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Il mare adesso

Il mare adesso
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Consegna prevista Gennaio 2024

Rebecca è una giovane donna irrisolta ma resiliente. Come molte persone ha dei nodi nel suo passato, più o meno stretti, che non è riuscita ancora a sciogliere. Terminati gli studi universitari lascia la sua Liguria e si trasferisce in Toscana. Accetta il primo lavoro che trova e vive anni di apparente felicità convinta di non poter chiedere di più alla vita. Un giorno arriva una telefonata e Rebecca si trova improvvisamente a fare i conti con una reazione inaspettata. Decide così di tornare a casa, toccata e fuga, invece il soggiorno sarà più lungo del previsto. Per la prima volta si troverà faccia a faccia con il passato. Tra nuovi incontri e vecchie conoscenze, affetti stabili e rapporti mutevoli, Rebecca intraprenderà un viaggio dentro e fuori di sé che la condurrà dove desiderava. Così dovrà decidere se accontentarsi delle briciole della vita oppure prenderla a morsi. Non sempre i sogni sono destinati a rimanere nel cassetto. Rebecca aprirà il cassetto e darà forma ai sogni.

Perché ho scritto questo libro?

Ho cominciato a scrivere questa storia il 16 agosto del 2019 in montagna. Da giorni l’inizio mi frullava in testa, poi ho preso il computer e le parole hanno cominciato a rincorrersi, così veloci che avevo paura di non riuscire a trattenerle. Al mare, nel mio posto del cuore, il libro ha preso forma. L’ho letto e riletto, aggiunto e tolto. Ci è voluto tempo per lasciarlo andare. Se un pezzo della storia toccherà corde importanti, allora il libro avrà assolto al suo compito: lasciare il segno.

ANTEPRIMA NON EDITATA

“Ritorno a casa”

1

Doveva essere l’alba quando mi accorsi che una luce lampeggiava sul comodino: la testa ancora sotto il cuscino e gli occhi abbottonati.

La sera prima avevo fatto tardi e  preso sonno con fatica.

Allungai il braccio, afferrai il telefono; sentii il rumore forte della lampada a terra, della bottiglietta d’acqua, finalmente risposi.

Passò qualche minuto prima di scendere dal letto.

Misi i piedi in terra e fu come entrare in una pozzanghera.

Solo dopo aver bevuto un buon caffè e spalancato i vetri in cerca d’aria, realizzai cosa era successo.

Fu in quel momento che Firenze entrò prepotente in casa mia.

Feci le cose che facevo appena sveglia ma nella testa mi ronzavano le parole della telefonata.

Non riuscivo a scegliere come vestirmi: pantalone di lino e camicia, Jeans e maglietta: troppo elegante o troppo sportiva!

Insomma, un gran caos. Nel giro di un nano secondo avevo catapultato l’armadio sul letto.
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Scelsi un abito a fiori, presi la borsa che la sera prima avevo scaraventato sul divano e corsi in ufficio.

Ciò che avevo saputo non avrebbe dovuto sortire nessun effetto su di me, invece… quella voce, quelle parole, il tremore delle mie mani, furono una reazione inaspettata.

2

Sapevo di trovare solo Lorenzo in ufficio a quell’ora. Non avevo voglia di dare tante spiegazioni, mi sarebbe bastato parlare con lui.

Lavoravo nello studio  da quasi dieci anni.

Arrivata a Firenze non impiegai molto a trovare quel lavoro anche aiutata da un po’ di fortuna.

Non era certo la massima aspirazione ma quel posto mi permetteva di vivere senza aver bisogno di nessuno.

Lorenzo si mostrò comprensivo e mi concesse tutto il tempo di cui avevo bisogno.

Ero sempre stata presente e affidabile.

Le colleghe avevano famiglia e figli. Quando c’era bisogno di rimanere in ufficio fino a tardi o lavorare il sabato mi offrivo volontaria. Non avevo nessuno a casa ad aspettarmi.

