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Il canto silente dei castagni

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Dopo molti anni, Clelia torna tra le montagne di San Biagio, quelle delle sue origini, con una lettera rimasta nascosta troppo a lungo. Qui, tra antiche case di pietra e boschi di castagni avvolti dal silenzio, il passato riaffiora attraverso una storia che tutti conoscono e che nessuno ha mai raccontato fino in fondo: quella di Francesco, un ragazzo scomparso senza lasciare traccia.

Seguendo frammenti di memoria, testimonianze dimenticate e una musica capace di custodire ciò che le parole non hanno saputo dire, Clelia si addentra in una vicenda fatta di segreti protetti per decenni.

1

La nebbia di fine novembre si alzava dalla valle come un respiro trattenuto, avvolgendo il piccolo cimitero di San Biagio e rendendo le lapidi simili a bianchi fantasmi nella luce incerta del mattino. Un fumo sottile e pigro si alzava dai comignoli delle case sparse lungo il pendio. Il cielo prometteva neve, ma senza fretta.

Sistemò l’ampia sciarpa di cashmere sulle gambe, incrociò le mani e fissò il cancello in ferro battuto ancora chiuso. Il silenzio era così profondo che poteva sentire i propri pensieri senza il rumore del mondo.

Erano anni che non tornava, almeno venti. Forse trenta. La prima volta era ancora una bambina, in estate, quando sua madre l’aveva portata a vedere “il paese dove è nato il nonno”.

Ma non ci avevano dormito nemmeno una notte. «Qui di notte fa freddo anche a luglio» aveva detto sua madre, quasi volesse giustificarsi con il mondo intero.

Adesso Clelia era lì per lei. O meglio, per sistemare le sue cose.

Luisa Adelchi era morta settimane prima, in ospedale, a Torino. Un infarto, improvviso, discreto come era stata lei per tutta la vita. Se n’era andata senza clamore, senza lasciare parole di addio, senza nemmeno un ultimo desiderio espresso. Come se anche la morte fosse per lei una questione privata, da sbrigare senza disturbare nessuno.

Aveva vissuto in quell’appartamento ingrigito dal tempo, senza mai cambiare divano, senza accendere la televisione per più di un’ora al giorno, giusto per il telegiornale della sera, e poco altro. Senza una foto che non fosse sbiadita, senza un oggetto fuori posto, qualcosa che raccontasse sogni o amori.

Al funerale c’erano state poche persone: si potevano contare sulle dita di una mano. Due colleghe del conservatorio, il medico di base e Clelia, che aveva organizzato tutto con quella efficienza professionale che le permetteva di non pensare troppo al dolore. Nessun parente. Nessuna musica. Clelia sapeva che Luisa non avrebbe amato troppe “cerimonie”.

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San Biagio, invece, sembrava averla attesa.

Il paese d’autunno era tutto raccolto, come rannicchiato in se stesso. Le case strette e in pietra grigia si stringevano le une alle altre lungo le vie ripide, i balconi svuotati dai gerani estivi. La quiete densa delle stagioni vere, quando la natura si prepara al sonno e anche le persone rallentano i loro ritmi. Le villette chiuse dei villeggianti dormivano ai margini, le persiane serrate e le porte sprangate. Solo il bar dell’albergo vicino al municipio aveva le luci accese. Un anziano si stava accendendo una sigaretta con gesti lenti e precisi, mentre un abbozzo di raggio di sole tentava di farsi strada tra le nuvole basse.

Clelia si alzò dalla panchina di pietra, i muscoli indolenziti dal freddo e dall’immobilità. Raccolse da terra la busta con il piccolo vaso di erica. Non era per sua madre. Era per suo nonno, Ottavio Adelchi. Morto prima che lei nascesse, ma vivo, ostinato, ingombrante, in ogni gesto della madre.

Una figura che non aveva mai visto e che pure l’aveva sempre accompagnata, come un’ombra. Non si parlava di lui. Si citava. Si rispettava. Si temeva, forse.

Era stato falegname, ma costruiva anche strumenti musicali, per passione. «Uno che capiva di legno e musica.» Ogni tanto spuntava un aneddoto. Ma sempre a metà.

«Il parroco lo chiamava anche di notte, per l’organo.»

«Creava i flauti più belli della valle. E li riparava tutti.»

«Una mente fine, tuo nonno. Ma rigido come una tavola di legno. Se si metteva in testa una cosa, quella era.»

Uno che quando camminava teneva lo sguardo basso, fisso al terreno, assorto nei suoi pensieri, come se il mondo esterno fosse un disturbo da ignorare. Come sua madre, del resto, che spesso non salutava le persone che incontrava per strada. Non lo facevano per cattive intenzioni, semplicemente non le vedevano, persi nella loro bolla infrangibile di pensieri e silenzi.

