ANTEPRIMA NON EDITATA
INTRODUZIONE
[…] Ti dicono “vai avanti”, come se fosse una direzione chiara, come se non stessi già camminando da anni senza sapere dove stai andando.
E allora ho fatto l’unica cosa che sapevo fare: ho guardato dentro il paniere.
Dentro c’erano nomi, promesse non mantenute, versioni di me che non esistono più e altre che non hanno mai avuto il coraggio di nascere. C’erano anche cose belle. Quelle fanno più male, perché non sai mai se conservarle ti salverà o ti impedirà di andare avanti.
Ho capito che vivere, alla fine, è questo: scegliere cosa tenere vicino e cosa lasciare abbastanza lontano da poter respirare. Non sempre scegli bene, ma scegliere, anche sbagliando, è già una forma di vita.
CAPITOLO 2
Il messaggio era arrivato mentre stava pagando il conto. Aveva guardato lo schermo senza leggere davvero, come si fa quando sai già che qualcosa non va, ma speri di sbagliarti.
“Albi non ce l’ha fatta.”
Niente punti esclamativi. Niente spiegazioni. Solo una frase che non avrebbe mai dovuto esistere.
Andrea aveva infilato il telefono in tasca come se scottasse. Aveva sorriso al cameriere, ringraziato, fatto tutto nel modo giusto. Aveva anche pensato, per un secondo assurdo, che forse stava reagendo bene. Poi aveva capito che non stava reagendo affatto.
L’incidente era successo di notte. Strada dritta, nessuna storia complicata.
Le storie semplici sono le peggiori, perché non ti danno appigli. Non c’è nessuno da odiare, nessuna colpa chiara, nessun “se solo”. C’è solo il fatto nudo: una vita che si ferma.
Andrea si sedette sul muretto sotto il lampione. Sentiva il petto chiuso, ma non abbastanza da piangere.
La tristezza vera, quella che conta, arriva sempre dopo. Prima c’è solo una specie di silenzio interno, come se qualcuno avesse abbassato il volume al mondo.
Pensò all’ultima volta che aveva visto Alberto. Un allenamento saltato, una birra rimandata, un “ci vediamo presto” detto senza peso, come se presto fosse garantito.
La colpa arrivò puntuale, come sempre. Non quella urlata, ma quella educata, che si siede accanto e non se ne va più. Quella che ti ricorda ogni gesto non fatto, ogni parola rimasta in tasca.
Andrea sapeva che non aveva senso. Sapeva che nessuno vive dando addii perfetti, che nessuno può trattare ogni incontro come fosse l’ultimo. Eppure, davanti alla morte, il cervello pretende contabilità. Vuole sapere dove hai sbagliato, anche se non c’è nessun errore.
Si alzò e riprese a camminare. Pensò che Alberto non avrebbe sopportato quella scena, lo avrebbe preso in giro.
«Oh, ma guarda questo, sembra in un film drammatico.»
Quando arrivò sotto casa, prima di entrare, fece una cosa che non faceva mai: mandò un messaggio.
“Scusa se non te l’ho detto abbastanza. Ti voglio bene.”
Premette invio e, per la prima volta quella sera, pianse.
CAPITOLO 14
La Sardegna rimase lì, come una luce trattenuta. Non serviva raccontarla nei dettagli: bastava sapere che c’era stata. Il mare, le risate, le notti senza sveglia.
Bastava sapere che la vita, ancora una volta, aveva restituito qualcosa senza chiedere nulla in cambio.
Il ritorno, invece, chiedeva presenza.
A settembre Andrea varcò il cancello della scuola media con una sensazione nuova addosso. Non era entusiasmo, né paura. Era responsabilità.
I corridoi profumavano di pavimenti appena lavati e di quaderni nuovi. Le voci dei ragazzi rimbalzavano contro le pareti, disordinate, vive.
Andrea camminava piano, come se stesse entrando in un luogo che meritava rispetto.
“Prof, ma lei resta tutto l’anno?”
La domanda arrivò secca, senza filtri.
Andrea si voltò. Un ragazzo basso, con lo zaino più grande di lui, lo guardava dritto negli occhi.
“Sì”, rispose. “Resto.”
Il ragazzo annuì, come se quella risposta fosse sufficiente a sistemare qualcosa.
