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Il fiore dell'Apocalisse

Il fiore dell'Apocalisse

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Dicembre 2022

La forza prorompente del passato sconvolge la vita del nostro presente.
Quella che doveva essere una semplice ricerca di una dottoranda dell’università di Oxford, si trasforma in un viaggio in giro per l’Europa, per scoprire un segreto celato da millenni di occultamenti e false verità.
Allison andrà alla ricerca del fiore dell’Apocalisse, scoprendo che l’etimologia delle parole risulta la chiave per trovare gli indizi necessari per arrivare alla soluzione del dilemma.
Durante il suo viaggio incontrerà Marek, che l’aiuterà a capire il mistero. I due dovranno stare attenti a chi è sulle loro tracce, perché il mistero li seguirà ovunque.
Dubbi, scoperte e avventure accompagneranno Allison in questo viaggio tra realtà, storia e mito; mentre la formazione, l’intelligenza e l’intuito, saranno le armi su cui dovrà contare, ma solo con l’amore svelerà un segreto lungo fin dalla notte dei tempi.

Perché ho scritto questo libro?

Il Fiore dell’Apocalisse è nato dalla curiosità e la voglia di conoscere. Mi è sempre piaciuto fare ricerche storiche e geografiche per capire come determinati avvenimenti sono avvenuti e hanno influenzato la vita delle persone coinvolte.
L’amore per i simboli nasce fin dai tempi dell’università ed è stato coltivato nel tempo, così come l’etimologia delle parole.
Nel Fiore dell’Apocalisse ho solo cercato di unire le mie passioni, raccontando una storia che possa mostrare una parte di me.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO

GENESI cap XI, 1-7: 

Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole.
Emigrando dall’Oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. Si dissero l’un l’altro: “Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco”. Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. Poi dissero: “Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un NOME, per non disperderci su tutta la terra”.

Il mondo come lo conosciamo noi oggi sarebbe stato molto diverso se la pergamena fossa stata messa al suo posto.

Nel XII secolo A.C. iniziano i lavori della Torre di Babele dedicata al Dio Marduk, il Dio tutelare della famiglia. Lo Ziqqurat, come veniva chiamato dalla tradizione mesopotamica, raggiunse il suo completamento e il suo massimo splendore sotto la guida del Re babilonese Nabucodonosor I. Alta 5433 cubi, due spanne e 15 me’eraf (circa 130 m) era composta da sette terrazzi sovrapposti, ognuno più piccolo di quello sottostante. Ciascuno di questi terrazzi era rivestito con mattoni di colori differenti. Il piano inclinato per raggiungere la cima, si trovava a nord-est ed è su questo lato che si trovano le principali stanze del tempio, di cui lo ziqqurat era la torre.

Lo scopo della Torre era il ricongiungimento degli uomini con il loro Dio.

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Elevarsi fino a Lui per poter sedere accanto a Lui.

Durante la sua costruzione i più grandi imperatori del mondo conosciuto a quel tempo, si unirono nella città di Babilonia, con la decisione e la volontà di portare avanti il progetto.

Furono creati, così, i tre rotoli della conoscenza che rappresentavano il NOME dei popoli, cioè il verbo e il credo. Tre pergamene scritte con le lettere dell’alfabeto ebraico, unica lingua conosciuta a quel tempo, attraverso cui il mondo sarebbe stato rivolto ad un futuro unico e coeso, che avrebbero elevato tutti alla presenza di Dio e alla conoscenza di Dio stesso.

I rotoli erano definiti e articolati in base alle 3 esigenze primarie dell’uomo: Linguaggio, Amore e Lavoro. Ma il vero contenuto di essi era oscuro. Si vociferava che ognuno elencasse specificatamente i comportamenti sacri e gli atteggiamenti che l’uomo avrebbe dovuto assumere per ottenere l’onore di sedere accanto a Dio e che in esse era custodito il potere divino.

