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Ida Korrigan - La rivolta dei draghi

Ida Korrigan - La rivolta dei draghi
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Consegna prevista Giugno 2023

Ida Korrigan è una folletta frizzante e ambiziosa, che lavora come giullare alla corte di Re Artù.
A Camelot è giorno di festa, e Ida è stata incaricata di comporre una canzone per intrattenere gli ospiti. Tutto sta procedendo per il meglio, fino al sopraggiungere di un’inaspettata e non gradita interruzione…
Quell’imprevisto, però, porterà Ida a fare nuove e importanti conoscenze, e soprattutto la spingerà a riflettere su temi importanti e delicati, tematiche che possiamo tranquillamente riscontrare tutt’oggi nel nostro mondo reale.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché amo le storie in generale, sia leggerle che raccontarle. Ho sempre avuto la passione per il fantasy e mi piacerebbe vivere di questo, dei miei racconti.
Con l’avanzare degli anni ho sviluppato la mia sensibilità e la mia consapevolezza, decidendo di lanciare messaggi importanti tramite le mie storie.

ANTEPRIMA NON EDITATA

E se scombussolassi tutte le certezze che avete avuto finora?

E se mettessi in discussione tutto ciò a cui avete sempre creduto da quando eravate piccoli?

E se vi buttassi in faccia un’altra verità?

Cosa pensereste se vi dicessi che non sono stati i batteri i primi abitanti della nostra terra?

Cosa pensereste se vi dicessi che sono stati gli esseri magici i primi a camminare sul nostro terreno, e che sono stati proprio loro a dare vita a tutta la bellezza intorno a noi?

Probabilmente ora starete ridendo e starete pensando che io sia matta, ma facciamo un patto, stipuliamo il famoso accordo tra autore e lettore: fate finta che, ciò che andrete a leggere da questo momento fino alla fine del nostro viaggio, sia tutto vero, accettate questa “verità” solo per gli attimi in cui starete leggendo questo racconto.

Siamo d’accordo? Bene, allora aprite bene le orecchie e prestate molta attenzione a quello che sto per dirvi.

Continua a leggere

Continua a leggere

La Dea aveva creato gli esseri magici prima di qualsiasi altra creatura vivente, e li aveva creati con uno scopo ben preciso: voleva che fossero loro a dare origine a ogni meraviglia che ci circonda. Alberi, montagne, laghi, fiumi, mari. Ogni cosa.

Solo dopo vennero i dinosauri, sempre per il volere divino.

Ma cosa accadde un giorno? Beh, potete ben immaginare…

Per caso siete al corrente di quello che si dice in giro? Nel caso non lo foste, non c’è problema, ve lo dico io adesso: si pensa che i folletti siano in grado di prevedere il futuro, o che perlomeno lo siano stati in passato.

Ebbene, secondo la leggenda, un giorno un folletto ebbe una visione: una stella rossa. Una bellissima, remota, misteriosa e sfavillante stella rossa. Si stava facendo sempre più vicina, sempre più grande, sempre più letale. La meraviglia e la curiosità lasciarono il posto alla paura e al panico.

La stella rossa cadde… e poi il nulla. Solo distruzione, desolazione, tristezza.

Il folletto, spaventato, mise tutti al corrente dell’imminente pericolo. Sapeva quando la roccia infuocata sarebbe caduta, l’unica cosa da fare era mettersi al riparo.

Gli unici che rimasero all’aperto, inermi e vulnerabili, furono i dinosauri. Essi non possedevano il dono del linguaggio, il folletto aveva provato in tutti i modi a spiegar loro che sarebbero dovuti scappare, mettersi al riparo, ma non capirono, e furono abbandonati a quel terribile destino.

E così, gli esseri magici si salvarono, mentre i dinosauri perirono in un inferno di fuoco.

La Dea, distrutta per la perdita dei propri figli, decise di crearne degli altri, simili a quelli precedenti, ma con delle particolarità: queste nuove creature, oltre a possedere il dono dell’intelligenza e del linguaggio, vantavano di altre capacità… la capacità di volare e di sputare fuoco! In questo modo, in futuro sarebbero stati capaci di difendersi.

Così nacquero i draghi.

E poi sono arrivati loro, gli umani.

Sapete perché la Dea ci ha creati? Per far sì che ci fossero delle creature che apprezzassero e potessero godere dell’opera degli esseri magici.

