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Il destino non esiste

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Consegna prevista Dicembre 2024
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Mario è un convinto servitore delle Stato. Giulia una donna adulta che vorrebbe essere altrove. Le loro vite si incrociano una sera di aprile nei riflessi di uno specchio di un hotel di Istanbul. È il destino che li ha portati a incontrarsi? O forse si stavano cercando? Erano già in cammino svoltando agli angoli delle loro vite per arrivare a ritrovarsi?   

Forse Abram avrebbe fatto il pastore se avesse potuto scegliere. Certamente sarebbe tornato indietro nel vedere con terrore l’immensità del Mediterraneo. È il destino che lo ha portato sulle coste della Libia? O forse la dolorosa scelta di sua madre gli ha salvato la vita? Mario non è l’eroe che pensava di diventare da bambino. Giulia non è la donna insicura come lei si definisce. Abram non è un ragazzino fragile. Ma allora chi sono veramente questi personaggi? E dove stanno andando? Muovendosi tra Istanbul, Lampedusa, Napoli, Roma e la Provenza, compongono l’affresco delle loro nuove vite. Fino al finale che sorprende. O forse no. 

Perché ho scritto questo libro?

Avevo in mente di scrivere un romanzo già da tempo. Vedevo un cursore lampeggiare sullo schermo in attesa. Quello era l’inizio e non lo sapevo. Però sentivo che i personaggi mi parlavano già. Finché nell’estate del 2022 loro hanno preso la porta per uscire. Avranno aperto quella giusta? Io non lo so. Ma loro lo sanno. E vogliono che lo scopriate anche voi. 

ANTEPRIMA NON EDITATA

2. Un appuntamento

[…] Mi svegliai alle tre del mattino in preda a un incubo. Avevo sognato che stavo discutendo al telefono con qualcuno che diceva di essere uno scrittore che stava scrivendo di me come personaggio letterario. Io gli urlavo che di certo non ero una sua finzione. Credo che avessi anche urlato veramente fino a svegliarmi. Sudato andai a mettermi sotto la doccia, senza attendere che l’acqua arrivasse calda. La sferzata gelata mi svegliò completamente. Avevo bisogno di una dose di caffeina. Il bar dell’hotel era certamente chiuso a quell’ora. Mi vestii per scendere in strada. Mentre mi allacciavo le scarpe mi resi conto che uscire non sarebbe stata una idea brillante. Con molta probabilità non avrei trovato nessun chiosco aperto; al contrario sarebbe stato quasi certo incrociare una pattuglia della polizia. Avrei dovuto mostrare i documenti. Il mio passaporto falso. Avrebbero fatto domande sul perché andassi in giro in piena notte. Dove alloggiassi. Perché ero a Istanbul. Troppe domande a cui rispondere. E magari avrei dovuto tirarmene fuori con un contributo alle associazioni degli orfani della polizia. Alleggerito di un po’ di euro. E senza caffè. Tolsi le scarpe e mi distesi vestito sul letto. Così restai fino a che sentii qualcuno alla mia porta.

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Il sole aveva completamente invaso la stanza. Aya Sofia riempiva del tutto la vetrata. Stando distesi sul letto si poteva vedere una porzione di cielo blu, appena screziato da qualche nuvola e attraversato da stormi di piccioni. Nei miei viaggi a Istanbul avevo notato che gli animali più amati dal popolo turco sono gli uccelli. I cani e i gatti di Istanbul, soprattutto quelli randagi, sono molto curati e rispettati, ma gli uccelli si posizionano sul gradino più alto di questa speciale classifica. Alla mattina vedevo spesso dei negozianti gettare una manciata di semi ai volatili diventati stanziali nel quartiere. Molte persone hanno anche l’abitudine di lasciare sui davanzali di casa delle piccole molliche di pane per sfamarli. Questo è quello che avrebbe visto un turista entusiasta di iniziare una magnifica giornata in una delle più belle città del mondo. Si sarebbe sentito pieno di energia positiva. Quello che sentivo io era invece un feroce martellamento nella testa, che batteva il tempo con l’insistente bussare alla porta.

