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Il caracolí e il frassino

Come il caracolì e il frassino

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Settembre 2022

Il caracolí e il frassino è un romanzo per ragazzi e adulti che racconta la storia di Angelica, una sedicenne colombiana che viaggia tra il Sud America e l’Europa. Come in ogni odissea esistenziale, l’identità di Angelica è in continua trasformazione, illuminata da un grande desiderio di conoscenza. Indigena, adolescente, sfollata, vittima, esule, attivista, la vita della ragazza si intreccia con quelle dello scrittore italiano Michelangelo e della nonna Wuin, un’anziana del popolo Wayù. Michelangelo e Wuin sono i protagonisti consapevoli del disastro umano che affrontano da generazioni i nativi del Sud America, ma con loro è anche questione della sopravvivenza dell’intero Pianeta. La crisi climatica, il superamento del binomio natura/cultura, la scoperta della complessità, il dialogo identità/alterità, l’Antropocene sono i temi di questo racconto di formazione, in equilibrio tra narrazione dei fatti, cronaca, scavo dei personaggi e tensione etica.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro mossa dalla ribellione personale contro una cultura patriarcale, violenta e autoreferenziale. Nel romanzo tutto si trasfigura nel racconto dei soprusi subiti dai Nativi, che simboleggiano gli ultimi della Terra. Inoltre, ho una figlia di dieci anni alla quale vorrei lasciare in eredità una storia di resistenza e di comunione oltre la morte. L’idea del libro è nata dopo aver ascoltato alla radio la storia dei Wayùu della Guajira Colombiana.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO

Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò

che gli è stato concesso di scrivere.

Jorge Luis Borges.

NOSTRA SIGNORA MADRE TERRA

15 aprile 2019

Brucia Notre-Dame. La cattedrale di Victor Hugo e Walt Disney. La casa del gobbo campanaro Quasimodo e delle sue fedeli amiche, Emmanuel, Marie, Chambellan, Guillaume, Pasquier e Pugnèse.

Brucia l’isola sulla Senna. Va a fuoco colei dai cui piedi vengono calcolate le distanze chilometriche da e per Parigi.

Bruciano ottocentocinquantasei anni di storia. S’incendia l’opera di fabbri, muratori, carpentieri, artisti e architetti. Fiamme e fumo nel luogo in cui fu conservata, solo per un po’, la Corona di spine e dove altre corone furono posate sulle teste linde dei re. Lingue di fuoco lì dove fu unto l’imperatore. Quello soprannominato “piccolo caporale”, che fu il flagello d’Europa.

Brucia l’ombelico del continente più antico da cui partirono imprese militari accompagnate dal canto del Te Deum per ingraziarsi un dio della guerra che, certamente, non era il Dio dell’amore. Va a fuoco il luogo da cui, la notte di Natale del 1948, fu trasmessa la prima Messa in televisione.

Brucia Notre-Dame di Parigi. Un alto falò tra le due torri per le quali non vennero mai elevate cuspidi. Fuoco tra quei seni, al centro di un abbraccio largo quaranta metri. Un abbraccio che, da secoli, rassicurava all’imbrunire. Un abbraccio che scacciava le gargouilles e le chimere che guardano minacciose dalla balaustra sopra la galleria dei re. Cinquantaquattro tra uccelli incappucciati, draghi volanti e barbuti, gatti-pantere, cani rabbiosi, demoni, unicorni, arpie, cormorani, leopardi e piccoli elefanti, pellicani e basilischi, orsi e l’alchimista, detto l’«ebreo errante». Tra questi c’è anche la Strige, l’uccello notturno del malaugurio che si nutre di sangue e carne umana, che sta lì a guardare pensoso. Tutti cercavano riparo in quell’abbraccio della facciata ovest per sfuggire al vampiro e gli altri mostri. Tutti lì nelle gallerie inferiori: re, santi, apostoli, Satana e Michele, beati e dannati, vizi, virtù e segni zodiacali, Cristo e sua madre, Eva, Adamo e la sua prima moglie Lillith, ripudiata per aver rifiutato di essere sottomessa al marito. Ma ora? Ora che il fuoco si propaga dal cuore della madre, che ne sarà di loro? Che ne sarà di noi?

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Brucia la flèche della cattedrale di Notre-Dame che era stata ricostruita per ben tre volte. Quella guglia che, con i suoi novantasei metri di altezza, voleva toccare il cielo. Settecentocinquanta tonnellate di materiale in fumo. Solo il gallo si salva. L’animale di rame che contiene una spina della vera Corona. Lo stesso pennuto che cantò non più di due volte prima che Gesù fosse tradito.