Vi porrò un piccolo quesito, miei cari lettori. Secondo voi, abbiamo rispettato le volontà della Dea? Abbiamo fatto ciò che lei ci aveva incaricato di fare?

In parte sì, ma in parte no.

Abbiamo abbattuto alberi, costruito villaggi nei boschi dove vivevano tranquille e serene le creature magiche.

Abbiamo ucciso degli esseri come i draghi per divertimento, o perché li trovavamo terribilmente spaventosi, anche se questi, in quel preciso momento, non risultavano una minaccia e si stavano facendo gli affari loro.

Noi non abbiamo apprezzato l’opera dei primi figli della Dea, noi abbiamo fatto di essa ciò che volevamo.

Ma qualcuno, un giorno, decise che le cose sarebbero dovute cambiare…

La giullare di Re Artù

Il castello, quel giorno, era baciato dal sole. L’erba intorno era verde come non lo era mai stata prima di allora, creando un magnifico contrasto con il cielo azzurro.

Le porte di Camelot erano aperte, consentendo l’entrata di un numero non indifferente di persone, tutte perfettamente allegre e rilassate. Parlavano insieme con entusiasmo, riempendo l’aria del loro cicaleccio pieno di vita e di spensieratezza.

All’interno delle mura, bambini travestiti da cavalieri duellavano con delle spade di legno, ovunque erano state appese bandiere che raffiguravano un uomo che trafiggeva un drago, e la gente non la smetteva di andare in giro e di chiacchierare amabilmente con i propri vicini.

Tutti i regni che si trovavano nei dintorni erano giunti a Camelot, in quel giorno di festa. Era una giornata importante, era la Giornata della Rimembranza, la giornata in cui Uther Pendragon aveva ucciso la bestia, divenendo così re.

Dopo la morte del padre, Re Artù aveva ritenuto opportuno continuare a celebrare quel giorno, in modo che il gesto eroico del tanto amato genitore non venisse mai dimenticato.

Tutti erano felici, quel giorno, in particolare una persona…

La luce del sole filtrava dolcemente dalla finestra, illuminandole il volto.

La folletta strizzò gli occhi, infastidita. Fatto ciò, si stiracchiò e fece un lungo e rumoroso sbadiglio. Dopo essersi messa seduta sul letto, la prima cosa che vide una volta aperti gli occhi, fu il suo fedele liuto, appoggiato contro la parete della camera.

Ida sorrise, dopodiché si alzò e raggiunse lo strumento. Lo accarezzò come se fosse stato un cucciolo, o una persona cara, mentre il sorriso non aveva abbandonato le sue labbra neanche per un secondo.

Oggi è la nostra giornata, mio caro. Oggi dobbiamo dare il massimo. Oggi dobbiamo brillare. Oggi dobbiamo farli applaudire così tanto da far spellare loro le mani. Oggi, i sovrani di Camelot, siamo noi.

Ida Korrigan scese le scale saltellando, ancora più energica e piena di vita di quanto non lo fosse già.

La folletta era talmente persa nei suoi sogni e talmente presa da essi, che diede una spallata alla persona che stava salendo le scale in quel momento.

“Accidenti, nanerottola!” sbottò l’uomo, voltandosi verso di lei, l’espressione del viso aspra e arcigna. “Hai bevuto per caso? Perché non guardi dove cammini?!”

Normalmente, Ida se la sarebbe presa e l’avrebbe riempito di insulti, ma quel giorno era troppo felice e di buonumore, niente o nessuno sarebbe riuscito a rovinarle la giornata. Così si limitò a rispondergli: “Guarda, Lancillotto, ho così tante cose da fare, che non ho il tempo di stare qui a discutere con te. Quindi mi scuserai se non rimango per continuare questa piacevolissima conversazione, come sono solita fare. A più tardi.” Gli diede le spalle e riprese a scendere le scale, perfettamente serena e rilassata.

L’uomo fece una smorfia che sapeva tanto di scherno. “Hai tanto da fare?” ridacchiò. “E cosa? Sentiamo.”

La folletta sbuffò, poi si voltò verso di lui. “Vado ad esercitarmi, ti ricordo che, come ogni anno, il re mi ha incaricata di intrattenere gli ospiti nella sala del trono” rispose colma di orgoglio, sotto lo sguardo indifferente e canzonatorio del cavaliere. “Questa volta mi ha detto di sorprenderlo. Ergo, non farò i soliti spettacolini comici con le marionette o i mimi, bensì ho scritto una canzone bellissima, una canzone in onore di Uther, una canzone che narra del suo gesto eroico.”

