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Il Santo Demone

Il Santo Demone
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Consegna prevista Marzo 2023
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Partenope, Virgilio e San Gennaro, sono i tre più famosi ‘protettori’ della città di Napoli che lungo i secoli hanno ricevuto le preghiere dei napoletani minacciati perennemente da guerre, epidemie e dal Vesuvio. I tempi sono in continua evoluzione e con esso le credenze delle persone. Per non sentirsi solo in balia degli eventi, il popolo ha creduto nel mito, nella magia e nei miracoli di esseri umani diventati delle entità superiori in grado di vegliare su chi non poteva difendersi da solo.
E in quest’epoca contemporanea, fatta di social e smartphone, a chi ci si potrebbe rivolgere per proteggere la città?
Una possibile risposta potrebbe essere: un supereroe.

Perché ho scritto questo libro?

La mia passione per tutto ciò che riguarda la città di Napoli, mi ha portato a scrivere questo racconto dove ho immaginato una connessione tra i vari protagonisti della storia e del folclore partenopeo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il tanto atteso Millenium Bug, tra annunci apocalittici e appelli a mantenere la calma, si era rivelato perlopiù un problemino circoscritto e risolvibile senza troppo impegno da parte delle autorità competenti. All’indomani nessun aereo sarebbe precipitato e non si registrarono crolli vertiginosi in borsa.

A Napoli si verificarono solo alcuni errori di datazione di diversi sistemi informatici che ritornarono alla data 1900. Le pensioni comunque giunsero nelle tasche vuote dei cittadini in perfetto ritardo come da consuetudine.

Il 31 dicembre del 1999 i napoletani non sembravano troppo impensieriti dal Baco.
Gelide decorazioni natalizie ancora strizzavano l’occhio ai passanti dalle vetrine delle attività commerciali in via Toledo, mentre gigantesche luci urbane vegliavano dall’alto sui ritardatari che rimettevano tutte le proprie fantasie culinarie nei pescivendoli tenacemente ancora aperti.
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Con l’approssimarsi del countdown finale, per le strade e nelle case si percepiva un’insolita euforia.
L’uomo, in una forma o nell’altra, ha sempre bisogno di credere in qualcosa e un millennio bis era prossimo ad affacciarsi dai calendari.

Una fine ed un inizio possono generare illimitate possibilità di dimenticanza e alimentare le attese per quello che verrà, trascinando con sé il germe del timore dell’immutabilità. In fondo il futuro non è altro che il nome che gli uomini danno alla speranza che le cose cambino o restino come sono.

Nel Medioevo, con il sopraggiungere dell’anno Mille, crebbe la paura della parusia, di una seconda venuta di Cristo, ritornato per presentare il conto agli uomini. La comparsa di una miriade di santoni millenaristi generò un’isteria comune in tutta Europa, ci si preparava al peggio.
Questa volta le persone erano pronte per un nuovo inizio, a qualcosa in più per le proprie vite e per il genere umano in toto e il 2000 si presentava come una gustosa occasione per farlo.
Grazie soprattutto al flop delle previsioni catastrofiche dei precedenti dieci secoli, anche se solo simbolicamente, il Capodanno del ’99 appariva più degli altri come una stella cadente, al cui passaggio tutti quelli che si sarebbero trovati a guardare il cielo avrebbero affidato i propri sogni ad una speranza fatta di luce.

Questi nuovi mille anni, come un asino da soma, furono caricati con pesantissimi sacchi di aspettative.
La venuta del nuovo millennio fu salutata dalla città partenopea con sfolgoranti bombardamenti pirotecnici e fragorosi boati di bombe carte.

Nel rumore assordante procurato dalle deflagrazioni all’unisono di migliaia di botti, erano udibili i colpi di pistola esplosi da scellerati cowboy improvvisati.

I più incivili, con la scusa di liberarsi del ‘vecchio’, lanciavano dalle finestre ogni sorta di robaccia che avevano preventivamente accatastato sotto la finestra: dagli avanzi del cenone alle navigate suppellettili della casa, tra cui spiccavano i materassi con l’inconfondibile alone di urina, i gabinetti scheggiati e i piccoli mobili sgangherati.

