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Il Gioco

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Francys Tucker è il capitano della squadra omicidi di Jacksonville, ha alle spalle anni di brillante carriera e sogna la pensione per potersi dedicare al suo hobby: l’apnea.

Un tranquillo giovedì di agosto riceve una strana telefonata. All’altro capo della cornetta, una voce modificata da un distorsore lancia una sfida all’intera squadra: “il gioco ha inizio”. Il capitano e i suoi uomini si ritrovano, così, a dover contrastare uno spietato serial killer, che uccide le sue vittime ispirandosi a capolavori cinematografici e letterari e che sembra non lasciare tracce sulle scene del crimine. Nell’assolata Florida, i buoni e i cattivi si scontrano in una lotta all’apparenza impari e dal finale per nulla scontato.

PROLOGO

Inspira per quattro secondi, espira per otto. Inspira per quattro, espira per otto. Non pensare a nulla, abbandonati all’acqua, elimina le tensioni dal tuo corpo. Inspira per quattro, espira per otto. La realtà esterna non esiste, pensa solo a respirare, il mare è calmo e come un gigante buono è pronto ad accoglierti nelle sue profondità. Inspira per quattro, espira per otto.

Continua a leggere

Il mantra prima di ogni tuffo era sempre lo stesso, lo aiutava a rilassarsi completamente prima di eseguire la capovolta che lo avrebbe portato nel blu. Con la mano destra reggeva il cavo guida che si snodava fino a una profondità di sessanta metri e sarebbe stato il suo unico contatto con l’esterno durante la discesa. Calzava pinne professionali ideali per il suo modo di fare apnea – in carbonio, leggere e reattive – che gli avrebbero permesso una buona spinta senza consumare troppo ossigeno, specie in risalita. Il suo corpo, ora prono, cercava il massimo rilassamento. Un morbido neoprene, non troppo spesso, lo avvolgeva come un guanto e lo avrebbe riparato dal freddo durante la discesa. Indossava anche la maschera, dal volume ridottissimo per aiutarlo nella compensazione, e lo snorkel che gli permetteva di ventilarsi e, attraverso il respiro, di diminuire i battiti del cuore. Il momento era arrivato, lui percepiva l’attimo stesso in cui tutto era allineato nella giusta direzione per eseguire il tuffo.

Incominciò l’ultima inspirazione, la più lunga, la più lenta. Spostò il diaframma in basso per creare più spazio da far occupare all’aria, e quindi passò a ricaricare i polmoni. Letteralmente succhiò l’aria come se lo stesse facendo attraverso una cannuccia. Tolse lo snorkel e si immerse piano, senza scatti improvvisi, nessun movimento brusco. Pinneggiò lento e regolare percorrendo un metro al secondo. Stava bene, in pace, l’acqua scorreva carezzandogli il viso, una sensazione che non si poteva ricreare in superficie. La compensazione procedette senza intoppi: tappò il naso, piccoli colpetti di espirazione dalle narici bloccate dalle dita, poi le tube si aprirono e il timpano tornò a posto.

A circa quattordici metri ebbe la prima avvisaglia della profondità. Il termoclino in quel tratto di mare faceva scendere la temperatura dell’acqua di quasi due gradi e il viso percepì chiaramente la differenza. In realtà tutto il corpo, benché riparato dalla muta, si rese conto del freddo. Lui si destò improvvisamente dal torpore dovuto al rilassamento e intuì di dover tornare immediatamente allo stato di benessere di cui aveva bisogno. Ignorò il freddo e continuò a scendere.

Ogni apneista ricerca la quota, soggettiva per ognuno, in cui il corpo diventa negativo e si continua a scendere nel blu profondo senza bisogno di dover pinneggiare, in verità senza bisogno di dover far alcunché, solo compensare, sempre più raramente con l’aumentare della profondità. Non si deve fare altro che godere dello scorrere dell’acqua. La pressione aumenta progressivamente, ma si arriva a un punto in cui esiste solo lo scivolamento attraverso il liquido.

Spesso gli chiedevano cosa si provava e, ogni volta, non riusciva a dare una risposta che trovasse corrispondenza nella vita “di superficie”. Gli piaceva paragonare quella sensazione alla felicità dei bambini che scendono gradualmente da uno scivolo lungo e senza attrito. Per lunghissimi secondi ci si dimentica di tutto, e il mare in quel momento, diventa alleato: protegge, coccola, assiste.

I metri si susseguirono veloci. A ventisette richiamò per l’ultima volta l’aria che gli avrebbe permesso di compensare fino al momento di cominciare la risalita. Non aveva mai messo alla prova la sua apnea, era convinto di poter raggiungere quote considerevoli, ma non ne sentiva l’esigenza. Di solito, alla prima fame d’aria si ridestava e riprendeva ad ascoltare il suo corpo. 

Le prime avvisaglie della mancanza di ossigeno le avvertì non come un dolore fisico, ma come un leggero fastidio. L’esperienza fece sì che il suo corpo si rilassasse ulteriormente e il fastidio svanì. Intorno ai quaranta metri si ripresentò più forte e in quel momento lui decise di girarsi. Si tenne al cavo guida bloccando il braccio, che diventò un perno attorno al quale tutto il corpo ruotò, e si posizionò, pronto alla risalita.