“Mancherò per pochi giorni –  dissi guardandolo negli occhi al di là della scrivania – un problema di famiglia mi riporta a casa”.

Scesi le scale di corsa e sbattei il portone.

Camminai per il centro assorta nei miei pensieri.

Da anni facevo quel tragitto.

Mi sentivo fortunata a vivere nella città più bella del mondo.

L’estate era alle porte e Firenze già invasa di turisti.

Si sentiva ovunque un miscuglio di lingue che mi affascinava.

Le persone camminavano ammirando semplicemente Firenze: un museo a cielo aperto, la culla del Rinascimento.

Ogni vicolo, scorcio, anche i posti meno noti, quelli che non trovi sulle guide, offrivano uno spettacolo da mozzare il fiato: il tramonto su Ponte Vecchio, Palazzo Pitti e le sue mostre d’arte, la fila lunghissima per entrare alla galleria degli Uffizi.

Mi piaceva intrattenermi con i turisti che mi chiedevano informazioni per trovare una via, piuttosto che un locale alla moda o una trattoria dove mangiare qualche specialità toscana. Sfoderavo il mio inglese e mi mettevo a loro disposizione.

Capitava così di trovarmi a girare e rigirare sotto sopra una cartina. “Verso nord, potete passare da Piazza della Signoria…no no forse è meglio se andate in fondo a sinistra verso Piazza della Repubblica”. Insomma una gran confusione. Mi sbellicavo dalle risate quando mi rendevo conto che non avevano capito nulla e si dirigevano da tutt’altra parte.

“Chiederanno a qualcun altro”, pensavo mentre li vedevo andare via.

Mi era capitato pure di accompagnare sconosciuti in via Tornabuoni e arrivare tardi a lavoro.

Misi in  valigia poche cose, sarei stata via il tempo del funerale di zia Peppa, non di più.

Caricai tutto sulla mia mini rossa e partii.

Non avrei mai immaginato di fare quel viaggio; me lo ero ripetuta così tante volte che se fosse morta quella strega non sarei andata a salutarla.

Non so cosa mi passò nella mente quando il babbo telefonò.

Non mi chiese se avessi intenzione di andare, avrà immaginato che il fatto non mi avesse minimamente sconvolto, invece, senza pensare troppo, avevo  annunciato il mio arrivo.

Ero lontana da casa da tempo; la morte della zia mi dette l’occasione per tornare.

Guidai veloce con il finestrino leggermente abbassato e la musica  per soffocare i pensieri; loro però furono più rumorosi delle note di Vasco e sul ritornello de “La verità” provai a riflettere sulla mia verità, quella che tanto tempo prima mi ero rifiutata di cercare.

Giuseppina, chiamata da tutti Peppa, era la sorella  di mio nonno. Aveva sempre vissuto con noi e non si era sposata.

Io non le ero mai stata troppo simpatica e la cosa piano piano era diventata reciproca. Da piccola non capivo perché se una cosa la facevo io era sbagliata, se la facevano Sauro o Cristina andava bene.

Cristina, mia sorella più piccola, era la sua preferita, Sauro mio fratello le era abbastanza simpatico. Diciamo che lo sopportava perché maschio e portava avanti il buon nome di famiglia.

Se penso a lei mi vengono in mente solo ricordi orticanti che mi mettono addosso un gran nervoso.

“Sarà per i troppi fidanzati che sono venuti a chiedere la tua mano che la soglia di casa è consumata”, le diceva lo zio per prendersi un po’ burla di lei.

“Sono stata la ragazza più bella del paese. Se non ho un marito è perché non l’ho voluto, no perché mi siano mancati i pretendenti”,  rispondeva con le labbra rosse di rossetto e lo smalto  lucido.

Era la classica zitellona ed io non la sopportavo.

