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Il Gioco dei Destini sospesi

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Consegna prevista Luglio 2027
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Giorgia e Giordano si amano senza sapere cos’è l’amore. Lei è incinta, lui non lo sa: lo scopre nel peggiore dei modi, quando la stravagante zia Maggie, durante il matrimonio della sorella di lei, legge i Tarocchi in rima davanti agli invitati e annuncia – candidamente – la gravidanza. Il silenzio che segue è più assordante di un urlo. Il rientro a casa si trasforma in una concitata corsa in macchina e in uno schianto contro un guardrail. I due entrano insieme in un’esperienza al confine con la morte dove zia Maggie nelle vesti del Folle dei Tarocchi li guiderà nel Gioco, un percorso iniziatico attraverso ventidue Porte, i ventidue Arcani Maggiori. Ogni Porta ha il volto di qualcuno che hanno amato, perso o temuto. Ogni incontro chiede loro di scendere più in fondo di quanto abbiano mai osato. Per tornare, dovranno smettere di scappare e di mentire – l’uno all’altro, e a se stessi.

Perché ho scritto questo libro?

Questa storia nasce da un’opera teatrale che ho scritto e diretto nel 2014 e che il pubblico continua a chiedere a ogni stagione. Da tempo sentivo il desiderio di dare una forma narrativa a questa storia un po’ spronata dagli spettatori desiderosi di poter meditare su alcuni passaggi particolarmente intensi del testo, un po’ perché, paradossalmente, volevo ‘conoscere’ i miei personaggi più a fondo, cosa possibile solo attraverso il flusso della scrittura.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il matrimonio

Giorgia

Il locale era pieno di voci e di calore che non riuscivo a sopportare.

Risotto allo zafferano, fiori d’arancio, profumo di cera delle candele. Tutto mi stringeva la gola.

Aspettavamo gli sposi. Mia sorella. Non una qualunque: mia sorella e il suo fidanzato che hanno deciso di fare il grande passo dopo millenni di convivenza. Che banalità. La porta si aprì e il DJ abbassò la musica. Un valzer romantico, un po’ nostalgico.

Entrarono, raggianti, felici, con addosso quella luce stupida di chi si illude per un secondo che una promessa recitata davanti al mondo riempia l’abisso del futuro.

Come aveva predisposto il cerimoniere, nonché nostro medico di famiglia da sempre e migliore amico di mia madre, le donne si mossero a sinistra, gli uomini a destra. Rose rosse per lei, rose bianche per lui. Tutti in piedi, tutti a sorridere. Io rimasi seduta sul divanetto di velluto consumato, accanto a Giordano. Vicini di spalla, anni luce di distanza dal cuore.

Lui era rigido. Impacciato. Ogni trenta secondi si aggiustava la cravatta come se lo stesse strangolando.

Poi una voce squillante squarciò il brusio: “Zia Maggie! Zia Maggie, ma sei proprio tu!”

Teodolinda Siniscalchi si buttò al collo di zia Maggie, di mia zia, attirando l’attenzione di tutti.

“Ti ricordi di me? Quaranta chili e quarant’anni di meno… quarta liceo, Collegio delle Orsoline e nottate a evocare spiriti e a leggere i Tarocchi.”

“Oh perbacco! Teodolinda! Cosa ci fai qui?”

“Io? Sono la seconda moglie del cugino Gigi, figlio dello zio del papà dello sposo…”

Ricordando la sua adolescenza trascorsa in collegio, la Zia ci aveva raccontato di quella invadente di Teodolinda convinta che il mondo fosse il suo palcoscenico. Simpaticissima, diceva. In quel momento mi è sembrata solo una vecchia carampana megalomane e anche un po’ squilibrata.

“Li leggi ancora i Tarocchi?”, chiese Teodolinda eccitata.

Sì, Zia Maggie leggeva ancora le carte, eccome. Quasi tutti in famiglia la trovavano divertente, addirittura geniale, tranne me.

