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Il Professore

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Consegna prevista Aprile 2027

Il Professore è un dramma giudiziario che intreccia miseria, giustizia e verità in una Milano indifferente agli “invisibili” che la popolano. Racconta la caduta di un uomo, detto “il Professore”: un tempo brillante agente di borsa, poi per anni senzatetto dimenticato da tutti, fino a quando viene accusato dell’omicidio di una sua amica. A difenderlo è Leopoldo, giovane e aristocratico avvocato milanese che, convinto della sua innocenza, trasforma il caso in una duplice missione: restituire dignità al Professore e ridefinire se stesso, mettendo in discussione certezze e privilegi.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto Il Professore perché mi interessava raccontare quanto sia sottile il confine tra chi vive una vita considerata “normale” e chi, per una serie di eventi, cade in disgrazia.
Più che un romanzo giudiziario, Il Professore è una storia sulla dignità, sulla possibilità di riscattarsi e sul dovere di guardare oltre le apparenze. Se il lettore, arrivato all’ultima pagina, si domanderà quante persone abbia incrociato senza davvero vederle, allora il libro avrà raggiunto il suo scopo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

L’ombra nel parco

La notte avvolge la città in un manto umido e pesante. I fari delle auto tremolano nel freddo pungente di novembre, proiettando lunghe ombre sulle strade deserte. Le poche anime che vagano ancora per la città sembrano figure evanescenti, sagome indistinte che si dissolvono nell’oscurità. Nel cuore della città, il parco giace immerso in un silenzio irreale. I sentieri serpeggiano tra gli alberi spogli, mentre il vento sussurra tra le foglie morte, smuovendole in un mormorio sommesso. Un uomo si rigira, agitato, irrequieto, nel suo rifugio improvvisato, avvolto da cartoni e coperte logore. Quella notte, più del solito, il freddo gli morde la pelle sotto gli strati consunti di vestiti. Non riesce a scaldarsi, l’immobilità lo sta trascinando in uno stato di ipotermia. Deve muoversi, camminare. Si passa nervosamente una mano sulla barba incolta e si aggiusta gli occhiali incrinati sul naso. Si alza a fatica, i muscoli protestano per le ore passate all’addiaccio. Ogni movimento è una fitta alle articolazioni, un ricordo costante della misera vita che conduce. Esce dal suo rifugio e si incammina verso il laghetto. I lampioni diffondono una luce sfocata sui vialetti deserti, trasformando le ombre degli alberi in figure spettrali. Si ferma un attimo ad ascoltare, qualcuno si sta avvicinando, proviene dal laghetto. Il rumore dei passi si fa sempre più intenso. Si rintana dietro un cespuglio, trattenendo il respiro. Sente solo il battito del suo cuore che rimbomba nel petto, accompagnato dal fruscio delle foglie trascinate dal vento. Solo quando i passi si fanno lontani, si rialza. Si guarda intorno con cautela, poi riprende il cammino verso la sua meta. Un’ora dopo, è solo sulla riva. Osserva l’acqua nera incresparsi. Inspira profundamente, il freddo gli punge i polmoni, ma sente il bisogno di fumare. Si avvicina ai raccoglitori di mozziconi, rovista tra i resti consunti e ne trova uno ancora utilizzabile. Con le mani intirizzite, lo accende e aspira qualche boccata, prima che si consumi del tutto. Attorno a lui, solo oscurità e un silenzio innaturale. Si stringe nel cappotto lercio e, con passo lento, si avvia di nuovo verso il suo rifugio. Alle prime luci del mattino, il parco si anima di nuova vita. Il cinguettio dei passeri si mescola al rumore lontano del traffico, che inizia a scorrere come un fiume in piena. Il silenzio della notte si dissolve, inghiottito dal risveglio della città, dal rombo dei motori, dai primi clacson che spezzano l’aria ancora fredda dell’alba. Una leggera foschia si solleva dall’erba umida, mentre i lampioni si spengono uno dopo l’altro. I vialetti si riempiono poco a poco: runner in tuta colorata percorrono il selciato con falcate leggere, incuranti del freddo pungente dell’aurora. Qualcuno ride tra un esercizio e l’altro, qualcuno corre con la musica nelle orecchie, il ritmo dei passi si fonde con le note filtrate dagli auricolari. Più in là, un anziano avanza lentamente con il suo cane, che annusa l’erba bagnata di brina. Una coppia, seduta su una panchina, sorseggia un cappuccino ancora fumante in bicchieri di carta. La vita riprende il suo corso, come ogni giorno, mentre il sole pallido si fa strada tra i rami spogli degli alberi. D’improvviso, un urlo interrompe la spensieratezza dei visitatori del parco. Un grido acuto, carico di terrore, che si propaga come un’onda. Il cinguettio degli uccelli si interrompe, i passi leggeri dei runner rallentano, le risate si spengono. Qualcuno si ferma di colpo. Altri si voltano, esitano, scambiandosi sguardi confusi. Una ragazza porta le mani alla bocca mentre, con gli occhi sgranati, indica qualcosa tremando. Sul tratto di riva accanto al ponte, il corpo di una donna giace abbandonato in una posa innaturale, come una marionetta a cui hanno tagliato i fili. Il brusio cresce, si fa confuso, agitato. Alcuni si coprono la bocca con le mani, altri indietreggiano istintivamente, come se la morte potesse contagiare chiunque si avvicini troppo. Poi, le sirene. Un ululato che squarcia l’aria, sovrastando ogni altro suono. In pochi minuti, la zona viene transennata, gli agenti si muovono con gesti rapidi, scambiandosi sguardi tesi. La scena davanti a loro è brutale. Un omicidio efferato. Il corpo della donna giace immobile, con i lineamenti deformati dallo spasmo dell’ultimo respiro. Il volto, segnato da lacrime ormai secche, è rigido in un’espressione di dolore e incredulità. Gli occhi, spalancati, fissano il cielo sopra di lei, un cielo che non potrà più vedere. La lingua sporge tra le labbra socchiuse, un segno inequivocabile di strangolamento. Non c’è sangue, solo il pallore ceruleo della pelle, testimonianza della morte sopraggiunta qualche ora prima. L’uomo resta nell’ombra, nascosto dietro il tronco di un albero secolare, con gli occhi fissi sulla scena. Il respiro è lento, misurato, quasi innaturale nella sua quiete. Poi, silenzioso, si ritrae. Un passo dopo l’altro, si dissolve nel mattino.