La parte più faticosa era proprio l’inizio della risalita. Dover pinneggiare con vigore e forza per vincere la pressione e la massa d’acqua sopra la sua testa. Con colpi potenti e regolari fendette l’acqua senza mai guardare in alto. Non si dovevano dare alibi al cervello, lo si doveva ingannare fino alla fine. Almeno fino a ritornare a essere positivi e, così come la discesa, anche la risalita diventava un piacere: non dover più muovere le gambe e anzi, se possibile, rilassarsi ancora di più per contrastare i colpi del diaframma che chiedeva ossigeno.

Finalmente la riemersione: si tenne al cavo guida e respirò, stavolta immettendo aria nei polmoni con potenza. Ristabilì gli equilibri quasi con avidità come quel viaggiatore che cammina nel deserto senz’acqua per lungo tempo e che, all’improvviso, trova un’oasi dove può finalmente bere senza sosta. Anche se per il corpo è un sollievo riprendere a respirare, nel cervello rimane sempre la delusione alla fine di ogni tuffo per il ritorno alla realtà troppo improvviso. 

Era solito dire che quando si riemerge da un tuffo particolarmente rilassante, forse lo shock è pari a quello che prova un neonato appena uscito dal ventre materno.

Il gommone si immise nella foce del fiume Saint Johns e, percorrendo alcune centinaia di metri, raggiunse il molo di Fort George costeggiando la base militare Mayport di Jacksonville. Nella base navale era ormeggiata una portaerei enorme, soprattutto se paragonata al suo piccolo gommone. Mentre si toglieva la muta e si preparava ad affrontare i problemi della vita quotidiana, rifletté su quella differenza di stazza. A volte anche lui si sentiva così piccolo di fronte alle responsabilità. 

Basta pensieri negativi, si ripeté, andiamo a rendere difficile la vita ai criminali di Jacksonville!

CAPITOLO 1

4 agosto

ore 9.00

«… E infine, in verità vi dico, ragazzi, che se la prossima volta non starete più attenti, potreste fare una brutta fine; che non succeda di nuovo e adesso filate!»

«Non succederà, ci scusi, buongiorno» disse il capo pattuglia, mortificato e allo stesso tempo sollevato che il colloquio fosse finito.

«Arrivederci» sussurrò la matricola, trattenendo a stento un sorriso. «Jesus ha colpito ancora, è riuscito a farlo tre volte in dieci minuti» continuò, uscendo dal temuto ufficio. 

«Abbassa la voce» rispose il suo compagno, nonché capo pattuglia. «Abbiamo appena ricevuto una strigliata sonora dal capitano e tu la prendi sul ridere. Sei proprio senza speranza!»

«“Abbassa la voce”, certo, credono che io non li abbia sentiti» pronunciò piano il capitano Tucker. Poggiandosi sconsolato sulla scrivania logora dal tempo, pensò: Allora è vero!

Eh sì, già da parecchio tempo girava la voce che gli avessero affibbiato il soprannome “Jesus”, ma si considerava troppo rispettato – o meglio, temuto – per credere a quella voce. Evidentemente non lo era abbastanza! Non riusciva a capire il perché del soprannome, ma era deciso a scoprirlo entro la fine della giornata.

Era un tranquillo e assolato quattro agosto, in Florida. Nonostante la presenza del mare, il caldo asfissiava i novecentomila abitanti di Jacksonville, irritati e insofferenti, e sembrava che nessuno avesse le forze per commettere crimini o misfatti: era il momento giusto per andare fino in fondo a quella storia, se non altro per far passare in fretta la giornata. Era rimasto da solo in ufficio e pensava alla squadra, composta da cinque elementi, compreso lui. Quell’anno, caso rarissimo, aveva deciso di mandare tre dei suoi ragazzi in ferie. Fece mente locale per ricordare chi fosse in servizio, prese il telefono e chiamò il suo collaboratore.

«Smith, vieni nel mio ufficio, immediatamente!»

Smith, che conosceva benissimo il carattere del suo superiore, agganciò la cornetta e sbuffando si preparò a chissà quale sfuriata. «Nemmeno ad agosto ci lascia un po’ di tranquillità, chissà cosa si è inventato stavolta» borbottò. Rapportarsi con Tucker era sempre un’incognita, ma qualsiasi stranezza era ben accetta: godere del suo rispetto era una spinta superiore a qualsiasi cosa e i suoi collaboratori si sentivano orgogliosi di lavorare con lui. E poi, ormai erano così abituati che se lui fosse cambiato si sarebbero sentiti a disagio.

Smith entrò nella stanza senza bussare, così come voleva il capitano, che infatti ripeteva spesso: “Se vi ho chiamato è urgente, vi sembra il caso di perdere tempo bussando e aspettando un avanti ovvio?!”.

Regola Tucker e non si discuteva.