Continua a leggere

Continua a leggere

Con tutto l’affetto che provavo per la sorella — zitella — di mio padre, per quella donna folle e saggia e libera e glamour e adorabile e detestabile che ha tinto la nostra infanzia di mistero e stronzate pur di vederci sorridere, io quella sua lettura-spettacolo in rima dei Tarocchi non l’ho mai sopportata. Anzi, per dirla tutta, mi ha sempre imbarazzata.

“Dimmi che li leggerai anche oggi, anche qui… ti prego, Maggie, in nome dei vecchi bei tempi.”

Zia Maggie rise di falso pudore.

“Cara, non era affatto previsto che io leggessi i Tarocchi. Nipoti miei cari, non so cosa dire, non so che fare…”

“Perché no?” intervenne mia sorella, abbracciando zia Maggie. “Sei talmente brava e divertente!”

Un brivido mi attraversò. Una parte di me, non so quale, capì che eravamo spacciati.

Zia Maggie sospirò tirando fuori dalla borsetta il suo consunto mazzo di Tarocchi. “D’accordo… ma solo qualche girata! E vi avverto: se esce il Folle si sospende di filata… chiaro?”

Che odio quelle rime!

Tutti annuirono, divertiti, elettrizzati.

Fu allora che vidi mio padre nonché padre della sposa. Si era messo davanti a me e a Giordano, con il bicchiere in mano, il petto in fuori. Si piazzò lì, a tre metri da noi. Dritto. Imponente. Non diceva nulla. E quel suo silenzio mi scavava dentro più di qualsiasi giudizio. Era un silenzio vecchio. Di quelli che impari a riconoscere da bambina.

Ma aveva ragione: dopo due anni che uscivo con Giordano, non glielo avevo ancora presentato. E non lo avevo fatto neppure quella mattina, neppure in quell’occasione familiare dove sentivo di aver fatto il passo più lungo non della mia gamba ma della mia vita ad accettare che Giordano fosse invitato. Con me.

Zia Maggie chiese silenzio. “Devo essere ispirata, altrimenti la rima rischia di non esser baciata…”

Poi mi puntò il dito. A me e a Giordano. Gli unici seduti. Gli unici che non ridevano.

“Guarda, guarda… in famiglia c’è un nuovo arrivato…” Mi accarezzò la guancia. Le sue dita sapevano di cipria vecchia. “Immagino che della nostra Giò tu sia il fidanzato… il famoso avvocato!”

La risposta in rima mi uscì come uno schizzo d’acqua ghiacciata:

“Di cui chissà quanto si è spettegolato.”

“Suvvia, nipotina, non te la pigliare per due o tre chiacchiere nella cerchia familiare…”

Odiose rime, odiose risatine.

Giordano si alzò. Impacciato. Provò a fare quello simpatico. “Comunque… è un piacere essere tra voi… io sono Giò!”

Ma la voce gli uscì strozzata. Perché mio padre lo stava fissando. Dritto negli occhi. Marmoreo.

“Che carino! Giò e Giò!” rise Zia Maggie.

“Vorrà dire che, per farci perdonare, solo per voi, due carte in rima, insieme, andrò a interpretare.”

Che meraviglia. Ero arrabbiata. Lo ero sempre quando avevo paura.

La Zia mischiò le carte e con gesti esagerati girò la prima:

“Per Lui carta canta… IL SOLE! Arcano 19. Il Grande Padre, la virilità!”

Risate. Applausi. Io e mio padre non ridevamo. Giordano annuì appena, un filo lusingato.

“Per Lei carta canta… clamoroso! LA LUNA Arcano 18, l’amorosa del SOLE!”

Il tango malinconico del DJ mi sembrò assordante.

Zia Maggie chiuse gli occhi e iniziò la sua lettura:

“Zitti zitti, lesti lesti questi due sono più che desti! Grazie all’estro della Luna e del Sole la passione li ha portati dove… non ci sono parole. Grazie al bacio del Sole con la Luna, la passione ha messo in scacco il bel biondo e la nostra bruna. Ma… state un po’ attenti voi birichini perché con questi astri… nascono bambini!”

Il silenzio cadde. Pesante. Totale.