Andai ad aprire. Senza prima valutare chi potesse esserci dietro alla porta e perché. Fu una riflessione che feci dopo aver aperto. Mi arrabbiai con me stesso per quella leggerezza. Era solo Hakan sorridente che teneva un biglietto in mano. Lo presi ringraziandolo vagamente. Hakan come suo solito non smise di sorridermi annunciano che la cameriera stava salendo con la colazione.

Posai il biglietto sul comodino senza aprirlo. Andai ad aprire l’acqua della doccia invece. Questa volta attesi che fosse calda. Uscii dal bagno solo quando bussarono ancora alla porta. La cameriera sistemò il vassoio sul tavolo sotto la finestra aperta. Buttai giù la prima tazza di caffè d’un fiato. Solo dopo tornai a vestirmi per poi sedermi a continuare la colazione con calma. La magnifica vista negli occhi e l’aria del mattino mi accarezzarono il viso allentando un poco il mal di testa. Tornai a prendere il biglietto sul comodino. Ero scritto a mano con una calligrafia elegante. Diceva solo: — House Cafè, Ortakoy. Oggi alle 15. Se ti va… —

Lo rigirai in mano diverse volte cercando se ci fosse qualche altro indizio. Nulla di più di quanto era scritto. Cosa significava? Chi lo aveva mandato? Perché?

Lo misi in tasca e scesi nella hall. Mi diressi verso Hakan che stava dando istruzioni a una cameriera su come rassettare un lungo divano di cuscini rossi. Doveva essere stato parte del dopo cena di ieri sera. Lo vidi sorridermi al momento stesso che si voltava verso di me. Quell’uomo era sorprendente. Era capace di vedere anche quello che gli accadeva dietro la schiena.

Günaydın Bay Schiavi, cosa posso fare per lei?

— Buongiorno Hakan, scusami se sono stato brusco prima. Avevo un gran mal di testa. Anzi ce l’ho ancora. Hai qualcosa per farlo passare?

Hakan mormorò un qualche preciso ordine alla cameriera che si diresse rapida verso una porta dietro la reception.

— Hakan, il biglietto che mi hai dato, da dove arriva?

— Un fattorino dell’InterContinental Hotel lo ha portato questa mattina molto presto, Bay Schiavi. Mi ha detto di darlo personalmente al signore italiano che cenava da solo ieri sera. Lei era l’unico italiano, Bay Schiavi. A parte la comitiva all’altro tavolo.

Rimasi pensieroso. Le domande che mi ero fatto non avevano ancora una qualche risposta. Poteva essere una trappola? Improbabile. Anche un allievo alla prima missione non sarebbe stato tanto ingenuo di andare a un appuntamento al buio. Avrebbe preso informazioni prima. No, nessuno cercherebbe di avvicinare un agente in questo modo.

— C’è stato qualche movimento di recente?

— No, Bay Schiavi, nessun movimento che io sappia, — replicò Hakan comprendendo al volo cosa io volessi intendere con la parola movimento. — Non mi risulta che ci siano operazioni da richiedere l’invio di altro materiale da parte delle agenzie.

— Che mi sai dire della comitiva di ieri sera? Hai notato dei comportamenti strani?

— Nulla di strano, Bay Schiavi. Sembrava gente tranquilla che voleva passare una serata divertente. La signora dai capelli neri sembrava abbastanza interessata a lei, Bay Schiavi. Ho visto che l’ha osservato spesso. E quando poi lei è uscito, la donna è rimasta a guardare la porta qualche attimo più di quanto sarebbe normale.

— L’avevi già vista prima?

— Qui in hotel non era mai venuta. Dalle domande che faceva ho capito che era la sua prima volta in Turchia, — fece una pausa e poi aggiunse. — Se non era così, è stata molto brava a non farlo capire.

