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Il duplice del Lago Arancio

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Consegna prevista Giugno 2027
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Al centro di questo dedalo si erge la figura solitaria del Maresciallo. Dotato dell’intuito infallibile di un segugio di razza e della pazienza implacabile di un predatore in agguato, l’investigatore muove i suoi passi nel buio. Non crede alle coincidenze e non si lascia ingannare dai depistaggi: sa attendere il passo falso, sa ascoltare il peso dei silenzi, sa decifrare la menzogna un attimo prima che venga pronunciata.
In questo scontro di ombre non c’è spazio per la pigra distinzione tra giusti e colpevoli. L’onore non viene ostentato, ma vissuto come una condanna silenziosa; la dignità emerge solo quando svanisce la paura; e l’amore si manifesta come una forza ostinata, capace di resistere al sospetto o di degenerare in delitto.
Stringendo il cerchio attorno a una verità che molti vorrebbero sepolta, il Maresciallo accetta il prezzo del suo isolamento. Ogni figura che incontra porta con sé un frammento di colpa o un debito mai saldato.

Perché ho scritto questo libro?

Esiste una linea sottile, tracciata nel pulviscolo delle stazioni dei Carabinieri di provincia, che separa l’ordine dal caos. Su quella linea non camminano eroi da copertina, ma quelli che definisco, da sempre, gli operatori di Trincea.
Sono i servitori dello Stato dalla buccia dura e dallo sguardo imperturbabile, uomini e donne che consumano trenta, quarant’anni di servizio in difesa di quel bene superiore e invisibile che è la collettività.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Le distanze a Basilerme sono cose che si imparano a sentimento. Non vanno a metri. E neppure a rette tra spazi. Replicano confini. Tra pietre e ricordi. E colmano una lunghezza nel modo in cui, il villano del tempo o il notabile della zona declinararono il senso di quel confine. Il lago di Basilermeè distante dal paese tutti i castagni che ricoprono il costone di San Pietro, e che in autunno scaricano a terra un tappeto di ricci così fitto da farti dubitare che là sotto ci sia mai stata una strada. Se lo chiedi a un vecchio di qui, ti dirà che per arrivare alla riva ci vogliono «due sigarette di tabacco forte e il tempo di un’avemaria per i morti». Se lo chiedi al geometra del comune, tirerà fuori una mappa catastale ingiallita dall’umidità dell’ottantadue, fumando fumo di pipa sopra i segni a china, ma senza mai darti una cifra che stia scritta sulle tabelle del Ministero.
Io sono l’appuntato Salvemini, e a Basilerme ho dovuto reimparare la geometria da capo.
La divisa che porto, d’ordinanza e stirata con la riga dritta sui pantaloni, qui sembra sempre un po’ fuori fuoco, come se il panno grigio-verde facesse a pugni con l’intonaco scrostato dei vicoli. Nei primi mesi di servizio cercavo la precisione: calcolavo i turni di perlustrazione al minuto, misuravo i passi, registravo le ore. Un’illusione da caserma di pianura. Qui, se una donna litiga col vicino perché la capra ha superato il muretto a secco, il verbale non lo risolvi con i metri di sgarro. Lo risolvi capendo chi era il nonno di quella donna e quale torto fece al nonno del vicino durante la notte di Santa Lucia del trentaquattro. Il confine non è la pietra: è il rancore che ci è cresciuto sopra come il muschio.
Oggi il paese respira con un ritmo lento, pesante, che sa di fumo di legna e di terra bagnata. La caserma è un ex convento di cappuccini confiscato dallo Stato prima della grande guerra; ha le mura spesse due metri che trasudano un freddo antico, di quello che ti entra nelle ossa e non ti lascia più, nemmeno se ti metti a ridosso della stufa in ghisa che abbiamo in fureria. Il maresciallo Tricarico siede dietro la scrivania di faggio, con gli occhiali sul naso e la penna fissa a mezz’aria, lo sguardo perso oltre i vetri opachi della finestra che dà sulla piazza. Non parla quasi mai. Ha capito Basilerme prima di me, o forse Basilerme ha semplicemente consumato la sua voglia di fare domande.

Fuori, il cielo ha il colore del piombo fuso e si abbassa sui tetti di ardesia come un coperchio. Dall’alto del paese, se guardi giù verso la vallata, vedi le macchie scure dei boschi interrotte solo dalle ferite bianche delle mulattiere. È in quel labirinto che si nascondono le storie che poi finiscono sul mio registro dei reati: un taglio di legna abusivo che tutti sapevano ma nessuno denunciava, un vitello scomparso che ricompare misteriosamente nella stalla sbagliata tre valli più in là, o un silenzio troppo lungo che di solito annuncia una fucilata a pallettoni nel buio.