Abbassai la testa. Mi sentii nuda. Dopo pochi infiniti secondi di paralisi, cinquanta persone iniziarono a tossire, sgranare gli occhi e grattarsi naso, testa, mento. Tutti conoscevano Zia Maggie e tutti sapevano che quando lei giocava a girare le carte, il gioco non era mai solo un gioco.

Alzai gli occhi quanto bastava per constatare che mio padre non aveva mosso un muscolo.

E che lo sguardo su Giordano si era fatto di fuoco.

Giordano

Odio i matrimoni. Odio i divanetti di velluto. Odio i calici con l’impronta delle dita sudaticce.

Lei era accanto a me. Giorgia. Tesa come una corda di violino sin dalla sera prima. Ma no, cosa dico. Da sei mesi prima, da quando la sorella ha annunciato alla famiglia il suo matrimonio.

Giorgia non mi guardava, ma guardava insistentemente la porta.

Che infine si aprì ed entrarono gli sposi. Lei, la sposa era la sorella di Giorgia. E questo cambiava tutto. Perché se sbagliavi qui, sbagliavi davanti a una famiglia di cui avevo sentito solo parlare per due anni ma che non sapevo quanto loro avessero sentito parlare di me.

Il padre. L’ho visto subito. Si è messo davanti a noi ma a debita distanza, bicchiere in mano, spalle larghe. Aveva due registri di sorriso: quello ampio di rappresentanza per la figlia che si sposava e quello azzerato verso me e la figlia che non gli aveva presentato il fidanzato neppure oggi. Neppure alle nozze della sorella. Perché, Giorgia? Perché, cazzo.

Mi sono aggiustato la cravatta per l’ennesima volta. Mi stava strangolando.

Poi il casino. “Zia Maggie! Zia Maggie, sei tu!”

Una pazza urla frasi sconnesse alla famosa Zia Maggie. La zia di Giorgia.

” Dimmi che ce li leggi oggi!”

Leggi cosa?

I Tarocchi. Perfetto.

Proprio quello che ci voleva al primo incontro con il padre e tutta la famiglia riunita della mia fidanzata.

“Se esce il Folle si sospende di filata,” gracchiò Zia Maggie.

Poi si girò verso di me. “Guarda, guarda… in famiglia c’è un nuovo arrivato… Immagino che della nostra Giò tu sia il fidanzato…!” o qualcosa di simile detto in rima. Sì perché i Tarocchi zia Maggie li leggeva in rima. Era questo che galvanizzava la gente.

Assurdo.

Mi sentivo un tizzone ardente di imbarazzo. Mi alzai, strinsi mani che non conoscevo.

“Piacere, sono Giò.”

Idiota. Ma davanti a suo padre mi uscì solo quel movimento pietoso.

E suo padre continuava a fissarmi, senza battere ciglio.

“Giò e Giò!” rise Zia Maggie.

Mischiò. Il suono della carta sulla carta mi gelò il sangue.

“IL SOLE! Il Grande Padre, la virilità!” Risate. Applausi.

Suo padre non rise, ma annuì. Piano. Come un giudice.

“La LUNA, l’amorosa del SOLE!” Altre risate. Giorgia accennò un sorriso, ma era quello sbagliato. Quello di chi vuole scomparire.

Poi Zia Maggie parlò. E quando, alla fine della filastrocca, disse “nascono bambini” il locale smise di esistere.

Silenzio. Peggio di un urlo.

Scattai in piedi. Il cuore mi batteva nelle tempie. Guardai Giorgia. Lei aveva la testa bassa, come chi è stato scoperto.

“Giò, cosa significa? Ho capito… è uno scherzo! Dimmi che non è vero, Giò! DIMMI CHE È UN GIOCO?!”

La matta, Teodolinda si schiarì la voce e si precipitò a salvare maldestramente la situazione:

“Certo, caro! È tutto uno scherzo, è solo un gioco!”

Zia Maggie, quasi estranea alla situazione che aveva creato, estrasse un’altra carta.

Il FOLLE. La mostrò a tutti.

“Le regole sono regole e col Folle il Gioco si sospende!”

