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Il linguaggio dell’imprevisto

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Lea Ferrara ha sempre creduto che la vita potesse essere governata dall’abitudine e da una prudenza costruita giorno dopo giorno. Tra il lavoro, gli affetti e i progetti rimandati troppo a lungo, cerca il suo posto nel mondo senza accorgersi che basta un attimo per stravolgere ogni cosa.

Quando un evento improvviso cambia per sempre il corso della sua vita, il tempo si ferma. Familiari, amici e persone coinvolte nell’accaduto sono costretti a confrontarsi con ciò che fino a quel momento era rimasto nascosto: parole mai dette, sentimenti trattenuti, rimpianti, sensi di colpa e verità rimaste in sospeso. Attraverso il dolore e l’attesa, ognuno scopre che l’imprevisto non spezza soltanto una quotidianità, ma costringe a guardarsi con occhi nuovi.

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Domenica
11 dicembre 2016

Mare, mare,

Qui non viene mai nessuno a trascinarmi via

Mare, mare

Qui non viene mai nessuno a farci compagnia

Mare, mare

Non ti posso guardare così perché

Questo vento agita anche me

L. Bertè – Il mare d’inverno

La meteoropatia è una compagna di vita ipocrita. Non importa in quale angolo del cosmo ti trovi, lei ti scoverà e afferrerà con forza il tuo equilibrio interiore. Te lo strapperà via momentaneamente finché nel tuo umore non resterà che una coltre nube di buio, apatia e pensieri malinconici. Non c’è via di scampo: è come un incantesimo nostalgico pronunciato da un cielo che di tanto in tanto si sveglia troppo pigro per colorarsi di sereno. Allora diventa cupo e a quel punto si salvi chi può. Si salvi chi può, tranne i meteoropatici. A pensarci bene forse è per loro che la locuzione “per sempre” assume un significato concreto: se nasci meteoropatico non puoi pretendere di vivere la vita con l’animo gioioso e imperturbabile. Se nasci meteoropatico sei spacciato: preparati a montagne russe di stati d’animo precariamente variabili e non farti trovare mai sprovvisto di un buon antidoto all’irrequietezza.

*

Mentre alla radio la voce graffiante di Loredana Bertè cantava Il mare d’inverno, da dietro la finestra Lea fissava il panorama grigio e desolato di Castellalba, la piccola cittadina toscana in cui viveva. Era una fredda domenica mattina di dicembre e il cielo era coperto da nuvole che sembravano voler inghiottire ogni traccia di luce, rendendo il paesaggio un’immensa tela di sfumature tra il grigio e l’argento. La tazza di caffellatte bollente fumava tra le mani poco affusolate e decorate da unghie laccate di smalto rosa cipria. Era sveglia da quasi un’ora, ma il suo corpo si rifiutava di assecondare la routine mattutina. Ogni fibra del suo essere sembrava ribellarsi alla semplice idea di movimento, come se avesse accettato che quella giornata fosse destinata all’ozio. Ogni particella del suo fisico sapeva che non era saggio provare a lottare contro una natura meteoropatica. Se qualcuno l’avesse vista da fuori avrebbe pensato a una specie di stato di ipnosi tanto che le sue palpebre quasi stentavano a battere sotto gli occhiali dalla montatura color vinaccia. La centrifuga di pensieri che le aveva travolto la testa era così impetuosa da non farle percepire nemmeno l’eccesso di calore che, irradiatosi dalla tazza in ceramica, iniziava ad arrossarle le mani.

Da un po’ di tempo aveva un chiodo fisso: il passare degli anni. Per una donna di mezza età interrogarsi sulle evoluzioni della vita era inevitabile. Una sorta di rito di passaggio che la portava a confrontarsi con un vortice di domande, spesso senza risposta, ma altrettanto spesso foriere di nuove rivelazioni. Se le avessero chiesto di descriversi con una sensazione, Lea avrebbe risposto senza esitazione che ogni giorno si sentiva come una persona diversa, incapace di riconoscersi completamente nella donna che era stata solo ventiquattr’ore prima.

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Si era ritrovata catapultata in un periodo della vita dove ogni cosa assumeva un nuovo significato. Ciò che un tempo le sembrava essenziale ora appariva banale, e viceversa. I piccoli piaceri quotidiani avevano preso il posto delle grandi ambizioni e l’urgenza di vivere tutto e subito si era trasformata in un bisogno di quiete e riflessione.

In modo curioso, per chissà quale strano sortilegio della mente, era riuscita a scendere a compromessi con la sua memoria a lungo termine. Non ricordava più com’era la vita prima dei quarant’anni. Certo, le tornavano in mente flash di momenti spensierati, di un’energia che sembrava inesauribile, ma era come se quei ricordi appartenessero a qualcun altro. In fondo, non le dispiaceva. Era certa che di abitudini ne aveva cambiate parecchie, e le andava benissimo così.

Durante i suoi cinquantatré anni, Lea Ferrara aveva sviluppato una sorta di talento nell’anticipare le conseguenze degli eventi della vita. Era come un gioco di strategia, una sfida personale in cui prevedere ciò che sarebbe potuto accadere per poi gestirlo con serenità. Era quasi diventato il suo passatempo preferito. Con una modestia che rasentava l’ironia, si considerava cintura nera nell’affrontare le evenienze, padroneggiando ogni situazione con quel filo di arroganza sorridente che era la sua forza. E a volte, purtroppo, anche la sua rovina.

