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Il cielo è dipinto di stelle

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Mattia è un bambino che sogna di progettare le Ferrari del futuro. Solare, chiacchierone e amante dell’avventura, è ben diverso da Michele, che invece è riservato, solitario e appassionato di libri. Eppure, i due diventano amici inseparabili. Assieme cercano il posto in cui è stata nascosta la felicità e i giorni d’estate passano tra prati di lucciole, notti stellate e imprese coraggiose. Ma tutto cambia quando Michele si deve trasferire a Siena e Mattia, senza il suo migliore amico, è costretto a cercare in altri il proprio punto di riferimento. Finite le scuole superiori, Mattia metterà da parte i suoi sogni per crearsi un piano di vita sicuro. Quello che non ha considerato, però, è il ritorno di Michele.

Per troppo tempo hai sguazzato vicino alla riva timidamente reggendoti a una tavola,
ora voglio che tu sia un nuotatore spavaldo, che ti tuffi nel bel mezzo del mare,
e torni a galla, e mi fai un cenno, e gridi,
e ridendo ti scrolli i capelli.

Walt Whitman, Foglie d’erba

1

Camminavo per il corridoio della scuola, avevo finito di mangiare la merenda e volevo andare fuori in cortile, anche se il cielo era grigio e il vento che si infiltrava attraverso le finestre socchiuse portava odore di pioggia.

Passai davanti ad aule per lo più vuote, lanciando sguardi per vedere se alle pareti erano affissi nuovi cartelloni e mi fermai davanti a una classe seconda. Anche io facevo la seconda, ma in un’altra sezione.

Sbirciai dentro: la luce fredda, le foglie di carta rossa attaccate alle finestre, il bambino che leggeva in silenzio. Fu come se una mano invisibile mi spingesse in avanti. Feci un passo, poi un altro e camminai fino a raggiungere quell’unico banco occupato.

Il bambino non disse nulla, sembrava che non si fosse accorto di me.

Continua a leggere

Continua a leggere

«Ciao» dissi allora.
Nessuna risposta.
«Che fai?» chiesi. «Perché non sei a giocare?»

Sospirò e dopo qualche attimo sollevò la testa dal libro. Aveva capelli scuri che gli sfioravano le sopracciglia e gli occhi, di un marrone intenso, erano puntati su di me. Mi guardava come se avessi fatto qualcosa di sbagliato, era un modo di fare curioso. Tutto di lui mi sembrava curioso.

In risposta a quello sguardo ostile, feci il più grande dei miei sorrisi, quello che scioglieva il cuore della mamma e le faceva passare l’arrabbiatura.

Sembrò sorpreso. Continuò a osservarmi e io mantenni il sorriso, anche se iniziavano a farmi male le guance. Assottigliò gli occhi, poi si fece di nuovo rilassato e annuì, come se avesse avuto una specie di dialogo interiore.

Allontanò il libro e lo fece scivolare sul banco perché potessi vedere meglio. Si intitolava Il Piccolo Principe e lui lo teneva aperto su un disegno: un bambino che spiccava il volo aggrappato con dei fili a uno stormo di uccelli. Aveva i capelli gialli come le stelle e portava una lunga sciarpa dello stesso colore attorno al collo.

«E questo chi è?»
«Non lo sai? È il piccolo principe.»
«E che fa?» chiesi. «Vuole acchiappare i piccioni?»
Scosse la testa. «Parte per un viaggio.»
«E i piccioni?»
«Non sono piccioni» disse, con l’aria seccata. «Sono uccelli. Il piccolo principe ha aspettato che migrassero, poi si è aggrappato a loro, perché con le ali possono portarlo lontano.»

Guardai il disegno, con un dito toccai le corde che partivano dalle mani del principe e le seguii fino ad arrivare alle ali. «Non doveva aggrapparsi ai piccioni.»

«Non sono piccioni» ripeté.
«E che ne sai?»
Aggrottò la fronte e non rispose.
«Dicevo… Doveva aggrapparsi ai palloncini. Volava via in un attimo.» «Sì e poi in un attimo cadeva…»

«Tra le stelle?» chiesi speranzoso.
«Nel vuoto» rispose secco.
Rimasi zitto, non sapevo più cosa dire. Non mi capitava spesso di rimanere senza parole, papà diceva che mettevo paura al silenzio, ora era lui che la metteva a me. Mi guardai le dita delle mani, erano macchiate di pennarelli.