Questa pioggia di oggetti ricordava con meno fierezza le scene viste in città durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i Nazisti furono cacciati via dal popolo a calci nel sedere.
Dal largo di San Martino, sulla collina del Vomero, anche il centro storico, con il Vesuvio sullo sfondo, eruttava luci colorate: la polvere nera, abbinata al litio, al sodio, al bario, al rame, tinteggiava il fuoco di rosso, giallo-arancio, verde e blu.

Una densa coltre di fumo grigio dal sapore sulfureo avvolgeva ogni elemento della città. Nei vicoli non si riusciva a distinguere il proprio dirimpettaio. Alcune esplosioni erano così forti da far tremare di spavento anche i muri delle case. Una persona non abituata all’esagerazione festaiola dei napoletani, avrebbe potuto pensare che i vulcani della zona avevano deciso di risvegliarsi tutti insieme proprio quella notte.

Nel primo giorno del Duemila in città si sarebbero contati più di cento feriti a causa dei festeggiamenti, molti di più rispetto ai Capodanni precedenti.

Erano più di 700 anni, ovvero da quando gli Angioini avevano deciso che Napoli sarebbe stata la capitale del Meridione, che la Basilica di San Domenico Maggiore, edificata in quello stile gotico tanto caro ai francesi, regnava su quei vicoli che una volta formavano la rete stradale dell’antica Neapolis.

Le plateiai e gli stenopoi greci erano diventanti i decumani e i cardi romani ed in latino sarebbero stati ricordati a lungo.

Gli Aragonesi, negli anni successivi, crearono uno slargo davanti all’abside della chiesa, in modo che ‘a  Regina, come solevano chiamarla i napoletani, con la sua corona di tufo potesse osservare imperturbabile la vita frenetica che si divincolava intorno a lei.
Il convento era stato una fucina di ribelli del pensiero filosofico. Tra le sue mura San Tommaso D’Aquino aveva tenuto lezioni di teologia, mentre le sue stanze avevano ospitato studenti illustri come Giovanni Pontano, Tommaso Campanella e Giordano Bruno, il quale proprio qui si era imbattuto in una copia del proibito De Rerum Natura di Lucrezio, testo che contribuì a dare forma ardente alle sue elucubrazioni sull’infinito.


Padre Aspreno, da quando era stato designato bibliotecario del tempio domenicano, trascorreva la notte di San Silvestro in solitaria, fuori dalla sua cella, meditando e pregando nella vacuità della chiesa orfana di fedeli, nell’attesa e nel timore che fosse giunto il giorno per cui si preparava da tempo.

Ormai erano venticinque anni che ricopriva quella vetusta carica e mai nessuno prima di lui l’aveva ricevuta a soli trent’anni. Fu per volere dell’arcivescovo Ursi che fu scelto tra altri aspiranti che avevano più esperienza in questo genere di questioni. Nella lettera di nomina inviatagli dalla Curia erano scritte le motivazioni che avevano portato alla sua preferenza: «nessuno degli altri candidati ha dimostrato un animo così pronto ad accogliere benevolmente e senza pregiudizi tutto ciò che appartiene al Creato, perfino quello che sembra altresì voluto dal Maligno».

Anche quella notte Aspreno girava a zonzo per il transetto. Come un animale recluso percorreva più volte il tragitto che si dispiega tra i locali che originariamente davano forma alla chiesa di San Michele Arcangelo a Morfisa e le cappelle dei Pinelli e di San Vincenzo.
Le mani, che non erano capaci di stare ferme, accarezzavano i gelidi marmi del mirabile altare maggiore, risultato dell’estro creativo di Cosimo Fanzago, lo scultore lombardo che tanti capolavori aveva lasciato alla città di Napoli.

