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Il punto debole

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Consegna prevista Giugno 2027

Località immaginaria, ma non troppo. Situazione irreale, ma neanche tanto. Sarà la presenza d’una coppia di detective svogliati di passaggio a innescare la girandola di eventi che ribalterà l’apparente paralisi del posto.

Perché ho scritto questo libro?

A volte si desidera tanto voler leggere certe cose, ma non le si trova, e allora ci si mette a farle in proprio. E pazienza se, poi, si va a scoprire che qualcun altro le avrebbe fatte molto meglio – Raymond Queneau, per esempio.

Bella la vita, eh?” disse John.

Frank rispose senz’altro far di più che ‘n indeciso scatto cervicale.

Stravaccati con adeguata mollezza nei loro lettini ombreggiati sulla battigia del litorale quasi-caraibico di Trìscina, i due amici-soci Frank Seppia e John Polpo se la godevano beati che più beati non avrebbero potuto. Da quando se n’erano partiti dalla natìa Bombardieri, lassù nel Nord-ovest-est, avevano bighellonato per l’intero Paese con alcune soste senz’impegnarsi troppo in qualch’ingaggio da poco qua e là – ancora forti com’erano della rendita ‘ncamerata colla lor’impresa dell’estate precedente – e tappa dopo tappa avevano raggiunt’il Sud, fin’a quel moment’a loro del tutto sconosciuto, se non per alcun’immagin’adocchiate su opuscoli turistici. Si può riconoscere che, giunt’infine nel nuovo ambiente, s’eran’adattat’e mimetizzati con prontezza, mutando per l’occasione l’abbigliamento d’ordinanza, tanto da rimpiazzar’i precedenti simil-borsalino e soprabito sgualcito colla sahariana corredata da sandali e panama, o altro copricapo simile.

Quel giorno c’era poca gent’intorn’ai due, nonostante la torrida estate meridionale fosse già inoltrata e la carezza dei tranquilli marosi invitasse anche gl’individui iperattivi a ‘n doveroso farnulla. Figurarsi gl’oziosi.

“Sì,” disse Frank di lì a poco, “è proprio carino questo posto: quasi quasi mi viene voglia di fermarmi qualche giorno”

“Già. Occhio però a non romperci le palle, lo sai che io mi stufo alla svelta” John si sporse per prendere qualcosa da ‘n sacchetto per poi affondarl’in un secchio vicino. “Se c’è una cosa di cui non ti stufi mai è mangiare quella roba lì” lo rimproverò Frank. “Mmm… granita e briosch, una goduria, non sai cosa ti perdi”

“Ma con quella lì che hai in bocca sono già venti!”

“Davvero?” fece John colla bocca piena, “Non me ne ero accorto… perché, stai lì a contarmele?” poi col pollice indicò a Frank di guardars’indietro e proseguì, sempre colla bocca piena: “Ma hai visto come si chiama questa spiaggia? PARADISO PASTORELLI. Vera merda di nome, per una spiaggia” Frank non si volse nè gli badò; piuttosto si distese e chiuse gl’occhi, per abbandonars’alla siesta.

Epperò un non-sapeva-cosa d’indefinibile lo disturbava; non che proprio lo tormentasse, che gl’impedisse ‘l sonn’e l’appetito, quello no, ma comunque lo rendev’irrequieto e incapace di rilassars’in conformità alle circostanze. Non eran’i marosi, non erano gl’urletti di qualche bimbetto qua e là, non erano nemmeno le ganasce di John che trituravano ‘l ghiaccio. Fatto stava che, in breve e all’improvviso, gli venne di sbottare:

“Forse hai ragione, John, questa vita non fa per noi. Troppo tranquilla, troppo lenta, troppo… troppo. Va bene la pace, va bene la tranquillità, ma questo, per dirla tutta, mi sembra proprio quel tipo di posto dove non succede mai niente”

Meno d’un soffio dopo la parola niente s’udì con estrema chiarezza ‘n acuto strillo di donna, seguito da ‘n sonoro clangore e poi un rabbrividente stridìo, come quello del gesso sulla lavagna o, peggio, di fiancate d’automobili che sfregano tra di loro. “Ehi!” saltò su Frank, di scatto, “Hai sentito?”

“Che cosa c’è da sentire?” rispose John con misurata fiacchezza.

“Uno strillo di donna, uno schianto e lamiere che sfregano!”

