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Il Mediatore – Dietro ogni gesto c’è una storia

Il Mediatore - Dietro ogni gesto c'è una storia
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Consegna prevista Agosto 2024
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Come può una persona, che per lavoro riesce brillantemente a mediare i problemi degli altri, non essere in grado di risolvere i propri?
Gabriele è un uomo ma si sente un ragazzo ed è schiacciato dalle sue due anime, cinica e misantropica da un lato, nostalgica ed attaccata agli affetti dall’altro. Le figure cardine del passato non ci sono più, con quelle del presente ci sono ponti da ricostruire. L’amore per il basket e quello per il Napoli sono svaniti. Ma c’è ancora un padre, manifesto di immoralità e creatore di traumi giovanili. La comodità del ruolo del lupo solitario si scontra con l’irrequietezza per un’assenza genitoriale che è lui stesso ad alimentare. Tra vecchi e nuovi amori, tra disincanto e speranza, c’è il pericolo di perdersi tra le strade eleganti di una Napoli dove anche l’incontro con una sconosciuta può trascinarti in una spirale di intrighi pericolosi. Per ricondurre la propria vita sui binari della felicità Gabriele non ha alternative: deve mettersi in gioco.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre provato una forte attrazione per i personaggi sprezzanti, antipatici e sarcastici. Gli stronzi, insomma, gli “insalvabili”. Poi ho capito che anche il peggiore degli odiosi, l’imperatore supremo degli stronzi, può avere un motivo per essere come lo si vede. Così è per Gabriele. Ma potrebbe esserlo per chiunque legga la sua storia. Ogni azione può celare un mondo, talvolta un peso, sicuramente una ragione che la giustifichi. Poi, per carità, ci sta pure chi è proprio stronzo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

CAPITOLO 1

Ma cosa cazzo sono uscito a fare stasera?

Questa stronza maledetta mi ha fregato, mi ha truffato. Non si può abusare così tanto di un filtro bellezza.

Ma come facevo a non uscirci, dai. Trentanove anni, sembrava una tipa tranquilla, non mi pareva stesse facendo la corsa per salire sull’ultimo treno dell’amore, che in ogni caso non sarei stato io. A trentanove anni devi già saperlo che il treno è passato, ci vorrà un miracolo per accasarti. Al massimo ti becchi un bidone e te lo farai pure piacere.

In tutte le foto spiccavano due tette enormi. Enormi davvero, non si vedeva altro. Ma dovevo capirlo che qualcosa puzzava, oltre ai miei piedi che non mi sono degnato neanche di lavare. Ogni scatto era dall’alto, in quelli a mare la pancia era sempre a filo d’acqua. Che dovevo fare? Andare a zoomare per vedere com’era sott’acqua? E poi il suo viso era lucido, bianco, una Vergine Maria illuminata da fari al neon.

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Il sospetto mi era venuto, devo dire la verità, però abita anche così vicino, un tentativo andava fatto.

Che poi mi sembra pure una brava ragazza. Ragazza la minchia, tiene quarant’anni.

La faccia è completamente butterata, altro che Vergine Maria. Le tette enormi ce l’ha davvero, questo è fuori discussione, ma sotto alle tette c’è il basamento di una statua equestre, una colonna. Impossibile farla cadere, Ercolina Sempreinpiedi, così la chiamerò.

Quando parla guarda dappertutto tranne che nella mia direzione, che fastidio. Ma quando sono io a parlare lei mi fissa e fa strani movimenti con le labbra. Non so se è solo impaziente di riprendere la parola o ha un principio di ictus. E poi parla come una mentecatta. Piano piano, lentamente, con una specie di zeppola in bocca che neanche la capisco.

“Mi fa sempre piacere conoscere nuove persone”, mi fa.

“Anche a me” rispondo. Ma quando mai, ma che me ne frega di conoscerti, bluff clamoroso che non sei altro. Mi hai truffato con quel filtro bellezza e l’unica buona ragione che posso trovare in questa serata è che mi ubriacherò, anche stasera. Almeno questo concedetemelo.