La domenica scendeva in salotto e con la sua mole si impossessava di metà divano, metteva una coscia grassa sul bracciolo e aspettava di essere chiamata per il pranzo.

Si metteva vicino alla porta d’ingresso, così nessuno poteva passare senza sfuggire al suo occhio indagatore.

Ovviamente io non ero mai adeguata o sufficientemente carina, Cristina invece era sempre perfetta ai suoi occhi.

La zia Peppa avrebbe compiuto 87 anni; pensai che era una bella età per morire.

Quando uscii dall’autostrada e cominciai a guidare su strade strette e piene di curve, sentii il profumo del tempo che mi riportava indietro.

Avevo percorso quella strada  tante volte: per tornare da scuola, per andare in città, per scappare via.

Avvertii una morsa allo stomaco, come un crampo.

Mi fermai.

Scesi dall’auto e i miei occhi si persero nel blu del mare.

Per un attimo trattenni il fiato, feci entrare nei miei polmoni più aria che potevo, quando  respirai di nuovo trovai le mie guance bagnate.

Quanto mi era mancato il mare.

Avevo chiuso tutto il mio dolore in un angolo, ero partita per la Toscana ed avevo lasciato che le meraviglie di Firenze si sostituissero all’immensità del mare, alla forza dei suoi tramonti, alla fresca  brezza che mi spostava i capelli.

Che rabbia quando il vento me li appiccicava sulla faccia. Cominciavo a soffiare e muovevo la testa di qua e di là per toglierli.

Fino al momento della partenza il mare era stata una presenza dominante nella mia vita, non potevo farne a meno. Dovevo vederlo, respirarlo e viverlo ogni giorno, in ogni stagione. Perché il mare è bello sempre: in estate quando esplode di allegria e d’inverno quando il silenzio rotto solo dalle onde, ti porta lontano con i pensieri.

Non riuscivo ad immaginare come si potesse vivere lontano.

Rinunciare mi sembrava impossibile.

Le circostanze della vita però mi avevano portato altrove.

Salii in auto, mi guardai nello specchietto e ingranai la marcia.

Mancavano pochi chilometri e cominciavo a sentire l’emozione salire.

3

Mi ritrovai davanti all’enorme cancello della villa.

Suonai e il cancello si aprì.

La dimora era esattamente come l’avevo lasciata: bella, imponente, con un giardino curato e un panorama unico.

Parcheggiai sul retro, non mi era mai piaciuto entrare dall’ingresso  principale.

La porta della cucina era aperta, salii tre gradini e mi affacciai.

Teresa mi dava le spalle, il grembiule a quadretti legato alla vita, la schiena china su una torta, i capelli grigi raccolti in uno chignon.

Non servirono parole, si voltò avvertendo la mia presenza.

I nostri occhi si incontrarono, penetrarono gli uni negli altri, poi ci abbracciammo.

Non servirono discorsi, le nostre braccia e i nostri  corpi pronunciarono fiumi di parole, anni di conversazioni rimaste sospese.

Allora capii quanto avessi realmente bisogno di casa.

Teresa c’era sempre stata, non avevo ricordo di un momento della nostra famiglia senza di lei.

Discreta, amorevole, fedele, aveva sempre lavorato per noi; con il tempo  eravamo diventati la sua famiglia.

Aveva perso il marito in un incidente in moto a pochi mesi dal matrimonio; insieme a noi aveva cercato  un modo per sopravvivere a quel dolore.

“Non ero convinta che saresti venuta – mi disse con gli occhi lucidi – anche se ci speravo”.

All’improvviso dal corridoio un rumore di tacchi ferirono il pavimento; poi una voce stridula invase l’aria e fui costretta a voltarmi: “Mi sembrava di aver sentito un’auto arrivare, ciao Rebecca”.

Vidi mia madre, era  convinta che non sarei tornata per l’occasione.

Era la solita donna fredda e distaccata con me, adornata di quella bigiotteria da quattro soldi che la faceva sembrare un albero di Natale tutto l’anno.