“Ma va là…” l’altro si stiracchiò colle mani dietro la nuca, con l’aggiunta di sbadigli’e ruttino nello stesso movimento. “Andiamo a vedere subito!” disse risoluto Frank.

John si tirò su ‘n gomito: “Ma non rompere, cosa pensi che è successo… guarda questi qua in giro: nessuno ha fatto manco una piega” “Si vede che nessuno ha la macchina parcheggiata là”

“Là dove?” John guardò in direzione del dito di Frank “Ah, là, ma là… là c’è la nostra macchina!”

Frank s’era già avviato di gran carriera attraverso l’ampia spiaggia verso la strada. John lo seguì d’impeto, ma mentre quello aveva oculatament’indossato le scarpe, lui s’era slanciato così, a piedi nudi, e a quell’ora del dì in cui la sabbia raggiunge temperature d’altoforno. Urlò e bestemmiò ma non s’arrestò, saltellando come ‘no sciamano impazzito fin’a quando raggiunse Frank, fermo accanto alla loro Opel Manta color arancio metallizzato, coi cerchi oro e i vetri oscurati.

La fiancata destra era, per dir poco poco, rappresa. I due la fissaron’a lungo, sconvolti. Frank non riusciva nemmen’a trovare ‘l fiato per parlare; in compenso John, aiutato anche dall’intenso bruciore ai piedi, tirò in causa con epiteti assai poco edificanti l’intero pantheon dell’emisfero boreale.

Frank, acceso di rabbia, infine si scosse e si guardò ‘n giro, ma nessuno er’in vista, salvo quattr’uomini in canottiera, impegnat’a giocar’a carte sotto la pergola d’un’osteria sul lat’opposto della strada. Con un balzo li raggiunsero e Frank li brutalizzò subito subito:

“Ma avete visto cosa è successo? Chi è stato?”

I quattro diedero loro ‘no sguard’appena.

“No, nulla vedemmo” diss’uno.

“No, nulla” disse ‘n altro.

“No” disse ‘l terzo.

“Nch” emise ‘l quarto.

“Oh, ‘fanculo!” ruggì Frank, “Andiamo lì!” e si diresse alla farmacia accanto.

John lo seguì, zoppicand’al ritmo d’una bestemmi’al metro. Nella farmacia trovò ‘l socio a fronteggiare ‘na piccoletta in camice bianco co’ ‘na cotonatura piramidale sulla testa. Entrò giust’in tempo per sentirgli dire:

“Ma insomma, dottoressa, la nostra macchina è là, a due passi davanti a voi, è stata mezzo distrutta, e non mi venga a dire che si è raggrinzita così da sola. Abbiamo sentito noi lo schianto dal fondo della spiaggia, possibile che qui non abbiate visto e sentito niente?”

“No,” rispose lei, apatica, “niente udii, già glielo dissi… ma vedo che il suo amico tiene un problemino” con ammiccament’all’estremità ustionate di John.

“Chiamalo problemino…” disse quello.

“Permette che suggerisca un rimedio?”

“E cioè?”

“Questo a qua!” ella estrass’un flacone da ‘n cassetto, “Questo balsamo! Molto, molto speciale è” John allungò ‘l collo per dar’un’occhiat’alla confezione.

“BALSAMO PASTORELLI, e che, ho già sentito questo nome”

“Ma bravo!” disse Frank “Era quello della spiaggia, non ti ricordi? E se ci hai fatto caso è anche il nome di questa farmacia, e ora pure della medicina! Tenete il balneario per vendere le cremine in farmacia, o tenete la farmacia per spennare i polli come il mio socio?” quella sembrò non essere mai stata interrotta e proseguì colla presentazione del prodotto: “Questo balsamo molto, molto speciale è”

“Sì, va be’, ho capito,” fece John “quanto costa?”

“Cinquanta”

“Cinquanta? Ma cosa c’hai nella testa, il mercurocromo?”

“Molto, molto speciale è, già lo dissi: si tratta dell’ultimo ritrovato…”

“Beh, mettitelo dove so io! Mi tengo il cinquantone e me lo faccio da me, il ritrovato. Me lo faccio col sangue e le lacrime di quei bastardi che mi hanno sfasciato la macchina!” detto questo John si girò e uscì, tra ‘n ohi! e ‘n ahi!, seguito da ‘n assai corrucciato Frank.