1. L’oracolo della strada

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Tutti i giorni, il Professore si aggirava tra le strade di Milano, tra grattacieli che sfioravano il cielo e marciapiedi che raccontavano storie di sconfitta e resistenza. Non aveva un nome e a chi glielo chiedeva rispondeva che non ne aveva bisogno. Bazzicava spesso la zona di Corso Buenos Aires, dove migliaia di persone si riversavano ogni giorno tra vetrine scintillanti e insegne luminose, immerse in un vortice di consumismo e indifferenza. Per i pasti si affidava alle mense della Caritas, dove lunghe file di anime dimenticate si accalcavano in attesa di un piatto caldo, speranzose di trovare un momento di tregua dal freddo pungente dell’inverno o dal caldo soffocante dell’estate. Ma per i cittadini di passaggio, per i turisti e gli impiegati frettolosi, i barboni stesi sui marciapiedi erano solo macchie sgradite nel quadro perfetto della città. Erano feccia da cui distogliere lo sguardo, fastidiosi ricordi di una realtà che nessuno voleva affrontare. Le donne stringevano le borse al loro passaggio, i genitori acceleravano il passo con i figli, sussurrando ammonimenti. I commercianti lanciavano occhiate cariche di disprezzo, temendo che la loro presenza potesse allontanare i clienti o deturpare l’immagine dei loro eleganti negozi. Alcuni passanti alzavano il bavero del cappotto per schermarsi dall’odore di povertà, altri storcevano il naso vedendo un senzatetto rovistare nei cassonetti. Nelle sere più fredde, quando il vento sibilava tra i palazzi e il gelo stringeva la città in una morsa implacabile, le voci del disprezzo diventavano più taglienti. Qualcuno borbottava scuotendo la testa. «Perché non si cercano un lavoro?» «Non voglio vederli qui davanti domani mattina» sbraitava un ristoratore, dando un calcio a una coperta ammucchiata davanti alla vetrata. E quando il sole tornava a illuminare le strade, i marciapiedi venivano lavati con getti d’acqua gelida, non tanto per la pulizia, ma per scacciare quelle presenze indesiderate, come se l’acqua potesse cancellare anche la loro esistenza. Eppure, il Professore osservava tutto questo senza rabbia, senza stupore. Era diventato parte di quel paesaggio urbano, un’ombra tra le ombre, un uomo il cui valore era ormai ridotto alla somma della sua invisibilità. La notte si spostava al Parco Sempione, dove il contatto con la natura lo faceva rigenerare dal disprezzo ingerito durante il giorno. Camminava tra gli alberi secolari, lasciando che il fruscio delle foglie lo avvolgesse come una nenia antica. Il silenzio del parco, rotto solo dal vento che accarezzava i rami e dal canto sporadico di un uccello notturno, gli donava una pace che la città gli negava. Si sedeva su una delle panchine di ferro, con le mani affondate nelle tasche lacere del cappotto, e osservava il riflesso della luna nel laghetto. In quei momenti, il Professore si sentiva parte di qualcosa di più grande, lontano dall’astio e dall’indifferenza della gente che, di giorno, lo evitava con sguardi carichi di fastidio. Qui, tra le ombre degli alberi e il profumo umido della terra, poteva dimenticare gli insulti, le smorfie di disgusto, le occhiate di superiorità. Lì incontrava altri senzatetto che cercavano rifugio tra i cespugli e le panchine. Scambiavano qualche parola, condividendo per un po’ il calore di un fuoco improvvisato. Ma poi, tutte le sere, il Professore preferiva restare solo, perso nei suoi pensieri e nei suoi calcoli, trovando nelle costellazioni sopra di lui un ordine che la sua vita aveva perduto. Quando il freddo diventava troppo pungente, cercava riparo sotto il grande ponte di pietra, dove il vento era meno feroce. E lì, avvolto nelle sue logore coperte, cullato dal battito regolare del proprio cuore e dall’illusione di un mondo meno ostile, chiudeva gli occhi e si lasciava trasportare dal sonno. Per i senzatetto che condividevano con lui i rigidi inverni e le estati afose del centro storico, era il genio dei numeri, il maestro delle probabilità, un calcolatore umano dalle capacità straordinarie. Tutto era nato in una sera d’inverno, mentre un gruppo di senzatetto si scambiava storie davanti a un falò improvvisato. Qualcuno lanciò una sfida: indovinare l’esatto numero di mattoni in una parete davanti a loro. Lui osservò