Lancillotto, per poco, non le rise in faccia. “Sarà uguale a tutte le altre che hai scritto.”

“Ho come l’impressione che rimarrai sorpreso, buona giornata!” Ida prese la saggia decisione di tagliare corto e di andarsene, prima di fare le sue consuete sfuriate.

La Tana del Drago non era mai stata così piena come quel giorno. Entravano clienti ogni due per tre, le ordinazioni volavano a destra e a manca, costringendo la povera e piccola Gwendolyn a correre avanti e indietro veloce come una furia.

Ida decise di entrare nella locanda, andando a trovare i suoi amici, proprio in quel momento.

“Oh, ciao Ida!” la salutò frettolosamente la bambina, andando a servire dei clienti.

“Salute, Gwendolyn!” esclamò la folletta. “Garric è in cucina, immagino.”

“Sì, come puoi ben vedere, è piuttosto indaffarato.”

Ida Korrigan non le diede ascolto: si diresse verso la porta in legno che si trovava in fondo alla locanda, nonostante l’avvertimento della bambina.

Proprio come l’era stato riferito, il proprietario della Tana del Drago si trovava impegnato ai fornelli. Stava cucinando freneticamente, infatti fu un miracolo se non si spanse tutto addosso.

“Garric” disse Ida con tono autoritario, entrando in cucina senza che le fosse stato permesso. “Fermati e prestami attenzione.”

“Scusami Ida, ma adesso proprio non posso parlare, ci sono innumerevoli clienti che mi aspettano, qua fuori” le rispose l’uomo, senza levare gli occhi dal suo lavoro.

“E aspetteranno.” La folletta alzò le spalle, indifferente. “Vorrei farti sentire la canzone che canterò alla corte del re, ci ho lavorato tantissimo. Merita, davvero!”

“Falla sentire a Gwendolyn” le disse Garric, senza voltarsi ancora a guardarla. “Ha lavorato parecchio oggi, riposarsi un po’ non potrebbe farle che bene. Mi occupo io della situazione.”

Ida Korrigan, così impaziente di far sentire la sua tanto amata canzone ai suoi amici, non se lo fece ripetere due volte, e andò a tormentare la bambina.

Gwendolyn aveva sempre amato le canzoni di Ida, in più era davvero stanca di fare avanti e indietro per la locanda. Quindi fu ben che felice di concedersi un attimo di riposo, speso ascoltando la voce adorabile della folletta.

Ida si accomodò su uno sgabello accanto al fuoco, mentre Gwendolyn si sedette per terra a gambe incrociate, dinanzi a lei.

Prima che la giullare potesse iniziare a suonare, la bambina squittì: “Canta la canzone della viaggiatrice!”

Ida si interruppe all’istante. Superato lo stupore, le disse: “Veramente io volevo farti sentire la canzone che ho preparato per…”
“Me la farai sentire dopo! Voglio che canti la canzone della viaggiatrice!” insistette la bambina, tutta infervorata, con gli occhi che le brillavano.

La folletta si fece accondiscendente. “E va bene.” Iniziò a pizzicare le corde del suo fedele e amato liuto, mentre Gwendolyn sorrise a trentadue denti.

In un giorno freddo come la neve, lei prese i suoi averi e fuggì via.

Scappò lontano, su una strada impervia.

Loro piangevano, la pregavano di restare,

ma la viaggiatrice va, e nessuno la può fermare.

Montagne, ruscelli e laghi accompagnarono il suo cammino,

mentre il suo sogno era sempre più vicino.

Il freddo e il gelo non la fermavano,

perché la viaggiatrice va, e andrà sempre più lontano.

La malinconia e la solitudine non le appartengono,

e al solo pensar alla sua voce mi emoziono.

Armata di nulla, solo di un flauto e di uno liuto,

la viaggiatrice va, senza alcun aiuto.

Giunse nel regno dei sogni, nel regno più agognato,

nel regno che tutti avevano sempre sognato.

Il trionfo era incerto,

ma la viaggiatrice va, e non si fa prendere dallo sconcerto.

Gwendolyn applaudì entusiasta, colmandola di orgoglio.

Ida fu presa alla sprovvista, quando la bambina si alzò da terra e la abbracciò.

