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Il giardiniere

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Dopo il suicidio del padre, Simone tenta di reinventarsi un’esistenza semplice, distante dai cantieri e dalle sopraffazioni che hanno segnato la storia della sua famiglia. Diviso tra l’ostilità che prova per Gilberto Vincenzoni, influente imprenditore del luogo, e il rapporto quotidiano con la madre, attraversa le difficoltà dell’età adulta facendo i conti con il lavoro, le amicizie e quei brevi attimi di serenità che rendono sopportabile il peso del passato.

Nel frattempo, dietro questa apparente normalità prende forma un disegno lucido e silenzioso: Simone prepara la propria resa dei conti senza ricorrere a gesti eclatanti o alla violenza. Il suo obiettivo è riportare alla luce ciò che è stato nascosto, ristabilire un senso di giustizia intima e trovare un equilibrio che dia finalmente significato agli anni di torti subiti.

Luigi

15 agosto 2020

Il motore del SUV era ormai acceso da una decina di minuti. Il viso dell’uomo al volante era imperturbabile. La decisione era stata presa: bisognava solo eseguire.

Le ultime ore della sua vita si stavano rivelando le più serene, almeno degli ultimi due anni. Aveva cenato a casa con la moglie, evitando di parlare della loro situazione economica. In fin dei conti, non c’era più niente da fare. La mancata vendita delle villette costruite l’anno precedente aveva messo il punto a qualsiasi tentativo di fermare il procedimento legale che le banche avevano avviato qualche mese prima. Avrebbero perso tutto. Gli immobili invenduti erano stati requisiti e sarebbero stati presto messi all’asta, le due auto e i due camioncini con cui lavorava sarebbero stati a giorni sequestrati e la casa dove stavano cenando, una modesta villetta a tre piani costruita nell’arco di dieci anni, sarebbe finita in possesso di qualche sciacallo pronto a comprare per la metà della metà del valore quell’edificio, costruito con tanta pazienza nel corso del tempo.

Non tutto era perduto, d’altra parte. Luigi non era stato un imprenditore prudente, ma aveva imparato una piccola lezione: se devi fallire, fallisci con dei risparmi. Ne aveva visti altri, più grandi di lui, andare in bancarotta. Falliva la società, non loro. Così anche lui aveva messo da parte qualcosa, ma tra qualche migliaio di euro in nero e i soldi in banca del conto intestato alla moglie, non si arrivava a ventimila euro.

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Non sarebbe mai più tornato a fare impresa, nessuna banca gli avrebbe fatto credito, e con quel poco denaro avrebbero tirato avanti qualche mese. Si sarebbero dovuti arrangiare con qualsiasi tipo di lavoro: dalle pulizie in fabbrica fino alla ristorazione, nella stagione estiva. L’umiliazione sarebbe stata insopportabile.

Non erano mai stati ricchi, ma da quando aveva vent’anni non aveva dovuto mendicare per lavorare e non era mai più stato un dipendente. La moglie lo aveva aiutato nella parte burocratica e la sua impresa edile – nel bene e nel male, resistendo anche alla crisi del 2011 – era riuscita a sopravvivere, mantenendosi piccola, senza partecipare a grandi appalti, ma lavorando per privati. Le villette erano state sicuramente un azzardo, ma anche un ultimo tentativo per evitare il disastro.

Perché aveva coinvolto suo figlio? Questo era adesso il suo rimorso più grande. Compiuti diciotto anni, Simone – così lo avevano chiamato (come il vero nome di san Pietro, questa era la spiegazione della moglie, molto cattolica) – sarebbe potuto andare all’università o a lavorare all’estero: qualche risparmio c’era, ma non lo avevano incoraggiato ad andarsene, anzi. Perché fare fatica fuori quando c’era l’azienda del padre? Del resto, il figlio non sembrava impegnarsi in niente: era il classico ragazzo di cui gli insegnanti dicevano “È intelligente, ma non si applica” (una bugia a cui credono solo i genitori) e quindi non rimaneva che l’azienda del padre. Inoltre, anche a Luigi – come a molti piccoli imprenditori – era venuta la “sindrome di Silvio Berlusconi”. Portava spesso il figlio in giro in macchina con lui a quell’epoca, mostrandogli tutti i condomini che aveva edificato e venduto nel paese dove abitavano e in quelli vicini.

Si vantava di non aver mai dovuto compromettersi troppo per lavorare, ma in verità non era stato in grado di trovare in trent’anni nessuna sponda politica. Di fondo era una persona onesta, non programmaticamente, ma nella pratica. Corrompere un funzionario pubblico o farsi amico qualche politico di provincia non era da escludere per principio, ma di fatto lo faceva nella sua condotta di vita. Non ne era capace. Allo stesso tempo, non era in grado neanche di sfruttare i pochi o tanti operai (a seconda dei periodi) alle sue dipendenze, sempre non per principio ma per timore di controlli (nonostante fossero inesistenti anche per imprenditori molto più grandi). Dopotutto si era sempre difeso così, e in alcuni anni aveva anche prosperato. L’appartamento che consegnava era di buona fattura e il cliente soddisfatto. Gli bastava questo.

Adesso si trovava seduto sul sedile della sua auto nel piccolo capannone che aveva preso in affitto nella zona industriale. Guardava nello specchietto uno scorcio del suo viso e si sentiva vecchio. Non che lo fosse, aveva da poco compiuto sessant’anni, ma gli occhi che vedeva riflessi erano rassegnati e il peso degli anni si era raddoppiato negli ultimi tempi. Le rughe erano diventate più pronunciate sulla sua fronte e la stempiatura iniziata vent’anni prima era diventata calvizie. Non aveva più voglia di combattere e tra il dolore che avrebbe inevitabilmente lasciato in eredità alla sua famiglia e l’umiliazione di retrocedere nella scala sociale, sceglieva il primo, senza alcuna esitazione: anche nella morte, si sarebbe rivelato come un essere egoista.

Era arrivato il momento: il tubo di plastica che l’avrebbe addormentato con il monossido di carbonio, portandolo via senza particolari traumi, sporgeva alla sua sinistra dal finestrino abbassato quel tanto perché passasse. Spinse il piede sull’acceleratore. Dopo qualche minuto, tutto era finito: Luigi non era più.

2025-10-09

Aggiornamento

Qualche giorno fa siamo arrivatti alle 200 copie pre-ordinate. Ringrazio tutti coloro che hanno creduto in questo progetto, acquistando il libro prima ancora che fosse pubblicato, sperando che la vostra fiducia possa essere ben ricambiata.

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Valerio Pagano
Originario di San Salvo, in Abruzzo, ha studiato Filosofia a Roma e Bologna. Appassionato di cinema, ha frequentato una scuola di audiovisivo cimentandosi nella regia e nella scrittura. “Il giardiniere” è il suo primo romanzo, che ha ottenuto una menzione al Giallo Festival di Bologna 2025 nella sezione “Miglior ambientazione”. Attualmente vive a Roma, dove insegna storia e filosofia nei licei.
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