Ora Ottavio Adelchi era solo un nome inciso su una lastra di pietra. Una foto sbiadita, un sorriso appena accennato e gli occhi severi che ancora sapevano scrutare. Clelia non aveva mai pensato di venire a cercarlo. Non prima di trovare quella busta.

Il custode del cimitero arrivò spingendo una vecchia carriola. Procedeva lentamente, quasi temendo che le fragili ossa potessero sbriciolarsi da un momento all’altro sotto il peso degli anni. Aveva certamente superato da tempo l’età pensionabile. Continuava il suo lavoro con quella ostinazione tipica delle persone che hanno trovato il loro posto nel mondo e non intendono lasciarlo. La guardò con curiosità mentre estraeva dalla tasca del cappotto un mazzo di chiavi antiche, alcune consumate dal tempo, e si accingeva ad aprire il cancello.

«Cerca qualcuno in particolare?» chiese con la voce roca dei fumatori incalliti.

«Ottavio Adelchi.»

L’uomo si fermò, la chiave ancora in mano. «Adelchi… il minusié. Segua il sentiero perimetrale, terza fila. Ma lei è…»

«Sua nipote.»

«Ecco.» Annuì lentamente come se improvvisamente tutto acquistasse un senso. «Aveva lo stesso sguardo. Quello che guarda le cose da dentro.»

Clelia sorrise, sorpresa da quella osservazione. Era la prima volta che qualcuno le attribuiva un tratto fisico del nonno. Di solito le dicevano che somigliava alla madre, ma in modo vago, come si dice di tutte le figlie. Questo era diverso. Più preciso.

Mentre camminava tra le lapidi, seguendo il sentiero che costeggiava il muro perimetrale, la giovane donna pensò al suo lavoro. Archivista freelance, specializzata in ricostruzioni documentali per cause legali. Passava le giornate a rimettere insieme storie spezzate, a riordinare vite che altri avevano lasciato in disordine. Documenti smarriti, testamenti contestati, eredità complicate. Aveva imparato a leggere tra le righe, a capire cosa le persone non dicevano, a riconoscere le verità nascoste dietro le carte ufficiali. A volte bastava la grafia di una firma, l’inchiostro usato, la carta scelta, per ricostruire un’intera storia familiare.

Forse per questo quella busta l’aveva incuriosita così tanto, fin dal momento in cui l’aveva trovata.

Clelia posò il vaso di erica sui ciottoli bianchi che ricoprivano la sepoltura, davanti alla targhetta “Ottavio Adelchi. 1913–1979”. Chissà se lui avrebbe apprezzato i piccoli fiori rosa dell’erica, simbolo di sicurezza e protezione.

Aveva l’impressione che il paese le stesse parlando. Non con parole, ma con quel modo silenzioso e opaco che hanno i luoghi carichi di memoria. I luoghi che sanno troppe cose e non si sentono più in dovere di spiegarle a chi non è pronto ad ascoltare.

Si voltò. Dietro di lei scorse la figura magra del custode con una pala in mano. Aveva la schiena curva e gli occhi piccoli, penetranti, da talpa, con i quali osservava la tomba di Ottavio.

Senza spostare lo sguardo le chiese: «È tornata?».

«Solo per poco» rispose Clelia.

«Gli Adelchi non tornano mai per poco» disse lui. E passò oltre senza attendere replica.

Restò ferma un momento. Il vento si era alzato. Sentiva la neve nell’aria.

Nel taschino interno del cappotto, la busta ingiallita cominciava a pesare.

Era stata l’ultima cosa che aveva trovato, dopo alcuni giorni di lavoro metodico, nell’appartamento della madre. Clelia aveva affrontato quel compito come faceva sempre: con metodo, pazienza e una certa dose di distacco emotivo che le permetteva di non farsi sopraffare dai ricordi. Era la sua tecnica di sopravvivenza, quella che le aveva permesso di diventare una brava professionista riconosciuta.

Aveva iniziato dalla cucina, dove tutto era rimasto come se Luisa dovesse tornare da un momento all’altro. Il calendario appeso alla parete fermo a ottobre, il caffè nella moka, i biscotti nella scatola di latta, una vecchia confezione verde scuro con al centro il profilo della chiesa parrocchiale in rilievo dorato. Era la scatola dei biscotti tipici di San Biagio che Clelia ricordava da sempre sul piano della credenza.

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Paola Magliano
È nata e vive in Piemonte, dove lavora come coach e formatrice. Appassionata di storie e colori, lettrice accanita, dipinge e disegna da quando era bambina. Con “Il canto silente dei castagni”, il suo romanzo d’esordio, i luoghi della sua infanzia diventano custodi di verità sepolte in un viaggio tra memoria e identità.
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