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Il filo che non si spezza

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Consegna prevista Luglio 2027
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A cinquant’anni mi sono fermato a guardare indietro. Venticinque anni da volontario soccorritore, raccontati non attraverso i servizi, ma attraverso le persone incontrate.
Chi con una frase mi ha insegnato tutto: non trasportiamo patate, trasportiamo persone.
Chi nel momento in cui stavo per mollare mi ha ricordato di guardare prima la persona, poi il ruolo.
E poi c’è Sibilla, l’unica paziente a cui ho voluto dare un volto e un nome, perché per una volta chi soccorre e chi viene soccorso restano legati. Non è un libro sul volontariato. E’ fatto di volontariato, ma parla d’altro: dell’equilibrio tra famiglia, lavoro e impegno, delle paure vere, delle risate di quando ero giovane. Il filo che non si spezza è la mia vita intera, e il legame invisibile tra chi tende una mano e chi la stringe.
Non chiedo di ammirare eroi.
Vi chiedo di riconoscervi in persone vere, e forse di scoprire che il volontariato è il perfetto egoismo che ha come risultato l’altruismo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per due motivi, nati insieme. Il primo: raccontavo spesso ai ragazzi più giovani gli aneddoti di questi venticinque anni, e ho pensato di metterli per iscritto. Il secondo: mia figlia oggi ha sette anni, un giorno crescerà, e vorrei che questo racconto restasse per lei, oltre i miei ricordi a voce. C’è poi una soglia simbolica, i cinquant’anni, che invita a fermarsi. Non per celebrazione, ma per restituire quello che tante persone mi hanno dato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Introduzione

Nel mezzo del cammin di nostra vita.

Dante aprì la Commedia con queste parole, e non riesco a contare quante volte quella frase è echeggiata nelle mie orecchie, che fosse scuola o che fosse mia nonna, appassionata del sommo poeta. Ora anch’io, cresciuto e forse maturato, a cinquant’anni mi sono fermato un momento, e ho guardato indietro.

Non per nostalgia. Non per bilanci. Ma perché ho capito qualcosa che fino a quel momento avevo vissuto senza davvero vedere. C’era una costante, in tutto quello che ricordavo.

Ho cambiato casa. Ho cambiato lavoro. Ho cambiato macchina. Ho attraversato le stagioni della vita una dopo l’altra, l’università, i primi anni da solo, il lavoro, l’amore, il matrimonio, una figlia, un mutuo, una casa. Ho fatto le cose che si fanno, nel tempo in cui si fanno, e ogni tappa ha lasciato il segno che le appartiene.

Ma in tutto questo, c’era qualcosa che non era mai cambiato.

Il volontariato.

Sempre lì, come un filo che attraversa ogni stagione senza spezzarsi mai. Non perché fosse obbligatorio. Non perché qualcuno me lo chiedesse. Ma perché, in qualche modo che ho impiegato anni a capire davvero, era diventato parte di quello che sono.

Questo libro è nato da quella consapevolezza.

È nato dal desiderio di ripercorrere quel filo, di seguirlo dall’inizio fino a qui, di raccontare le persone che ho incontrato lungo il cammino, le cose che mi hanno insegnato, i momenti che mi hanno formato, le storie che porto ancora con me. Non come un resoconto, non come un archivio di ricordi. Ma come un racconto vivo, fatto di voci e di volti, di sirene e di risate, di urla che non si dimenticano e di silenzi che dicono tutto.

L’ho scritto pensando a chi lo leggerà e troverà qualcosa di familiare. A chi ha fatto o fa volontariato, e riconoscerà in queste pagine frammenti della propria storia. A chi non lo ha mai fatto, e forse troverà qui qualcosa che non si aspettava di trovare. Ho scritto questo libro pensando a mia figlia Caterina, che mi ha conosciuto già così, e che forse leggendo capirà da dove viene il papà che ha davanti.

E l’ho scritto pensando a quel ragazzo di ventitré anni che un giorno si fermò davanti a un Bremach, ascoltò qualcuno parlare con gli occhi accesi, e decise che voleva anche lui quella luce.

Non sapeva ancora cosa stava scegliendo.

Lo so io, adesso.

E questo libro è la risposta.

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1.Come tutto incominciò

Era il 2000, avevo 23 anni e il mondo sembrava ancora pieno di possibilità da scoprire e di strade da percorrere. Ero in quell’età in cui senti di avere davanti un’infinità di opportunità, ma allo stesso tempo non hai ancora trovato quella che ti appartiene davvero. Non avevo ancora trovato la mia strada, quella scintilla capace di illuminarti dentro e di farti capire chi sei e cosa vuoi diventare.

Poi, un giorno, tutto cambiò grazie a un incontro apparentemente casuale.

Ricordo ancora quel fine settimana come fosse ieri. Presso l’aviosuperficie del mio paese si teneva una festa aerea e io prestavo servizio come marshall di pista. L’aviosuperficie Speziana era un posto che conoscevo bene, anzi benissimo. È di proprietà di Giovanni, un mio carissimo amico d’infanzia, e lì avevamo trascorso insieme anni di voli e di avventure. Quelle feste le conoscevo dall’interno: sapevo come funzionavano, chi ci sarebbe stato, cosa aspettarmi. O almeno così credevo.