Le pergamene vennero gelosamente custodite all’interno della Torre, nelle più segrete stanze. Solo ad alcuni era concesso l’accesso e la visione. Il loro verbo era sacro, segreto e troppo potente per essere dominio di tutti. Colui che le possedeva avrebbe ottenuto una fonte di conoscenza tale da poter governare ogni popolo.

Così facendo, però, gli uomini scatenarono l’ira del loro creatore, che considerò la Torre come un atto di superbia: il tentativo di alzarsi al cielo per essere come Lui, o, addirittura, per dimostrare di essere superiori a Lui. I tre rotoli della conoscenza non erano altro che il sigillo e l’accordo scritto, ciò che provava il tradimento e la determinazione all’elevarsi ad essere superiore.

La rabbia di Dio si scatenò furente nei confronti dei popoli. Li disperse e Li costrinse a vagare in giro per il mondo, a non capirsi più l’un l’altro perché obbligati a parlare lingue diverse e la Torre, che era considerata come lo splendore del mondo conosciuto, venne condannata alla distruzione. Dio incaricò Serse I, Re di Persia, appartenente alla dinastia di Achemenide e figlio di Dario I, per compiere l’opera e distruggere le pergamene della conoscenza. E fu così che a Babilonia, la città che Nabucodonosor aveva reso imprendibile, dalle cento porte di bronzo, dalle imponenti mura fortificate da centinaia di torrioni; la città degli splendidi palazzi reali e, della famosa E-temen-anki o Torre di Babele un giorno dell’anno 480-79 a.C. si arrese ai colpi del Re di Persia, il quale sfogò il suo odio contro di essa sterminando i cittadini e distruggendo la città più famosa e ricca di bellezze del suo tempo. Tutto fu possibile per un iniquo stratagemma che Zopiro, principe persiano agli ordini di Serse, mise in atto fingendosi disertore e consegnandosi ai babilonesi. Trascorsi sessanta giorni ed avendone conquistata la fiducia guidando più volte i babilonesi contro Serse e portandoli alla vittoria, all’attacco in forze dei suoi connazionali, egli aprì due porte e fece entrare i persiani in Babilonia che naturalmente ebbero partita vinta. Fu il colpo fatale per il regno di Babilonia e dei suoi grandiosi monumenti dal quale non risorse mai più. Koldewey localizzò la Torre di Babele nel luogo oggi chiamato es-Sachm; della grande E-temen-anki non rimaneva che un cumulo di rovine in quanto, alla sua distruzione iniziata da Serse, contribuirono anche gli abitanti della zona che la utilizzavano come cava asportando mattoni per la costruzione delle loro abitazioni, e pure le secolari infiltrazioni dell’Eufrate, che penetrando attraverso il terreno resero il simbolo della potenza e dell’orgoglio ormai simile soltanto ad una enorme fossa.

Durante l’attacco e la distruzione condotto alla Torre, Serse trovò le tre pergamene all’interno del salone principale dei sotterranei. All’ingresso della stanza, due statue di leoni d’oro facevano da guardia. Il salone, di forma circolare, era immenso, decorato da splendidi affreschi raffiguranti le più importanti battaglie babilonesi e da bassorilievi che documentavano lo splendore dei progressi, delle conquiste e la remissività dei popoli stranieri. Sulle pareti, torce infuocate davano quella luce fioca e tenue che elargivano saccenza e misticismo al posto. I capitelli del colonnato centrale erano anch’essi d’oro massiccio e custodivano al loro interno le pergamene, poggiate su un drappo di stoffa color porpora sostenuto da un leggio in legno di ciliegio.

Serse sapeva che le pergamene nascondessero qualcosa, ma non era a conoscenza di tutto il loro contenuto e del loro effettivo valore, per questo decise di tenerle con se e di distruggerle in seguito.