Nel frattempo, la cameriera era tornata con un liquido trasparente. Mi disse qualcosa di incomprensibile nel porgermi il bicchiere. Buttai giù il contenuto senza curarmi di sapere cosa ci fosse dentro. Se qualcuno avesse avuto interesse ad avvelenarmi non lo avrebbe di certo fatto con un modo così plateale. Confidai che qualunque cosa ci fosse nel bicchiere, avrebbe fatto passare il mio mal di testa rapidamente.

— Hai visto se la donna era al telefono con qualcuno, o mandava dei messaggi?

— Nulla di tutto questo, Bay Schiavi. Mentre il resto della comitiva si ubriacava e fumava, lei se ne stava un po’ in disparte. Come se volesse essere altrove.

— Grazie Hakan, sei prezioso come sempre, — dissi io prendendo la porta.

Iyi günler Bay Schiavi, oggi Istanbul è meravigliosa. A stasera, — aggiunse lui.

Aveva ragione. Era una giornata calda. Il cielo era diventato completamente azzurro. E una brezza leggera soffiava dal Bosforo. Si stava bene. Anche il mio mal di testa stava già sparendo. Mi dissi di ricordare di chiedere quale pozione miracolosa mi avessero dato. Sospettati che fosse qualcosa che avesse a che fare con le misteriose foglie verdi di Hakan.

Tirai fuori il biglietto dalla tasca e lo guardai ancora. Non poteva essere che il suo. Ma chi era quella donna? Perché si interessava a me? Che intenzioni aveva? Decisi che non correvo dei rischi a scoprirlo. Dovevo solo attendere qualche ora. Non potevo sapere che quel giorno una sliding door si stava aprendo sulla mia vita.

Decisi di fare un pezzo di strada a piedi prima di prendere un taxi. Avevo voglia di attraversare ancora il ponte di Galata. Magari per intrattenermi a osservare i pescatori. Camminare mi avrebbe fatto bene. Decisi di non fumare. Era ora di considerare seriamente di smettere. Infilai la mano nella tasca della giacca toccando il biglietto. Stavo andando a un appuntamento con una donna.

Quanto tempo era passato dall’ultima volta? Cinque anni, forse. Quella collega del ministero. Mi voleva sposare dopo solo tre mesi che ci frequentavamo. Una brava ragazza. Me lo aveva chiesto nel momento sbagliato. O forse ero io a essere l’uomo sbagliato. Scappai dicendo che mi avevano trasferito in Siria per un progetto di cooperazione di diversi anni. Avrebbe voluto partire con me. Ci incrociammo qualche mese dopo in un locale dalle parti del Pantheon. Ci guardammo senza dirci nulla. Chissà se ha trovato il suo uomo in questi anni.

Costeggiai la Yeni Cami, la Moschea Nuova, e mi diressi verso il ponte. Un pensiero mi sorprese bloccandomi di colpo al centro della strada. Dovette sembrare un comportamento vistoso e bizzarro, tanto che diversi passanti si affrettarono ad allontanarsi da me. Il biglietto era scritto in italiano. Ma come aveva fatto a capire che io lo fossi? Di certo non mi aveva sentito parlare nella mia lingua. Non con Hakan con cui parlavo solo in inglese. E poi avrò detto tre parole in tutto. Il mio abbigliamento era sobrio. Non griffato. Come quello riconoscibile degli italiani all’estero. Poi io avevo la mia tecnica mimetica. Suggerita da un portiere di hotel, anni prima. Indossa sempre una camicia bianca, pantaloni classici e scarpe con le stringhe. Vedrai che sarai sempre scambiato per un turco.

Esclusi come irragionevole che si fosse affidata al caso. Ma allora come diavolo aveva fatto? Conclusi che l’unico modo per saperlo sarebbe stato quello di chiederglielo. Rimanevo convinto che quell’appuntamento non fosse pericoloso e non avesse a che fare con le reali ragioni della mia presenza a Istanbul. Mi fermai di nuovo a metà del ponte a osservare le abilità dei due pescatori che si sfidavano divertiti.

Quella scena sul mare mi riportò alla mente un altro mare. Molto meno generoso. Dovevo chiarire la questione del trasporto delle armi in Sicilia. Selezionai un numero dalla rubrica e avvia la chiamata.

