Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

Il filo che rimane

Copia di 740x420 - 2026-09-11T114305.673
7%
186 copie
all´obiettivo
100
Giorni rimasti
Quantità
Consegna prevista Giugno 2027
Bozze disponibili

San Martino, novembre 1915. Sofia ha ventitré anni e porta in tasca un segreto che aspetta solo il momento giusto per essere svelato. Ma la guerra, quella mattina, decide per lei.
Un secolo dopo, Elena restaura libri antichi con la stessa cura meticolosa con cui protegge la propria vita ordinata, prevedibile, organizzata. Quando le viene affidato un incarico proprio a San Martino, tra documenti dimenticati trova un vecchio diario e da quel momento nulla sarà piu come prima. Sogni troppo nitidi per essere solo sogni. Un luogo mai visto che sembra già conosciuto.
Pagina dopo pagina, il confine tra passato e presente si assottiglia, ed Elena si trova davanti a una domanda che non riguarda solo una storia lontana, ma la sua stessa vita: avrà il coraggio di lasciarsi trasportare da qualcosa più grande di lei?
Un romanzo che racconta della paura di cambiare e di ciò che il tempo non può cancellare.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per mettere nero su bianco ciò che mi ha accompagnata all’inizio di una rinascita. Durante un periodo difficile, segnato da un drastico cambiamento della mia vita, ho sentito il bisogno di reagire e rialzarmi attraverso la scrittura. Così è nata Elena, una giovane donna abituata a organizzare ogni cosa, costretta a confrontarsi con un cambiamento inatteso e a scoprire che lasciare andare e accettare ciò che non possiamo controllare è il primo passo verso la felicità.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

1

L’orologio appeso alla parete dello studio del dottor Santi era, Sofia ne era convinta, il meccanismo più dispettoso che fosse mai stato costruito dall’uomo. Lo aveva guardato quattro volte in meno di mezz’ora e ogni volta le aveva restituito la stessa notizia deprimente: il tempo non si era mosso. O si era mosso, ma con la lentezza ostinata di un vecchio bue che conosce la strada ma non ha nessuna intenzione di affrettarsi.

Mancava ancora più di un’ora alla fine del turno.

Sofia spostò lo sguardo dal quadrante beffardo alla finestra dove la via principale scivolava via, nel pomeriggio freddo di novembre come se non avesse niente di meglio da fare. Una donna anziana attraversava la strada con un cesto di pane, un bambino inseguiva un cane che non aveva la minima intenzione di essere preso. Normalità. Routine. La vita continuava a scorrere mentre lei era lì, inchiodata a una sedia, con quella piccola scatola vellutata che le pesava in tasca come se fosse fatta di piombo.

Dentro quella scatola c’era un anello. Dentro quell’anello c’era una domanda. E dentro quella domanda c’era tutta la sua vita futura, che aspettava solo lei e il coraggio di dire una sola parola. Sì.

Non era una parola difficile. Era anzi una delle più semplici che esistessero, due lettere appena, e le aveva pronunciate migliaia di volte nella sua vita sì alla mamma che chiedeva se avesse mangiato, sì al dottor Santi quando le dava le istruzioni per i pazienti, sì alla signora Ines che le offriva le castagne. Eppure quel particolare sì, si era incagliato da qualche parte tra il cervello e le labbra bloccato da qualcosa che assomigliava alla paura ma che lei si rifiutava di chiamare così, perché la paura era per le cose brutte e quello che provava per lui non era mai stato niente di brutto. Lo aveva trattenuto troppo a lungo quel si, non perché non sapesse cosa voleva, lo sapeva benissimo. Lo sapeva da quando aveva sedici anni e lui le aveva offerto una mela raccolta dall’albero della sua fattoria. Era stato, fin dall’inizio, qualcosa di straordinariamente, quasi insopportabilmente, bello.

Continua a leggere

Continua a leggere

«Sofia!» La voce del dottor Santi la riportò di colpo al presente. L’uomo era sulla soglia dell’ambulatorio, con i suoi occhi scuri sotto quelle sopracciglia che sembravano due cespugli in procinto di prendere vita propria e le porgeva un modulo con quella delicatezza insolita che usava nei momenti in cui aveva capito che la sua assistente era da qualche altra parte, mentalmente parlando.