L’ambiente era quello tipico delle manifestazioni aeronautiche: il rumore dei motori, il profumo del carburante nell’aria, gli aerei che attiravano l’attenzione di grandi e piccoli. La cascina che ospitava la struttura, immersa nella pianura padana, sembrava quasi un posto fuori dal tempo. Intorno campi piatti fino all’orizzonte, il cielo largo come pochi altri posti sanno essere, e quella sensazione particolare che hanno certi luoghi che conosci da sempre e che ti fanno sentire a casa anche quando sei lì per lavorare.

Era una giornata come tante altre, destinata a diventare speciale senza che io potessi immaginarlo.

A fornire assistenza sanitaria durante l’evento c’era un equipaggio, proveniente dal Piemonte, con un mezzo particolare: un Bremach, normalmente utilizzato come veicolo da lavoro ma allestito come ambulanza per il soccorso in fuoristrada. Uno dei soci dell’associazione, con conoscenze in quella associazione, li aveva invitati. Si presentarono con quel mezzo robusto e insolito, pensato per interventi in zone impervie. La nostra aviosuperficie era in pianura, senza i dislivelli o i terreni difficili che certi mezzi affrontano abitualmente. Ma in caso di intervento nei campi circostanti, quell’ambulanza sarebbe stata capace di arrivare ovunque. Quel mezzo attirò subito la mia attenzione. Era diverso dalle ambulanze che ero abituato a vedere e suscitava inevitabilmente curiosità.

Nel corso dei due giorni ci furono diverse occasioni per scambiare parole, battute e chiacchierate con i ragazzi dell’equipaggio. La curiosità, come spesso accade, era reciproca. Loro si avvicinavano a noi con domande sul mondo del volo, affascinati da quegli aerei e da chi li pilotava. E noi, quasi naturalmente, iniziammo a fare domande a loro. Il mondo del soccorso era per noi qualcosa di lontano, quasi misterioso. Ne avevamo una vaga idea, quella che si costruisce guardando le ambulanze passare per strada o vedendo qualche scena in televisione. Ma dall’interno era tutta un’altra cosa.

Fu soprattutto uno di loro a colpirmi. Era giovane, poco più grande di me, ma quando parlava del servizio di soccorso sembrava trasformarsi. Nei suoi occhi c’era una luce particolare, quella che si vede solo nelle persone che hanno trovato qualcosa in cui credono profondamente. Non c’era una frase sola che ricordassi più delle altre, nessun episodio singolo che si staccasse dal resto. Era il modo. Era l’entusiasmo. Era quella passione contagiosa che traspariva da ogni parola, da ogni gesto, da ogni pausa nel racconto.

A un certo punto disse una cosa che mi rimase in testa più di tutto il resto.

Parlava di come operavano durante un intervento. Spiegava che il loro compito non era guarire le persone sul posto, non potevano farlo. Il loro compito era stabilizzarle. Portarle all’ospedale nelle condizioni migliori possibili, guadagnando tempo prezioso, mettendo il paziente nella condizione di ricevere le cure di cui aveva bisogno.

Stabilizzare.

Una parola semplice. Un concetto che sembrava quasi ovvio, detto così. Eppure, mi colpì in modo inaspettato. L’idea che un gesto preciso, compiuto nel momento giusto, potesse fare una differenza enorme nella vita di qualcuno. Non serviva fare cose straordinarie. Serviva fare la cosa giusta, nel modo giusto, al momento giusto.

Più lo ascoltavo e più mi rendevo conto che quelle sue parole stavano lasciando un segno dentro di me.

Quelle sirene, quel Bremach, quelle divise non rappresentavano soltanto strumenti di lavoro. Simboleggiavano qualcosa di più grande: la possibilità concreta di fare la differenza nella vita di qualcuno. Per la prima volta iniziai a pensare che forse anch’io avrei potuto dare il mio contributo. Che forse anch’io avrei potuto essere utile nei momenti in cui una persona si trova improvvisamente fragile, impaurita e bisognosa di aiuto.

Fu come vedere accendersi una piccola fiamma. All’inizio appena percettibile, ma sufficiente per farmi guardare il mondo con occhi diversi.

Qualche settimana dopo, il destino decise di mettermi alla prova.

Era un sabato, o forse una domenica. Un pomeriggio di settembre, soleggiato, con quella luce calda e orizzontale che ha il sole quando inizia ad abbassarsi. Stavo tornando a casa quando mi imbattei in un incidente stradale.

Mi fermai.

Ricordo un’atmosfera strana, quasi surreale. C’era silenzio intorno, quel silenzio che non ti aspetti dopo un incidente, come se il mondo avesse trattenuto il respiro. Un’auto gravemente danneggiata sul bordo della strada, alcune persone ferme intorno senza sapere bene cosa fare. Tutti cercavamo di fare qualcosa, di essere utili in qualche modo, ma nessuno sapeva esattamente come. Piccoli gesti. Qualcuno che si avvicinava. Qualcuno che chiamava i soccorsi. Qualcuno che semplicemente restava lì, perché andarsene sembrava impossibile.