Mentre un gatto sfilava sotto i suoi occhi con la coda all’insù e il passo elegante, Lea fu colta da un pensiero improvviso che le accarezzò la coscienza. Senza alcuna ragione apparente né pretesto specifico, iniziò a interrogarsi su quelle che erano state per anni le sue più radicate convinzioni. Perché, si chiese, si era sempre sentita così sicura di sé? E se ciò che aveva considerato certezze non fossero altro che una prospettiva limitata, una visione parziale della realtà? Le capitava spesso di sentire il bisogno emotivo di guardare le cose certe da un punto di vista differente, come a voler mettere in discussione la sua stessa visione del mondo. Era un esercizio pesante, ma anche affascinante. Lea Ferrara sapeva che sfidare le proprie convinzioni poteva essere destabilizzante, ma era anche sicura che solo attraverso questa introspezione avrebbe potuto trovare una pace più profonda.

In quel momento, scandito soltanto dal ticchettio regolare dell’orologio da parete appeso sulla porta della sua stanza, Lea aveva necessità di contemplare il lato imprevedibile delle abitudini. Per lei, che aveva fatto della routine il suo baricentro, era inimmaginabile l’ipotesi di dover uscire dalla sua zona di comfort per ragioni non dipendenti dalle sue scelte. Eppure, pensò che al mondo accade con una frequenza inaspettata che qualcuno venga sottomesso al potere delle interferenze esterne. Era perfettamente consapevole di non poter controllare tutto, eppure si era sempre illusa di poter gestire almeno ciò che rientrava nella sua sfera personale. Ma il pensiero che l’insospettabilità degli eventi o una congiunzione sfavorevole tra pianeti potesse far crollare il suo castello di consuetudini, le faceva accapponare la pelle.

Mentre il gatto si apprestava a addentare gli avanzi dei pasti che gli inquilini del condominio riponevano nell’apposita ciotola, Lea si rese conto di aver disegnato con la mente uno scenario tanto irreale quanto sconfortante. Doveva smetterla di viaggiare con la fantasia in direzioni che puntualmente le annerivano l’umore. In fondo, il banale assetto di quella vita che aveva costruito con tanto impegno le dava stabilità. La sua era infatti una straordinaria ordinarietà. Non si destreggiava tra giornate scandite da eventi particolarmente entusiasmanti. Anzi, a dirla tutta, poteva considerarsi una delle donne più prevedibili dell’universo, e in questo, trovava quasi una forma di soddisfazione. Si addormentava davanti alla televisione, perdeva l’autobus per andare a lavoro con una frequenza imbarazzante, mangiava in preda agli sbalzi d’umore, cedeva spesso al brivido adrenalinico delle discussioni e ogni tanto si abbandonava alla nostalgia di sogni che aveva lasciato andare ormai già da un bel po’. Insomma, uno stile di vita analogo a quello della stragrande maggioranza della popolazione mondiale, la stessa che, paradossalmente, era esperta nel proclamare la sua presunta unicità sui social network. Lei, che aveva dovuto annotare la password di Facebook su una piccola agendina, non aveva mai condiviso quel genere di presunzione. Non si era mai sentita speciale o meritevole di chissà quale eccelso destino. Forse si sentiva un po’ sola e incompresa, ma era quasi convinta che qualcuno lo avesse capito da come i suoi occhi scuri e piccoli spesso si perdevano nel vuoto. Non lo faceva per tristezza, ma perché pensava che l’imperfezione umana si manifestasse anche nel bisogno di fermarsi, di mettere in pausa quell’ingestibile tran tran di emozioni contrastanti e impossibile da schivare.

2026-01-16

Aggiornamento

Infinitamente grazie: abbiamo raggiunto le 200 copie preordinate! Quando è stato fatto l’ultimo preordine avevo appena finito di cenare. Mentre sparecchiavo, mi arriva un messaggio su WhatsApp: “Ce l’abbiamo fatta!” Sono rimasta a fissare lo schermo, inebetita, con il telefono in una mano e un piatto sporco nell’altra. Cercavo di realizzare che sì, il mio libro, tra pochi mesi, verrà davvero stampato e distribuito. Tutto questo è successo grazie a voi: 200 meravigliosi matti che avete deciso di fidarvi di me e di quello che ho da raccontare. 200 persone che hanno acquistato un libro di cui, ad oggi, conoscono solo il titolo e la sinossi. 200 persone che lo hanno fatto sapendo di dover aspettare ancora qualche mese prima di leggerlo. Come saprai, infatti, "Il linguaggio dell’imprevisto" verrà spedito a luglio: i tempi di editing e stampa non sono immediati, ma ogni pagina sta prendendo forma con la cura che merita. Grazie a te, che fai parte della mia vita e hai condiviso con me gioie, dubbi, paure e speranze di questo progetto. Grazie a te, che mi conosci e hai scelto di supportarmi anche solo con una ricondivisione o un messaggio. E grazie soprattutto a te, che non sai nemmeno chi sono o come sono fatta, ma hai deciso comunque di dare fiducia a questa storia. È un gesto di gentilezza e altruismo raro che non dimenticherò, è un supporto incondizionato che nella società attuale non è scontato, anzi. L’obiettivo fondamentale è stato raggiunto, ma è ancora possibile preordinare una copia. Da oggi fino a giovedì 22 gennaio è attivo uno sconto del 30% inserendo il codice LINGUAGGIO30. Se ti va di consigliare il libro ad amici, genitori, zii o nonni, questo è il momento giusto. Grazie, davvero. Un abbraccio grande a tutti voi, Martina

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Martina Mastrogiacomo
Nata nel 1994, lavora nel settore tech come UX researcher e designer. Nel suo lavoro osserva e ascolta le persone per progettare esperienze digitali. Nella scrittura, quello stesso sguardo trova una dimensione più intima e si fa racconto. “Il linguaggio dell’imprevisto” è il suo romanzo d’esordio.
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