Assorto nei pensieri più che nella preghiera, quando le caviglie vessate dall’artrite esigevano tregua, indugiava nella cappella del Rosario, dove si incantava al cospetto della grande tela raffigurante la Flagellazione di Cristo.

Tra un Padre Nostro e un Ave Maria, vagliava con diligenza maniacale le screziature di pigmento impresse sulla tela, scrutava ogni parte del corpo di Cristo, il fulcro del dipinto che con il suo chiarore fuoriesce dal tenebrismo caravaggesco per rapire l’attenzione dello spettatore.
Esaminava le sagome dei tre aguzzini, il marmo della colonna, tentando di scorgere le discrepanze nei particolari tra l’opera del seguace e quella del maestro.

La stessa scena si ripeteva al Museo di Capodimonte davanti all’originale.

La navata centrale sonnecchiava illuminata dalla fioca luce dei ceri votivi delle cappelle laterali che custodivano le spoglie dei Carafa, dei Brancaccio e di membri di altre storiche famiglie.
L’odore sacro dell’incenso si accoppiava a quello profano dello zolfo dei petardi che penetrava dalle fessure dei finestroni.

La Regina sobbalzava ad ogni esplosione vicina e con lei anche il cuore di Aspreno.
Sopraffatto da un’ansia claustrofobica, come un rifugiato in un ricovero sotterraneo durante un raid aereo, alzava freneticamente lo sguardo all’insù per sincerarsi che i cassettoni dorati della volta non gli stessero per rovinare addosso.

Erano abbondantemente passate le 3 quando il domenicano decise di ritornare nella propria cella. L’euforia del Capodanno stava lasciando il posto alle necessità del sonno e anche le esplosioni pirotecniche erano diventate sporadiche. Il silenzio man mano si stava impadronendo del buio e San Silvestro lasciava il testimone ad Orfeo.

Neanche in quella simbolica notte di passaggio sarebbe accaduto nulla di ciò che si aspettava, si chiedeva Aspreno interrogando le ringhianti teste leonine degli stilofori.
Gli appunti del Principe di San Severo, occultati tra gli antichi volumi della biblioteca domenicana, a cui poteva accedervi esclusivamente il bibliotecario in carica, si prestavano ad una miriade di interpretazioni a volte contrastanti.

Il Gran Maestro del Rito Egizio tradizionale aveva annotato simboli e cerchi alchemici di sua fattura, corredati di ipotetiche formule riguardanti l’aria, che avrebbe dovuto essere a suo avviso carica di zolfo.

Non bastava, altre criptiche congetture alludevano alle speranze degli uomini.
Il tutto secondo Don Raimondo avrebbe dovuto concorrere all’avverarsi dei suoi sforzi.
Nessuno quindi era a conoscenza della data esatta in cui l’evento si sarebbe verificato.
A coloro i quali durante i secoli fu dato di maneggiare il manoscritto di Di Sangro, le varie eruzioni del Vesuvio e i bombardamenti del ’43, furono vissuti con grande apprensione, non tanto per la catastroficità degli eventi, ma piuttosto perché per alcuni si sarebbero potute verificare le condizioni giuste affinché si  avverasse quanto scritto dal Principe.
Puntualmente nulla era accaduto.

A quanto pare in quelle circostanze la paura aveva contaminato la speranza.
Il suono metallico del chiavistello, che annunciava l’imminente aprirsi della porta che conduceva ai locali conventuali, rimbombò nelle navate come una fucilata.

Nello stesso istante in cui aveva ruotato la maniglia d’ottone, il bibliotecario udì distintamente dei versi provenire dall’altro capo della chiesa, molto vicino a dove si trovava prima.
Si girò di scatto verso il ciclopico organo a canne che taceva calmo dall’alto dell’ara barocca. 
Un brivido di gelido sbigottimento gli percorse la schiena. Deglutì un sorso amaro di saliva.
Oramai turbato anche dalle occhiate delle decine di dipinti che decoravano le pareti dell’edificio sacro, il frate, con passo felpato, si diresse verso le cappelle nel lato sinistro del transetto.
I ceri rischiaravano sul pavimento policromo la sagoma di un bambino nudo gattonare tra le panche.
Impietrito, dopo alcuni istanti si sciolse sopraffatto dalla gioia, pervaso di una spropositata letizia fanciullesca, quella di un uomo resosi conto che le sue attese non erano state vane e che quindi la sua stessa esistenza non era stata solo una leggera brezza incapace di smuovere manco il più tenero fuscello.

