gioie e le preoccupazioni di una ragazza che deve fronteggiare diverse difficoltà e peripezie, ma lo fa con determinazione. Un romanzo introspettivo che racconta l’amore per la famiglia nella sua visione più giovanile, le cui sfumature consentono a qualsiasi lettore di approcciarsi con interesse.
Gianmarco Divittorio (proprietario verificato)
Con la pandemia alle spalle e le minacce del coronavirus ormai riportate a semplici numeri, ripercorrere quei momenti difficili può aprire a un bivio polarizzante, in bilico tra il coraggio di dare corpo a una nuova storia e il rischio che i lettori non siano disposti a seguirne le vicende: l’autrice riesce però nell’intento di applicare un filtro sagace e leggero in questa reinterpretazione immaginifica dei tempi di lockdown, zone rosse e mascherine. Ice e la Corona del Virus si presta infatti a una lettura attenta ed emotiva, che scorre grazie ai delicati equilibri scelti nel ricamare immagini con le parole e nel dare voce ai pensieri tumultuosi della giovane protagonista e del suo fido compagno peloso. Un duo che avvince e convince grazie alle loro vulnerabilità e all’umanità di un’introspezione che tocca corde sottili e permette a chi legge di identificarsi nelle insicurezze di una bambina esposta ai tumulti di un’ombra che rischia di diventare troppo lunga, e ai sorrisi che riescono a regalare durante il percorso fino alla risoluzione, potente, della storia. Ampiamente consigliato ai lettori più piccoli e ai più grandi, per gustare un racconto ben tratteggiato e dal grande impatto!