Mi venne vicino per una stretta di mano  molliccia e un timido abbraccio.

Avevamo messo tra di noi, molto tempo prima, una distanza difficile da recuperare.

Si incamminò fuori dalla cucina e io la seguii.

Entrammo nello studio senza fare troppo rumore.

Quella stanza era stato lo scenario di mille riunioni di famiglia, le pareti avrebbero potuto svelare fatti impensati. Mi guardai intorno, niente era fuori posto, tutto come sempre solo con un po’ di polvere in più.

Le tende erano tirate e un timido raggio di sole illuminava il tavolo.

Il babbo era seduto alla sua scrivania e controllava dei fogli ma aveva uno sguardo assente, perso nel tempo e nello spazio.

Alzò la testa,  ci vide ma restò immobile.

Non fece nulla, restò seduto a guardarmi da lontano come se avesse visto un fantasma. Gli occhi si fecero lucidi ma non riuscì a dire niente.

In quel momento mi sembrò davvero vecchio e stanco. Per la prima volta mi fece pena.

Ci volle qualche minuto prima che mi avvicinassi alla scrivania e chiedessi come stava.

“Ha sofferto tanto negli ultimi mesi, non riusciva più ad alzarsi dal letto e la morfina non calmava il dolore”. Era triste e dispiaciuto, nonostante tutto aveva voluto un gran bene a zia Peppa e questa perdita lo aveva sconvolto.

La morte per lei era stata una liberazione. Il suo corpo ormai era ridotto ad una larva e le sue rotondità avevano lasciato spazio agli spigoli delle sue ossa.

La sofferenza aveva consumato la carne ed aveva portato via la sua imponente figura ancora prima dell’anima.

Di fronte ai corpi senza vita della mia famiglia, lo sguardo mi è sempre caduto sui piedi avvolti in calze color seppia e mi sono chiesta perché facessero quell’ultimo viaggio  scalzi.

Non riuscii a concentrarmi sul volto ormai scavato e imbruttito  dai segni del dolore, ma su quei piedi e sull’alluce valgo.

Non piansi, non versai una lacrima. Ci fu spazio solo per i ricordi che quel corpo, ormai inerme, mi suscitava.

La zia aveva avuto la capacità di annientare la mia autostima ed era tra le ragioni che mi avevano spinto  ad andarmene.

Tutto sommato aveva avuto un’esistenza felice, circondata dagli affetti più cari, mai lasciata sola, accudita con amorevoli cure. La morte l’aveva trovata nel suo candido letto all’età di 87 anni.

Non le era andata poi così male.

Ormai la notizia della sua scomparsa aveva raggiunto tutti.

Cominciò un via vai di persone che volevano darle l’ultimo saluto e portare conforto alla famiglia.

Teresa, nel frattempo, aveva preparato torte e biscotti perché bisognava essere accoglienti e ospitali anche in quella circostanza.

Cominciavo ad essere un pò stanca per il viaggio e per quel ritorno a casa. Non avevo voglia di salutare nessuno, così andai in camera mia dove tutto era rimasto uguale.

Aprii la finestra per far entrare il profumo  dei limoni e la brezza del mare e vidi Sauro.

Alzò lo sguardo verso la finestra e mi sorrise.

Dopo un attimo ci stavamo abbracciando davanti al mio letto che sapeva di bucato.

“Avrei scommesso che non saresti venuta ma sono felice di vederti”, mi disse stampandomi un bacio sulla fronte.

“ Hai visto Cristina?”, mi domandò sorridendo.

Non ricordavo quando era stata l’ultima volta che avevo visto mia sorella.