«Vuoi sapere dove andava il piccolo principe?» chiese all’improvviso. «Andava a vedere i pianeti, è venuto anche sulla Terra.» Fissai il libro finché proseguì con le domande. «Vuoi vedere il resto dei disegni?»

Allora mi sedetti al banco vicino al suo e sfogliai il libro cercando di essere molto delicato, perché avevo visto i suoi occhi sulle mie dita colorate e la smorfia che aveva fatto con la bocca quando avevo girato la prima pagina in modo troppo brusco.

Non lessi quasi niente, mi concentrai sui disegni e alcuni mi parevano senza senso, a guardarli mi scappava da ridere.

«Ti piace?» chiese con una certa ansia nella voce.

«È forte» risposi. «Ma è l’ora della merenda, perché non vai fuori a giocare?»

«Perché può piovere» disse e indicò la finestra dietro di lui. Era chiusa, non passava aria fredda, nell’aula c’era solo il caldo dei termosifoni. «E perché leggere è più divertente.»

«Leggi per divertirti?» ripetei per essere sicuro di aver capito bene.

Sollevò le sopracciglia. «Per cosa, sennò?»

«Sei strano,» gli dissi «ma va bene. Papà dice che le cose strane sono le più belle.»

Il sorriso venne all’improvviso, con la delicatezza di una foglia che cade. «Come ti chiami?» chiese.

«Mattia» risposi. «Tu come ti chiami?»

Allungò una mano, come facevano gli adulti, e non mi rivelò il suo nome finché non gliela strinsi.

«Piacere, Michele.»

«Come ti sei fatto la cicatrice?»
Girò pagina senza rispondere.
«La cicatrice che hai sul labbro.»
Ero in ginocchio sulla sedia, perché odiavo stare seduto, soprattutto a merenda. Dalla finestra vedevo gli altri bambini giocare in cortile, ma nonostante la tentazione di raggiungerli, Michele rimaneva più interessante. Lo conoscevo da un giorno e avevo ancora tantissime domande da fargli. Non sapevo quanto tempo mi ci sarebbe voluto per avere le risposte, Michele non era collaborativo.

«Come ti sei fatto la cicatrice?» chiesi di nuovo. «Quel segno bianco che hai in cima al labbro…»

«Secondo te come me la sono fatta?» chiese senza distogliere gli occhi dal libro.

«Hai provato ad attaccarti ai piccioni per volare via, ma poi sei caduto di faccia, perché ci vogliono i palloncini.»

Chiuse il libro e mi prestò tutta la sua attenzione.

«Volevo prendere un libro di mio padre, ma era troppo in alto. Ho usato uno sgabello, mi sono alzato in punta di piedi, ma sono scivolato. Ho sbattuto il labbro su uno scaffale e il dottore mi ha messo i punti. Fine.»

«Hai pianto?»
«No.»
«Bugiardo.»
Io piangevo se mi sbucciavo il ginocchio o se la mamma preparava il minestrone e gli spinaci. “Non vuoi essere forte come Braccio di Ferro?” chiedeva in un tono dolce. “Lui mangia gli spinaci!” Ma io le rispondevo che Braccio di Ferro era anche basso e pelato.

«Oggi andiamo fuori?» chiesi a Michele.

Lui si sistemò i risvolti che faceva alle maniche del grembiule e aprì di nuovo il libro.

2023-05-08

Aggiornamento

Il goal di 200 copie è stato raggiunto! Sono molto felice e ringrazio di cuore tutte le persone che hanno sostenuto la campagna di crowdfunding del mio libro, che verrà pubblicato da Bookabook. Con voi si è realizzato un sogno.

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Claudia Lucesole
È nata nel 2001 e vive a Montemarciano, nelle Marche. Si è diplomata al Liceo linguistico di Senigallia e, un anno dopo, si è iscritta alla scuola annuale di scrittura Belleville di Milano. "Il cielo è dipinto di stelle" è il suo primo romanzo.
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