Magari se bevo un altro po’ comincio pure a trovarti carina, come fu con quella lituana che faceva lo sciopero del trucco e sembrava uno scaricatore di porto con la pinza nei capelli. Almeno Ercolina si è vestita bene, la lituana sembrava in fuga da un manicomio. Non esistono donne brutte, dicono i russi, esiste solo poca vodka. Che poi le russe sono tutte bone, uno spreco per quegli zotici ubriaconi.

Ma cosa cazzo sono uscito a fare? Me ne restavo a casa a cercare inutilmente cose interessanti in tv, a rilassarmi sul primo video di tettone su PornHub, mi facevo un paio di bicchierini di liquore e via a dormire.

“Ma dai, sto parlando da sola. Ti ho detto tutto di me, Gabriele adesso raccontami di te”.

Ma infatti, perché dovrebbe interessarmi sapere quant’è noioso il tuo capoufficio da Equitalia o quanti peli sulla guallera tiene il tuo barboncino Dudù?

“Mi dicevi che vivi da solo. Io vorrei tanto prendere un appartamento… Sai cos’è, Gabriele? Vorrei essere indipendente da mia madre e non dar conto a nessuno di quello che faccio, di quello che mangio, dell’ora a cui torno. Prendere finalmente in mano la mia vita, ecco, sì. Scusami, scusami, sto farneticando”

No, per carità, ci mancava la quarantenne col posto fisso che vuole prendere in mano la sua vita. Ma smettila, “No, figurati, è un ragionamento giustissimo. Sì, comunque, vivo da solo”

“E da quanto?”

“Direi sette, otto anni. Dieci, forse” e basta così, fatti i fatti tuoi.

“Ho l’impressione che esci da un rapporto lungo, mi sbaglio?”

“Sì, ti sbagli”, dillo che ti mancano solo poche informazioni per il dossier sul futuro beone che cadrà tra le tue grinfie fameliche.

“Ex fidanzate ingombranti?”

“No, nessuna di ingombrante. Solo un rapporto durato qualche anno ma finito da molti”

“E come mai è finito?” prosegue nell’analisi costi-benefici di una storia d’amore con me.

“Mah, è finito nello stesso modo in cui è iniziato: senza passione”

“Ah”, fa una piccola pausa, annota, poi riprende l’interrogatorio, evidentemente la risposta l’ha soddisfatta “E parlami un po’ del tuo lavoro, dai, sei sempre così silenzioso?”

“Te l’ho detto, faccio il mediatore, è abbastanza noioso come lavoro”

“Ma mediatore tipo quelli che devono tirare fuori gli ostaggi dalle banche? No, perché quello sarebbe un lavoro fighissimo”

Sì, come no, “No, non sono Denzel Washington. Io sono un mediatore civile, mi occupo di cause condominiali, divorzi, queste cose qui. Capitano anche i problemi con le banche ma senza ostaggi”

“E tu cosa fai di preciso?” mi chiede. Sta cretina già mi immaginava col megafono fuori alla banca ad urlare ai rapinatori che erano circondati e che dovevano ragionare per il loro bene.

“Cerco soluzioni per gente che non vuole quasi mai trovarle. Per evitare che si arrivi in Tribunale insomma”

“Wow, allora sei come un pacificatore! Devi essere un tipo equilibrato. Ma si vede che sei pacato. Mi piace come caratteristica nell’uomo” Ma che ti piace. Calmati, bella! Questa mi salta addosso. Più sono racchie e meno demordono, porca miseria.

“Ti va un altro drink? Sempre lo stesso, sì? Scusa … altri due boulevardier per favore”

Al tavolo di fronte stanno festeggiando una laurea. Belle, in forma, leggere nell’animo, si vede. Non sanno quello che le aspetta. La festeggiata ha un culo clamoroso e direi che la sua amica mi guarda, o forse sono io che le fisso tutte come un depravato. E sto ancora qua a blaterare con questa furfante.

