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Il caso del Coven Lake Hotel

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Dietro le mura del Coven Lake Hotel, qualcosa di inquietante si è risvegliato: ospiti e dipendenti riferiscono episodi inspiegabili – lividi comparsi dal nulla, presenze sfuggenti, sensazioni di pericolo sempre più difficili da ignorare – che mettono a rischio non solo la reputazione della struttura, ma anche l’incolumità di chi vi soggiorna.

Quando gli eventi assumono contorni sempre più oscuri, Algernon Cavendish decide di chiedere aiuto a Howard Whateley, celebre studioso del paranormale. Al suo fianco c’è Adeline, sensitiva dotata di una percezione fuori dal comune. Insieme intraprendono un’indagine che li conduce ben oltre le spiegazioni razionali, tra antichi segreti, memorie dimenticate e forze che sembrano nutrirsi delle paure umane.

Presto diventerà chiaro che il mistero del Coven Lake Hotel affonda le proprie radici in un passato che qualcuno avrebbe preferito lasciare sepolto.

Coven Lake Hotel

Stéphanie apre la porta ed entra nella camera 202, seguita da suo marito Philip. Accende la luce e butta la sua borsa sul letto. Non ha troppa voglia di parlare, men che meno con Philip. Il marito è andato in bagno. Sente l’acqua del rubinetto scendere. Probabilmente si sta sciacquando la faccia.

Si lascia cadere sulla comoda poltrona della stanza e guarda il dipinto appeso alla parete di fronte. C’è un brigantino in balìa di una tempesta. Come quella che, è sicura, sta per scoppiare tra lei e Philip. Ma, in realtà, non ha voglia di discutere.

Il marito torna dal bagno. Ha l’asciugamano sulla spalla. Un ciuffo di capelli bagnati gli casca sul volto.

«Sai, Stéphanie, sono stufo delle tue uscite. Sono stufo. Ogni volta è la stessa storia.»

«Ogni volta?»

Lei lo guarda distrattamente.

«Sì, forse hai ragione: ogni volta. Forse perché ogni volta c’è motivo di parlare.»

«Qui non dovevi parlare. È tanto difficile da capire?»

Philip sta alzando la voce. Si avvicina a Stéphanie, che non riesce a nascondere quel velo di paura causata dal marito. Si alza e decide di stendersi a letto, per far vedere di essere tranquilla.

«Ho pensato di scherzare un po’ sulla tua posizione solo per rendere la chiacchierata più leggera. Rischiava di essere troppo pesante… Era la nostra prima cena con i Robinson.»

Mentre parla, si toglie le scarpe facendo leva una sull’altra. Cadono a terra in maniera disordinata. Philip la guarda. Sta sudando. Pensa: Forse dovrei smetterla di rispondere. È ubriaco. Dovremmo metterci a letto e domani mattina sarà acqua passata.

«Il tuo problema sai qual è, Stéphanie? È che non riesci a tenere la bocca chiusa. Parli, parli troppo.»

Philip si avvicina al letto. Ora comincia davvero a farle paura. Lui alza la voce.

«Parli, soprattutto quando non devi. Da adesso in poi quando saremo in compagnia parlerai solo dopo avermelo chiesto. Cazzo!»

Si butta il ciuffo indietro con la mano. Si allenta la cravatta.

«Con amici, con ospiti, con i nostri colleghi, con qualsiasi altra cazzo di persona, tu prima di parlare chiederai il permesso a me!»

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Stéphanie non sa cosa fare. È chiaramente spaventata ma vuole darlo a vedere il meno possibile. Si gira verso la finestra, poi risponde a bassa voce nel tentativo di fargli capire che forse è il caso di moderare il tono.

«Sei ubriaco, Philip. Se non lo fossi, non parleresti certo così. Comunque, non ho detto nulla di cui vergognarsi, mi pare.»

«Questo lo dici te! Mi hai fatto fare la figura dell’imbecille! Dell’inetto! Ma sono stufo! Un giorno o l’altro…»

Philip si gira e fa per tornare in bagno. Inciampa nella sedia dello scrittoio; per poco non cade.

È ubriaco fradicio. Calmati, Stéphanie. Non è la prima volta.

«Giuro che prima o poi ti ammazzo con le mie stesse mani, davanti a tutti!»

«D’accordo, Phil. Ti chiedo solo di smettere di gridare, ora, ché è quasi l’una di notte e i vicini potrebbero sentirci.»

