In una casa di riposo dove il tempo sembra essersi fermato, c’è un uomo che annota i frammenti di una vita che gli sfugge dalle mani. La sua voce ironica, amara e lucida scrive di una guerra lontana e mai davvero conclusa, compagni d’armi che continuano a vivere nei ricordi, promesse non mantenute, ferite che il tempo non ha saputo rimarginare.
Tra realismo e visione, tra confessione e mistero, prende forma un racconto profondamente umano che esplora ciò che rimane quando il resto scompare: i nomi che non vogliamo dimenticare, i volti che continuano ad abitare la memoria e la fragile speranza che, nonostante gli errori e le assenze, qualcuno ci riconosca ancora per ciò che siamo stati.
Capitolo 1.
Le strade prima del nome
Cesare aveva otto anni e non sapeva nulla del mondo, tranne ciò che aveva davanti agli occhi: i mattoni rossi delle case del quartiere, il cortile scavato dai giochi, i paletti di legno che dividevano il suo spazio da quello degli altri. Era un cortile senza regole scritte, ma ognuno sapeva cosa poteva fare e cosa no. Le porte erano sempre socchiuse, le scale scricchiolavano sotto i piedi di chi rincorreva il pallone o una palla di carta, e il sole scendeva lento, colorando tutto di arancione e polvere.
Quel giorno, come tanti altri, Cesare correva. Non correva per vincere, non correva per dimostrare qualcosa. Correva perché correre era l’unico modo di respirare libero.
Dietro di lui urlavano i ragazzi del quartiere, cinque, sei, forse sette, con le ginocchia sbucciate e i pantaloni rattoppati. Gridavano nomi inventati, urlavano frasi senza senso, e ridevano come se non ci fosse altro nel mondo. Cesare rideva anche lui, senza capire perché, ma sentendo che quella risata era un regalo.
Avevano trovato un pallone sgonfio, un vecchio oggetto lasciato da qualcuno che forse non tornava più a giocare. Lo passavano avanti e indietro, senza nessuna tecnica.
Cesare lo calciava storto, cercando di non colpire le finestre delle case, ma spesso le pallonate sfioravano vetri e mattoni, e qualcuno correva a raccoglierlo ridendo e imprecando insieme.
Il cortile era pieno di dettagli: un cane randagio che dormiva sotto le scale, le tegole che si muovevano appena sopra il tetto della cantina, le porte delle case aperte dove si sentivano le voci delle madri che chiamavano i figli per pranzo. Cesare passava vicino a tutto questo senza accorgersene, eppure tutto lo attraversava. Tutto entrava in lui, come piccoli semi che sarebbero cresciuti anni dopo, dentro le paure e i ricordi.
A un certo punto si fermò vicino al muretto. Tirava il fiato, le mani sporche di terra, il ginocchio sanguinante per una caduta precedente. Guardò il cielo che incominciava a farsi più pallido, e sentì il peso di essere lì, in quel cortile, e di non dover fare nulla. Non c’era obbligo, non c’era guerra, non c’era niente di più grande di quella gioia semplice.
«Cesare!» gridò uno dei ragazzi, più piccolo di lui, con un fazzoletto rosso legato alla fronte, come se fosse un segnale di battaglia. «Passamela!»
Cesare passò la palla. Non fece una mossa particolare. Non pensò a vincere, non pensò a perdere. Solo passò, e si sentì parte di qualcosa più grande di sé. Gli altri lo presero al volo, lo calciarono tra le ginocchia e le mani, e in quel contatto sentì che esisteva un mondo che poteva essere gentile, almeno per un momento.
Poi si sedette sul bordo del muretto, il ginocchio ancora sanguinante. Guardò un piccolo uccello che saltellava tra le crepe del pavimento, e sentì un senso di meraviglia. Non aveva idea di quanto fosse fragile quella bellezza, e non gli importava. Bastava che esistesse. Bastava essere lì, bastava sentire l’aria, il sole, le risate.
Lorenzo Neri
Ciao Marco, grazie per queste parole che mi hai scritto. E sono molto contento che questo libro ti abbia dato delle emozioni che ho provato io nello scriverlo. Un saluto Lorenzo.
Marco Selvistroni
Ci sono libri che leggi e poi riponi su uno scaffale. E poi ci sono libri che, senza chiedere permesso, entrano in una parte di te che credevi di aver dimenticato.
Il caso Casarotti per me è stato questo.
Non so spiegare esattamente cosa mi abbia lasciato, ma so che alcune pagine mi hanno fatto fermare, respirare e pensare a persone che oggi non posso più abbracciare.
Mi sono ritrovato in emozioni che credevo soltanto mie, in quei ricordi che a volte fanno male, ma che custodiamo perché sono tutto ciò che ci rimane di qualcuno.
La cosa più bella è che non mi sono sentito soltanto un lettore. Mi sono sentito compreso, come se qualcuno fosse riuscito a mettere in parole qualcosa che io non avevo mai avuto il coraggio di dire.
Ho chiuso il libro con un nodo alla gola e una strana sensazione di vicinanza.
Non conosco personalmente l’autore, ma attraverso queste pagine ho avuto la sensazione di conoscere una piccola parte della sua anima.
Lo consiglio a chi ha amato, a chi ha perso qualcuno e a chi, nonostante tutto, continua a cercare un motivo per ricordare.
VIVA I GIOVANI.