Aristea ha imparato presto che l’amore non sempre arriva da chi ci ha messi al mondo. Strappata a una madre troppo fragile per proteggerla, trova rifugio a Santa Maddalena, tra le braccia di una famiglia che non le somiglia, ma la accoglie. È lì che cresce accanto a Jovan e Valerio, fratelli non per nascita ma per destino, in un legame che sfugge alle regole e alle definizioni e che negli anni si tende senza mai davvero spezzarsi.
Tra corridoi d’ospedale, ritorni inattesi e ricordi che continuano a riaffiorare, ora Aristea si trova a fare i conti con tutto ciò che ha cercato di lasciare indietro e che invece continua a chiamarla, quei fili invisibili che insegnano che si può restare accanto a qualcuno anche quando non si sa più come fare. E forse è proprio quello spazio incerto tra perdita e presenza il luogo in cui l’amore trova la sua forma più vera.
Capitolo 1
Presente
Aristea ha appena finito il turno di notte. È distrutta: è stata una notte impegnativa, piena di vite interrotte e addii da comunicare. Scende al piano terra e si ferma in caffetteria prima di tornare a casa. È una specie di rituale. Si ferma sullo stesso divano di sempre, sorseggia il suo cappuccino con panna e spolverata di cacao mentre ripercorre tutto ciò che è successo o non è successo la notte prima. Tira le somme con se stessa e in quel tempo a volte si colpevolizza, altre riconosce perfettamente che doveva andare così, che non c’era un’altra alternativa, un’altra strada da poter intraprendere. Delle volte si dice tra sé che ha fatto un buon lavoro dandosi metaforicamente una pacca sulla spalla, altre si contorce le budella per non essere arrivata in tempo. Quando esce dalla caffetteria, non pensa più alla notte precedente. Lascia quei pensieri alle spalle, la sfera lavorativa e, appena varcata l’uscita, inizia la sua vita privata, che è comunque un gran casino. Ne uscirebbe una vellutata senza odore, né sapore, né colore.
Oggi, però, un evento inaspettato piomba su di lei come una nota fuori posto su uno spartito. Da lontano vede una ragazzina che la sta fissando, ferma, dall’altra parte della strada. Indossa una felpa, il cappuccio tirato sul capo e i capelli lunghi biondo cenere lasciati cadere disordinati sul viso. Aristea aspetta che la ragazzina la raggiunga per poi ritornare insieme in caffetteria. Le ordina un cappuccino e un cornetto alla crema.
«Ti piace ancora la crema?»
Annuisce.
Aspetta paziente che consumi famelica la sua colazione, tenendo gli occhi ben fissi su di lei. L’atteggiamento di Aristea la spazientisce. Succede spesso.
«Non vuoi sapere perché sono qui?» Quasi grida, aggrottando la fronte. Conosce bene il modo di fare la finta offesa, atteggiamento tipico degli adolescenti.
«Preferisco che sia tu a dirmelo.» Aristea resta calma, anche perché non ha le forze di controbattere con veemenza.
«C’entra Jovan.»
«C’entra sempre Jovan.»
«Sì, ma questa volta ha esagerato.» Lo dice in modo stizzito.
Aristea la osserva, stavolta più attentamente. È arrabbiata e ha paura, lo percepisce dalla sua voce e dallo sfregamento delle mani sui jeans.
«Cosa ha combinato?» Lo dice un po’ svogliata, lo ammette, perché quando si parla di suo fratello c’è sempre una catastrofe dietro l’angolo che poi tocca a lei ridimensionare.
«Non risponde al cellulare. Mi ha detto che avrebbe chiamato ma non l’ha fatto. Sapevi che è tornato da poco in Italia? Mamma e papà non vogliono saperne, ma io… Lo sapevi?»
Sì, lo sapeva.
«E qual è il mio ruolo in tutto questo?»
«Magari tu… magari tu l’hai sentito.»
«Non so niente di Jovan da tre anni.»
«Non ho chiesto se sai qualcosa ma se l’hai sentito… oppure visto.»
«Sei venuta a fare insinuazioni, Lia?»
«No, sei tu quella sulla difensiva. Poi è facile avere certi pensieri.»
«Nostro fratello tiene all’oscuro me quanto il resto della famiglia.»
«Certo, e io dovrei crederci dopo il casino che avete combinato.»
«Tu sei ancora troppo piccola per capire.»
«Io ho capito quello che bisognava capire. Cioè che avete infranto il cuore di mamma e papà. Voi due… tu e Jovan siete sempre stati…»
«Cosa?» Aristea non le lascia il tempo di finire la frase perché la blocca subito con un tono freddo e brusco, rivolgendole occhiate di rimprovero prima ancora che ce ne sia bisogno. Lia abbassa lo sguardo, più attenta a cosa e come dirlo. A volte Aristea teme di incutere timore.
«Due calamite» grugnisce tra i denti.
Per la prima volta da quando le due sorelle si sono confrontate, Aristea guarda altrove, verso il cameriere. Chiede il conto con un gesto della mano.
«Jovan si farà sentire quando ne avrà voglia. Non stare troppo in pena per lui perché il pensiero non è ricambiato, per nessuno di noi. Avremmo dovuto imparare la lezione molti anni fa.»
«Ti riferisci a quando c’era Valerio?»
Una fitta allo stomaco la pervade. Lia lo sa, ma Aristea preferisce far finta di niente. Paga facendo segno alla sorella di alzarsi.