«Quando arriva la signora Ada, per cortesia, daglielo da compilare prima di farla entrare».

«Sì, dottore» Sofia prese il foglio, si schiarì la voce, e si fece mentalmente una lavata di capo. C’era tempo per sognare dopo l’orario di lavoro.

Il dottor Ernesto Santi non era un uomo che si capiva subito. Chi lo incontrava per la prima volta vedeva le sopracciglia e già quelle bastavano a mettere in soggezione, poi lo sguardo diretto che aveva il curioso effetto di farti sentire come se stesse leggendo non quello che dicevi ma quello che stavi per dire e che  forse avresti fatto meglio a tenere per te. Era rigoroso, preciso e aveva un’opinione su quasi tutto, che esprimeva con parsimonia e solo quando gli sembrava davvero necessario.

Ma Sofia lavorava con lui da due anni e in due anni aveva imparato che sotto quella scorza c’era un uomo che si alzava presto per controllare personalmente i medicinali dei pazienti più anziani, che non faceva mai pagare la visita alle famiglie che non potevano permettersela e che ogni tanto, quando pensava che nessuno guardasse, appoggiava la mano sulla spalla del signor Giovanni con un gesto così rapido e discreto da sembrare quasi un incidente, ma era confortante. Era un bravissimo dottore ma ancora di più era una persona stimabile e a modo, forse era per questo che la madre di Sofia era d’accordo che la figlia facesse l’infermiera, perché era affiancata da un uomo di classe. Non era un uomo burbero. Era un uomo che aveva imparato molto presto che il mondo non era sempre gentile e si era attrezzato di conseguenza.

Dall’ambulatorio uscì proprio il signor Giovanni, con quella sua andatura inclinata che era il prezzo di quarant’anni in miniera, quarant’anni a camminare piegato in corridoi che non erano stati progettati per la statura di un essere umano adulto e la schiena  ne portava i segni con ostinata fedeltà. Era un ometto piccolo, con i baffi bianchi, gli occhi azzurri ancora vivaci e nonostante i dolori che lo tormentavano ogni santo giorno e la tristezza per la recente scomparsa dell’amata moglie, aveva sempre una parola gentile.

Sofia si alzò e gli prese il giaccone dall’appendiabiti. L’aveva imparato dopo la prima settimana che il signor Giovanni non riusciva più ad allacciare i bottoni con le dita rigide dell’inverno e lo aiutò a infilarlo con i movimenti silenziosi di chi ha trasformato un gesto di cura in qualcosa di naturale come respirare.

«Le ho segnato l’appuntamento per giovedì prossimo» disse aprendo la porta. «Non dimentichi le indicazioni del dottore, o la sua schiena si bloccherà di nuovo». Il signor Giovanni si voltò a guardarla con quegli occhi azzurri che non avevano perso un grammo di ironia nonostante tutto. «Sei una brava ragazza, Sofia» disse «Qualunque cosa ti dica tua madre».

Poi uscì, con il suo passo lento e lasciò la porta chiudersi piano alle sue spalle.

Sofia rimase un momento immobile sulla soglia, con il sorriso ancora sulle labbra e quelle parole nell’aria. Qualunque cosa ti dica tua madre. Persino il signor Giovanni sapeva. In un paese come San Martino, ovviamente, tutti sapevano tutto di tutti, era una di quelle costanti della vita di provincia, affidabile come le stagioni e altrettanto impossibile da modificare.

Sua madre aveva le sue opinioni su quel ragazzo. Le aveva espresse con regolarità, con metodo e con quella particolare qualità di tono che le madri usano quando sono convinte di avere ragione ma sospettano che le figlie non siano d’accordo.

Pietro lavorava nei campi, non aveva un reddito sicuro, era stato cresciuto dai fratelli maggiori dopo che i genitori erano morti, il che era certamente una tragedia, ma non esattamente il tipo di storia che si raccontava con orgoglio alle amiche durante la messa della domenica.