Il maresciallo Tricarico ha finalmente intinto la penna d’oca nell’inchiostro di china, quello denso come fondame di caffè, ma non per compilare l’ennesima circolare sulla tracciabilità informatica del bestiame. «Siamo nel duemilaventiquattro, Salvemini,» vanno ripetendo alla Legione con la bocca piena di sillabe inglesi. Dicono che il progresso sia montato fin quassù a dorso di mulo, camuffato da tablet riposto in una custodia di cuoio muffito: un pezzo di plastica nera e lucida che giace sul tavolo della fureria come un amuleto pagano caduto dal futuro.
Ma provateci voi a spiegare a un vecchio allevatore di Basilerme che la sua mucca deve portare un microchip all’orecchio per farsi mappare dai satelliti. Quello vi ascolta senza sbattere le palpebre, sputa per terra a due dita dal vostro stivale tirato a lucido e vi risponde con la voce che ha il suono delle pietre che rotolano nel vallone: «’A vacca scascia e ’u toro ‘mposta» — il toro della Ginevranon ha mai chiesto il permesso a un’antenna per saltare la siepe, né una goccia di seme ha mai aspettato il visto della prefettura.
Qui a Basilerme il reato non è mai una faccenda pulita, un comma stampato a pagina quattro del verbale. È una questione di tara e di lordo, misurata su una bilancia d’aria che non perdona. Il torto si calcola a tomoli di pazienza e a cannelle di rancore, e la legge del codice penalistico pesa meno di un guscio di noce quando in mezzo c’è la dignità.
L’altro martedì è salito in caserma don Carmine per denunciare la scomparsa di due vacche podoliche. A voler consultare il portale telematico — quello che richiede la linea e che qui prende soltanto se ti arrampichi sul campanile della matrice nelle ore d’aria pulita — si sarebbe trattato di furto aggravato con scasso di recinzione. Tre anni di reclusione al minimo editto. Ma nella misura di Basilerme quelle due bestie non erano refurtiva: erano un riscatto calcolato al grano.
Trent’anni fa, durante la secca di luglio del novantaquattro, il padre di don Carmine aveva deviato di tre dita d’asse la canaletta del fontanino, lasciando le stalle dei Santangelo con la paglia asciutta e le gola secca. Quelle due podoliche, scivolate oltre il filo spinato in una notte in cui la nebbia era spessa come strutto, non stavano venendo rubate. Stavano saldando un debito d’acqua lungo una generazione, rivalutato con il tasso d’interesse del sangue amaro. «Acqua passata non macina più, ma fa marciare la terra», dicono i vecchi sotto l’olmo della piazza.
Se io avessi fatto l’appuntato di città, avrei acceso la sirena per far tremare i vetri dei vicoli e spinto la gazzella verso le stalle alte. Avrei innescato una faida capace di covare sotto la cenere fino al prossimo inverno. Il maresciallo Tricarico, invece, non ha nemmeno alzato la testa dal registro coi fogli ingialliti. Ha squadrato il soffitto, ha tratto un sospiro che puzza di tabacco e mi ha detto: «Salvemini, andate dal tabaccaio. Comprate due pacchetti di Nazionali senza filtro e portateli a Carmine. Ditegli che le vacche sue hanno trovato l’erba più dolce sopra il vallone e che riattraverseranno il muretto subito dopo la fiera di San Martino, magre il giusto per fare la pace e pesanti abbastanza da chiudere il conto».
E così è stato. Perché quassù la giustizia non ha gli occhi bendati né usa i treccioli d’ottone delle aule di tribunale: usa la stadera arrugginita della piazza, quella con la roccia da un chilogrammo agganciata alla catena, che tiene conto di quanti lutti, quante magre mietiture e quante parole storte sono servite a fabbricare quel dolore.
Persino i reati di nuovo conio, quelli che i capitani giovani chiamano cybercrimini, finiscono per essere riassorbiti e masticati dalla pietra calcarica delle nostre viuzze. L’anno scorso il figlio del notaio, un ragazzo biondo che profuma di dopobarba costoso, è corso qui dicendo che il capraio gli mandava messaggi di minaccia sullo schermo del telefono. Stalking, ha sentenziato la carta bollata della Procura. Ma per Basilerme quei messaggi sgrammaticati, scritti in un dialetto fitto come un bosco di querce e privi di punteggiatura, erano soltanto la versione moderna del ramo d’ulivo spezzato e lasciato davanti al portone d’ingresso.
Il capraio non voleva perseguitare la modernità: voleva solo rammentare al ragazzo che la strada d’asfalto su cui fa stridere le ruote della sua macchina nuova poggia sull’ossatura di un mulo da soma che suo nonno, nel quarantacinque, non ha mai pagato al vecchio capraio. «Chi ha debito con la pietra, risponde alla terra», recita il detto dei mulattieri. Un conto che nessun algoritmo potrà mai estinguere con un bonifico.
Alzo il bavero della divisa e soffio sulle nocche per scaldarmi dal gelo pungente che filtra dalle fessure degli infissi di legno nero. Guardando fuori dalla finestra della fureria, vedo la caligine che risale dal fondo della fiumara come il vapore da una caldaia di rame lasciata sul fuoco. Ha già inghiottito il costone di San Pietro, cancellando i castagneti, le stalle e la mulattiera che porta a valle.
Tra poco farà buio pesto, e il tempo a Basilerme smetterà di misurarsi sugli schermi di cristallo liquido per tornare al suo passo naturale: fatto di respiri trattenuti, di sigarette consumate controvento al riparo di un portone e di ombre che scivolano silenziose lungo i muretti a secco, portandosi appresso — sottobraccio e in silenzio — la propria spietata, antichissima forma di legge.