Perché ho appeso Martina? Possibile che io non riesca a trovare una motivazione per approfondire con lei? Mi distraggo così tanto con lei, quando siamo insieme si innesca un ordigno nucleare. Forse dovrei chiamarla. Domani la chiamo, mi manderà dove merito. Ma forse no.

Andiamocene va, mi hai stufato. Stiamo parlando sì e no da tre quarti d’ora, i miei due boulevardier li ho bevuti. O fanno effetto in fretta o è meglio che me ne torno a casa.

Non fa niente che Ercolina si offende, crederà che voglio andare subito a scopare. Ma credi quello che vuoi, Ercolina mia, basta che ce ne andiamo da qua. Non me ne importa proprio.

Per fortuna ho trovato parcheggio qui vicino, almeno questo. Ho speso trenta euro per sentire quanto è difficile convincere un barboncino a fare la toelettatura anale. E lo credo bene, povero Dudù il barboncino.

“Un ultimo cicchetto prima di andare, dai” mi fa “così almeno fai offrire qualcosa anche a me, sei stato così gentile…”. È una brava ragazza, l’ho detto, si sa comportare, bisogna riconoscerglielo.

Impiego quindici secondi per arrivare sotto casa sua, neanche se mi stessi cacando sotto andrei più veloce. Continua a ripetermi che non è solita uscire con ragazzi che non conosce bene. Ma fai quello che ti pare, ma chi se ne frega, “sono quasi sempre diversi da come ci si aspetta”, a chi lo dici, “e finisce che diventa imbarazzante”.

Ha un tono confidenziale, come se la serata fosse andata alla grande, come se fossimo entrati in sintonia e finalmente Cupido avesse scoccato la sua freccia. Ma com’è possibile? Sono stato antipatico come non mai. Ho tenuto un palo della luce in culo tutta la serata. Manca poco che il Comune mi assuma per illuminare la strada. Ma tu stai ubriaca, che vuoi capire, vattene a casa.

E non mi guardare così, ti prego, ti supplico. Mi fai paura.

Attende che io faccia la prima mossa, ma non la farò mai. Esiste solo poca vodka dicono i russi e di vodka in giro non ce n’è più e se ne bevessi un po’ farei testa e sterzo.

“Mi ha fatto piacere conoscerti, è stata una bella serata” le dico meschinamente.

È cotta, crede che io sia l’ultimo dei romantici, che sia timido e rispettoso e che non voglia approfondire in maniera carnale la prima sera. Non è vero, ho uno sguardo perso nel vuoto ma non per l’imbarazzo. Più lei continua a parlare con la zeppola guardando nel vuoto, più mi viene l’ansia. Mi sta salendo la tachicardia, sono visibilmente spazientito. Se resta un altro secondo in macchina le do un calcio in culo.

Giuro che le do un calcio in culo. Anzi no, in bocca, così magari la smette di parlare come una cretina.

Mi saluta con un bacio sulla guancia destra, uno più lungo e intenso sulla sinistra, molto vicino alle labbra, molto. Per farlo, si appoggia con la mano destra nel mio interno coscia. Le enormi tette, per forza di cose, mi strusciano il braccio.

Basta un secondo perché io rinneghi me stesso e tutte quelle cazzate che mi sono passate per la testa, la stronza mi ha fatto eccitare.

Se l’è guadagnata la mia lingua biforcuta. Stai facendo tutto tu, eccoti un croccantino.

La sua mano continua, la sua bocca conclude.

Grazie, non me lo merito. Ti ho offesa per tutta la serata.

Ma non ti dirò di salire da me, magari un’altra sera, chissà. Per adesso fatti bastare questo, che pure è assai.

“Ci vediamo eh, buonanotte”. Voglio solo buttarmi sul letto, domani mi aspetta un’altra noiosissima giornata di merda.

A lei sta bene così, non sa che probabilmente sparirò. Tornerò a chiamarla, se particolarmente brillo, forse eccitato, sicuramente annoiato, lei avrà il dubbio se rispondere o meno per paura che il treno sia ancora in stazione ma poi alla fine capirà, l’orgoglio vincerà e mi manderà a cagare.

Ed io sarò contento, perché in fondo mi piace proprio farmi mandare a cagare.