Sofia aveva ascoltato tutto questo con la pazienza di chi ha già deciso ma non vuole ancora ammetterlo ad alta voce. Amava sua madre. Capiva sua madre. Aveva anche, in una certa misura, rispetto per la visione  che aveva del mondo che era stata plasmata da decenni di convenzioni sociali e dall’esperienza concreta che la vita trattava meglio chi aveva solide fondamenta economiche.

Ma amava Pietro. E Pietro aveva le mani più oneste che avesse mai visto.

Era ancora in piedi vicino all’ingresso, con i pensieri che vagavano nella direzione sbagliata quando la porta si spalancò. Non si aprì, si spalancò, con quella violenza improvvisa che appartiene ai bambini in preda al panico e il bambino in questione aveva circa dodici anni, il viso lucido di sudore e gli occhi di chi ha appena visto qualcosa che non avrebbe voluto vedere.

«Sta per suonare l’allarme!» gridò, con una voce che era ancora a metà strada tra l’infanzia e l’adolescenza. «Stanno arrivando!» E poi sparì, come era entrato, lasciando solo il vuoto e l’eco delle sue parole.

Sofia sentì il cuore fare una specie di salto, ma in basso invece che in alto, come se cercasse un posto dove nascondersi. Guardò il dottor Santi, che si era già alzato e si dirigeva verso l’ingresso con passi rapidi e precisi, senza correre, ma con quella particolare qualità di movimento che significava situazione seria-rispondo di conseguenza.

Le sirene antiaeree di San Martino avevano un lamento acuto e ondulante che sembrava uscire dalle viscere stesse della città, che saliva e scendeva in un ritmo che il corpo imparava a riconoscere prima ancora che la mente avesse finito di elaborare cosa significasse. Sofia le aveva sentite altre volte. Aveva sempre pensato, ogni volta, che ci si dovesse abituare. Ogni volta aveva scoperto che non era così. C’era qualcosa in quel suono che andava diretto ai centri più antichi del cervello, quelli che non erano stati aggiornati dalle convenzioni della civiltà, e che dicevano con voce molto chiara: pericolo. Corri.

Non corse. Rimase ferma, con la mano in tasca stretta attorno alla scatola vellutata, e sentì il battito del proprio cuore diventare qualcosa di fisicamente percepibile come dolore, come se stesse cercando di uscire.

Dentro quella scatola, dentro quell’anello, c’era la promessa di Pietro. Mese dopo mese aveva messo da parte quello che poteva, Sofia non aveva mai chiesto come, non aveva voluto sapere i sacrifici che c’erano dietro, finché non aveva avuto abbastanza per comprare qualcosa di piccolo e vero. Non è particolarmente prezioso, le aveva detto, con onestà disarmante che era forse la cosa che amava di più in lui. Ma è tuo. Lo aveva preso. Lo aveva messo in tasca. E da allora se lo era portato dietro ogni giorno aspettando il momento giusto per restituirgli la risposta che meritava.

Oggi sarebbe stato quel momento. Oggi, finito il turno, sarebbe andata da lui.

Le sirene continuavano a suonare.

Il dottor Santi disse qualcosa che lei non riuscì a sentire bene, perché in quel momento il mondo decise di trasformarsi nel modo più brutale e definitivo che conoscesse. Vennero i boati.

Non c’è un modo elegante per descrivere un bombardamento. Chi ne ha sentito uno vero sa che la parola boato non rende abbastanza: è troppo piccola, troppo ordinata, troppo facile da contenere nella mente.

Quello che successe in quei secondi era qualcosa che occupava tutto: l’udito di certo ma anche la pelle, che vibrava come se l’aria stessa fosse diventata solida e instabile, e il pavimento che tremava sotto i piedi con la presunzione improvvisa di non essere poi così affidabile, e gli occhi che si riempivano di polvere e fumo prima che ci fosse il tempo di chiuderli.