«Ti accompagno a casa.»
«No, aspetta! Ti prego, Aris, chiama mamma. Tu sei capace di tranquillizzarla.»
«Sono l’ultima persona che vuole sentire, credimi, Lia.»
«Fallo per me.»
Il tono supplichevole della sorella minore la fa quasi vacillare.
«Ci penserò. Tu intanto cerca di vivere la tua vita da adolescente. Non avrai un’altra occasione.»
Arrivata a casa, Aristea chiude la porta con un rumore sordo. Abita sola, in una villetta di ottanta metri quadrati e un piccolo portico dove da maggio a ottobre decora, con fiori e oggetti a tema, un tavolo con delle sedie e dei divanetti. L’altalena sospesa invece resta lì, inchiodata alle travi di legno. È una casa piccola di poche pretese: un cucinino adiacente a un salotto che comprende un tavolo, un divano e una TV alla parete, un bagno, una camera da letto, un’altra camera dove ha disposto un minuscolo armadio e un letto singolo, un ripostiglio. Prova a chiudere gli occhi, le chiedono una tregua, ma la mente non vuole saperne di spegnersi. Senza che ne abbia davvero voglia poggia lo sguardo sulla mensola in alto, sopra la TV; c’è una foto di lei e dei suoi due fratelli. Ride a crepapelle, Valerio le rivolge quel suo candido sorriso disarmante, Jovan invece ne abbozza appena uno. Ricorda quel giorno come uno dei più felici della sua vita. Erano al Luna Park, Lia sarebbe nata di lì a poco, i loro genitori sprizzavano di gioia. Tutto sembrava perfetto. Se avesse saputo che anni dopo le vite di ognuno di loro si sarebbero sgretolate pezzo per pezzo, si sarebbe guardata bene dall’essere felice.
Tre settimane prima dell’incontro con Lia
Mentre percorre in silenzio il vialetto di casa, Aristea nota una figura appoggiata al cancello d’ingresso. Sono le venti e trenta di sera, la penombra non le permette di distinguere la massa nera accasciata a terra. Prende lo spray al peperoncino dalla borsa avvicinandosi con cautela. Cammina a fatica e non sa se sia per la paura o per il manto di foglie ammassato in strada. Lancia uno sguardo rapido alle altre case per vedere se c’è qualche luce accesa. Almeno se grida “Aiuto”, qualcuno potrà sentirla. Le prende un colpo al cuore quando vede suo fratello Jovan dormire beatamente sull’asfalto senza preoccuparsi né del freddo, né dei passanti che potrebbero scambiarlo per un barbone. Quel colpo al cuore si trasforma quasi subito in rabbia e costernazione. Gli tira un calcio al fianco sinistro, anche se non è sicura di aver raggiunto la pelle con tutta quell’imbottitura. Però lui apre gli occhi senza muovere un muscolo.
«Era ora che tornassi a casa.»
«Ho un lavoro e una vita.»
«Tu non hai una vita.»
«Vedo che ne sei dispiaciuto.»
«Quasi quanto te nel vedermi. Mi fai entrare o no?»
Lo guarda con rimprovero prima di invitarlo a entrare. Una volta dentro Jovan si comporta come se fosse a casa sua. Lancia letteralmente il borsone nella camera degli ospiti, apre l’armadio a muro per prendere un accappatoio e si infila nel bagno per un’infinità di tempo. Si è sempre preso tutte le libertà del mondo con Aristea e lei, in un modo o nell’altro, gliel’ha sempre concesso. Non è in grado di fare altrimenti. Il borsone puzza di spazzatura e vestiti lerci. Chissà da quanti giorni non fa una doccia. Intanto Aristea ordina due pizze e un paio di birre; è una pessima cuoca e la pizzeria a pochi passi da casa è la sua migliore amica. Uscito dalla doccia può finalmente lavarsi anche lei e togliersi di dosso l’odore di disinfettante e, in generale, dell’ospedale. Poi iniziano a mangiare, uno di fronte all’altro in accappatoio. Per un po’ nessuno dei due apre bocca. Jovan non è mai stato un tipo di tante parole e lei ha imparato a non chiedere, tanto lui non dirà comunque niente a meno che non voglia farlo. Quindi se ne sta zitta tenendo per sé tutto ciò che vorrebbe sapere; per esempio perché le sembra uno scappato di casa e per quale motivo non ha avvisato del suo arrivo. Sembra leggerle nel pensiero.
Giuseppe Riccio (proprietario verificato)
Una carezza al cuore, una ferita che consola
Questo libro è un abbraccio struggente. Racconta l’amore che non ha nome, che non ha regole, ma che resta — anche quando tutto crolla. Aristea, Jovan e Valerio mi hanno accompagnata in un viaggio fatto di silenzi, assenze, legami che si scelgono e che, proprio per questo, valgono ancora di più.
Le parole dell’autrice arrivano dritte all’anima, perché nascono da un dolore vero, trasformato in poesia. Ogni pagina è intrisa di nostalgia, tenerezza e forza. È impossibile non riconoscersi, almeno un po’, in questi personaggi e nelle loro fragilità.
Un romanzo che lascia il segno, che consola chi ha amato e perso, chi ha trovato famiglia dove non pensava, chi porta dentro battiti che non si dimenticano. Un piccolo gioiello.