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Il Cammino delle Correnti – Il Risveglio

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Consegna prevista Marzo 2027
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Lorian cresce sotto il peso di un mondo che non concede tregua. La nonna gli insegna la vita, Elerion la memoria e la disciplina, Gheura l’ascolto profondo di ciò che si nasconde oltre le parole. Ma la sua infanzia non è protetta: gli elfi opprimono, la malattia avanza, e le paure si insinuano tra le pareti di casa come il freddo d’inverno.

Eppure è proprio dentro le prove che sembrano spezzarlo che Lorian trova il modo di crescere. Ogni ferita diventa un passaggio, ogni sconfitta una radice, ogni scelta una forma nuova di coraggio.

Il suo è il racconto di una trasformazione silenziosa e profonda: un bambino che, passo dopo passo, impara a portare il peso del suo mondo senza perdere la propria luce.

Perché ho scritto questo libro?

Le parole che compongono questo racconto sono quello che definirei un pezzo di me, della mia storia, del mio percorso di crescita. Fissarle alle pagine di un libro significava essere pronto a fare un passo avanti nella mia vita, accettare di condividere la mia parte di bambino con il mondo. Come quando da piccolo lasciavo scritto “ti voglio bene” su un bigliettino alla mamma, queste righe sono il mio modo per dire “ti voglio bene” al mondo donandogli la mia fantasia, la meraviglia, lo stupore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Capitolo 5

Il Dono del Risveglio

La luce del mattino filtrava attraverso le tende sottili, disegnando strisce dorate sul pavimento di legno consumato. Lorian aprì gli occhi lentamente, ancora avvolto nel calore delle coperte, e per un momento non ricordò. Poi sentì l’odore — pane dolce, miele, latte caldo — e il cuore gli fece un salto.

Era il suo compleanno.

Si alzò di scatto, i piedi nudi che toccarono il pavimento freddo, e corse in cucina. La nonna era già al lavoro, le mani infarinate, il grembiule annodato alla vita. Si voltò quando lo sentì arrivare, e sul suo volto apparve quel sorriso raro, quello che faceva sembrare gli anni meno pesanti.

— Buon compleanno, piccolo Lorian. — La voce calda come il fuoco nel camino. — Sei anni. Ormai sei quasi un uomo.

Lorian rise, ancora assonnato, gli occhi che brillavano. — Non sono un uomo, nonna. Sono ancora piccolo!

— Piccolo, forse. Ma ogni anno che passa sei un po’ meno bambino e un po’ più furbo.

Gli sfiorò i capelli con una mano che sapeva di farina e tenerezza, poi indicò il tavolo.

— Siediti. La colazione è pronta.

Sul tavolo c’era più cibo di quanto Lorian vedesse di solito — pane dolce tagliato a fette spesse, miele che colava dorato dalla ciotola di terracotta, latte ancora fumante. Si sedette, le gambe che dondolavano sotto la sedia, troppo corte per toccare il pavimento.

— Oggi ti porto in un posto speciale. — La nonna versò il latte nella sua tazza. — Un posto che ho visto solo una volta, quando avevo la tua età.

Lorian smise di masticare, gli occhi spalancati. — Dove? Cosa c’è?

— Lo vedrai. — La nonna sorrise, misteriosa. — Elerion ci accompagnerà.

Come evocato dal nome, bussarono alla porta. Lorian saltò giù dalla sedia, corse ad aprire. Elerion era sulla soglia, alto e snello come sempre, i capelli intrecciati con fili d’argento che brillavano alla luce del mattino. In mano teneva qualcosa — un piccolo oggetto avvolto in un panno verde.

— Buon compleanno, Lorian.

La voce melodiosa ma calda. Si chinò, porse il dono.

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Lorian lo prese con entrambe le mani, lo scartò lentamente. Era un ciondolo di legno intagliato, una foglia di larice così dettagliata che sembrava vera, appesa a una corda di cuoio morbido. Lo girò tra le dita, sentendo il peso leggero, la superficie liscia.