La stanza così familiare con il bancone bianco, le medicine allineate, la sedia dove la signora Ada avrebbe dovuto sedersi tra meno di un’ora si trasformò in qualcosa di irriconoscibile. I vetri della finestra si frantumarono verso l’interno con un suono che era quasi musicale nel mezzo di tutto quel caos. Un fascio del soffitto cedette in un angolo precipitando pesantemente e sollevando una nuvola di calcinacci bianchi.

Sofia non ricordava di essere caduta. Si trovò sdraiata sul pavimento senza un momento intermedio, con un rivolo  di sangue caldo che le scorreva lungo la tempia destra e il sapore metallico della polvere in fondo alla gola. Il corpo aveva smesso di rispondere agli ordini, evidentemente aveva i suoi problemi e non aveva tempo per le istruzioni del cervello.

Ma la mente era straordinariamente, quasi crudelmente lucida. Devo alzarmi, pensò. Devo andare da lui. Devo dirgli di sì.

Era questo il pensiero che aveva, in mezzo alle sirene e alla polvere che rendeva l’aria irrespirabile: non aveva ancora detto sì. Aveva aspettato il momento giusto e il momento giusto stava succedendo ora, da qualche parte fuori da quelle mura, in un campo che profumava di terra e camomilla, e lei non c’era.

Con un gesto istintivo di quelli che il corpo fa da solo senza chiedere il permesso, aprì la mano che stringeva la scatola vellutata. Estrasse l’anello. Lo mise al dito sinistro, come avrebbe fatto il giorno del matrimonio, come avrebbe fatto se avesse avuto più coraggio e meno prudenza.

Le mani del dottor Santi trovarono le sue nel buio della polvere. Calde, solide, reali come la terra. «Sofia! Sofia…Resta con me!»

La voce del dottore era diversa da come la ricordava. Più alta, più tesa, quella voce che usava quando sapeva che la situazione era seria ma non voleva che il paziente lo sapesse. La voce di chi sta cercando di tenere qualcuno agganciato al mondo con la sola forza delle parole.

«Ci sono» riuscì a dire o forse lo pensò soltanto, non era più del tutto sicura del confine tra le due cose.

Le sirene continuavano. Fuori, altre esplosioni, più lontane adesso, o forse era solo che il suo udito stava decidendo di prendere una pausa. Il dottor Santi le stringeva le mani e parlava ancora, con quella voce precisa e profonda che sapeva di dover arrivare lontano e Sofia lo ascoltava come si ascolta la pioggia quando ci si sta per addormentare.

Pensò a Pietro. Pensò al campo di camomilla in settembre, quando i fiori erano bianchi e il sole li attraversava rendendoli quasi trasparenti e lui aveva detto ti voglio bene, te ne voglio da quando avevamo dodici anni e non ho mai trovato un buon motivo per smettere.

Pensò alla risposta che avrebbe dovuto dargli allora e che invece aveva trattenuto per mesi prigioniera di una prudenza che adesso le sembrava incomprensibile. Come si fa a tenere dentro una cosa del genere? Come si fa ad avere paura di essere felici?

L’anello luccicava sul suo dito immobile tra la polvere.

Il silenzio calò sulla città di San Martino come la neve: piano, inesorabile, coprendo tutto.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Il filo che rimane”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Michela Setzu
Nata e cresciuta a Cagliari, vivo l’infanzia tra il mare d’estate e i banchi di scuola d’inverno, accanto ai miei genitori e mia sorella maggiore. A dodici anni scopro il piacere di tenere in mano la penna: scrivo, disegno e do forma alle sensazioni che attraversano il mio mondo. Crescendo ho messo da parte la scrittura ritenendola un semplice passatempo. Dopo il diploma ho intrapreso il mio percorso familiare, diventando moglie e madre di due bambini. È proprio nella cameretta dei miei figli che la passione ritorna: per accompagnarli nel sonno invento storie che loro chiedono di mettere per iscritto, perché possano riascoltarle e rileggerle. Con il tempo, la scrittura è diventata uno spazio di espressione e riflessione, dando voce a temi, emozioni e pensieri.
Michela Setzu on FacebookMichela Setzu on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors