Gianni Rizzi è un apprezzato avvocato penalista di Ragusa, ove vive e ha studio. Matilda, sua compagna da anni, è un’affascinante medico dell’Ospedale Garibaldi di Catania.
Hanno due case: una qui e una lì, ma vivono insieme solo pochi giorni a settimana.
Se non temesse che lei potrebbe rispondergli “Cosa cambia se ci sposiamo?”, le avrebbe già offerto l’anello. Prima o poi, lo farà. Forse.
Impegnati nel lavoro che li appassiona, fanno spesso tardi la sera; lui in studio e lei in ospedale. A cento chilometri di distanza l’una dall’altro. Poi, stanno al telefono finchè non vince il sonno.
Lui lascia qualsiasi cosa in qualsiasi posto. Ma può ritrovare il più piccolo appunto anche sotto il perenne mare di carte che ricopre la sua scrivania.
Lei lo prende in giro per questo.
Lui cucina e, di tanto in tanto, si esibisce in quell’arte per lei, che non ha mai imparato a farlo. Poi, per ripulire fino ai dintorni, ci vuole l’esorcista.
Lui guida con orgoglio un Maggiolone Cabrio, che lei considera un vecchio catorcio.
Lui è anziano, e lo sa. Ma non sopporta ossequi e salamelecchi, che pensa riferiti all’età.
Lei, ben più giovane, sa di essere bella ed elegante; e se ne frega.
Solo sul lavoro sono uguali: attenti e scrupolosi.
Una domenica mattina, molto mattina, Gianni è in studio per recuperare un documento che gli serve per un processo a Milano. Uno squillo improvviso rompe la pace silenziosa; per fortuna, in studio c’è anche Antonella, la sua giovane collega, passata un attimo per prendere un libro prima di andarsene a mare. “Rispondi tu. Io non ci sono!”
E’ l’arrogante presidente del tribunale: insiste per parlare con lui fino a maltrattare la povera Antonella, che si finge donna delle pulizie. Gianni si nega. Deve andare a Milano, con Matilda, e non vuole rotture. Non lo sopporta. Con lui, ogni processo è uno scontro.
Dunque, parte con Matilda sul vecchio catorcio, sulla vecchia statale per l’aereoporto.
Ma un tarlo lo tormenta: che vuole da me?
Inizia così l’avventura di un dibattimento troppo vicino, in cui dovrà confrontarsi con un pubblico ministero vendicativo e affrontare, senza testimoni, una difesa dai molti perchè.
Perché ho scritto questo libro?
Ho letto e leggo molto. Soprattutto romanzi gialli. La vicenda che narro in questo mio primo lavoro mi è venuta in mente alcuni anni fa. L’ho elaborata e modificata cento volte, finchè mi è venuta voglia di darle una stesura.
ANTEPRIMA NON EDITATA
Prologo
Una scrivania ingombra di carte e oggetti di ogni tipo, della quale non si riesca a vedere il ripiano, può essere il segno dei troppi impegni di chi ci lavora sopra.
Oppure può indicare la semplice, scarsa propensione per l’ordine, per quell’attenzione con cui altri dispongono con logica sistematica le cose che hanno appena finito di usare.
Nel caso di Gianni Rizzi la questione è più complicata: è la somma dei due problemi.
Avvocato penalista ragusano, da molti anni impegnato ad affrontare troppi processi, è da altrettanto tempo abile creatore di un cosciente e volontario disordine, spinto oltre il limite del comprensibile e causa di intrecci inestricabili sulle proprie scrivanie. In casa come in studio.
Incapace persino di pensare alla triste banalità di una scrivania ben ordinata, Gianni ha comunque sempre saputo ritrovare qualsiasi cosa proprio dove l’aveva lasciata. In qualunque punto della sempiterna montagna di carte che non aveva intenzione alcuna di sistemare.
A patto, però, che nessuno mettesse le mani su quella spianata di legno di tre metri per due.
“Se mi spostate anche solo una matita, potrei non trovar più nulla!” ha sempre detto per sviare chiunque da ogni incauta decisione di riordinare le sue carte.
Matilda, ormai da anni sua amatissima compagna, aveva quindi trovato assolutamente bizzarro che Gianni non riuscisse a riesumare dal solito caos la dannata perizia che avrebbe dovuto depositare agli atti di un processo in corso a Milano.
Lui non si capacitava di come fosse possibile, ma non ricordava dove l’aveva nascosta. Per cui, un’ora prima, le aveva chiesto aiuto. Finchè, folgorato dal ricordo improvviso, non aveva bloccato quell’inutile e affannosa ricerca di coppia:
“Stop, Matilda. Non è qui. L’ho lasciata sulla scrivania, certo. Ma in studio. Figurati che l’ho conservata in ordine, dentro una carpetta rossa, vicino alla lampada di ottone che mi hai regalato tu due anni fa. Ti ricordi? Se l’avessi abbandonata dov’era, ieri sera l’avrei vista e adesso sarebbe qui.