Agitava i pugni in segno di successo, era sicuro che quella notte sarebbe stata quella giusta.
I tempi ormai erano maturi e il passaggio da un millennio all’altro era troppo seducente per farselo scappare.

Raimondo Di Sangro, VII principe di San Severo aveva ragione.

Frastornato, avvolse nello scapolare il bambino, il quale si lasciò avviluppare senza opposizione dalla sensazione di morbidezza della lana.

Nonostante il contatto con il freddo marmo, il piccolo corpicino era caldo.
«Sembra di avere una borsa termica sul grembo», pensò il monaco.

Tremante dal freddo e dall’emozione, Aspreno portò il bambino nella sua stanza per esaminarlo, prima di comunicare agli alti prelati quanto accaduto.
Voleva un’ulteriore conferma di quanto letto nei carteggi sanseverini, anche se le già straordinarie circostanze del ritrovamento sarebbero dovute bastargli per la conferma.
Controllò per primo il petto del bambino. Un rigonfiamento della pelle, simile ai cuscinetti dei felini, tracciava un circolo alchemico di purificazione e conservazione dello spirito.
Gli occhi dell’anziano bibliotecario si riempirono di soddisfazione: «Non ci sono dubbi, è proprio lui!».

Il bambino aveva le pupille gialle cerchiate di nero, una colorazione insolita, di cui non si faceva cenno negli appunti.

Le poche ore che lo separavano dall’alba le trascorse in preghiera, vegliando su quel neonato che ora giaceva dormiente e tranquillo sul suo letto.

All’indomani avrebbe avvertito il priore conventuale Atanasio, conscio che si sarebbe preso una bella strigliata per non averglielo comunicato subitaneamente.
Con le prime luci Aspreno raccolse dal giaciglio il bambino che ancora dormiva, lo riavvolse nello scapolare e si diresse con una certa inutile fretta verso le stanze del priore, dove non esitò a bussare ed ad entrare senza aspettare risposta.

Nel buio della camera intravide Atanasio destarsi di soprassalto dal sonno, scosso dalle parole di Aspreno quasi sussurrate: «È arrivato».

«Chi?» chiese il priore assonnato.

La notizia approdò in gran segreto nella Curia e il Cardinale, senza ulteriori accertamenti, vista l’enorme fiducia che nutriva nei confronti di Aspreno, suo collega ai corsi di Escatologia all’Angelicum, diede il consenso alla realizzazione dei piani stabiliti 245 anni prima.
Secondo le antiche disposizione, il bambino doveva rimanere a Napoli e precisamente all’interno del Triangolo Magico, sotto la custodia dei domenicani.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Saverio Capasso
Mi chiamo Saverio Capasso ho 38 anni e sono nato e cresciuto nella periferia nord di Napoli. Mi sono laureato in Archeologia e Storia delle Arti (curriculum storico artistico) all’Università degli studi di Napoli “Federico II”. Sono iscritto come pubblicista all’albo dei giornalisti della Campania.
Ho numerosi interessi come l’astronomia e i libri, ma la mia più grande passione è la storia della mia città. Spesso organizzo dei veri e propri tour in giro per la città, per tutte quelle persone che sono curiose di scoprire aneddoti e storie partenopee.
Dopo una breve parentesi a Dublino, mi sono trasferito al centro storico e dal 2015 abito in un appartamento che condivido con alcuni amici. La peculiarità della mia abitazione è il fatto che l’ho trasformata in una vera e propria opera d’arte con murales che decorano tutte le pareti e altre istallazioni artistiche sparse per le stanze.
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