Sapremo poi che «il gallo di rame è un po’ ammaccato ma restaurabile».

15 Aprile 2021

Angelica Ipuana guarda le immagini dell’incendio che scorrono su un grande schermo della stazione di Lille. Ha da poco compiuto diciassette anni ed è appena arrivata in città. Mentre aspetta la coincidenza con il treno locale, legge la notizia che scorre in basso:

“Nous reconstruirons la cathédrale ensemble.” Deux ans après l’incendie dévastateur qui a partiellement détruit la cathédrale Notre-Dame de Paris, le président français Emmanuel Macron s’y est rendu pour faire le point sur les travaux de reconstruction et envoyer un message au pays…

Non è poi così difficile da leggere il francese, pensa.

«Ricostruiremo insieme la cattedrale». A due anni dal devastante incendio che distrusse parzialmente la cattedrale di Notre-Dame di Parigi, il presidente francese Emmanuel Macron si è recato sul posto per fare il punto dei lavori di ricostruzione e per lanciare un messaggio al Paese.

Chissà se riuscirò a parlarlo bene. Loro sono così eleganti.

Poi comincia a canticchiare sottovoce quella vecchia canzone che Michelangelo ascoltava in macchina mentre la portava all’aeroporto. Cerca il testo on line e lo trascrive sul suo diario.

Now you say you’re sorry For being so untrue

Well, you can cry me a river Cry me a river

‘Cause I cried, cried, cried a river over you

Adesso dici che ti dispiace Per essere stato falso

Beh, puoi versare un fiume di lacrime per me Versa un fiume di lacrime per me

Io ho versato un fiume di lacrime per te.

E le sembra di vedere piangere tutte le statue della facciata ovest della cattedrale di Notre-

Dame.

ORIGINI

ANGELICA

⸫ Capitolo 1

Aveva letto tanto per prepararsi al viaggio. La sua meta è una città fondata nell’XI secolo su un’isola in mezzo al fiume Deûle. Proprio come Parigi sulla Senna.

Jeans skinny, Converse nere e maglietta bianca Fruit of the loom. Angelica è alta 1 metro e 66 centimetri, ha una chioma densa di colore castano scuro che le copre le spalle. L’attaccatura sulla fronte è come intessuta da capelli piccoli di ricrescita che formano il sipario di un teatro nel quale si aprono due occhi profondi e scuri. Il sorriso dello sguardo fa eco a quello della bocca mentre gli zigomi alti formano una W interrotta al centro da un naso, né piccolo né grande, proporzionato.

«Sei troppo duci» le diceva sempre Michelangelo.

Dopo il cambio le restano ancora 13 minuti di treno. Ha trascorso undici ore in volo, Bogotà-Parigi, un’ora in treno e, nonostante il jet-lag, non sta nella pelle. È troppo curiosa. Sa che ad aspettarla ci sono un bambino di nove anni, una mamma francese, un papà italiano e una bambina che nascerà presto. Lavorerà nella loro casa come au pair per cinque mesi. Avrà una stanza e un bagno solo per lei. Una paga mensile di 300 euro, vitto, alloggio e due giorni liberi alla settimana. In cambio dovrà giocare con Luca, prepararlo la mattina e accompagnarlo a scuola, portarlo al parco, farlo studiare e riordinare la casa mentre i suoi genitori saranno indaffarati tra il lavoro e la figlia piccola che nascerà alla fine di aprile. I genitori di Luca si chiamano Lulù e Leonardo.

Angelica aveva scritto nel suo diario prima di partire.

Certo che questi due fratelli! Leonardo e Michelangelo, che nomi per un imprenditore e un giornalista! Almeno sono italiani come i due artisti. Chissà, invece, che nome daranno alla bambina. Anche se è solo nata nell’acqua, dovrebbe avere già un nome. Sott’acqua si sentono le voci. I suoni sono attutiti ma arrivano bene. Sott’acqua nell’oceano posso sentire le risate delle altre, figuriamoci in uno spazio più piccolo come la pancia. La piccola sentirà parlare anche spagnolo. Tre lingue prima di nascere. Speriamo che non si confonda. Potrei consegnarle anche un po’ di wayuunaiki.

Angelica viene dalla Colombia, un paese che si affaccia su due oceani. La madre è morta di parto. Prima di essere trasferita forzatamente a Barranquilla, viveva in uno dei villaggi della comunità di Provincial, nella penisola della Guajira, con il padre e con la nonna Wuin, una outsu, una guida spirituale del popolo Wayuu. Come tutti quelli del suo gruppo parla il wayuunaiki, la lingua dei Wayuu e, ovviamente, lo spagnolo. A Barranquilla, dove frequentava la scuola, aveva imparato anche un po’ di italiano.

INDIGENI E CONQUISTADORES DI OGGI

⸫ Capitolo 2

Nel 1819, dopo la campagna del libertador Simòn Bolìvar, era stata proclamata la Grande Colombia. La lingua e la religione dei conquistadores erano rimaste quelle ufficiali. Spagnolo e religione cattolica, dunque, anche se tra gli Amerindi e i discendenti africani si parlavano altre settantacinque lingue come il paez, il guambiano, l’embera e il wayuunaiki, la lingua della comunità alla quale Angelica appartiene.

Quando non c’era scuola, assieme ad altre donne, camminava per ore attraverso un deserto di sabbia, vento, cactus per vendere ai turisti dei finti villaggi in riva al mare borse colorate tessute a mano. Si riposavano all’ombra dei pochi caracolì che incontravano lungo il cammino per poi arrivare fino alle spiagge. Aveva imparato a nuotare. Le piaceva molto. E poi c’erano le tartarughe.

Circa tre volte l’anno, di notte, emergono dall’oceano e scavano un buco con le pinne, un nido dove deporre le loro piccole uova. Sigillano il nido con la sabbia perché le uova non vengano mangiate dai predatori. Dopo due mesi, le baby tartarughe spuntano fuori dai loro nidi e, tra vari pericoli, affrontano il loro primo viaggio per raggiungere il mare.

Angelica amava quegli antichi rettili e, sul suo diario, aveva trascritto una parte della ricerca di Scienze. Nella pagina dopo, invece, c’era la descrizione di nonna Wuin.

Capelli grigi separati da una riga in mezzo, legati in una lunga treccia. I tatuaggi sul volto e sul collo. Wuin cammina appoggiandosi a un bastone ma ha occhi scintillanti che lasciano indovinare il suo spirito, vivace custode di una giovinezza che non c’entra nulla con l’età. Sorride sempre. Nonostante tutto.

Nonna Wuin le raccontava tante storie. Sul vento, sulla luna, sul tempo, sulla calma, sulle piante e sugli animali. Le raccontava di come l’uomo impara a resistere alla durezza della natura. Le raccontava la fierezza dei Wayuu contro gli uomini bianchi portati dai venti.

Prima che Angelica partisse per la Francia le aveva detto:

«Vai e racconta. Racconta che noi Wayuu abitiamo la Guajira da più di diecimila anni. Molto tempo prima che gli Alisei portassero qui le vele degli europei e le loro conquiste. Da sempre in questa terra sono presenti i nostri villaggi, siamo pastori e pescatori. Da sempre costruiamo le nostre case con i tetti di corteccia di cactus e le pareti di fango e bambù. Da sempre scaviamo jagüeyes nel terreno per accumulare le piogge, e canalizziamo l’acqua dei fiumi per irrigare i terreni. Da sempre rispettiamo la terra che ci viene in aiuto. Ma quarant’anni fa sono venuti altri conquistadores. Per il carbone. Hanno portato il treno e un esercito di uomini e trattori, raschiatori, bulldozer, caterpillar cingolati, autobotti, gru, scavatori, traforatrici, camion e autocarri. Entrano ed escono dalla loro cittadella fortificata lasciando distruzione ovunque».

UN AMICO VENUTO DA LONTANO

⸫ Capitolo 3

Michelangelo Taglieria era venuto al villaggio wayuu di Provincial quando Angelica aveva quindici anni. Voleva intervistare gli indigeni della Guajira. Il villaggio si trovava non lontano dal Bruno, uno dei quarantacinque torrenti che affluiscono nel fiume Ranchería.

Sotto l’albero di caracolì, seduta ai piedi della nonna, Angelica raccontò di aver incontrato uno straniero gentile che si aggirava per il villaggio. La prima volta l’aveva notato mentre era con gli altri ragazzi al campo. Lo straniero li aveva salutati con la mano e si era fermato a giocare a calcio con loro.

«Sembra più europeo che americano. Fa domande, parla un po’ con tutti. È diverso dagli altri dell’impresa mineraria o da quelli di Barranquilla». Questo raccontò alla nonna senza soffermarsi troppo sulla descrizione fisica dell’uomo.

Lo straniero aveva capelli scuri legati in una coda. I suoi occhi neri sembravano truccati, marcati con una matita naturale. Quella sera la ragazza scrisse sul suo diario.

Quegli occhi profondi erano lì a pochi metri e guardavano dritti verso noi due. Mentre si avvicinava, in mezzo alla sua barba lucida si apriva un sorriso sincero di denti bianchissimi. Un sorriso come la luna nella prima notte della sua fase crescente. L’italiano ha detto di voler parlare con noi Wayuu. Si è fermato e si è inclinato in avanti per salutarci. Sembrava un vero cavaliere ma senza spada né cavallo. Bellissimo. Ho sentito le farfalle nello stomaco. Non respiravo e percepivo del calore che mi saliva in testa. Dovevo avere le guance rossissime. Spero che non se ne sia accorto. Almeno lui. La nonna capisce sempre tutto, invece. È impossibile nascondere qualcosa a una outsu.

Fu l’inizio della loro amicizia. Presto Michelangelo Taglieria ebbe parte nella comunità.

Veniva spesso al villaggio. Diceva di sentirsi in famiglia.

Aveva una figlia in Italia. Alice, quindici anni, viveva con la madre a Palermo sull’isola della Sicilia. Il giornalista aveva rinunciato alla carriera forense. Era sempre in viaggio. La madre di sua figlia aveva un altro compagno. Michelangelo vedeva Alice ogni due o tre mesi quando tornava in Sicilia per stare con lei. Era uno scrittore e un reporter che raccontava la corruzione e la distruzione dei territori in Italia, in Europa e nel mondo.

Quando andò la prima volta al villaggio stava scrivendo, a più mani, un fumetto sui Wayuu, assieme ad altri attivisti stranieri e colombiani. Nel fumetto si raccontava come, a un certo punto, fossero arrivati i clacson dei camion e il fischio dei treni che attraversavano un corridoio ferroviario creato dall’industria di estrazione mineraria. Michelangelo cercava testimonianze dirette sul tentativo delle multinazionali di deviare il corso del Bruno Arroco da cui la comunità di Angelica attingeva tutte le

risorse di sostentamento, a cominciare dalla più essenziale di tutte: l’acqua. Tutto per sfruttare la Cerrejón, un bacino carbonifero diventato una miniera a cielo aperto.

2022-05-21

Aggiornamento

https://www.facebook.com/Il-caracol%C3%AD-e-il-frassino-102997282428509 Questo link per seguire la pagina dedicata al romanzo Il caracolí e il frassino di Alessandra Giaccone, illustrato da Rocco Lombardi, Bookabook editore, in print settembre 2022. In foto illustrazione di Rocco Lombardi per Il caracolí e il frassino

Commenti

  1. Alessandra Giaccone

    Che bello! Grazie Giorgio per la tua lettura e per aver voluto restituire le tue impressioni.

  2. Giorgio Donato

    (proprietario verificato)

    Questo libro descrive un lungo cerchio, come una successione di fotografie, nitide, asciutte, che parlano da sé, senza bisogno di troppi discorsi. La verità è, in fondo, da sempre, sotto i nostri occhi, se non ci rifiutiamo di vederla.
    Ad unire come un filo magico le nostre vite, c’è l’acqua, che scorre nella terra e nelle nostre anime, che fluisce in quelle antenne naturali tra il sotto e il sopra che sono gli alberi.
    Troppo ormai è perduto. Ma non tutto è perduto.

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Alessandra Giaccone
Nella mia seconda vita, che include una seconda laurea, ho avuto la fortuna di studiare l’antropologia. Così ho scoperto quanta responsabilità ci possa essere nel raccontare “la storia degli altri” e quanto sia facile venire ingannati ascoltando narrazioni pilotate. Tutti abbiamo storie da raccontare e un giorno sono stata incoraggiata a partecipare a un progetto di scrittura collettiva, poi pubblicato con il titolo Tina. Storie della grande estinzione. Grazie a quella esperienza ho apprezzato la Theory Fiction come metodo letterario di ricerca aperto alla complessità, in bilico tra narrazione e saggistica, tra invenzione e informazione. Dall’inizio dell’umanità, le storie offrono scenari alternativi di adattamento e resistenza e per questo penso che, se dentro la testa te ne cresce una, valga sempre la pena raccontarla.
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