CAPITOLO 5

“Si sono venduti un altro scudetto” ripete Nonno da due ore.

È steso sulla sua tanto amata poltrona recrinabile e maledice la tv, come sempre ad un volume altissimo. La telecronaca delle partite si sente fino alla strada. Nonna ci prova a dirgli di abbassare ma è inutile. Anche le cuffie sono state un disastro, le ha abbandonate alla terza inciampata nel filo. Le ha messe sulla caffettiera grande così sembra che la caffettiera ascolta la musica.

Quelle senza filo invece si sono rotte in mezza giornata. Quel negozio fallirà presto, dice Nonna.

Il campionato è finito ed il Napoli è arrivato quarto. Sta cosa che si sono venduti lo scudetto non l’ho capita. Chi l’ha comprato? Come si vende uno Scudetto? È quello che hanno vinto l’altro anno oppure è lo scudetto di quest’anno? Non lo volevano più e gli servivano i soldi? Boh, non c’ho capito niente.

“Io non ci posso credere che si sono venduti un altro scudetto, non ci posso credere. Sono sicuro che se lo sono venduti. Sicuro come la morte!” dice rammaricato, guardando un gol di Gianfranco Zola. Quanto è forte Zola, mamma mia. Sai che coppia appena torna Maradona.

Nonna è in cucina a guardare il telegiornale che parla dell’elezione del Presidente della Repubblica. Anche la maestra a scuola ha detto che è una cosa importante, ci ha fatto fare pure il lavoretto.

Scalfaro, già il nome mi fa ridere, Oscar Luigi, come il premio per i film. Nonna però mi sembra agitata, agitatissima, forse per le bombe dell’altro giorno in Sicilia di cui tutti continuano a parlare. È morto qualcuno di famoso, mi sa. Ne parlano in continuazione.

Ma secondo me è preoccupata perché Mamma ancora non chiama.

Sono tre giorni che è in ospedale ed io mi sono stancato di stare qua. Non faccio altro che guardare la televisione. Non posso giocare con nessun amico mio e non ho neanche il Super Nintendo.

Mi sono scocciato.

Oggi doveva tornare a casa. Papà ha detto che la andava a prendere e tornavano lui, lei e la sorellina. Io e Nonno siamo pure scesi a comprare i palloncini rosa.

Però non lo so se reggono appesi lì, tra la libreria e la finestra del soggiorno, con il vento che oggi tira così forte. C’è sempre vento qui a casa dei nonni a Capodimonte, sempre.

Non vedo l’ora che arrivano, così finalmente ce ne torniamo a casa e posso giocare a pallone con i miei amici. Se segno devo fare come fa Gianfranco Zola, prima con il pugno alzato e poi salto. Oppure faccio il balletto come Careca, che è più divertente. Anche se lo fanno sempre tutti.

E così posso pure vedere questa sorellina, finalmente.

Tutti in classe hanno detto che i fratelli minori rompono solo le scatole, piangono in continuazione, e, da quando entrano in casa, i genitori sono sempre arrabbiati e nervosi.

Poi hanno detto che quando arrivano i fratelli minori non ti pensano più, nessuno ti dà più retta come prima e si dimenticano di te. Ma non me ne importa, io sono felice lo stesso, non mi piace più dire che sono figlio unico. Tutti i figli unici che conosco sono strani e superviziati.

Avrei preferito un fratellino da torturare e far crescere come me. Gli avrei insegnato tutto quello che so, mi avrebbe fatto sentire un tipo tosto. Come Batman e Robin.

Ma vabbè, non fa niente. Invece di avere un aiutante dovrò fare il fratello maggiore che controlla la sorella minore. Mamma me lo sta ripetendo già da un sacco di tempo che dovrò difenderla e proteggerla, perché io sono più grande e lei si fiderà solo di me.

Mamma è contentissima, non l’ho mai vista così felice, sembra un sole che splende. È luminosa.

È un sole gigante, come quei disegni che fanno i bambini dell’asilo.