— È bellissimo…

— Perché tu possa sempre ritrovare la strada verso casa.

La serietà di Elerion era palpabile, qualcosa che Lorian non capiva del tutto ma che sentiva importante.

La nonna gli allacciò il ciondolo al collo. Lorian lo toccò con le dita, orgoglioso, sentendolo freddo contro la pelle.

— Grazie, Elerion.

L’elfo annuì, poi guardò la nonna. — Siete pronti?

— Quasi. — La nonna tornò al tavolo, posò davanti a Lorian una ciotola di porridge ancora fumante, con sopra una cucchiaiata di miele. — Ma prima si mangia come si deve.

Lorian, che aveva già infilato le scarpe ed era pronto a correre fuori, si fermò, deluso. — Ma nonna, ho già fatto colazione!

— Pane dolce e latte non bastano per una camminata in montagna. Mangia. Non si va da nessuna parte a stomaco mezzo vuoto.

Lorian si sedette di nuovo, imbronciato ma obbediente. Elerion, in piedi vicino alla porta, nascose un sorriso dietro la mano.

— E tu — la nonna si girò verso l’elfo con lo stesso tono autoritario — quando hai mangiato l’ultima volta?

Elerion sembrò colto alla sprovvista. — Io… questa mattina, credo. O forse ieri sera…

— Siediti.

Non era una richiesta. Elerion, con la stessa espressione rassegnata di Lorian, si sedette al tavolo. La nonna gli mise davanti pane, formaggio e una mela.

— Gli elfi non hanno bisogno di mangiare tanto quanto gli umani. — La protesta debole, quasi rassegnata.

— Gli elfi camminano davanti, aprono la strada, portano pesi. Mangiate.

La nonna tornò ai fornelli, senza accettare repliche.

Lorian guardò Elerion, poi scoppiò a ridere. L’elfo sospirò, ma iniziò a mangiare.

Quando ebbero finito, la nonna riempì una bisaccia con pane, formaggio avvolto in un panno, mele e una borraccia d’acqua fresca. La chiuse con cura, la porse a Elerion.

— Adesso sì. Adesso siamo pronti.

Lorian saltò giù dalla sedia, di nuovo pieno di energia. Elerion si alzò, prese la bisaccia, e per un momento guardò la nonna con un’espressione che era quasi… affetto.

— Grazie — mormorò.

Lei annuì, poi aprì la porta. — Andiamo, prima che il sole salga troppo.

Il sentiero saliva dolcemente tra i larici, serpeggiando tra rocce coperte di muschio e felci che tremavano alla brezza. Lorian camminava in mezzo a loro, tenendo la mano della nonna con una e allungando l’altra verso Elerion, che dopo un momento di esitazione la prese. Era una sensazione strana — la mano della nonna era ruvida, calda, piena di vita vissuta; quella di Elerion era liscia, fresca, leggera come una foglia.

— Quante foglie ci sono in questo bosco?

Lorian guardava in alto verso le fronde che si intrecciavano come un soffitto verde.

— Troppe per contarle.

— Ma tu sei un elfo, dovresti saperlo!

— Gli elfi non contano le foglie, Lorian. Le ascoltano.

Lorian corrucciò la fronte, pensieroso. — E cosa dicono?

— Dipende. Oggi dicono che è una bella giornata. Che il vento è gentile. Che c’è un bambino che compie sei anni e che il bosco è felice per lui.

Lorian rise, non del tutto sicuro che Elerion stesse scherzando.

Camminavano da più di un’ora quando la nonna iniziò a cantare. Era una nenia antica, in una lingua che Lorian non conosceva ma che riconosceva — la stessa che la nonna canticchiava a volte la sera, mentre rammendava o intrecciava reti. La voce era bassa, roca, ma portava una dolcezza che gli faceva stringere il cuore.

Elerion si unì, la sua voce che si intrecciava con quella della nonna come due fili di colori diversi. Lorian non cantò — ascoltò, camminando tra loro, sentendosi al sicuro come non si era mai sentito.