Tra le lamiere contorte c’era una donna anziana rimasta incastrata nell’abitacolo. Era terrorizzata. Urlava disperatamente una sola parola:

“Mamma!”

Proprio così. Chiamava la mamma.

Ancora oggi, a distanza di tanti anni, quel ricordo è nitido come allora.

In quel momento compresi qualcosa che fino ad allora non avevo mai realizzato davvero. Di fronte alla paura più profonda, all’improvvisa consapevolezza della propria fragilità, anche una persona anziana torna istintivamente a cercare la figura che per prima le ha dato protezione e sicurezza.

Quelle urla mi colpirono come un pugno allo stomaco.

Sentivo la sua paura. Sentivo la sua solitudine. Sentivo il suo bisogno di avere accanto qualcuno che le dicesse che non era sola.

Mi avvicinai e cercai di parlarle con calma. Non ero un soccorritore. Non avevo competenze tecniche particolari. Non sapevo quali procedure seguire. Ma sapevo che in quel momento una presenza umana poteva avere un valore enorme.

Le parlai, cercai di tranquillizzarla e rimasi accanto a lei fino all’arrivo dei soccorsi. In lontananza si sentivano già le sirene. Quel suono che fino a poche settimane prima era solo un rumore di sottofondo della città aveva improvvisamente un significato completamente diverso. Stava arrivando qualcuno. Stava arrivando aiuto. Ad ogni secondo che passava quel suono si avvicinava, e con esso qualcosa che somigliava alla speranza.

Fu in quei minuti che capii una lezione che non ho mai dimenticato: aiutare non significa sempre fare qualcosa di straordinario. A volte significa semplicemente esserci.

Una parola gentile. Una mano tesa. Una voce calma nel mezzo del caos.

Quando finalmente arrivò l’ambulanza e vidi i soccorritori all’opera, osservai ogni loro gesto con occhi diversi. Non vedevo soltanto professionisti che prestavano assistenza sanitaria. Vedevo persone capaci di portare ordine nella confusione, speranza nella paura e sicurezza nell’incertezza. Vedevo qualcuno che stabilizzava. Esattamente come mi aveva raccontato quel ragazzo piemontese qualche settimana prima.

Compresi che il loro compito non era soltanto curare le ferite del corpo, ma anche sostenere le persone nel momento in cui si sentono più vulnerabili.

Mentre l’ambulanza si allontanava con le sirene accese e la strada tornava lentamente alla normalità, dentro di me qualcosa era cambiato definitivamente.

Quella sera, tornando a casa, pensai a lungo. Pensai al ragazzo soccorritore ed ai suoi racconti. Pensai alla donna anziana e alle sue urla. Pensai a quanto quei due mondi, che fino a poco prima mi sembravano lontani e separati dal mio, si fossero improvvisamente avvicinati. Avevo capito che quei racconti non appartenevano a qualcun altro. Potevano diventare anche i miei racconti. E che anch’io, nel mio piccolo, avrei potuto dare un contributo.

La decisione era presa.

Volevo diventare uno di loro.

Volevo imparare. Volevo acquisire le competenze necessarie. Volevo essere in grado di aiutare davvero chi si trovava in difficoltà.

Guardando oggi quel ragazzo di 23 anni, mi rendo conto che probabilmente non immaginava quanto quella scelta avrebbe influenzato il resto della sua vita. Eppure, tutto ebbe origine da due incontri: uno con un volontario appassionato arrivato dal Piemonte a bordo di un Bremach e l’altro con una donna spaventata che, nel momento più difficile della sua vita, chiamava la propria mamma.

Da quel giorno ogni passo del mio cammino come soccorritore volontario è stato guidato da quelle due immagini.

La prima mi insegnò il valore della passione.

La seconda mi insegnò il significato dell’umanità.

Ed è proprio dall’unione di queste due cose che nacque il desiderio di dedicare una parte della mia vita agli altri, cercando di essere, quando possibile, quella mano tesa che può fare la differenza tra la paura e la speranza.

Non sapevo ancora quante persone avrei incontrato lungo quel cammino, né quante storie avrebbero lasciato un segno dentro di me. Ma una cosa era certa: il viaggio era appena iniziato.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Filippo Guardamagna
Sono nato e cresciuto in provincia di Pavia, dove tuttora vivo e lavoro. Lavoro nel campo industriale, occupandomi di Lean management, e da venticinque anni sono volontario soccorritore nella Croce Azzurra di Belgioioso, dove sono anche capo squadra e membro del consiglio direttivo.

Per passione scrivo articoli tecnici, ma Il filo che non si spezza è il mio primo progetto editoriale. Nasce dalla volontà di raccontare un vissuto di cui sono onorato: venticinque anni di volontariato narrati non attraverso i servizi svolti, ma attraverso le persone che ho incontrato lungo il cammino, e da cui ho imparato più di quanto io stesso abbia potuto restituire.
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