Platealmente alzò le braccia: “Che si aprano le danze! Che inizi la festa! Lasciatevi tutti andare, perdete un po’ la testa!”

Io la testa l’avevo già persa.

Gli ospiti presero a mangiare e ballare. Risero. Finsero. O forse no. Non so. Il padre di Giò era scomparso.

Noi restammo lì sul divanetto, in una bolla di vetro mentre intorno la festa esplodeva.

Avevo in mano il mazzo di Tarocchi che Zia Maggie aveva lasciato sul tavolino.

Mi bruciavano nelle dita.

E fu lì che urlai, senza riuscire a trattenermi:

“MA TI SEMBRA NORMALE CHE IO L’ABBIA SAPUTO IN QUESTO MODO??!! DA QUELLA TUA ZIA FOLLE CHE LEGGE I TAROCCHI???”

“Cosa facciamo, andiamo?” disse Giò secca, senza alzare la testa.

La corsa in macchina

Giordano

“Io certo qui non rimango.” Mi avviai all’auto.

Perché guardare un’altra coppia dire “sì” quando io non avevo il coraggio di dire a me stesso la verità mi faceva male ai denti. Quale verità? Che sua zia inavvertitamente aveva appena detto al mondo che sarei diventato padre. Che lei, Giò lo sapeva chissà da quanti mesi. Che io no.

La pioggia ci colpì in faccia. Forte. Corsi fino alla mia auto sotto il lampione rotto. Lei mi seguì e salì dal lato passeggero, sbatté la portiera forte come la verità sbattuta in faccia da sua zia.

Misi in moto. I tergicristalli partirono. Avanti, indietro. Un tic idiota.

Partii facendo stridere le gomme.

“Non dovevi urlare così davanti a tutti”, disse lei.

Le nocche bianche sulle ginocchia.

“E tu non dovevi tenermi nascosto che aspettavi un bambino! L’ho saputo da una tua zia con le carte, Giò! Da una fottuta lettura di Tarocchi davanti a tutti!”

“E tu come l’avresti presa due mesi fa? Scappavi! Lo fai sempre! Me lo dici da due anni: appena c’è una responsabilità, appena c’è qualcosa che potrebbe legarti, scappi!”

“Dove sono Giò? Dimmi dove sto da due anni: con te cazzo! Con te!

Mi rispose come disconnessa.

“Tu sei venuto qui solo per fare bella figura. L’avvocato serio. Hai accettato il mio invito come si accetta un obbligo.”

“Hai detto una stronzata e tu lo sai!”

Andai al punto.

“Io non so fare il padre, Giò! Mio padre mi ha insegnato il diritto, non come si tiene in braccio un figlio! Ho paura! Ho paura di sbagliare, di farvi del male, di scappare e tornare troppo tardi!”

Accelerai. Volevo solo andarmene. Volevo solo che quella sera non fosse mai esistita. Che quelle carte non fossero mai uscite.

“Rallenta”, disse lei piano. Poi urlò: “Giò, rallenta!”

Non rallentai. Stringevo il volante come se guidare più forte potesse cancellare quel “nascono bambini”.

“GUARDA… Se pensi che questo per te sia solo un casino ce l’ho io la soluzione… STANNE FUORI!! Decido da sola, ok? Come ho sempre fatto. Da sola. A me ci penso io.”

Me lo sputò addosso. Fuori. La stessa condanna di vent’anni fa. Quando scappai.

E sto scappando ancora.

“Lo sapevo che l’avresti detto! La stronza che non deve chiedere a nessuno. Va bene, arrangiati! Tanto non mi hai mai voluto, non mi hai mai considerato uno alla tua altezza! Figuriamoci padre di tuo figlio.”

“Ferma questa macchina!” Mi afferrò il braccio. Le unghie mi entrarono nella giacca bagnata.

“Fermala! Fammi scendere dalla tua vita visto che non vuoi stare qui!”

“Mollami! Leva quelle mani!” Scattai. Lei non mollò, io non rallentai. Perché se rallentavo dovevo guardarla. Dovevo guardare la sua pancia. Dovevo guardare la paura nei suoi occhi.