Le giornate si riempirono presto. Ore passate in aula, appunti presi a margine, silenzi da rispettare più che da colmare.
Andrea scoprì che insegnare significava soprattutto imparare a stare un passo indietro. Non guidare, ma accompagnare.
Fu lì che nacque l’idea del progetto musicale.
All’inizio era solo una proposta buttata lì durante una riunione, quasi per istinto.
“E se provassimo a costruire qualcosa con la musica?”
Qualcuno sorrise con indulgenza, qualcuno rimase in silenzio. Ma Andrea sapeva che non era un’idea estetica. Era una necessità.
Quei ragazzi avevano bisogno di un linguaggio che non chiedesse spiegazioni, e anche lui.
Le prime prove furono caotiche. Voci che partivano fuori tempo, mani che battevano a caso, risate improvvise che rompevano ogni tentativo di ordine.
“Non è una gara” disse Andrea una mattina. “Non dobbiamo arrivare primi. Dobbiamo arrivare insieme.”
Una ragazza alzò la mano.
“Anche se sbagliamo?”
Andrea sorrise.
“Soprattutto se sbagliamo.”
Fuori dalla scuola, le notti continuavano a esistere…
Con Alessandro si ritrovavano spesso tardi, seduti su una panchina o appoggiati a una macchina parcheggiata male.
Parlare diventava facile quando nessuno aveva fretta di arrivare a una conclusione. E proprio così accadde quella sera di fine settembre.
Erano seduti sul cofano della macchina, parcheggiata male come sempre. La strada era quasi vuota, l’aria tiepida. Alessandro giocherellava con le chiavi, facendole tintinnare senza rendersene conto.
“Sai qual è la cosa che mi fa più incazzare?” disse all’improvviso.
Andrea lo guardò di lato.
“Quando una frase inizia così, di solito non è una sola.”
Alessandro sorrise appena.
“Il fatto che ogni volta che penso di essermi sistemato… arriva qualcuno che mi dimostra che non era vero.”
Rimasero in silenzio per qualche secondo.
“Parli di lei?” chiese Andrea.
“Parlo di tutto.”
Andrea annuì.
“Allora sì. Capisco.”
Alessandro sospirò.
“Forse sono io che mi aspetto troppo.”
“O forse ti aspetti dalle persone cose che non possono fare.” rispose Andrea.
“Tipo?” chiese Alessandro.
“Tipo quello che pensi faresti tu. A volte forse la chiave è staccarsi dalle proprie aspettative sulle persone e comprendere che l’altra persona ci sta già dando il massimo; semplicemente il suo 100% può non corrispondere al nostro.”
Alessandro si girò verso di lui.
“A tuo padre non l’hai mai detto, vero?”
Andrea ci pensò un attimo.
“No. Con lui è sempre stato tutto… irrisolto.”
“Il mio invece parla troppo” disse Alessandro. “Ma dice sempre le cose sbagliate.”
“È un talento raro.” rispose Andrea.
Risero entrambi.
Poi Alessandro si fece serio.
“Ti fa paura il futuro?”
Andrea guardò in alto, verso un cielo che non prometteva niente.
“Non il futuro. Mi fa paura sprecarlo.”
“Io ho paura di restare uguale.” disse Alessandro.
“Io di cambiare troppo.” ribatté Andrea.
“Vedi? Siamo già messi male.” concluse Alessandro.
Restarono un po’ senza parlare. Da una finestra lontana arrivava musica bassa, indistinta.
“Secondo te esiste davvero un senso?” chiese Alessandro.
“Filosofico o pratico?”
“Entrambi.”
Andrea sorrise.
“Pratico no. Filosofico forse. Ma cambia ogni volta che ascolti un disco diverso.”
“Tipo?” domandò Alessandro.
“Se ascolti De André pensi una cosa. Se ascolti i Radiohead un’altra. Se non ascolti niente, ti inventi qualcosa.”
“Allora meglio la musica.” disse Alessandro.
“Sempre.” concluse Andrea.
Alessandro scese dal cofano e si stiracchiò.
“Comunque è strano.”
“Cosa?” domandò Andrea.
“Che possiamo parlare di tutto questo senza sapere dove stiamo andando” rispose Alessandro.
Andrea scese a sua volta.
