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Il grido delle gru – Volume I

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Consegna prevista Dicembre 2024
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Possono realtà e mito incrociare le proprie strade? È quanto è destinato a sperimentare Viktor Kovacs, studente di Lettere Antiche della città di Catabra: indagando un sito archeologico sotterraneo, casualmente egli evoca i mitici pigmei, che nella leggenda combattevano un’eterna guerra contro le gru sulle sponde dell’Oceano. Sogno o realtà? Ancora incredulo, Viktor decide di unirsi al destino dei pigmei in questa battaglia. Per vie misteriose raggiunge una terra fantastica dove incontra razze ed esseri favolosi che nell’antichità erano posti oltre il limite delle terre cognite; un luogo meraviglioso, ma anche crudele, in cui convivono amore, amicizia, odio, disinganno. Il compito di Viktor sembra chiaro: come nel suo mondo, anche qui vincerà la guerra chi sterminerà il proprio nemico. Ma rivelazioni inaspettate insinuano il dubbio nelle sue convinzioni: tra pigmei e gru chi è dalla parte del giusto? Solo la guerra può risolvere il conflitto? Intanto, lo scontro si avvicina sempre più.

Perché ho scritto questo libro?

Da tempo sognavo di unire la passione per l’antichità e quella per la scrittura, con una storia che avesse il fascino dei miti antichi che da sempre attraggono l’umanità. Ispirato da uno studio sul mito della guerra tra i pigmei e le gru nell’arte antica, narrare questa storia è stato un po’ come riannodare i fili con una tradizione cominciata secoli fa dagli autori antichi, proseguita nel medioevo fino all’epoca moderna, restituendo freschezza al meraviglioso che abita nella nostra fantasia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Mi chiamo Viktor Kovacs. Per quanto il mio nome non lo dimostri, sono un cittadino italiano. Italiana mia madre, italiane le mie due sorelle. Non italiano mio padre, invece, e nemmeno mio nonno, bensì ungheresi.

E infatti fu il padre di mio padre a decidere, in un travagliato momento della storia dell’Ungheria, di lasciare Budapest, per salvaguardare l’incolumità della propria famiglia. Più precisamente, ciò avvenne sul finire dell’ottobre del 1956, quando il governo ungherese richiese l’intervento di contingenti dell’Armata Rossa a rinforzo dell’AVH, la polizia di sicurezza nazionale. Era la rivolta ungherese, nata da un moto studentesco per, poi, ingrossarsi con l’adesione di cittadini, lavoratori, contadini, soldati, ed estendersi rapidamente al resto del Paese. La dolorosa repressione di quel moto di libertà è nota, così come l’eco che ebbe il dibattito tra i partiti comunisti nei paesi occidentali e, più in generale, nella coscienza mondiale. Per quel che riguardò la mia famiglia, essa fu tra le migliaia che abbandonarono l’Ungheria per trovare rifugio all’estero. Il ricetto, nel suo caso, fu dato a mio nonno in Italia, da una cittadina costiera della Campania, a nord di Napoli: Pozzuoli. Il buon vecchio, che era stato in patria un falegname, dovette cambiar mestiere e divenire pescatore.
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A districarsi tra reti, lenze, barche, dovette rivelarsi particolarmente bravo visto che, in poco tempo, poté garantire alla sua famiglia più di quanto strettamente necessario per vivere. Ad onor del vero, egli trovò in sua moglie, mia nonna, una compagna straordinaria, grande lavoratrice e amministratrice della casa: grazie alla oculata cura dell’economia domestica, ella fu in grado di permettere a mio padre e a mia zia, poco più che dodicenni all’arrivo in Italia, di diplomarsi e avviarsi entrambi ad una carriera dignitosa. Mio padre, uomo razionale e naturalmente portato per i numeri, divenne esperto contabile nella pubblica amministrazione; per nulla arido di animo, però, covava la dolce passione per l’arte e per l’antichità. Quale migliore condizione per lui, visto il luogo in cui viveva: Pozzuoli, la romana Puteoli nonché, prima ancora, la magnogreca Dicearchia, custodiva e faceva orgoglioso sfoggio di tesori di antica nobiltà.

Nei suoi racconti della passata gioventù, mio padre mi narrò più volte del suo abbandono romantico alla magia che circonfondeva quelle archeologiche vetustà: le lunghe passeggiate all’ombra dei mausolei, tombe che, a distanza di secoli, ancora trasmettevano a chi si trovava al loro cospetto la potenza e la ricchezza delle famiglie che le fecero erigere; le meditazioni silenziose nei sotterranei del possente anfiteatro flavio, ora percorrendo i vuoti corridoi ora riposando seduto su colonne diroccate, cercando di afferrare ad occhi chiusi gli echi di un tempo lontano, fatto di ruggiti di belve rinchiuse, fragore di armi, ansia e impazienza di gladiatori, dramma di condannati a morte e, su tutto, entusiasmo sanguinario di un pubblico mai sazio. La fantasia del mio genitore volava indietro nei secoli indugiando sull’arena dello stadio di Antonino Pio, dove una volta correvano atleti, bighe dai focosi cavalli, sotto l’incitamento della folla entusiasta; lui, al tramonto, sedeva sulle gradinate deserte e contemplava, unico spettatore, uno spettacolo immaginario ancora celebrato da invisibili fantasmi del passato. Si commuoveva mio padre quando il racconto giungeva al più mirabile, a suo giudizio, dei tesori della città: il Tempio di Serapide.