Accadde, però, qualcosa che Dio non poteva prevedere. Serse, incuriosito dal significato delle pergamene e avido di ottenere il potere in esse nascosto e tanto famigerato, decise di aprirle e studiarle. Non sapeva però che i papiri erano stati chiusi col sacro sigillo di Dio e potevano essere aperte solo all’interno della Torre, nella stanza delle scritture. 

Nel 478 A.C, durante la rovinosa battaglia mossa contro la Grecia, all’esercito di Serse venne inflitta una durissima sconfitta da parte dell’esercito spartano di Pausania, nella battaglia di Platea. Fu lì che Serse I Re di Persia perse le pergamene. Pausania se ne impossessò e fu costretto da Dio con l’inganno a distruggerle.

Ma la volontà degli uomini è facilmente corruttibile. Pausania ne distrusse due: la pergamena del Lavoro e la pergamena dell’Amore, considerate da lui stesso come gli elementi meno nobili della vita umana, e conservò la pergamena del Linguaggio, consapevole del fatto che: ogni orecchio raggiunto dalle giuste parole, nella giusta misura e nel giusto modo è facilmente guidabile, gestibile e comandabile.

Accusato di atteggiamenti tirannici, di aver assunto comportamenti simili a quelli dei re orientali e di alleanze con i persiani, Pausania perse il comando dell’esercito spartano e con esso tutti i suoi averi, pergamena compresa.

Così il rotolo del potere, per secoli, restò di generazione in generazione in possesso degli spartani e di coloro che li assediarono e li conquistarono: persiani, fenici, macedoni, greci, si successero nel tempo, nelle terre e governarono i loro averi senza che nessuno ne conoscesse il reale valore.

Nessuno sapeva quale fosse il significato della pergamena e il suo contenuto, poiché nessuno riuscì mai ad aprirla.

Solo uno non smise mai di cercarla: Dio.

La paura che gli uomini potessero affrontarlo di nuovo, costruendo un’altra torre e sfruttando il potere del rotolo per soggiogare i popoli del mondo contro di Lui, era un rischio da non correre. Per questo, dopo secoli e secoli di storia e di vicende, nel 1095 D.C. si presentò l’occasione per un’effettiva e definitiva ricerca della pergamena. 

Quando Alessio Commeno, imperatore bizantino, inviò una richiesta di aiuto al Conte di Fiandra, il Papa Urbano II, sotto il volere di Dio, raggirò a proprio favore la circostanza facendo riferimento esplicito all’aiuto da portare ai cristiani d’oriente. Fu l’inizio della prima Crociata. E così dopo decenni di sanguinose guerre e di numerose ricerche dei cristiani per trovare la pergamena, fu Federico II, re delle due Sicilie, durante la sesta crociata, ad ottenere la pergamena in dono dal sultano ayyubide, il curdo al-Malik al-Kamil, era il 1228.

Questa crociata però, avvenuta in ritardo e combattuta in modo squisitamente diplomatico, pose in cattiva luce Federico II, il quale venne scomunicato da Papa Gregorio IX e definito come l’Anticristo.

Fu così che Federico, nonostante avesse liberato molte terre dai musulmani conquistando molti tesori, si vide abbattere contro la chiesa.

Indignato da ciò, egli sperperò tutte le ricchezze accumulate durante la campagna. Ori, stoffe, cavalli, oli, pietre preziose vennero divise nei sui domini. La pergamena, insieme a delle antiche pietre sulle quali erano incise figure e antiche scritture mesopotamiche, fu spedita nell’angolo più remoto del regno di Federico, in Calabria, ai piedi della Sila piccola, nella periferia del territorio di Catanzaro, in una valle a circa settecento metri di altezza sul livello del mare, dove il letto del fiume Corace e il gorgoglio delle sue acque erano l’unico elemento di disturbo. In questa vallata era posata imponente l’Abbazia di Santa Maria di Corazzo. In quanto manoscritto e contenitore di sapere, la pergamena doveva essere studiata, analizzata e l’Abbazia, all’epoca, possedeva una delle biblioteche più autorevoli, ricche e importanti del mondo cristiano a sud di Roma.