Si gira sul fianco. Non ha voglia di cambiarsi; questo vorrebbe dire prolungare ulteriormente quella surreale conversazione.

Finiamola qua. Domani sarà un altro giorno. Un altro, insopportabile giorno.

Spegne la luce e appoggia la testa sul cuscino, pur non essendo affatto rilassata.

«Me ne fotto dei vicini. Avranno di che parlare domani.»

Stéphanie sente il marito aprire e chiudere i mobili del bagno, spostare oggetti, bofonchiare qualcosa. Poi, qualche passo nella stanza.

Acqua passata. L’alcol smetterà con il sonno di fare danni anche questa volta.

Improvvisamente, sente uno strano fastidio alle gambe. Si muove nel letto, d’istinto, e si mette supina. Dalla stanza, così come dal bagno, non arriva più alcun rumore.

Cosa starà facendo Philip?

Nessun suono, nessun lamento del marito. Con la coda dell’occhio vede la luce dell’ingresso e del bagno sfarfallare.

Il polpaccio destro comincia a dolerle, come se qualcosa si fosse avvinghiato attorno, sempre più stretto.

«Philip, mi fai male. Smettila!»

Lei alza la voce. Sente la presa sempre più forte. Il dolore cresce.

«Cazzo, Phil, smettila subito!»

Riesce a girarsi leggermente e ad accendere la luce. La presa sembra cessare. Si mette seduta sul letto. La luce del bagno è ancora accesa; Philip deve essere tornato di là. Solleva quanto basta il lungo vestito rosso della serata. Ci mette un attimo prima di vedere chiaramente dei grandi segni rossi attorno al suo polpaccio destro. Segni che, il giorno dopo, sarebbero diventati grossi ematomi blu.

Algernon

Il computer di Algernon, un vecchio MacBook datogli dal figlio, è acceso sulla scrivania, in attesa di conferma. Sembra quasi puntargli gli occhi addosso. D’altronde, è così da diversi minuti. Il primo movimento del concerto per violino e orchestra in Mi minore di Mendelssohn fa da sottofondo all’attesa e ai fitti pensieri dell’anziano signore.

Un altro sguardo di Algernon si posa sulla e-mail aperta.

Forse dovrei lasciare perdere. Forse dovrebbe essere mio figlio a interessarsi alla vicenda.

Si siede sulla poltrona vicina. Prende dal tavolino un bicchiere di scotch e beve un sorso. Fuori ha iniziato a piovere. Le prime gocce si mostrano alla finestra che dà sui tetti di Milsport.

No, mio figlio non farebbe un bel niente. Non vuole creare problemi all’attività, non vuole avere gente tra i piedi. Come dargli torto…

Il campanello di casa suona. I pensieri di Algernon vengono bruscamente interrotti. Ci mette un po’ per realizzare e ad alzarsi, sbuffando.

Va alla porta, vicino al vasto salotto colmo di libri.

«Chi è?»

«Sono Donald, Algernon. Scusa se disturbo.»

Il vicino di casa. Una brava persona, quasi coetanea.

Certo che non disturbi, ma un altro momento sarebbe stato migliore.

Algernon sblocca e apre la porta d’ingresso.

«Donald! Non disturbi mai!»

Il vicino dimostra più anni di Algernon. Ha la schiena ricurva e si regge su un bastone. Algernon ha invece un portamento che non farebbe mai pensare ai settantadue anni appena compiuti.

«Prego, entra pure. Stavo giusto bevendo un sorso di scotch.»

«Ti ringrazio, Algernon, ma devo tornare a casa per finire di prepararmi. Sta per passare mia figlia, vado a pranzo da lei e Karl.»

«Come stanno?»

Algernon preferirebbe discutere seduto sulla poltrona piuttosto che sull’uscio di casa. In realtà, preferirebbe tornare alle sue faccende decisamente più importanti.

«Molto bene! Mia figlia a dire il vero è appena uscita da un periodo difficile al lavoro, sai. Però finalmente tutto è tornato alla normalità.»

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Mauro Canali
È laureato in Pianoforte presso il Conservatorio di musica di Como e in Scienze della musica e dello spettacolo presso l’Università degli studi di Milano. La sua passione per la letteratura lo ha portato a scrivere saggi sull’attività letteraria di Howard Phillips Lovecraft e a cimentarsi nella stesura del suo primo romanzo, “Il caso del Coven Lake Hotel.”
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