«Salvemini,» fa il maresciallo senza girarsi, la voce ridotta a un raschio di gola. «Prendete il cappotto grande. Andiamo giù al lago. Hanno trovato la barca dei coloni di sopra rovesciata vicino ai canneti. E la vecchia Nunziata dice che stanotte ha sentito i cani abbaiare dal lato della sugherita.»

Il sole di maggio a Basilerme non scalda, batte. Cava la pietra, spacca la terra bianca e fa evaporare l’umidità dei vicoli trasformandola in una cappa pesante, che ti si incolla alla divisa fin dalle prime ore del mattino. Camminavo a passo lento, tenendo i pollici infilati nel bandolone, più per sgranchire le braccia che per un reale atteggiamento di vigilia. Ogni passo sull’acciottolato sconnesso sembrava amplificare il silenzio innaturale di quel paese arrampicato sulla roccia.
Sarà il peso degli sguardi della gente dietro le persiane accostate — occhi invisibili ma vividi, che indovinavi a mezza altezza, pronti a ritrarsi al minimo stormire di vento. Sarà il saluto a mezza bocca del barbiere sulla porta, che ha sollevato appena il mento, un riflesso condizionato più che un gesto di benvenuto, mentre con la spugna insaponata cancellava la barba del cliente di turno come a voler cancellare anche la nostra presenza dalla sua vista.
E poi quella sensazione, sottile e persistente, che a Basilerme noi della legge siamo solo l’ennesimo millesimo di un confine che nessuno ha davvero intenzione di cancellare. Un confine antico, invisibile eppure piantato nel suolo profondo come una radice di ulivo secolare. Da una parte lo Stato, con i suoi codici scritti a Roma, le sue scartoffie e i nostri gradi di panno; dall’altra la vita di sempre, regolata da pesi e misure che non si studiano alla scuola allievi carabinieri.
Mentre svoltavo l’angolo della matrice, dove l’ombra della chiesa tagliava la piazza a metà come una scure, mi tornò in mente quello che ripeteva sempre mio nonno, quando la sera si sedeva davanti all’uscio a guardare la campagna calcinata:

«A liggi di l’uomini è fatta di tila di ragnatela: u surci nicu ci resta pigghiatu, u surci ranni a sfunnae passa. Ma a liggi di Diu havi i pedi di chiummu e a manu di ferru: macina tardu, ma macina finu».

La giustizia degli uomini, per questa gente, era proprio questo: una ragnatela debole, buona solo a impigliare i fessi, i disgraziati, mentre i pesci grossi strappavano la trama con una risata e passavano oltre. Ci vedevano così, come guardiani di una ragnatela inutile. Per questo preferivano rimettersi al tempo, a quella giustizia divina che immaginarono lenta, pesante come il piombo, ma inesorabile nel tritare ogni cosa fino a renderla polvere.
Aggiustai il berretto sulla fronte, sentendo il sudore imperlare l’attaccatura dei capelli. Sentivo il peso della mia divisa, l’orgoglio del giuramento fatto, eppure, calpestando quella terra magra, percepivo tutta la vertigine di quell’attesa millenaria. Noi passavamo, i vicari e i brigadieri cambiavano, i faldoni nei nostri archivi ingiallivano. Ma Basilerme restava lì, immobile, ad aspettare che la macina di Dio compisse il suo giro, convinta che nessuna legge umana avrebbe mai davvero cambiato il corso delle cose.