L’espressione stupita della folletta, presto divenne un’espressione dolce e intenerita, nel momento in cui la locandiera le disse: “Ti voglio bene, Ida!”

La giullare non ci mise molto per ricambiare l’abbraccio.

Gwendolyn era una bambina difficile, non era facile guadagnarsi il suo affetto e la sua fiducia. Da quando aveva perso i genitori a causa della febbre ed era stata costretta a mendicare per strada, era diventata chiusa e taciturna, irritabile e permalosa, complici le numerose volte in cui le persone l’avevano mandata via malamente, e la crudeltà che la vita le aveva riservato.

Per fortuna era stata accolta da Garric.

Certo, capitava spesso che si infuriasse con i clienti quando questi erano scortesi con lei, ma almeno aveva incontrato qualcuno che si prendeva cura di lei e che le voleva bene. Per non parlare di quanto era riuscita a renderla felice Ida! I suoi spettacoli comici, le sue storie e le sue canzoni riuscivano sempre a far scappare un sorriso persino a quella bambina così tormentata e malinconica.

Uno spiacevole imprevisto

“Anzi no, sistematelo là” ordinò autorevolmente Re Artù, indicando un punto sul muro.

I due servitori, trattenendo un’imprecazione e uno sbuffo spazientito, ripresero in mano lo scudo di Uther Pendragon e lo portarono, con fatica, verso il punto indicato dal loro sovrano.

Quando i due uomini furono sul punto di appenderlo, Artù li richiamò nuovamente: “Aspettate! Fermi! Ho cambiato idea.”

Quei poveretti dovettero compiere uno sforzo ancora più intenso per non saltargli addosso.

“Appendetelo dove vi avevo detto prima, là starebbe meglio.” Il sovrano si accomodò tranquillamente sul suo trono, mentre nella sala i suoi sudditi si stavano dando tutti da fare: c’era chi puliva, chi appendeva arazzi, chi accendeva le candele, e poi c’erano i due sfortunati che avevano avuto lo spiacevole incarico di appendere sul muro lo scudo del padre di Re Artù, appesantito ancor di più dalla testa del drago.

Visto che è così robusto, non potrebbe appenderlo lui questo maledetto scudo?! Pensarono stizziti i due sudditi.

Il re tolse la sua attenzione dai servitori solo quando fece il suo ingresso Ginevra, la regina. Ella, solitamente vivace e piena di vita, quel giorno non sembrava molto entusiasta, visto che non ce la faceva più di sorbire ogni anno la solita festa, sorbire ogni volta tutte quelle persone che andavano a rivolgerle i loro saluti. Ma, più di qualsiasi altra cosa, era stufa di sorbire suo marito. Era conscia che, dopotutto, non l’era andata poi così male, esistevano uomini violenti che picchiavano le proprie mogli e le privavano di qualsiasi libertà.

Re Artù non era violento, però era rozzo, incolto… le sarebbe pure potuta andare meglio. Senza contare che il suo amore era per un altro uomo…

“Ginevra, mia cara!” proruppe il sovrano, con i suoi soliti modi decisamente poco riservati. “Dove diamine eri finita?! Non ti vedevo da stamattina. Vieni, accomodati sul trono, fammi compagnia.”

La giovane si sedette sul suo trono, con aria sfinita. “Vedo che i preparativi stanno procedendo per il meglio” disse con tono incolore, guardando priva di emozione i sudditi darsi da fare in giro per la sala.

“Già” convenne Re Artù. “Soprattutto perché c’è così tanta di quella birra che potrei vomitare da questa sera fino a i prossimi giorni a venire!” Rise sguaiatamente, dando un colpetto alla regina, la quale parve infastidita da quel gesto. “Ehi, voi!” Repentinamente, si alzò in piedi e gridò nella direzione di due servitori al centro della sala, facendo sobbalzare tutti quanti. “State attenti a come vi muovete! Non vorrete mica far cadere per terra le ceneri di mio padre?!”

I due uomini si scusarono subito, poi andarono a passare la scopa da un’altra parte.

“Perché ogni volta devi sistemare le ceneri di Uther Pendragon al centro della sala? Mettile in un posto al sicuro, così è meno probabile che qualcuno le faccia cadere” gli suggerì Ginevra dopo aver sbuffato, stando con il volto appoggiato sul pugno.

“Mia cara,” le rispose Re Artù, “le ceneri di un uomo valoroso come mio padre vanno esposte, non chiuse in un armadio umido, vecchio e putrido!”