Chissà se era così contenta pure quando aspettava me. Secondo me no, è così contenta perché voleva una femminuccia.

Io lo so.

E credono che non l’ho capito che mi hanno fatto fesso e contento facendomi scegliere il nome. Ma non me ne importa proprio, io l’ho scelto lo stesso.

Francesca.

Mi piace un sacco come nome. È il primo che mi è venuto in mente e so pure il perché. Per Francesca Montella, la più bella della classe. Se le dico che ho fatto chiamare mia sorella Francesca in suo onore può darsi che si convince a fidanzarsi con me.

Mica come quel campagnolo di Rosario Tarallo che le scrive le letterine metà in stampatello e metà in corsivo e che è stato già bocciato in terza elementare. Ma come ha fatto a farsi bocciare in terza elementare? Forse è un poco ritardato, sembra un animale, ha la faccia di un cane.

Io le ho dedicato il nome di mia sorella. Mica è poco.

Squilla il telefono, parla solo chi è dall’altra parte. Nonna non risponde, dice solo “Sì, va bene” e posa la cornetta grigia.

Si avvicina a me, “Gabriele, bello di nonna, vuoi vedere un attimo se Salvatore il salumiere tiene cento grammi di prosciutto cotto?”

“Nonna ma è domenica pomeriggio, Salvatore sta chiuso”

“Ah, è vero, hai ragione. Allora fammi una cortesia. Vai a chiedere alla Signora Tafuri al piano di sotto se lo tiene lei un poco di prosciutto cotto”.

Scendo. La Signora Tafuri è più bassa di me, Nonno la prende in giro, la chiama “la Signora Minù”, tiene sempre questa specie di vestaglia per la casa, non l’ho mai vista vestita in un altro modo. Pure quando si è sposata la figlia aveva una specie di vestaglia per la casa, solo che si è messa il trucco in faccia e una collana, sembrava quasi bella.

Anche il marito della Signora Minù tiene sempre la voce della televisione altissima. Fa la faccia un poco strana quando le chiedo il prosciutto.

“Tengo un poco di prosciutto crudo, va bene lo stesso?”

“Boh, la nonna ha detto cotto”

“Vabbuò, pigliatelo lo stesso”

Quando risalgo, la voce della televisione è stranamente bassa, Nonno si è alzato dalla sua amata poltrona recrinabile e beve un bicchiere d’acqua in cucina, Nonna è in bagno.

E i palloncini rosa non ci sono più.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Piacevolissima lettura. Sei riuscito a miscelare in maniera pregevole le diverse sfumature di un personaggio controverso, facendo emergere e comprendere la sua profonda inquietudine.
    Ho apprezzato molto, inoltre, il contrasto che hai saputo creare tra l’utilizzo di espressioni decisamente “esplicite” e passaggi narrativi di estrema delicatezza.

  2. Massimiliano Pietrosanti

    Un libro che ti prende lentamente. Che ti pone molteplici interrogativi sul perché, sul come e sul quando accadano gli eventi che si dipanano nella storia e che soprattutto ti ribalta i medesimi quesiti ponendoli per te stesso/a. Luci e ombre si sussuegono senza sosta…fin all’ultima pagina…dove scopriremo tutti, insieme con l’autore, dove tendiamo a sistemarci quando c’è da scegliere tra le prime e le seconde….

  3. (proprietario verificato)

    In bocca al lupo Daniele!

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Daniele Grano
Ho 37 anni, sono nato e vivo tuttora a Napoli di cui quotidianamente mi godo un milione di cose e mi lamento del doppio. Lavoro come avvocato e mi occupo di mediazioni. Se annotassi tutte le stranezze che mi passano davanti agli occhi potrei scrivere una di quelle collane tipo “La Storia d’Italia”.
Leggo ogni genere di libro e vedo ogni genere di film, ho donato entrambe le ginocchia alla pallacanestro e mi resta almeno mezzo mondo da girare.
Ho iniziato a scrivere con l’unico obbiettivo di schiaffare un premio letterario sulla tomba della mia insegnante di italiano che non mi ha mai messo più di sei.
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