Un bambino sognatore chiude gli occhi e immagina un mulino a vento: le sue pale non sono mosse dall’aria, ma dai ricordi.
Venticinque storie, venticinque battiti di un cuore sensibile compongono il mosaico di un’infanzia in Sicilia fatta di profumi, giochi, affetti e di una crescita segnata da un addio: una soffitta, dei giocattoli perduti, un trasferimento al Nord che cambia tutto. E allora ecco che la timidezza si trasforma in un trauma che fa perdere la voce, i bulli a scuola non danno tregua e i primi sentimenti cominciano a fare paura. Ma la fine dell’infanzia è per Giuseppe l’inizio di una ricerca che lo trasformerà nella persona che è sempre stato e vuole continuare a essere, facendo della propria sensibilità e timidezza dei superpoteri.
Perché i ricordi non svaniscono: aspettano. E quando trovi il coraggio di guardarli, diventano luce. Diventano infinito.
Con il patrocinio gratuito del Centro Nazionale Contro il Bullismo – Bulli Stop
1. La bottega
di nonno Pietro
Ricordo come fosse oggi il momento esatto in cui varcavo la soglia della bottega di mio nonno in Sicilia. Era sempre di sabato pomeriggio, quando il sole scivolava tra i tetti del paese e faceva brillare di luce dorata le pietre della piazza.
Io, i miei genitori e mia sorella ci tenevamo per mano, attraversando la strada mentre l’aria sapeva di festa, anche se festa non era, ma lo era per me.
Appena entravo, lo scricchiolio dolce della porta annunciava il nostro arrivo, e il profumo mi investiva come un abbraccio: salumi, formaggi, pane appena sfornato, un vago sentore di vino e cera d’api. Tutto mescolato in un’armonia che solo lì, in quella piccola bottega, sembrava avere un senso.
Mio nonno era dietro la cassa, con il grembiule bianco che portava sempre, anche se ormai non era più bianco da anni, ma segnato da mille giornate di lavoro, di risate, di vita, di sacrifici e rinunce.
Alzava lo sguardo e mi sorrideva, e in quel sorriso c’era già tutto: la mia richiesta esaudita e mai espressa, il mio desiderio innocente di quel panino con la mortadella che aspettavo tutta la settimana, per il semplice fatto che era lui a prepararmelo.
Non serviva parlare. Nonno sapeva.
Con un gesto lento e preciso, come un rito antico, tagliava il pane con il coltello lungo e sottile, la lama scivolava decisa sulla crosta croccante. Poi prendeva la mortadella, ne affettava quattro, cinque o sei fette spesse, rosa e profumate, e mi porgeva il panino quasi fosse un dono sacro.
Io lo aspettavo seduto sullo sgabello vicino al bancone, con le gambe che non toccavano ancora il pavimento, e il cuore che batteva per la gioia semplice di quel momento.
Dietro il banco, nascosto agli occhi di tutti, c’era il mio piccolo segreto. Un barattolo di vetro pieno di caramelle colorate: gialle, rosse, verdi, lucide come gemme.
Mio nonno fingeva di non vedermi mentre, con finta disinvoltura, ne prendevo una o due e le infilavo in tasca. Poi mi guardava di sottecchi, gli angoli della bocca appena piegati in un sorriso complice. «Attento a non farti scoprire da tua madre!» sussurrava piano, e io ridevo, con la bocca piena di zucchero, di colore e felicità.
Ogni sabato era così, una piccola magia che si ripeteva, sempre uguale e sempre nuova. I clienti entravano e uscivano, salutavano mio nonno chiamandolo per nome, Pietro, e lui rispondeva con la voce pacata di chi ha vissuto lì quanto basta per conoscere bene tutti.
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Ogni parola era un gesto d’amore, ogni stretta di mano un ricordo che si accumulava, invisibile ma presente, quanto la polvere dorata che filtrava dalle vetrine della bottega.
Ricordo anche il suono della bilancia quando nonno pesava la pasta o le olive, il fruscio della carta marrone che avvolgeva i salumi, il rumore secco dei tappi delle bottiglie che si aprivano per i clienti fidati.
Tutto era musica. Una sinfonia fatta di quotidianità e calore, che solo adesso capisco quanto fosse preziosa.