La curva arrivò all’improvviso. La strada era solo acqua. Girai il volante. Troppo. Troppo tardi. Il retro si alleggerì.

“Giò, molla!” urlai, gli occhi sul guardrail.

Lei strinse di più. E per un secondo i nostri occhi si incrociarono. Nei suoi non c’era rimprovero. C’era la stessa paura che mi porto addosso da quando ho capito che scappare era l’unico modo per non deludere nessuno.

Poi la luce. Bianca. Accecante. Silenzio assoluto, come se il mondo avesse trattenuto il fiato.

Il suono arrivò dopo. Boato sordo nel petto. Metallo che urlava. Vetro che esplodeva.

Il corpo sbatté contro la portiera, contro il volante. La cintura mi strinse le costole fino a togliermi il fiato.

E poi… nulla.

L’ultimo pensiero fu infantile, stupido:

Questa volta non sono scappato in tempo.

Poi buio. Totale.

PORTA 0 – IL FOLLE

Saltare, cadere

Giorgia

Il bianco non finiva mai. Non aveva pareti, non aveva angoli. Solo io, Giordano, e Zia Maggie che rideva senza motivo.

Ci girò intorno scalza, come una bambina. Lo zaino le sbatteva sulla schiena. Il bastone lo usava per disegnare cerchi nell’aria che poi svanivano.

“Allora?”, disse, fermandosi davanti a noi. “Bravi. Nudi, come piace a me. Ora si gioca.”

Tremando chiesi la cosa più naturale e più assurda:

“Siamo… morti?”

La Zia rispose come se dicesse un’ovvietà:

“Ma no cari, non siete morti. Siete incastrati in uno stato di coscienza che sta tra la rinascita e la morte dove è sospeso il vostro destino, in bilico la vostra sorte.”

Oh Dio! Anche qui le rime.

Giordano si coprì istintivamente, come se la nudità fosse ancora il problema più grande.

Balbettando chiese:

“Hai parlato di gioco… che gioco?”

Zia Maggie sputò il fiore giallo per terra e si mise le mani sui fianchi.

“Il Gioco con la G ovviamente. Non l’ho inventato io neh. E neppure le regole. Il Gioco e le regole le ha inventate quello che chiamate: destino? Dio? Caso? Vita? Fonte? Campo? Universo? Chiamatelo come vi pare! Quel… come voi lo chiamate, ha fatto le regole. E le regole sono regole. Anche se non vi piacciono.”

Il bianco dietro di lei si increspò. Come acqua. Si aprì. E sotto non c’era niente. Solo buio. Un precipizio senza fondo.

Dall’altra parte apparve una porta di legno vecchio, consumato. Troppo piccola per essere una via d’uscita, troppo vera per essere un’illusione. Per arrivarci c’era un ponte di carta sottilissima. Trasparente.

“Regola 0”, disse Zia Maggie, indicando il vuoto col bastone. “Qui non si muore o almeno non si muore come voi pensate si muoia. Ci ho provato io in tutti i modi, credetemi. Qui tutt’al più si cade. Ci si fa male. Poi ci si rialza. Si cade, ci si rialza. Finché non capite.”

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Monica Antonioli
Sono dottore in psicologia clinica e formatrice delle competenze umane. Da trent'anni studio in chiave junghiana la simbologia archetipica dei Tarocchi, tra ricerca psicologica e spirituale. Sono presidente della cooperativa socio-educativa La Via di Casa, dove coordino il progetto di istruzione parentale Sapere ed Essere. Nel 2008 ho fondato la Compagnia degli Zelattori, per cui scrivo e dirigo spettacoli teatrali che negli anni hanno raccolto un pubblico affezionato. L'opera Il Gioco dei Destini Sospesi nasce nel 2014 ed è ancora oggi una delle storie più amate e più richieste dal pubblico, ora pronta a diventare un libro. Vivo con mio marito Fabrizio, i nostri 3 figli e 3 nipoti, in una grande cascina immersa nel verde del varesotto, dove ospitiamo gruppi di adulti e ragazzi che vengono per formarsi, studiare, creare, incontrarsi e ritrovare armonia e pace.
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