Non ci sentivamo spesso e quando accadeva era per i formali auguri di compleanno, Natale e Pasqua. Io non sopportavo quei saluti di circostanza tantomeno le telefonate fatte solo quando era venuta a sapere di qualcosa di poco carino che mi era capitato. Scattava allora quella sorta di falsa pietà che mi montava un nervoso senza eguali. Con il tempo però avevo imparato queste dinamiche e avevo attuato la tattica di non rispondere. Dopo giorni di silenzio,  smetteva di chiamare e la preoccupazione finiva nel dimenticatoio.

Non saprei dire quando e perché a un certo punto ci siamo perse. Troppo vicine non lo siamo mai state,  la vita poi ci ha allontanato così tanto da non registrare più l’una nell’esistenza dell’altra.

Cristina è la più piccola, arrivata dopo diversi anni. E’ un pò come se fosse stata figlia unica. In più ha sempre avuto una salute cagionevole ed è stata al centro di preoccupazioni e attenzioni, soprattutto della mamma.

Noi fratelli più grandi eravamo continuamente invitati ad avere pazienza, a prenderci cura di lei, ad assecondarla.

Arrivati ad un certo punto Sauro ed io ci eravamo stufati ed avevamo creato una bolla dove c’era spazio solo per noi due. Così lei si è allontanata e noi ci siamo stretti ancora di più. Non avrei potuto superare quegli anni senza la complicità di Sauro.

Una volta diventata grande, l’etichetta della sorella fragile le è rimasta appiccicata addosso e le dinamiche in famiglia non sono cambiate; continuava ad essere quella più indifesa e da proteggere.

Questo ovviamente la rendeva ancora più insopportabile ai nostri occhi.

Per questo Sauro ed io eravamo diventati una squadra ed avevamo imparato a cavarcela da soli.

Insieme eravamo speciali, ci  supportavamo in ogni occasione. L’uno c’era sempre per l’altra, anche se ciò voleva dire infilarsi dritti dritti in qualche guaio.

Pareva, perché con Cristina niente era certo e scontato, che sarebbe arrivata non prima di un giorno, quindi tutto doveva essere sospeso in  sua attesa. Non era in Italia ma al mare chissà dove con il suo fidanzato, odioso quanto lei.

Io non avevo fretta di vederla; nonostante le circostanze saremmo state due sorelle divise da spazi siderali e il dolore non avrebbe accorciato le distanze.

Fu così che con il resto della famiglia ci trovammo in cucina, seduti intorno allo stesso tavolo come non succedeva da molto tempo.

Teresa aveva cucinato qualcosa di veloce ma delizioso come era solita fare. Apriva il frigorifero e metteva insieme ciò che trovava con una maestria che avrebbe fatto invidia ad uno chef stellato.

La giornata era stata frenetica, tutti erano scossi da quanto era successo. La morte della zia Peppa era annunciata dal suo stato di salute che peggiorava ogni giorno, ma trovarsi di fronte alla certezza della sua scomparsa aveva comunque turbato gli animi in famiglia.

Fin quando il suo cuore non smise di battere, nessuno fu pronto davvero a dirle addio.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Caterina Benini
Sono una giovane donna di 50 anni, sposata con Enrico e madre di Pietro, un giovanotto di 20 anni con la passione per i treni. Nella mia borsa non mancano mai un quaderno e un lapis (adoro scrivere con il lapis che compro ovunque) perché trovo sempre una riflessione da appuntare, una frase da fissare sul foglio, un'idea che viaggia veloce in testa e devo fermarla. Nella vita faccio l'insegnante di sostegno nella scuola primaria del mio paese e sono consigliera comunale all'opposizione! Ho cominciato a scrivere giovanissima ed ho collaborato per molto tempo prima con il quotidiano "Il Tirreno", poi con un giornale on line occupandomi della cronaca locale. Ho tante passioni tra cui viaggiare, che vorrei fare più spesso, l'arte in tutte le sue forme, stare in compagnia delle amiche, mangiare ma non cucinare. Vorrei vivere al mare. Sono una sognatrice e credo nelle favole.
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