l’altezza, calcolò a occhio la larghezza, fece due conti rapidi nella sua testa e diede un numero. Era quello giusto. Da quella notte, per tutti fu semplicemente “il Professore”. La sua mente affilata si rivelò presto una risorsa indispensabile per l’intera comunità. Se qualcuno voleva sapere in quale mensa fosse più probabile trovare un pasto caldo, bastava rivolgersi al Professore: in pochi istanti ricostruiva mentalmente i turni dei volontari, i flussi di presenze e stabiliva una sorta di calendario ideale per ogni giorno della settimana. Aiutava le associazioni caritatevoli a organizzare turni per la distribuzione di coperte e sacchi a pelo nei mesi più gelidi, assicurandosi che nessuno restasse troppo a lungo senza qualcosa di caldo addosso. Conosceva i capricci del meteo meglio di chiunque altro e sapeva reconocer i segnali prima che accadesse qualcosa: il vento pronto a infilarsi nei vicoli come lame taglienti, la pioggia capace di trasformare i cartoni in poltiglia. Dormire sotto un ponte offriva un riparo migliore per la notte. Così studiò i giri delle pattuglie, annotando gli orari in cui passavano. Poi iniziò a dare consigli agli altri senzatetto, indicando il momento giusto per sistemarsi lì senza correre rischi. Con il tempo, divenne una sorta di stratega invisibile della strada, capace di prevedere i movimenti della polizia meglio di un orologio. Gli aneddoti sul suo conto si moltiplicavano giorno dopo giorno, mescolandosi fra verità e leggenda. Come quella volta del «Gratta e Vinci». Uno dei senzatetto si avvicinò al Professore con un misto di curiosità e speranza. «C’è un modo per aumentare le probabilità di vincere?» Il Professore non rise, né liquidò la domanda come una sciocchezza. Osservando gli avventori fuori dai tabaccai, aveva notato un dettaglio interessante: quando qualcuno vinceva, lo si capiva dall’espressione soddisfatta, dal sorriso compiaciuto, a volte persino da un’esclamazione di gioia. E aveva constatato che la media era di un biglietto vincente ogni venti. Bastava quindi pazientare e cogliere il momento giusto. Glielo spiegò senza promettere miracoli. «Appostati fuori da un tabaccaio, conta gli sconfitti e quando arrivi a venti, tenta la fortuna.» L’amico prese il consiglio sul serio. Passò ore davanti alla tabaccheria di Piazza San Babila, scrutando ogni giocatore che usciva scuotendo la testa o borbottando imprecazioni. Quando arrivò il momento giusto, comprò tre biglietti. Grattò via la patina argentata con il fiato sospeso. Il primo, nulla. Il secondo, neanche. Sul terzo, i numeri si allinearono nel modo giusto. Cinquecento euro, grazie a quel genio del Professore. Un giorno, un giornalista di una rivista economica si sedette accanto a lui, incuriosito dalla sua fama tra i senzatetto. Gli chiese se fosse vero che riusciva a prevedere il prezzo dell’oro meglio dei migliori analisti. Il Professore sorrise appena, fissò l’uomo negli occhi e gli elencò tre fattori macroeconomici che avrebbero portato a un incremento del venti per cento nel valore del metallo prezioso nei successivi sei mesi: le minacce russe di invasione dell’Ucraina, l’aumento globale dell’inflazione, il crollo del mercato azionario. Sei mesi dopo, il giornalista scrisse un articolo intitolato: “L’oracolo della strada”. In molti si chiedevano come mai, nonostante la sua straordinaria intelligenza, non cercasse di uscire dalla sua condizione. Forse aveva accettato il suo destino e deciso che la strada fosse ormai la sua casa. L’unica cosa chiara era che il Professore continuava a vivere tra i numeri e le probabilità, trasformando anche la più disperata delle esistenze in una complessa equazione da risolvere.

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Rocco Filomeno
Rocco Filomeno (Grottaglie, 1971) vive tra Modena e Verona. Manager di una multinazionale nel settore dei servizi linguistici, coltiva da sempre la passione per la scrittura, alimentata dall'incontro con culture diverse. Ha pubblicato romanzi, racconti e poesie, ottenendo riconoscimenti in importanti premi letterari, tra cui il 1° posto del Premio Milano International 2024, con il romanzo “Sotto la Cintura”, e il 3° posto del Premio Letterario Città di Verona 2021, con la poesia “La via dell’esistenza”.
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