Fu lì, che la pergamena giunse nelle mani di colui che le rese il dovuto valore. Fu Gioacchino da Fiore, Abate cistercense dell’Abazia, che vi si dedicò con il meritevole rispetto ad essa proferito. 

A quel tempo, durante l’elaborazione dei suoi mistici pensieri, basati su una profonda meditazione delle Sacre Scritture, egli era impegnato in quella che fu la sua più grande intuizione: la suddivisione dei periodi storici in tre grandi Età: l’Età del Padre, corrispondente alla narrazione dell’Antico Testamento, estesa nel tempo che và da Adamo ad Ozia; l’Età del Figlio, rappresentata dal Vangelo e compresa dall’avvento di Gesù, estesa nel tempo che va da Ozia fino al 1260; Età dello Spirito Santo, dal 1260 fino alla fine del millennio sabatico, ovvero quel periodo in cui l’uomo, attraverso una vita vissuta in clima di purezza e libertà, avrebbe  goduto della grazia eterna.

Chiuso nel suo studio, una sera di novembre del 1228, Gioacchino era alle prese con delle ricerche sull’Antico Testamento.

La stanza era fredda, un piccolo focolare a sinistra della scrivania e un braciere di modeste dimensioni accanto ai piedi non bastavano ad affievolire la morsa del freddo della vallata. Come tutte le sere, Gioacchino pregava prima di toccare le Sacre Scritture dedicando dieci Pater Noster e dieci Ave Maria alla lettura, con lo sguardo rivolto alla piccola finestra di forma circolare, dove si scorgeva la luna che faceva capolino dietro ai monti del vicino paese di Bianchi. La candela era a metà, la cera cadeva su alcuni fogli e la luce che emanava creava delle strane figure demoniache sulle pareti spoglie, dove solo ad un crocifisso ed una icona della Santa Vergine era consentito stare. Gioacchino era seduto su un’umile sedia di legno e sulla scrivania, dove vi erano sparsi fogli ovunque in apparente confusione, la Bibbia regnava incontrastata.

Immerso nelle sue letture e nelle sue congetture, Gioacchino scorse un qualcosa che lo lasciò per un attimo senza fiato. 

Su una delle pietre Kudurru, che gli erano state consegnate da Federico e che egli stava usando come ferma carte sulla scrivania, era rappresentato uno stemma, un simbolo, che aveva già visto da qualche parte.

Presa la pietra in mano, era fredda, le incisioni lasciate su di essa raschiavano la pelle, guardò quel simbolo più e più volte cercando di rammentare dove l’avesse già visto.

Di colpo, il lampo.

Corse nella biblioteca, trovò facilmente il rotolo su una delle mensole degli scaffali dei nuovi arrivi, non era ancora stato catalogato. Lo prese in mano, lo osservò attentamente e si mise alla disperata ricerca del libro: Erodoto dove sei finito? pensava. Il libro che cercava, intitolato Storie, era il primo di nove grossi volumi, dalla copertina di cuoio, rappresentanti l’unica opera del “padre della storia”. Trovò l’opera negli scaffali impolverati di storia antica. Lo aprì, cercava la distruzione di Babilonia da parte di Serse I: << Dopo diciannove mesi di assedio, la città dello splendore cadde sotto la mano di Serse I … Egli trovò, per volere del Creatore, i tre papiri del potere nei sotterranei dello ziqqurat, su cui era posto il sigillo divino…>>

Un brivido gelido gli corse lungo la schiena: “Siamo caduti nella nebbia dell’errore. Stiamo trascorrendo una falsa vita. Ciò che è leggenda, è stato solo celato da secoli di travisate credenze. Ma adesso è riemerso dall’abisso dell’oblio”: l’antico stemma del Creatore era il sigillo.