Lei finse di guardarlo storto, occhi negli occhi; ma non riuscì a mentenere l’espressione severa ed esplose in una rumorosa risata. Gianni, dopo un attimo di incertezza, si riprese proprio mentre lei lo prendeva in giro.
“Perchè non dovrei ricordare? Scherzi? Guarda che sei tu quello che dimentica le cose. Io ricordo tutto. Sono giovane, io!”.
“Era meglio lasciarla dov’era. Sopra o sotto le altre carte, l’avrei trovata comunque”.
“Vabbè, Gianni. Ora, però, decidi: vuoi andare a prendere la tua carpetta rossa in studio?”
“Magari più tardi. Dopo cena.”
“Già, la cena. E’ una parola! In casa non c’è niente di pronto e, francamente, di sabato, con la confusione che ci sarà in giro, non ho nessuna voglia di uscire”.
“E che problema c’è? Tu guarda la tivù e dammi mezz’ora. Ci penso io.”
Grembiule corazzato addosso, mise su un profumato soffritto, nella quale annegò due pomodori rossi, maturi, sbollentati e fatti a pezzi. Fece bollire l’acqua salata per la pasta di Gragnano, che teneva in dispensa per le serate come quella. Tagliò a fette sottili una melanzana piccola, nera e rotonda, senza passarla dal sale.
Sarà amara? pensò. La arrostì in padella con poco olio, che naturalmente spruzzò tutto attorno.
“Parmigiano o ricotta salata?” chiese urlando.
“Ricotta, tutta la vita!”.
La grattugiò e la versò in una ciotola da portare a tavola. Alla fine, lasciò sul campo di battaglia due padelle sporche di olio, pomodoro e melanzana; una pentola con acqua bollita e residui di amido; una grattugia sporca di ricotta, due coltelli, mezza ricotta salata e una fila di posate nel lavandino. E, soprattutto, macchie di salsa di pomodoro equamente schizzate un po’ dappertutto. Con i piatti pieni su un carrello, che ospitò anche i bicchieri, il vino e la ciotola con la ricotta, andò in sala da pranzo curando di chiudere la porta al suo passaggio, per nascondere gli effetti di cotanto impegno e sedersi tranquillo a tavola con Matilda.
Mangiarono chiacchierando e bevendo Cerasuolo di Vittoria.
“Ci pensi ancora?”
“A cosa?”
“Alla perizia da portare a Milano”.
“Affatto. Passerò domattina da studio per prenderla. Però pensavo davvero a Milano. Ma solo alla nostra gita a Milano. Vedrai: sarà rilassante”.
“Spero non lo sia troppo. Vorrei anche girare un po’, vedere qualcosa di bello”.
Finita la cena e la bottiglia, Matilda si alzò da tavola per andare a rigovernare. Gianni tentò di fermarla, ricordando quel che aveva lasciato, ma lei si impose.
Appena entrata, si mise le mani ai capelli. Avrebbe voluto gridare, anche se sapeva che Gianni era così: non era capace di fare diversamente.
“Non è possibile, Gianni. Mi spieghi come hai fatto? Per due spaghetti? Qua ci vorrebbe un esorcista. Fai una bella cosa: vattene a letto. Così, domani ti alzi presto e vai in studio a prendere la tua perizia. Vai, vai. Appena finito, ti raggiungo”.
Si lasciò convincere, soprattutto perchè non aveva voglia di ripulire. Né di contrastarla. Sarebbe stata una battaglia che sapeva di non poter vincere. Quindi, si stese sul letto, pensando che l’avrebbe aspettata sveglio.
Russava quando lei entrò in camera.
L’indomani mattina, molto ma molto mattina, seduto alla scrivania dello studio, dopo aver trovato la carpetta rossa, spense la lampada in ottone che campeggiava sull’enorme ripiano, ingombro come sempre di carte e libri.
Ero sicuro che fosse qui in studio – pensò Gianni, alzandosi dalla vecchia poltrona di pelle rossa, ormai scomoda, con quelle molle che avevano ceduto. C’era affezionato e non voleva liberarsene.
Ogni volta che conservo per bene qualcosa è un guaio. Per stavolta è andata bene. Ora torno a casa, preparo il caffè e lo porto a Matilda, a letto. Così la sveglio, aspetto che si prepari e, finalmente, si parte.
Guardò l’orologio: le sei e mezzo.
No! E’ troppo presto per svegliarla.
Sentì la porta che si apriva.
“Chi e?”
“Sono Antonella, avvocato. Ma lei che ci fa in studio, all’alba di domenica?”
“Che ci fai tu! Non avevi niente di meglio da fare?”