“Ho capito, ma poi non lamentarti se…”

“Non preoccuparti, mia cara” la interruppe con irruenza l’uomo. “Tanto lo sanno che, se non fanno attenzione e osano rompere il vaso, anche solo senza volere, dovranno assaggiare la lama della mia spada!” All’improvviso, sfoderò la sua fidata arma.

Ginevra sgranò gli occhi e si fece istintivamente più lontana.

Re Artù scoppiò a ridere, risedendosi.

“Vostra maestà, vedo che siete di buonumore quest’oggi.”

Udendo quella voce, l’umore della regina si alzò.

“Lancillotto, ragazzo mio!” Il sovrano raggiunse il suo cavaliere più coraggioso e fedele. Gli diede una pacca sulla spalla, facendolo sorridere.

Il cuore di Ginevra sobbalzò, non appena ella vide quel sorriso.

“Come potrei non essere di buonumore?” esclamò Re Artù, pieno di energie. “Questa sera avremo birra, vino e cibo in abbondanza! E il mio stomaco è grande abbastanza per ospitarli tutti.”

Lancillotto rise insieme al re. Quando questi si girò, il cavaliere ne approfittò per fare l’occhiolino a Ginevra, la quale arrossì e ricambiò con gran gioia il sorriso.

Quella sera, come ogni anno, il castello di Re Artù era gremito di ospiti, ospiti di tutto riguardo, facenti parte di grandi casate, mentre anche all’esterno il regno era in festa.

Proprio come il sovrano aveva detto, birra, vino e cibo pullulavano.

Artù si stava divertendo come non mai: beveva a profusione, rideva rozzamente e dava pacche sulla schiena ai suoi più vecchi amici.

Ginevra si trovava a parlare amabilmente con Lancillotto. Erano tutti impegnati a ridere, bere, mangiare e parlare, non fecero nemmeno caso a loro.

Ida, invece, non stava facendo altro che canticchiare nella sua testa la canzone che aveva preparato per quella sera, seduta su uno scalino, il liuto sempre a portata di mano.

“Adesso basta bere e mangiare, signori! O almeno per ora.”

Il vocione di Re Artù le fece alzare il viso.

“Andiamo tutti nella sala del trono, è il momento della musica!”

Gli ospiti esultarono ad una sola voce. Il sovrano di Camelot fece cenno alla sua giullare di alzarsi e di seguirlo.

Ida Korrigan sorrise emozionata, dopodiché si mise in piedi con un energico salto.

Non appena le passò accanto, Ginevra le mise una mano sulla spalla. “Buona fortuna” le sussurrò sorridente.

La giullare si voltò e ricambiò il sorriso. Poi fu pronta per brillare.

La sala era buia, illuminata dalle candele disposte intorno, le quali conferivano all’ambiente circostante un’atmosfera magica.

Le persone erano tutte intorno a lei, la loro attenzione era rivolta interamente e unicamente a lei, a nient’altro che a lei.

In quel momento, era persino più grande e importante del re e della regina in persona.

Ida chiuse gli occhi e fece un respiro profondo. Poi fu pronta per iniziare la canzone.

Il vento soffiava contro il suo fido destriero,

mentre egli cavalcava con sguardo fiero.

La sua armatura era sfavillante, baciata dalla luce,

avanzava il guerriero truce.

La grotta era scura e spaventosa,

ma a egli non importava, e si gettò in quell’impresa rischiosa.

Il buio regnava, non vi era un solo spiraglio di luce,

ma a lui non importava, avanzava il guerriero truce.

La folletta, prima di continuare, chiuse un’altra volta gli occhi e si concentrò. Ora arrivava la sua parte preferita, e voleva cantarla al meglio possibile.

Una volta aperti gli occhi, con il cuore colmo di emozione e di aspettativa, ella riprese:

La bestia l’attendeva, avvolta nel silenzio e nell’oscurità.

L’eroe intimidir non si fece, e avanzò con temerarietà.

Il mostro in tutta la sua grandezza si erse,

l’eroe…

“MOSTRI!”

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Lucrezia Zerovaz
Mi chiamo Lucrezia Zerovaz, sono nata a Trieste il 29 Dicembre del 1997.
Ho sempre avuto la passione per la scrittura, ma soprattutto per la recitazione. Difatti ho iniziato a recitare all'età di dodici anni, a teatro. Attualmente mi sto avvicinando piano piano al mondo del cinema.
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