— Nonna, quando avevi sei anni eri alta come me?

Il canto si spense. La nonna sorrise.

— Più bassa, credo. Ero piccola e magra come un rametto. Tuo nonno diceva che il vento mi avrebbe portata via.

— E poi sei cresciuta?

— Sì. E anche tu crescerai.

— Voglio essere alto come Elerion!

L’elfo sorrise. — Gli umani non crescono così tanto. Ma crescerai forte. Lo vedo già.

Lorian si raddrizzò, orgoglioso.

Arrivarono al laghetto quando il sole era alto nel cielo. Lorian corse avanti, superando gli alberi che si aprivano improvvisamente su una radura nascosta. E lì, incastonata tra rocce grigie levigate dal tempo, c’era la sorgente.

L’acqua era così trasparente che sembrava vetro fuso, azzurra e profonda al centro, chiara come aria sui bordi. La luce del sole creava riflessi che danzavano sulla superficie, disegnando ombre tremolanti sulle pietre. Attorno, il bosco si chinava come in preghiera, i rami che sfioravano l’acqua senza mai toccarla davvero.

Lorian si fermò, senza fiato.

— È.… è magico.

La nonna si avvicinò, posò una mano sulla sua spalla. — Lo è. E oggi è tuo.

Stese una coperta all’ombra di un grande abete, tirò fuori il cibo che aveva portato — pane fresco, formaggio stagionato, mele rosse e, avvolto con cura in un panno, un dolce fatto di farina, miele e bacche di bosco, cotto la sera prima mentre Lorian dormiva.

Si sedettero tutti e tre, mangiarono lentamente, senza fretta. Lorian assaggiò il dolce, gli occhi che si chiusero per il piacere, e la nonna rise — un suono raro e prezioso.

Quando finirono, la nonna si voltò verso di lui, il viso serio ma dolce.

— Sei anni fa sei arrivato nella mia vita quando pensavo che la vita non avesse più nulla da darmi. Mi hai insegnato che l’amore non finisce mai, si trasforma. Oggi ti regalo questo luogo, perché tu sappia che il mondo è più vasto e misterioso di quanto sembri. E che c’è sempre bellezza, se sai dove cercarla.

Lorian sentì qualcosa stringersi in gola. Non sapeva bene cosa dire, così semplicemente la abbracciò.

Elerion si schiarì la voce, poi parlò, gli occhi fissi su Lorian.

— E io ti regalo la promessa che ti insegnerò a camminare nel bosco come un elfo. Se vorrai. Non sarà facile, e ci vorrà tempo. Ma te lo insegnerò.

Lorian si girò verso di lui, annuì serio. — Lo voglio.

Si strinsero la mano, solenne come un patto.

Poi Lorian guardò l’acqua, così vicina, così invitante. Si voltò verso la nonna con l’espressione più innocente che riuscì a fare.

— Posso fare il bagno? È il mio compleanno.

La nonna ed Elerion si guardarono, poi risero.

— Va bene. Ma solo per poco. L’acqua è gelata.

Lorian non aspettò altro. Si tolse la tunica, i pantaloni, rimase con la biancheria leggera, e corse verso la riva. Toccò l’acqua con un piede, urlò per il freddo, poi si tuffò comunque con uno schizzo che fece ridere la nonna.

L’acqua era ghiacciata, così fredda che gli tolse il fiato. Ma dopo un momento, il corpo si abituò, e Lorian iniziò a nuotare — bracciate maldestre ma decise, verso il centro del laghetto.

Si voltò, gridò: — È bellissima!

La nonna agitò una mano, sorridente. Elerion osservava, rilassato, le gambe incrociate, le mani appoggiate sulle ginocchia.

Lorian nuotò ancora, poi si fermò, galleggiando sulla schiena, guardando il cielo azzurro attraverso le fronde degli alberi. E fu allora che lo sentì.

Qualcosa di tiepido.