“SI, dovrei andare a mare. Ma ci andrò più tardi. Sono venuta per prendere un libro che mi serve per completare un parere per un cliente.”
In quel preciso istante, suonò il telefono.
“Ma che è stamattina? Non dorme nessuno? Antonella, ti prego: pensaci tu. Io me ne devo andare e non voglio rotture. Se è per me, chiunque sia, io non ci sono.”
“Pronto?” fece lei. Aveva messo il viva voce, perchè lui potesse sentire.
“Pronto – fece l’altro – Mi faccia parlare con l’avvocato Rizzi” Era una voce profonda, ma ruvida. Sgraziata. Fastidiosa.
“Mi spiace, non c’è. La domenica non viene in studio. Ma lei chi è, mi scusi?”
“Lo so che non c’è la domenica. Ma non risponde al cellulare. Devo parlargli di una cosa urgente. Sono Pennisi.”
“Pennisi?” fece lei solo per prender tempo. Guardò Gianni e vide una smorfia inconfondibile sul suo viso. L’aveva riconosciuto e non voleva saperne.
“Pennisi, si. Il presidente Pennisi. E ora mi faccia parlare con lui”.
Gianni gesticolava frenetico a mani aperte, in un continuo incrociare di braccia. Sussurrò: “Io non ci sono, non sai dove sono andato, sto partendo…”
“Mi dispiace, presidente. Non so dove sia. So che oggi doveva partire, con la sua compagna. Ha un processo fuori, credo a Milano”
“Senti, ragazzina, dammi il numero del suo cellulare privato. Scommetto che ne ha uno”.
“No, guardi, non ne so niente”.
“Tu non sai contro chi ti stai mettendo. Come ti chiami?”
“Perchè? Sono qui a fare le pulizie…”.
Pennisi, furioso, le spiegò con tre parole dove le consigliava di andare e chiuse. Senza un saluto.
Si guardarono sbalorditi per qualche secondo. Antonella era sbiancata. Da giovane avvocata, si sentiva in difficoltà: temeva di esser stata riconosciuta.
Gianni, invece, sorrideva. Ma capì il suo imbarazzo e tentò di tranquillizzarla.
“Stai serena. Ci penso io a lui. Purtroppo, é un uomo fastidioso e arrogante. Ma non ce l’ha con te. Non ci sopportiamo. Ogni volta, l’udienza con lui è una lotta. Non fa altro che respingere tutte le richieste che gli faccio, senza nemmeno ascoltarmi”.
“Si, ma che faccio se viene qui? O se ritelefona domattina e sente di nuovo la mia voce?”
“Tu adesso prendi il libro che cerchi e te ne vai. Domani vieni in studio dopo le dieci, quando lui sarà già molto impegnato a fare il presidente. Non preoccuparti: lui cerca me, non te. Lo chiamerò appena possibile. Magari da Milano. Stai tranquilla.”
Si alzò, prese borsa e carpetta, la salutò sorridendo e si avviò verso la porta.
“Se succede qualcosa, possa chiamarla?”
“Certo che puoi. Ma stai sicura che non succederà nulla. Lo chiamo io domattina. Gli dirò che la donna delle pulizie mi ha lasciato un messaggio sulla scrivania e che la mia collega di studio me lo ha letto al telefono. Va bene così?”
“Si, grazie. Faccia buon viaggio. Spero di non non doversa disturbare”.
Appena fuori, cancellò il sorriso tranquillizante che aveva offerto ad Antonella e prese a calci tutto quello che vedeva sul marciapiede. Doveva sfogarsi.
Decise di fare una passeggiata per i viali, nella timida luce rosata di un’alba ancora giovane.
La strada era deserta e si infilò nel silenzio di una Ragusa che non si era ancora svegliata. Camminò al ritmo dei propri tacchi sul marciapiedi di pietra bianca comisana e mattonelle di asfalto.
Passeggiare gli era sempre piaciuto. Gli consentiva di riordinare i pensieri più ingombranti che, in genere, passo dopo passo, evaporavano. Quella volta non fu così facile, però. Era infastidito da quella violenza arrogante e dalla chiamata a quell’ora.
Che urgenza ci può essere, di domenica mattina, alle sei e mezzo?
Il suo rapporto con il presidente Pennisi era molto conflittuale: lui maltrattava sempre tutto e tutti nei processi: avvocati e pubblici ministeri, testimoni, imputati e perfino il diritto, che interpretava come cavolo voleva lui.
Quindi, non aveva voglia di mostrarsi gentile e di richiamarlo. Anche se gli era venuta la curiosità di sapere perchè mai. Di domenica, poi…
Pensava e camminava, senza badare a dove stava andando. Teneva stretto il manico della borsa in cui aveva riposto la perizia, il codice, carte e cianfrusaglie varie; e la faceva ciondolare allo stesso ritmo dei passi.