— Eagle Robotica, buongiorno, sono Chiara, come posso esserle utile?

— Ciao Chiara, sono Mario, come stai?

— Ciao Mario, bello risentirti. Come vanno le cose con i clienti?

— Tutto a meraviglia, grazie. Mi passeresti il capo?

— Certo Mario. Ci vediamo in sede al tuo ritorno. Attendi in linea. Ciao ciao!

Il consueto doppio bip mi confermò che la linea era ora sicura. Dopo qualche attimo senti la voce del generale Franco Germanni.

— Pronto Mario, c’è qualche urgenza? Sono atteso dal sottosegretario e ho poco tempo, — disse con il suo tono gentile ma risoluto.

Era così il generale Germanni, sempre dinamico e rapido nel fare le cose e nel parlare. Ci conoscevamo dai tempi della Scuola Ufficiali dell’Arma. Lui era stato il miglior comandante che la scuola avesse avuto. Aveva continuato a essere uno dei migliori generali dei Carabinieri, mettendo a segno numerosi successi operativi che gli avevano permesso di scalare la carriera fino ad arrivare a diventare direttore del Servizio. Non particolarmente alto, quasi del tutto calvo, con un fisico esile, dava l’impressione che fosse una persona dimessa e senza ambizioni. L’esatto contrario si poteva intuire incrociando il suo sguardo anche solo per un attimo. I suoi occhi dicevano che era un lupo travestito da agnello.

— Generale, buongiorno, no nulla di urgente. Ha il mio report sulla spedizione. Parte stanotte. Confermata.

— Ok. C’è altro?

— Si. È la consegna finale che mi preoccupa.

— Se ne occupano quelli sul posto. Qual è il problema, Mario?

— Il problema è che sono preoccupato che i trafficanti affondino la barca per nascondere il trasporto. Lo hanno fatto per molto meno in passato. Un certo numero di disperati rischierà la vita, più di quanto loro siano già disposti a fare. Ammesso che sappiano a quali rischi vanno incontro mettendosi in mare. Dobbiamo fare qualcosa per evitarlo, generale.

— Conosco il tuo profondo senso etico, Mario. Abbiamo tutti una coscienza, tuttavia, sappiamo bene che noi tutti rispondiamo a degli ordini. Che ci dicono di prendere il carico e i terroristi quando saranno in Italia.

— Per far fare la passerella ai nostri politici.

— Siamo uomini delle istituzioni.

— Certo. Abbiamo giurato su questo. Io non lo dimentico mai.

— La barca sarà seguita appena entra nelle nostre acque territoriali. Se sarà necessario interverremo. Non vogliamo finire sui giornali per un altro naufragio. Devo andare. Ci vediamo al tuo rientro.

— Si. Va bene. Grazie, generale Germanni.

Chiuse la comunicazione, e io restai col telefono in mano, pensoso. Lo sguardo era rivolto verso la torre di Galata, ma in realtà quello che i miei occhi vedevano non era quello. Ero in mezzo al Mediterraneo, di notte, da qualche parte non distante dalle coste della Sicilia. Un motoscafo veloce si stava allontanando da un battello malandato stracolmo di essere umani. La barca iniziava a imbarcare acqua. Molti uomini si stavano buttando in mare. Le donne terrorizzate urlavano. I bambini erano pietrificati dalla paura. Una vedetta della guardia costiera seguiva a distanza in attesa di ordini.

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Donato Antonangeli
Sono nato a Pescina nel 1964. La città del Cardinale Mazzarino e dello scrittore Ignazio Silone. Sono cresciuto tra Pescina, Sulmona e Fermo, dove ho compiuto gli studi informatici. Da più di trent’anni lavoro con passione in questo settore. Manager di multinazionali, sempre con la valigia pronta e lo sguardo sul mondo. A voler capire il perché delle cose, a catturare le emozioni intense e quelle fugaci. Alla fine, aprendo quelle valigie non ci ho più trovato vestiti, ma cose da raccontare.
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