«Salve, Tucker» disse entrando. 

Erano aboliti fra loro gli appellativi e i gradi. “Quando si lavora a un caso siamo cinque teste con l’unico obiettivo di trovare il colpevole, non serve a nessuno ricordarci a vicenda qual è la gerarchia all’interno dell’ufficio.” 

Altra regola Tucker.

«Che c’è di così urgente?»

«Chi ti ha detto che è urgente?» 

Era insolitamente imbarazzato non sapeva come affrontare l’argomento “soprannome”.

«Innanzitutto, il termine immediatamente usato per farmi precipitare qui e poi il tono della tua voce, alquanto irritato» rispose Smith calmo.

«Ah, effettivamente poteva sembrare, comunque ascolta, volevo sapere a che punto sei con le indagini sui furti in appartamento.»

«A nessun punto, non è passato neanche un mese dall’arresto dell’Inglese e sto ancora sistemando i verbali e le prove raccolte che serviranno per il processo. In più, sono solo. Furti recenti non ce ne sono stati e quindi nessun elemento nuovo su cui lavorare. Ma perché adesso sono così importanti?»

L’Inglese sembrava un personaggio di un’altra epoca: il giorno dell’arresto, avvenuto un mese prima, vestiva – per l’appunto – all’inglese e portava il The Times ripiegato sotto il braccio. Era accusato di aver assassinato sei persone, secondo lui colpevoli di avere origini inglesi. Nel corso dell’indagine, la più complicata che la squadra avesse mai condotto, si scoprì che il colpevole da piccolo veniva picchiato e seviziato dal padre e dallo zio, che lo immobilizzavano usando la bandiera con la croce rossa sullo sfondo bianco rappresentante la nazione inglese. Solo dopo molte indagini si era evidenziato che il ragazzo, nella sua mente contorta, aveva identificato l’Inghilterra e gli inglesi come autori delle violenze e si era potuto circoscrivere il campo di ricerca e d’azione. Alla fine, dopo un estenuante inseguimento culminato in una sparatoria, per fortuna senza conseguenze per nessuno, si era proceduto all’arresto. Era stato Tucker ad avere l’illuminazione durante un’immersione in apnea.

Forse il ragazzo odiava tanto gli inglesi che, per schernirli, aveva deciso di imitarli quasi a voler fare di loro delle grottesche maschere carnevalesche e in qualche modo aveva cominciato a comportarsi come fosse uno di loro.

Tucker si maledisse, era sull’Inglese che doveva puntare per esordire con Smith e poi passare all’argomento che gli stava a cuore: il soprannome.

«È chiaro che i furti non sono importanti adesso, ma restiamo sempre con gli occhi aperti e non trascuriamo nulla di quello che succede in ufficio. A proposito, non è che sei al corrente di ciò che si dice all’interno di queste quattro mura?»

«Riguardo cosa?»

«No, dico… in generale, su voci che circolano, su persone che parlano.»

«Frena un attimo, non ti seguo proprio, a cosa ti stai riferendo?»

«Insomma, Smith, lo sai benissimo! Qui in ufficio più di una persona, e spero non tutti, o almeno non quelli della mia squadra…»

In quel momento un trillo inusuale spezzò la tensione. Sia Smith che Tucker avevano riconosciuto che la telefonata arrivava direttamente dal centralino della polizia urbana, anche se in anni e anni di servizio era capitato di rado. Per lunghi secondi, entrambi fissarono il telefono stupiti finché Tucker non si decise ad alzare la cornetta. 

«Capitano Tucker» rispose.

«Qui è il centralino della polizia, ho in linea una persona molto agitata, dice di essere un suo parente e che è fondamentale parlare direttamente con lei. Che faccio, glielo passo?»

Tucker era meravigliato perché non aveva parenti, ma allo stesso tempo era incuriosito, quindi prese subito la chiamata.

Dall’altra parte del telefono c’era una voce metallica, chiaramente modificata da un distorsore vocale professionale.

«Dicono che sei bravo a risolvere i misteri, capitano Tucker, ma chissà se sei più appassionato di libri o preferisci i film? Magari entrambi. Il gioco ha inizio.»

«Pronto! Pronto! Chi parla?»

Più la sua voce si fece ansiosa, più il silenzio diventò pesante: passarono due secondi poi il tu…tu…tu… proveniente dal telefono divenne assordante.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. ENRICO MAMELI

    (proprietario verificato)

    La storia parte piano, poi non smetti più di leggere, per capire come andrà a finire. Per essere il suo primo romanzo, mostra ottime doti narrative, rendendo la lettura scorrevole ma con ritmo. Ora aspetto il prossimo…

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Michele Abazia
nasce a Cagliari nel 1977. Nonostante gli studi scientifici e il lavoro in un centro elaborazione dati, non ha mai smesso di coltivare la passione per la lettura, porto sicuro in cui rifugiarsi, e per la scrittura, che considera la sua valvola di sfogo. Ha sempre un foglio a portata di mano per dare forma alle proprie idee. “Il gioco” è il suo primo romanzo.
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