Era questo, in realtà, il macellum ovvero il mercato cittadino, ma veniva così molto più suggestivamente chiamato per via della statua della divinità egizia lì rinvenuta secoli prima. Il legame di mio padre con quel monumento era dato dalla sua convinzione che esso fornisse la prova inconfutabile della energia vitale della città, di cui solo quel monumento testimoniasse il respiro, che i più aridi scienziati si riducevano a definire con la semplice parola di bradisismo. Per lui non era così: impercettibilmente, il petto della città si innalzava e si abbassava per la pressione del vapore che la alimentava. Come un’antica onorata matrona romana, la città si adagiava distesa lungo la costa campana come su un triclinio affacciato sul mare e, imperturbabile allo scorrere del tempo e al mutare di popoli, si beava della sua gloria imperitura e inattaccabile.

Fu proprio in una calda giornata di luglio che, passeggiando presso il Tempio, incontrò la ragazza che sarebbe, di lì a breve, divenuta sua moglie e mia madre. La notò mentre ella, al riparo di un grazioso cappellino, scrutava un particolare del monumento, fissandone i più minuti dettagli sul proprio taccuino; incuriosito da quella scena insolita, ma ancor di più attirato dalla femminile bellezza che traspariva dalla figura della fanciulla, mio padre vinse timidezza ed esitazione, avvicinandola e rivolgendole la parola. In breve, scoprì che ella, nonostante ne avesse l’aria, non era una turista di passaggio, bensì una studentessa della Facoltà di Archeologia di Napoli. L’amore per lo studio di cose antiche l’aveva condotta in quella calda giornata nella ridente Pozzuoli; l’amore per l’antichità aveva condotto mio padre, quel giorno, a vincere la calura estiva e a dedicare qualche ora ad una suggestiva passeggiata all’ombra delle antiche colonne del serapeo. Anche se ancora non lo sapevano, l’amore per un mondo scomparso aveva fatto incontrare quei due giovani per consegnarli ad un amore che li avrebbe uniti per l’eternità. Fu da quell’incontro che i miei futuri genitori presero a frequentarsi, conoscendosi sempre di più, finché l’amore si impose nei loro cuori, definendo quel sentimento iniziale di apparente candida amicizia. Il tempo passò e sia mio padre che mia madre si affermarono con duro impegno nelle rispettive professioni, cosicché poterono consolidare le premesse economiche preliminari alla loro unione matrimoniale. Una volta sposi, decisero di vivere a Napoli. In quella città io nacqui e crebbi, trascorrendo infanzia e adolescenza insieme alle mie due sorelle maggiori. Lì si formò la mia passione per il mondo antico, ispirato dalle figure genitoriali: mia madre mi infondeva il rigore e il metodo per lo studio; mio padre mi insinuava nell’animo il sentimento romantico, che ammantava la serietà di quella nobile e ardua disciplina.

Terminato il liceo classico, divenne per me naturale e quasi necessario proseguire gli studi antichi sotto l’ala protettrice dell’università. La scelta dell’ateneo si posò su quello di Catabra, città interna della Campania, da pochi anni inaugurato e ben promettente, dal livello dei docenti che vi insegnavano e dall’approccio più moderno nella ricerca scientifica. Non vantava gloriosa e antica nobiltà rispetto alle sue consorelle sparse nella felice regione; purtuttavia, la sua ricchezza si fondava sulla serietà del corpo insegnante e sul suo proiettarsi verso il futuro. L’idea mi piacque al punto che decisi di trasferirmi in quella città per tutta la durata del ciclo di studio: era certo uno sforzo economico per la mia famiglia, ma essa lo affrontò di buon grado, particolarmente in considerazione della prosecuzione, da parte mia, di una vera e propria tradizione.

E così mi sistemai nella graziosa cittadina che mi accolse a braccia aperte. Trovai un piccolo ma accogliente appartamento, a pochi passi dalla facoltà di Lettere Antiche. Il palazzo mi colpì subito per la sua aria allegra: ospitava altri studenti, anche se di facoltà diverse; questi con brio animavano varie ore del giorno e, talvolta, della notte, con un viavai di amici, vuoi per condividere lo studio vuoi per assecondare le naturali leggi di goliardia. Ma abitavano lì anche famiglie di lavoratori, con figli di giovane età, che, quando erano lontani da scuola, scorrazzavano per le scale ed il cortile del fabbricato, facendo un chiassoso controcanto al non meno invadente clamore degli universitari. Ed io mi calai felice in quell’atmosfera, in cui si alternavano alle lunghe e rigorose ore di studio le spensierate ore di convivialità studentesca, queste ultime preziose anch’esse perché, in maniera leggera, permettevano lo scambio di opinioni, dibattiti, ambizioni culturali su quanto si formava nella personalità di ognuno di noi. Mi appassionai sempre più al mio studio, in quella cornice di antica potenza che la città offriva. Infatti, Catabra vantava bellezze artistiche di gran pregio. Era stata un centro di valore fin dall’antichità, rivestendosi di gloria già dai tempi della sua fondazione etrusca, proseguendo poi durante il periodo dell’amministrazione romana, in età imperiale. La sua urbanistica si arricchì, allora, di un anfiteatro e di un teatro, senza contare il magnifico impianto termale, alimentato da fonti che, all’epoca, erano ben famose per le proprietà terapeutiche. Molti i prodotti di pregio che partivano dai suoi mercati per raggiungere terre lontane, ritornando sotto forma di denaro sonante, pronto ad arricchire le potenti famiglie, che reinvestivano quelle rendite in imprese architettoniche e di munificenza, destinate a dare lustro e memoria imperitura alla città oltre che al proprio casato.