“Forse è proprio per questo che funziona.”
Si guardarono un attimo, poi Alessandro sorrise.
“Dai, andiamo a mangiare qualcosa di indecente.”
“Politicamente scorretto o solo poco salutare?” chiese Andrea.
“Entrambe le cose” disse Alessandro.
“Perfetto” concluse nuovamente Andrea.
Salirono in macchina senza aver risolto nulla.
Ma, per quella notte, andava bene così.
CAPITOLO 23
Andrea, dopo una domenica all’insegna dei ricordi e delle malinconie, tornò a scuola con una carica particolare, quasi una voglia di riscatto improvvisa. Andrea si accorgeva sempre più che lui per primo, mentre insegnava, imparava.
“Buongiorno ragazzi.”
“Buongiorno prof” si sollevò il solito coro.
“Comodi, comodi. Oggi è lunedì e, siccome vi voglio bene, come inizio della settimana in orario abbiamo fissato l’analisi del testo poetico. Tuttavia, oggi mi va di mandare all’aria il programma, perché voglio fare con voi qualcosa che vi aiuterà davvero.”
“Fino a mandare all’aria il programma stava andando bene, prof” ironizzò Davide.
“Aspetta, mister simpatia, lasciami finire.”
E proseguì.
“Sapete cos’è un paniere?”
Una serie di facce incredule cominciarono a guardarsi reciprocamente.
“Domanda retorica, direi. Era quasi ovvio che non lo sapeste. Un paniere è un cesto, di solito in vimini, con un manico ad arco. Quando ero piccolo mia nonna, che abitava al quarto piano senza ascensore, ogni volta che aveva bisogno di portare qualche cianfrusaglia giù in garage la metteva dentro questo paniere, legava il manico con una corda alla finestra, e lo calava giù. E io un giorno le chiesi come mai non buttasse certi oggetti che erano in garage a prendere polvere da tempo ormai indefinito. Mi rispose dicendomi che non poteva saperlo, un giorno sarebbero potuti ancora servire.”
“Bene, trauma dell’infanzia sbloccato. Sono 100 euro, 150 se vuole la fattura” disse di nuovo Davide.
Questa volta tutta la classe rise. E sorrise anche Andrea.
“Ecco, hai visto Davide. Potresti avere già individuato la tua strada del futuro. Io ci verrei in terapia da te, anche se per il mio bene mi auguro di non averne mai bisogno.”
E continuò.
“Comunque, tutto questo era per introdurvi il lavoro. Agli esami potreste trovarvi davanti ad un tema argomentativo importante, e per poterne uscire con credibilità, le argomentazioni dovranno essere vere, di spessore. Al colloquio vi troverete davanti ad una commissione che non vorrà solo sentire la vostra tesina. Vorrà capire chi siete, che cosa avete da dire li dentro, e fuori dalla scuola. E io voglio che siate capaci di dire prima a voi stessi e poi al mondo chi siete.”
Tirò fuori da un borsone un paniere.
“Questo è un paniere. Da oggi, tutti i giorni, ognuno di voi metterà dentro una fotografia, una riflessione, un ricordo, cose belle o cose tristi. Quello che volete. Tranne le cose sconce, ovviamente, quelle vi pregherei come al solito di tenerle riservate” concluse ironizzando e strappando un sorriso collettivo.
Alla fine dell’anno lo guarderemo insieme, e vedremo se in questi mesi sarete riusciti a capire qualcosa di più su voi stessi.
CAPITOLO 28
Il giorno della partenza verso le Eolie arrivò.
La lontananza da quello che era stata fino a poco prima casa, zona di confort, certezza, cominciò fin da subito ad aiutare. Il primo sguardo al panorama fece già ben sperare, portò subito una boccata d’ossigeno.
I professori che accompagnavano i ragazzi, oltre ad Andrea, erano il prof. Costa di diritto, il prof. Guizzelli di educazione fisica e la prof. Raimondi di musica.
La squadra di pallanuotisti era composta da atleti poco più grandi degli studenti, tra i venti e i venticinque anni, ed era accompagnata dall’allenatore e dal preparatore atletico.
Il programma era abbastanza serrato: sveglia presto, colazione tutti insieme, allenamento in mare, pranzo tutti insieme, allenamento più leggero il pomeriggio, cena tutti insieme e svago in spiaggia la sera tra falò, chitarre e marshmallow.