Non caldo, non bollente, ma tiepido — come acqua che aveva assorbito il sole per ore. Avvolse le sue gambe, risalì lungo i fianchi, lo accarezzò come una mano gentile. Lorian smise di muoversi, lasciandosi galleggiare, confuso ma non spaventato.

Poi vide la luce.

Sotto di lui, salendo dal fondo del laghetto come fumo dorato, c’erano filamenti luminosi — azzurri, dorati, verdi — che si intrecciavano lentamente, danzando nell’acqua come fossero vivi. Non spingevano, non tiravano. Semplicemente… erano.

Lorian trattenne il respiro, incantato. Allungò una mano nell’acqua, verso la luce più vicina. Quando le dita la sfiorarono, sentì un formicolio caldo risalire lungo il braccio, dolce e strano, come quando la nonna gli accarezzava i capelli prima di dormire.

La luce sembrò riconoscerlo. Si avvolse attorno al polso, salì fino al gomito, poi si dissolse lentamente, lasciando solo il calore.

Lorian sorrise. — Ciao — sussurrò all’acqua.

Sulla riva, Elerion si alzò di scatto.

I suoi occhi, acuti e allenati a vedere ciò che gli umani non vedevano, percepirono le correnti immediatamente. Filamenti dorati che avvolgevano il bambino, lo toccavano, lo esploravano. Correnti primarie — quelle che venivano direttamente dall’Albero, non filtrate, non guidate, selvagge e antiche.

Il cuore gli si strinse.

— Lorian! Esci dall’acqua! Subito!

La voce tesa, quasi un grido.

La nonna si alzò di scatto, allarmata. — Cosa succede?!

— Le correnti! Lo stanno toccando!

Elerion correva già verso la riva.

La nonna non capiva, ma la paura nella voce di Elerion bastò. Gridò, la voce ferma: — Lorian! Vieni qui. Adesso.

Lorian si voltò, confuso. La luce era così bella, il calore così dolce… ma la voce della nonna era seria, quella che usava quando non c’era spazio per discussioni. Nuotò verso riva, a malincuore, e mentre si allontanava vide la luce dorata seguirlo per un momento, come se fosse riluttante a lasciarlo andare. Poi si dissolse, scivolando di nuovo nelle profondità.

Elerion lo afferrò appena uscì dall’acqua, lo tirò sulla riva con una forza che Lorian non gli aveva mai visto usare. La nonna lo avvolse subito in una coperta, lo esaminò con occhi preoccupati.

— Stai bene? Ti senti strano?

Lorian, tremante per il freddo ma confuso, scosse la testa. — Perché siete spaventati? Era solo… calda. Era bella.

La nonna ed Elerion si scambiarono uno sguardo.

— Cosa hai sentito, Lorian?

La voce della nonna più dolce ora, quasi timorosa.

— Come un abbraccio. Come quando tu mi abbracci, nonna, ma… più grande.

Fece una pausa, poi aggiunse quasi sottovoce, gli occhi ancora fissi sull’acqua: — Mi piaceva.

Il silenzio che seguì fu denso, pesante. Elerion si passò una mano tra i capelli, la mascella serrata. La nonna strinse Lorian più forte, nascondendo il volto contro i suoi capelli bagnati.

— Vieni. Torniamo a casa.

Il viaggio di ritorno fu diverso. L’atmosfera leggera di prima era svanita, sostituita da una tensione silenziosa che Lorian non capiva. Elerion camminava davanti, rigido, lo sguardo fisso sul sentiero. La nonna teneva Lorian per mano, stretta, come se avesse paura che sparisse.

Lorian provò a chiedere, ma la nonna scosse la testa. — Dopo, piccolo. Ora cammina.

Non ci volle molto perché la stanchezza lo prendesse. Ancora bagnato, avvolto nella coperta, con il calore del sole che lentamente lo asciugava, Lorian iniziò a barcollare. La nonna lo sollevò, lo caricò sulle spalle. Era pesante, ormai troppo grande per essere portato facilmente, ma lei non disse nulla.