Poi, il Medioevo impose una battuta di arresto allo sfrenato sviluppo e benessere. Catabra subì la sorte di tante altre città un tempo ricche, vedendo seguire al declino romano anche il proprio: invasioni barbariche con conseguenti saccheggi e stragi dei più validi cittadini, portarono alla diminuzione sensibile del nucleo demografico della comunità; la mancanza di cura, in quei tempi bui, per i monumenti e gli edifici, decretarono il lento ma inesorabile diroccamento delle strutture più importanti, le quali, invece di trovare una mano soccorrevole da parte degli abitanti, videro la spoliazione da parte degli stessi, per cavare il materiale edilizio ancora utile alla riparazione delle proprie case. L’impaludamento di buona parte dei quartieri, conseguente all’assenza di un’opera di manutenzione periodica, fece sorgere malattie che desertificarono ancor di più quello che era divenuto ormai un piccolo borgo. Alla fine, gli abitanti rimasti decisero di abbandonare come un luogo maledetto quello squallido pianoro, che via via andava interrandosi e riempiendosi di malarici acquitrini; si dispersero seguendo ognuno il proprio destino, lasciando al suo destino il luogo natio. L’antica Catabra cadde in un lungo letargo, aspettando che gli uomini tornassero ancora ad interessarsi di lei.

Questa storia mi ripetevo, soffermandomi ogni volta su un aspetto diverso, quando al termine di una giornata di studio passeggiavo o sedevo sui gradini del teatro, mentre il sole tramontava e la città, da secoli tornata alla luce, si preparava a vivere con allegria riconquistata la vivacità della vita notturna. Avevo imparato ad amare quel luogo, così carico di storia, al punto da decidere di suggellare questo sentimento con un’opera tangibile, quale la tesi di laurea, che avrebbe chiuso il mio periodo di studio universitario. Tanti eruditi, antiquari, studiosi, prima di me, avevano posto mano alle vestigia rinvenute, restituendo loro la parola attraverso la pia decifrazione di tracce, segni, brandelli di mutili memorie. Da parte mia, avevo in animo di dedicarmi con la mia tesi allo studio di un complesso monumentale tornato alla luce in un periodo meno fulgido rispetto a quello che aveva interessato altri monumenti della città: come in tanti casi recenti, la necessità di espansione edilizia aveva prodotto lavori di scavo durante i quali erano state scoperte strutture di grande interesse archeologico. Ma ciò non aveva arrestato l’azione costruttrice degli uomini, i quali avevano concesso giusto il tempo per una sommaria e poco esaustiva analisi dei rinvenimenti, prima di poter proseguire con i loro progetti edificatori. Erano passati oramai diversi anni da quel rinvenimento, avvenuto ben prima del mio arrivo a Catabra. Ciononostante, era rimasta memoria e custodia di questo monumento da parte dell’Ufficio della Soprintendenza Archeologica cittadina; a questa il mio relatore, accolto il mio desiderio, aveva scritto proponendo che il monumento divenisse oggetto del mio lavoro di laurea. Questa idea mi faceva traboccare di entusiasmo e mi rendeva quanto mai impaziente di incontrare l’Ispettore della Soprintendenza, primo necessario passo per l’impresa che avevo stabilito di compiere.

Mai, mai avrei immaginato quanto quella scelta avrebbe significato per la mia vita, per i fatti che ora prenderò a narrare.

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Remo Pasquinucci
Remo Pasquinucci nasce a Napoli nel 1974. Cresciuto tra Napoli e Caserta, dal 2006 risiede a Fornacette, frazione di Calcinaia, splendida cittadina adagiata sulla riva dello storico fiume Arno. Terminato il liceo scientifico, consegue la laurea in Conservazione dei Beni Culturali archeologici. Dopo aver lavorato per anni nel settore della promozione del patrimonio culturale, attualmente è impiegato amministrativo presso l’A.S.Ha.Pisa aps, associazione sportiva e di promozione sociale di persone con disabilità nella città di Pontedera. Nel tempo libero continua a coltivare gli interessi che lo hanno sempre accompagnato nella vita: la scrittura, la musica rock e blues, che suona come chitarrista a livello amatoriale.
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