L’obbiettivo era semplice: ottenere qualcosa attraverso la fatica e la condivisione, cosicché il valore di quell’esperienza rimanesse invariato per tutta la vita.
Andrea era stato preso per folle da tutti: una gita in piena estate, a scuola terminata, facendo seguire ai ragazzi un programma di allenamento sportivo in mare guidato da una squadra di atleti. Qualcosa completamente fuori dagli schemi, contro ogni protocollo, diverso da qualunque cosa fosse mai stata fatta in precedenza.
Aveva chiesto fiducia a tutti: alla scuola, alle famiglie, ai ragazzi. E lo chiese con un tale fuoco negli occhi che alla fine nessuno riuscì a negargliela.
Le giornate scorrevano intense e leggere allo stesso tempo. Allenamenti, risate, tuffi, chiacchiere interminabili.
Al terzo giorno studenti e atleti sembravano già un unico gruppo, l’affiatamento pareva proprio quello di amici di vecchia data.
Una sera, durante un falò pieno di canzoni ed allegria, Davide si allontanò.
Non lo fece per noia o ribellione, anzi, apprezzava tutto quello che gli stava accadendo intorno; eppure, a volte, gli capitava di non riuscire ad essere felice proprio mentre accadeva qualcosa per cui sentiva che infondo lo era. E questa contemporaneità tra felicità e infelicità lo stordiva.
Si sedette un po’ più in là, bagnando i piedi sulla riva, dove il rumore del mare arrivava più forte delle voci.
Gli atleti non erano scelti casualmente. Andrea conosceva bene il mister e aveva la certezza che quella squadra era costituita da anime salve, prima che da atleti.
Uno di loro, quella sera, incuriosito, osservava Davide.
“E quel ragazzo?” domandò, rivolgendosi ad Andrea.
“Si chiama Davide. È un ragazzo in gamba, ha vissuto tanto nonostante la giovane età. Come sai anche tu, sensibilità e moralità sono due doti meravigliose, ma sono anche armi a doppio taglio. E lui sta ancora imparando ad utilizzarle a suo favore.”
“Ho notato che gli presti particolare attenzione.”
“Sai, Gio, un po’ di tempo fa mi è stato raccontato di un ragazzo di 16 anni, senza amici, che ha cercato su Google ‘come avere degli amici a 16 anni?’.”
Sospirò un momento, poi continuò.
“Mi è scoppiata una tristezza nel cuore. Quanto possono essere profondi il dolore e la solitudine di un ragazzo per spingerlo a chiedere risposte ad un computer.”
Andrea parlava guardando il mare. Anche lui era rincuorato da quell’eterno moto ondoso.
“Il dolore è e rimane una cosa umana, ma spesso nessuno ha voglia di ascoltarlo e di capirlo. Forse perché il dolore degli altri ci fa paura, ci costringerebbe a fare qualcosa per provare a guarirlo mentre con il nostro siamo abituati a sotterrarlo negli abissi dell’anima.”
Giorgio lo guardò con un sorriso di condivisione.
Andrea continuò il discorso con lo sguardo rivolto verso Davide.
“Io non sono nessuno e non mi ergo a niente, ma credo occorra reimparare a leggere tra le righe, ad essere amici per davvero, a condividere i nostri tagli, a ricordarci che l’unico possibile senso concreto di questo passaggio chiamato vita risiede nella persona che abbiamo di fronte, perché se per qualcuno che chiede a Google ‘come avere degli amici’ non c’è qualcun altro che ne viene toccato, niente ha nessun senso. Per questo l’ho notato e voglio aiutarlo, per trovare quel senso.”
Giorgio seguì lo sguardo di Andrea. Davide era seduto sulla sabbia, con le braccia appoggiate sulle ginocchia, e fissava il mare.
“Posso andare da lui?” chiese Giorgio, poggiando una mano sulla spalla ad Andrea.
“Vai, sono sicuro che apprezzerà” rispose Andrea, ricambiando la mano sulla spalla in segno di affetto.
Giorgio si alzò, raggiunse Davide e si sedette di fianco a lui.
Ed era proprio ciò che Andrea sperava. Quel senso stava prendendo forma.
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