Lorian appoggiò la testa contro la sua schiena, chiuse gli occhi, e iniziò a canticchiare sottovoce la nenia che aveva sentito quella mattina. Le parole non le sapeva, ma la melodia sì. E mentre la cantava, si addormentò.

La sera scese su Grünelda con colori arancioni e viola, il cielo che si tingeva lentamente di buio. Lorian dormiva nel suo letto, coperto fino al mento, il ciondolo di Elerion ancora al collo. I due fiori blu sul davanzale della finestra brillavano debolmente nella luce del tramonto.

In cucina, il fuoco bruciava basso. La nonna ed Elerion erano seduti al tavolo, le voci ridotte a sussurri.

— Quelle erano correnti primarie. Non filtrate. Non guidate. Possono essere pericolose.

La tensione palpabile nella voce di Elerion.

— Non lo hanno ferito. — La nonna guardava il fuoco, la voce bassa, incerta. — Forse… forse lo hanno riconosciuto? Non so. Ma non sembravano ostili.

— Proprio questo mi preoccupa. — Elerion si sporse in avanti. — Perché l’Albero dovrebbe riconoscere un bambino umano? Noi elfi studiamo anni prima di sentire quelle correnti. E lui… lui le ha semplicemente toccate. Come se fossero sue.

La nonna tacque un momento, pensierosa. — Forse perché non cerca di controllarle. Le accoglie. È diverso.

— Ma non possiamo lasciarlo esposto. E se la prossima volta…

— Non gli diremo nulla.

L’interruzione gentile ma decisa.

— Non ancora. Lasciamolo essere bambino. Ha tempo per scoprire cosa significa quel dono.

Elerion strinse le mani, frustrato ma impotente. Poi, lentamente, annuì.

— Sei anni. L’età in cui gli elfi iniziano a percepire le correnti per la prima volta. Ma lui è umano…

— Forse l’Albero non distingue. Forse vede solo anime.

Elerion la guardò a lungo. — Se è così, allora quel bambino ha un’anima molto antica.

— O molto pura.

Rimasero in silenzio, ascoltando il crepitio del fuoco e il respiro lontano di Lorian che dormiva. Poi la nonna si alzò, si avvicinò alla porta della sua stanza, la aprì appena.

Lorian era rannicchiato sotto le coperte, il viso sereno, una mano stretta attorno al ciondolo. La nonna entrò, si chinò, gli sfiorò i capelli con le labbra.

— Buon compleanno, piccolo mio. Che l’Albero ti protegga, ovunque la tua strada ti porti.

Una lacrima le scivolò sulla guancia, silenziosa. La asciugò in fretta, si voltò, chiuse la porta senza far rumore.

Quella notte, Lorian sognò di luce dorata che danzava nell’acqua, di mani invisibili che lo tenevano al sicuro, di una voce senza parole che cantava il suo nome. Non sapeva che quel sogno lo avrebbe accompagnato per sempre. Non sapeva che l’Albero lo aveva toccato, riconosciuto, benedetto. Non sapeva che da quel giorno, qualcosa in lui era cambiato per sempre.

Era solo un bambino che aveva compiuto sei anni e fatto il bagno in un laghetto splendido. Niente di più. Niente di meno. E in quel niente, il destino aveva messo radici.

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Andrea Traghin
Nato nell'agosto del 1980 in una piccola cittadina di confine, Gorizia, sono cresciuto con la passione per gli sport, la musica, la montagna e la buona carta stampata. Con gli anni ho scoperto quanto la narrativa fantasy e i ruscelli estivi o le bianche cime innevate avessero in comune e come scrivere di quei luoghi e le emozioni che mi trasmettevano desse un significato più ampio alla mia semplice vita quotidiana. Per anni ho tenuto schizzi, appunti e idee dentro un piccolo cassetto finché, spronato da una persona molto speciale, ho trovato il coraggio di liberarli per condividerli con tutti coloro che, come me, sentono il bisogno di accendere una piccola luce, sfiorare le pagine di un libro e perdersi in avventure di cui diveniamo registi, attori o spettatori.
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