Fuori, secondo ogn’apparenz’in lor’attesa, stava ‘n tizio. Detto tizio, in perfetto stile alto-biondocorto-inespressivo, si presentava in completo nero, camicia bianca, cravattino nero, occhiali più neri del cravattino, e ‘n tubicino trasparent’a spirale appeso dietro l’orecchio sinistro.

I due fissarono muti l’Uomo in Nero, nell’attesa che parlasse, ma quello niente, se ne stava del tutt’immobile.

Dato che non capivano cosa o chi guardasse da dietro quegli occhiali più neri del cravattino, entrambi si voltarono convinti che quel tale fosse lì per qualcun altro alle loro spalle. Poterono sol’accertarsi che dietro di loro non c’era nessuno, o meglio: avrebbe dovut’esserci la farmacista, la quale però aveva sprangato ‘a saracinesc’a velocità da primato e abbandonato il campo.

L’Uomo in Nero s’avviò a passo lent’e misurato lungo la via dopo aver fatto loro segno, con un secco movimento del capo, di seguirlo. John e Frank lo guardarono allontanarsi e, senza pensarci ‘n attimo, presero la direzion’opposta. Ma fecero solo due passi, alla lettera. Venner’affrontati da ‘n altro U.i.N., del tutt’identic’al primo, spiralina compresa. Tentaron’allora di scartare sul fianco, buttandosi sulla carreggiata, ma fu mossa vana: furono come d’incanto circondati da ‘na squadra d’U.i.N. tutti uguali, così uguali che i due ebbero l’impressione di trovars’in una sala a specchi; e tutt’in contemporanea quegl’uomin’in cravattin’e occhialin’e spiralina fecero quel gesto colla testa, indicand’ai due da che parte dovevano andare, e che non facessero storie.

A Frank e al suo dolorante socio non restò altro ch’obbedire e – si può dire sconsolati per non dire qualcos’altro – seguire l’U.i.N. originale, tornat’ad esser’unico dopo che tutti gl’altri, esaurit’il loro compito, s’erano come volatilizzati.

Il trittico s’avviò per la strada provinciale 81, che s’inoltrava nell’entroterr’alle spalle della piccola, semi-pittoresco-rivierasca Trìscina.

Il viaggio fu privo d’intoppi, e del resto i pochi veicoli che incrociarono si scansavano regolarmente per lasciare ‘l passo all’HAMMER ultimo modello, cup’e nero, che li trasportava. Sol’in un punto la strada s’intersecava co’ ‘n’altra, la provinciale 56, così che in prossimità di quell’incrocio i due poterono legger’i cartelli direzionali che indicavano: a sinistra, per “FATTORIA CELESTE”, a destra per “ABELPARK”, e diritto per “CASTELLO DI AHLABALÙ”.

Raggiunger’ìl succitato fu questione di pochi minuti. Esso s’ergeva superbo su ‘na collinett’artificiale decorata d’aiuole geometriche, e stagliava orgoglioso verso ‘l cielo limpido ‘n tripudio di pinnacoli, banderuol’e merlature biancazzurre, il tutto sovrastato da ‘n immenso vessillo ch’esibiva ‘na prepotente “P” nera in campo rosso. C’era pure ‘n finto ponte levatoio; il pesante veicolo lo traversò e scomparve all’interno del maniero. Una breve salita dentr’a ‘n ascensore foderato di vacchett’al cromo proiettò Frank e John in una sala ovale stipata di ninnoli d’ogni genere. Lungo le pareti, mensol’e scaffali ch’invece di reggere libri eran’affollati di statuin’e pupazzetti, bambolotti e souvenirs d’ogni forma e dimensione; davanti a loro, al centro della sala, stavano due grandi tavole dove trovavano spazio, ben disposti per la battaglia, interi squadroni, battaglioni, reggimenti di soldatini di plastica, instancabili in quel loro fingere di sparars’addosso.

Al di là delle tavole, oltr’il grande tappeto, spiccava ‘n’imponente scrivania di quercia con sopra poche carte, un telefono, un interfono e alcuni ritratti, e al di là della scrivania, colle mani dietro la schiena, intent’a guardar fuori dalla finestra, c’er’un uomo.

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Jani Mamus
Facciamo finta di avere qui un tipo alla J.J.R. Tolkien, tutto scuola, casa, pantofole, carta e penna.
Non è vero, ma vogliamo mettere quanto fa figo?
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