Sapeva dell’esistenza di una prova della rivolta degli uomini a Dio, ma non aveva mai trovato nulla. “L’intima essenza della pergamena è stata svelata, il potere del rotolo è di nuovo vivo. Il racconto della Torre di Babele nella Bibbia non poteva essere solo fantasia”.

La notte sembrava non avere mai fine. Pensieri e congetture gli si aggrovigliavano nella testa, cercando di trovare una soluzione alla scoperta di una nuova era.

Passò tutto il tempo seduto sul letto, dove le dure tavole stagionate di legno non facilitavano certo il sonno. Non riusciva a staccare gli occhi da quel mistico oggetto: “Se la chiesa sapesse. Se il mondo sapesse. Cosa succederebbe? Come si comporterebbe l’uomo di fronte ad una simile scoperta? Tutto verrebbe messo a tacere dal Papa, dalla Chiesa e magari da Dio stesso.”

Dopo ore di dubbi, perplessità e domande, il suo amore per la conoscenza prevalse. Gli vennero in mente vari episodi della sua vita: il suo viaggio in Terra Santa, le crociate. Ma forte venne a galla il ricordo della sua nomina di sacerdote, di come fu costretto a dare i voti per poter avere libero accesso alle sacre scritture e poterne effettuare una sua interpretazione. “Nelle mani sbagliate andrebbe distrutto. Deve essere conservato, protetto e un giorno l’Anticristo, nella sua venuta nell’età dello Spirito Santo, quando la cristianità sarà messa in discussione, lo troverà e lo riporterà alla luce”.

Il manoscritto venne conservato e nascosto all’interno della biblioteca dell’Abbazia di Corazzo, in una cripta, nessuno poteva vederlo o toccarlo.

Si vociferava che l’Abbazia avesse una rete di cunicoli sotterranei attraverso cui i monaci si spostavano anche nei territori vicini e operavano scambi. Nessuno sapeva esattamente come fossero dislocati, erano avvolti nel mistero, ma della loro esistenza erano tutti certi. 

Tracce! Devo lasciare delle tracce della sua esistenza. La pergamena del potere deve tornare al suo posto. L’occhio acuto e la mente sveglia del sapiente arriverà ad essa e la condurrà nella sua dimora”.

Quando egli si trasferì, nella vicina San Giovanni in Fiore in provincia di Cosenza, abbandonando la pergamena al suo destino per formare l’ordine dei Florensi, iniziò il declino di Santa Maria di Corazzo, che nei decenni a venire fu saccheggiata e bruciata in più occasioni. I monaci la abbandonarono e i suoi averi furono distribuiti nelle chiese e nelle cattedrali delle diocesi vicine. Venne presa di mira dai briganti, che la razziarono dei suoi averi più preziosi e la usarono come rifugio.

Fu in una di quelle scorribande, che la pergamena finì nelle mani di un insolito padrone che inconsapevolmente la salvò.

2022-05-13

Aggiornamento

Buongiorno amici lettori, volevo ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla pubblicazione del mio libro. Il primo obiettivo è stato raggiunto e sono davvero felicissimo. Grazie davvero di cuore. Alessio

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Alessio De Fazio
Alessio De Fazio è nato nel 1982 a Bianchi, provincia di Cosenza. Durante il corso della sua vita ha viaggiato molto, a cominciare dagli studi all’Università di Bologna, dove ha frequentato la Scuola di Semiotica di Umberto Eco, avendo il maestro come docente.
Subito dopo la Laurea e la specializzazione si è trasferito in Canada, dove ha vissuto per sei anni e ha lavorato come HR Manager, ma ha continuato sia gli studi, frequentando un Master per Amministrazione e Gestione, sia la scrittura, dove ha collaborato con riviste e iniziato la stesura del Fiore dell’Apocalisse.
Al suo ritorno in Italia, ha trovato lavoro in una grande società del mondo Technology, a Milano dove vive ormai da 10 anni.
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