Quando il pomeriggio declinava e la luce cominciava a farsi più tenue, mio nonno usciva da dietro il bancone e mi posava una mano sulla testa. Era una carezza leggera, ma piena di significato. «Hai mangiato bene, Giuseppe?» mi chiedeva, e io annuivo con la bocca ancora unta di mortadella. Poi, come faceva spesso, dandomi un buffetto sulla guancia con le sue mani calde e cariche d’affetto, in un sussurro che solo io potevo udire, aggiungeva: «Ricordati, la vita è come un panino: se ci metti dentro amore, sarà sempre buona».
Allora davvero non capivo cosa volesse dire.
Oggi sì. Oggi che la bottega non c’è più, che le sue mani non stringono più la mia, che il suo grembiule è appeso da anni dietro una porta chiusa, oggi che non rivedo più i suoi movimenti lenti e precisi, la sua camminata ondulatoria che tanto mi faceva sorridere, che non sento più il suo chiacchiericcio tra i clienti e i suoi baffi morbidi incontrare le mie guancine, oggi sì che capisco.
Ma ogni volta che sento l’odore del pane caldo o vedo un barattolo di caramelle colorate, è come se quella porta si riaprisse e io tornassi bambino, lì, davanti a lui.
Rivedo il suo sorriso, la luce del pomeriggio che gli accarezza il viso, e sento quel profumo di bottega e di vita. E così capisco che certi ricordi non se ne vanno mai davvero. Restano lì, dentro di noi, come il sapore dolce di una caramella sciolta piano sotto la lingua.
Ora, quando ripenso a quei momenti, sento che tutto quello che io sono e che avverto dentro di me, in profondità, nasce da lì.
Da quella bottega piccola, dove il tempo sembrava fermarsi e dove ogni gesto aveva un senso ben preciso.
Mio nonno non mi ha lasciato ricchezze in eredità, ma mi ha insegnato a riconoscere il valore delle cose semplici: il profumo del pane, la gentilezza di uno sguardo, la bellezza di un ricordo che resta.
La bottega, come dicevo, non esiste più. È diventata una casa, poi un magazzino, ora ne è rimasto solo un muro con sopra appesa l’insegna sbiadita di una banca.
Ma ogni volta che sento il profumo della mortadella tagliata o vedo il pulviscolo illuminato dal sole che filtra dalle vetrine di un negozio, mi sembra di udire di nuovo lo scricchiolio di quella porta.
E so che lui è ancora lì, dietro il bancone, con il grembiule legato in vita e lo stesso sorriso di sempre. Mi guarda, e senza parlare mi dice quello che mi diceva ogni sabato, prima di salutarci: «Ricordati, la vita è come un panino: se ci metti dentro amore, sarà sempre buona».
Ti voglio bene, nonno.
E te ne vorrò per sempre.
2. Il solletico
sotto i piedini
Ricordo quelle mattine che profumavano d’ulivo e di caffè appena fatto. L’aria di quel paesino siciliano entrava dalle persiane ancora chiuse, mescolando il fresco del mattino con il calore della cucina.
Era un profumo che sapeva di vita semplice, di abitudini antiche. Lo scoppiettio della caffettiera vecchissima era la nostra sveglia, un rumore che ancora oggi posso sentire, se chiudo gli occhi.
Il tempo, in quella casa, aveva un ritmo diverso.
Non erano le lancette dell’orologio a scandirlo, ma i piccoli gesti: il gorgoglio del caffè, il cucchiaino che girava lo zucchero nella tazzina, il pane tagliato a fette grandi, generose, da spalmare di cioccolata.
Era un tempo che non correva: si fermava.
Respirava.
Ogni mattina mia nonna mi svegliava allo stesso modo.
Entrava piano nella stanza, come una carezza che prende forma, e con le mani calde mi faceva il solletico sotto i piedini.
Io ridevo, mi divincolavo tra le lenzuola, ma in fondo non volevo smettesse. Quello era il nostro rituale, un linguaggio segreto solo per noi.
«Su, picciriddu miu, è pronta la colazione» mi sussurrava, dirigendosi a spegnere la caffettiera.
Alla tavola della cucina c’erano sempre quelle fettone di pane e tanta cioccolata da spalmarci sopra. Non poca, non una sottile striscia, no. Tanta, da spalmare fino ai bordi, con la cura di chi sa che ogni fetta deve essere un piccolo atto d’amore.
Perché mia nonna conosceva il mio cuore di bambino: sapeva che quella era la mia felicità, e senza bisogno di parole, mi dimostrava con quei gesti il suo affetto.
Dietro ogni fetta di pane preparato, dietro ogni solletico sotto i piedini, dietro ogni sussurro c’era infinito amore. Un amore che non si esprimeva con grandi gesti, ma con i dettagli più semplici, quelli che mettono radici dentro di te.
A volte, mentre spalmava la cioccolata sul pane, mi guardava e sorrideva appena. «Mangia, che poi cresci forte» diceva.
Io annuivo con la bocca piena, e le mie guance rotondissime incorniciavano un sorriso compiaciuto. Pensavo che nulla potesse cambiare, che quelle mattine sarebbero esistite per sempre.
Non lo sapevo allora, ma stavo raccogliendo preziosi ricordi.
Lei, invece, lo sapeva.
Lo sapeva nel cuore, come lo sanno i nonni, che quei momenti un giorno li avremmo rimpianti. Che sarebbero diventati la stoffa stessa dei miei giorni, la tappezzeria invisibile del mio cuore e il motore per diventare un uomo migliore.
Ora, dopo tanti anni, quando mi sveglio e sento l’odore del caffè che sale nella caffettiera, qualcosa dentro di me torna a quelle mattine e il magone mi prende la gola.
Non c’è più il sole che entra dalla finestra della sua cucina, né il suo passo leggero nella stanza, ma c’è ancora il ricordo del suo solletico sotto i piedini.
Filippo Gigante (proprietario verificato)
“Il mulino dei miei ricordi” di Giuseppe Minacapelli è molto più di una raccolta di racconti: è un ritorno alle radici, un dialogo sincero con il bambino che siamo stati e che, in qualche modo, continua a vivere dentro di noi. Attraverso venticinque storie delicate e profonde, l’autore apre le porte della propria memoria e ci invita a fare lo stesso, accompagnandoci tra fragilità, cadute, rinascite e piccole epifanie quotidiane.
I ricordi diventano così un mulino che trasforma il passato in nutrimento per il presente.
Questo libro, già sostenuto da molti lettori in preordine, merita di raggiungere il suo traguardo finale perché custodisce una voce autentica, capace di parlare a chiunque abbia mai sentito il bisogno di ritrovare se stesso attraverso la memoria. Sostenerne la pubblicazione significa contribuire alla diffusione di una narrazione intima e universale, che celebra la meraviglia, la resilienza e la bellezza dei nostri percorsi interiori.
Davide Baresi (proprietario verificato)
Il fanciullino interiore di Giuseppe riporta in vita le cose che furono nella sua infanzia, riconnettendo chi legge con la propria. Saper rievocare il primo sguardo sulle cose è un dono da custodire. Spero di vedere il tuo libro presto in libreria
Massimiliano Gradante
Conosco da tanti anni Giuseppe.
Ho visto quando ha pensato a questo libro, ho visto quando ha iniziato a scriverlo, ho visto la passione e l’impegno che ha mostrato durante la stesura, a prescindere da tutti i molti impegni della giornata e della vita.
Questo non è un libro qualsiasi, questo libro È Giuseppe, nella sua essenza più pura, più fragile ma anche in quella più forte.
Già all’anteprima si capisce che sarà un bellissimo e profondo viaggio, attraverso il bambino che eravamo, attraverso la scoperta della meraviglia della prima volta, applicata in qualunque contesto.
Perché tutti siamo stati bambini ma tutti, molto spesso, lo dimentichiamo.
E Giuseppe, con questo libro, è qui per ricordarcelo.
Affinché ognuno di noi possa vivere la sua vita anche con gli occhi del bambino che era. Cogliendone tutte le sfumature che ogni tanto, da adulti, potrebbero sfuggirci.
Tanti auguri per questa tua nuova avventura, onorato di poterti chimare “collega”.
Sei solo all’inizio di questo splendido viaggio, ma già lo sappiamo che sarà un successo!
Sempre avanti! ❤️🔥
Mirta Broggi (proprietario verificato)
Ho letto l’anteprima e i racconti di Giuseppe e, vi assicuro che mi ha fatto rivivere ricordi d’infanzia stupendi. Mi emoziona, ogni volta che parla di suo nonno e, dei suoi ricordi d’infanzia trascorsi nella sua amata Sicilia. Non vedo l’ora di avere il libro fra le mie mani e, di poter tornare a sognare, immaginando i bambini che siamo stati. Bravo Giuse!
Alessandro Bina (proprietario verificato)
Dopo aver letto l’anteprima che mi ha molto incuriosito, ho deciso di acquistare la mia copia e dare fiducia all’autore. Sono entusiasta di poterla ricevere presto e molto curioso di scoprire gli altri racconti!