Dopo un’oretta e qualche chilometro, riconobbe un palazzo bianco, con un grande murale che, secondo lui, raffigurava Picasso. Capì che aveva camminato anche troppo e senza motivo. Non si era ancora accorto del cielo magnifico che lo sovrastava e che, mentre lui vagava, era passato dal rosa tenue dell’alba, al giallo e poi al rosso sempre meno intenso, per trasformarsi infine nell’azzurro luminoso che sarebbe valso lo sforzo di uno sguardo. Aveva altri pensieri.
Casualmente, guardò l’orologio e…
Cazzo, le otto. Matilda di sicuro dorme ancora. Quando è qui da me, non c’è verso che si alzi presto.
La immaginò con gli occhi chiusi e l’espressione beata, spaparanzata di traverso nel tepore del lettone, abbracciata al cuscino e ancora immersa in quel saporito sonno mattutino che le invidiava.
Scelse la strada più breve e s’incamminò, meno incupito di prima, fino al viale alberato che lo avrebbe portato al portone di casa. Sentì che l’aria era finalmente appena tiepida in quel fine settembre. Si potevano sentire di nuovo i profumi degli alberi e dei fiori, dopo il caldo infernale che aveva incendiato l’estate finita da poco. In venti minuti arrivò. Entrò e trovò la casa immersa nel buio e nella bambagia di quel medesimo silenzio che aveva lasciato un paio d’ore prima.
La chiamò a voce bassa, troppo bassa. Senza risposte. Entrò in camera cantilenando leggero:
“Amoooreee”.
“Che c’è?”
“Sapevo che ti avrei trovata ancora a letto”.
“Mhh! E avevi ragione…”
“Sei ancora al buio, come quando sono uscito, stamattina alle sei.”
“Alle sei? Ma davvero sei uscito alle sei?”
“Certo! Dovevo cercare la perizia di ieri sera. Temevo potesse volerci più tempo e sono andato in studio molto presto. Era poco prima dell’alba, con l’aria appena fresca e la città quasi buia. A mala pena la luce dell’aurora. Niente auto e niente rumore. Un vero incanto”.
“E l’hai trovata?”
“Certo che l’ho trovata! L’ho anche messa al suo posto, in borsa. Tu, piuttosto, alzati. Ti faccio un caffè?”
“Si, fammelo anche doppio”
“Te lo faccio pure triplo: ma, ti prego, spicciati”.
“Mh… Si, hai ragione. Però adesso calmati, frena! Fammi quel caffè mentre io mi faccio una doccia. Dove sarà la mia vestaglia?”.
“Sarà dove l’hai lasciata ieri sera. Dove vuoi che sia? Io non l’ho toccata”.
La guardò che scostava il lenzuolo e si alzava dal letto, lentamente, guardandolo maliziosa e mostrandosi così come si trovava. Con pochissima roba addosso. Giusto l’indispensabile!
“Dai. Ti raffreddi… Copriti, almeno un po’”.
“Perchè? Ti fa ancora impressione vedermi così?”
“Non mi ci abituerò mai. Non voglio abituarmi. Non mi ci fare pensare, ti prego. Dobbiamo arrivare in aeroporto. Hai giusto il tempo per prepararti. Se non ti spicci rischiamo di non farcela. Ti prego. Non vorrei perdere l’aereo.”
“Ma dai, Gianni.”
“Senti: fai un po’ come vuoi. Ti faccio quel caffè e me ne prendo uno anch’io. Te lo porto in bagno e vado ad aspettarti in soggiorno.”
“Si, si. D’accordo!”
Pensò che sarebbe stato giusto passare un attimo da Antonella, ovunque fosse in quel momento, per confortarla. Ma non aveva abbastanza tempo per fare anche questo: dovevano partire. Dopo un po’, si mise portafoglio e telefono in tasca e, girandosi …
“Ohh, brava Matilda. Gliel’hai fatta? Sei pronta?”
“Ma certo, che credevi? Tu, piuttosto: che faccia hai? È successo qualcosa?”
“Si! Una scocciatura. Il presidente del tribunale mi ha cercato in studio alle sei e mezza. Si è messo a urlare con Antonella, che gli ha detto che non c’ero. L’ha fatta andare in tilt”.
“Uh, poverina. Ma che ci fa Antonella in studio? Vuoi che passiamo a salutarla?”
“Ma che stai dicendo? L’hai preso il caffè? Possiamo andare?”
“Uffa, si vede che sei nervoso: oggi sei lagnoso. Che voleva il presidente da te? E’ andato a fuoco il tribunale o ti ha nominato difensore d’ufficio?”
“Né l’una, né l’altra cosa. O almeno credo. Ha detto solo che è una cosa urgente. Vedremo.”
Gabriella Schiliro’ (proprietario verificato)
Matilda che donna fortunata ❤️