«Monta, Salvemini. Leviamoci da questo forno.»
La voce del maresciallo Tricarico arrivò secca, tagliando a metà il silenzio della piazza. Era già al volante della Campagnola, col braccio fuori dal finestrino e la divisa che, a differenza della mia, sembrava non patire né il sudore né il peso degli anni. Tricarico era un uomo fatto di terra dura e pochissime parole; a Basilerme ci stava da abbastanza tempo da aver capito che contro quel sole, e contro certe facce, l’unica difesa era un’ostinata indifferenza.
Salii sul sedile del passeggero. Lo sportello metallico sbatté con un rumore sordo che rimbombò tra i muri della matrice, facendo sobbalzare un gruppo di piccioni sul cornicione. Il motore della Campagnola tossì, sputò un fumo nero e denso, e poi si mise a tossire regolare, vibrando sotto i nostri piedi come un animale nervoso.
Lasciammo il paese scendendo per i tornanti che tagliavano la roccia calcarea. Man mano che scendevamo, Basilerme si rimpiccioliva lassù in alto, arroccata sul suo dente di pietra, mentre l’aria diventava, se possibile, ancora più densa. La strada asfaltata cedette presto il passo a una carrareccia di terra battuta e sassi che faceva sobbalzare la vettura a ogni metro. Tricarico guidava con le mani ben salde sul volante, gli occhi stretti dietro le lenti scure, senza dire una parola. Sapeva dove stavamo andando, e sapeva soprattutto cosa significasse una segnalazione del genere in quel posto.
Il Lago Arancio non era un lago come gli altri. Visto dall’alto sembrava una moneta caduta per caso in mezzo all’arsura della vallata: una pozza d’acqua perfettamente rotonda, immobile, quasi artificiale nella sua geometria. Ma di artificiale non aveva nulla. La gente del posto ne parlava con un timore reverenziale. Dicevano che al centro non ci fosse un fondale, ma un imbuto, un abisso cieco che ti buttava giù dritto fino a sessanta metri di profondità, inghiottendo la luce e qualunque cosa avesse la sfortuna di caderci dentro.
Da una sponda all’altra saranno stati più di duecento metri di specchio d’acqua, ma avvicinarsi era un’impresa. Tutto intorno, il lago era difeso da un muro compatto di canne e d’erba palustre, così fitta e alta che non ci potevi passare senza un falcetto e tanta rabbia in corpo. Un groviglio verde e tagliente che sembrava voler custodire i segreti di quella pozza profonda.

L’unico varco era sul versante ovest. Lì, la dorsale della collina diradava lentamente, spianando verso lo specchio d’acqua e offrendo una lingua di terra battuta dove il passo dell’uomo poteva finalmente accostarsi alla riva. Su quel bagnasciuga di fango secco sorgeva un vecchio pontile di legno annerito dall’umidità e dal tempo, sospeso su palafitte traballanti.
Frenammo a pochi metri dal canneto. Il silenzio che ci accolse quando Tricarico spezzò il respiro del motore era diverso da quello del paese. Non era il silenzio degli sguardi nascosti; era il silenzio pesante della natura che ristagna sotto il sole di maggio.
«Prendi la borsa con i rilievi, Salvemini. E muoviti,» disse il maresciallo, aprendo la portiera.
Camminammo verso il pontile. Le assi di legno scricchiolarono sotto i nostri scarponi. L’odore ci raggiunse subito: un misto di zolfo, melma riscaldata e quel dolciastro inconfondibile che fa stringere lo stomaco a chiunque faccia il nostro mestiere.

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Vito Benicio Zingales
Classe 63 di Palermo. Padre di Martina. Daniela è al suo fianco da più di un decennio. Criminologo, vittimologo. L'ultimo suo romanzo, passando da "Il Truccatore dei Morti", e da "Da Mezzanotte a Zero", è "Codice Arcadia" del 2023. Da epoche remote, da non ricordare quando, come lui stesso sottolinea, lavora per lo Stato e, quindi, per le persone. Ad oggi, dal secolo precedente, è impegnato in Prefettura a Palermo. Lavora nell'ambito delle persone straniere che richiedono protezione internazionale occupandosi di Ispezioni e Monitoraggio dell'accoglienza. Dal '92 al 2001, di concerto con la squadra omicidi della Squadra Mobile di Palermo, ha lavorato per i familiari delle vittime innocenti della mafia.
Zingales è conosciuto anche come attore. L'ultima partecipazione al corto Sospetti di Giorgio Zingone gli sono valsi il Gold Award per the best actor in parody al New York International.
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