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Il Sentiero tra i Rovi di More – Il Triste Cantico della Montagna

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Consegna prevista Marzo 2027

Braccata dal sospetto e dalla paura, Freya è una giovane donna che il suo villaggio vorrebbe vedere bruciare. Il dono che porta dentro – la capacità di parlare con gli spiriti – è per gli altri una minaccia, per lei una condanna. In fuga attraverso il Sentiero dei Rovi di More, Freya raggiunge la montagna di Blóðberg, dimora del misterioso Galdra, un’entità antica legata a riti oscuri e presagi di morte. Decisa a porre fine alla propria esistenza, si offre a lui in sacrificio. Ma il Galdra le propone un patto inatteso: servirlo in cambio della morte che desidera. Nel cuore del monte, vi è una dimora pullulante di spiriti urlanti vecchi segreti, in cerca di aiuto. Lì, Freya scopre che nulla è come sembra. Ogni scelta compiuta, l’avvicina a un male superiore che potrebbe distruggerla.
Nonostante lo sbocciare di nuovi sentimenti, una verità fatale la condurrà alla scoperta di un buio malvagio, annidato oltre il velo che separa la vita dalla morte.

Perché ho scritto questo libro?

Il romanzo dà voce a chi vive nell’ombra: a chi è temuto, frainteso, frantumato. Freya nasce dal mio bisogno di raccontare il dolore psicologico, invisibile, che trasforma, una solitudine che tortura e la forza che sboccia quando si affronta il proprio mostro interiore. È un racconto di sopravvivenza emotiva, di identità e di rinascita attraverso le tenebre, anche se sempre non come vorremmo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Alcuni affermano che il canto sia un patto. Chi lo possiede nelle vene è destinato a perdere qualcosa di essenziale. E che chi lo ascolta, non torna più indietro. Un vortice nel quale non si muore, ma nemmeno si vive. Si racconta che il primo a propagarne le note fosse un re privo di corona, un uomo che amò troppo e troppo tardi, le cui intenzioni erano talmente dolci da far piangere gli spiriti, e così crudeli da farli obbedire; che costruì il suo potere con ciò che restava di chi non volle apprezzarlo. Un’anziana sarta, lungo il porto di un luogo disabitato e sconosciuto, in cui piangeva il figlio perduto, giura d’aver notato piume nere cadere dal cielo nei tramonti senza vento e occhi brillanti nel buio. Un padre defunto, d’essere impazzito a causa di melodie che si insinuano nei pensieri come spine sotto pelle. Nessuno sa chi sarà il prossimo, o l’ultimo, a cantare. Credono soltanto che, quando accadrà, vi sarà verità. Una realtà esistente da sempre, le tenebre tra le stelle, presente nel pianto di un neonato, o nel respiro desolato di chi giace in solitudine. Non s’impara, si ricorda. Una condizione che sceglie e non è scelta, alla quale non si può sfuggire. Se la si cela dentro, è impossibile tacere, anche se i polmoni dovessero riempirsi di sangue, fino a soffocare. Una verità che non perdona e che salva a caro prezzo. Che possa strappare un’anima alla morte, ma solo se un’altra ne prende il posto. Che possa chiudere una ferita, ma solo se ne apre una nuova e profonda. Se si prova a usarla per amore, cantando per riportarlo a sé, ciò che si stringerà tra le braccia sarà forma incorporea, la cenere di un fuocherello e niente legna da ardere. Il canto non dà, scambia. E chi canta per salvare, si ritrova a dover essere salvato. Ciononostante, chi salverebbe il cantore? Chi canterebbe per un dannato? Neanche Dio. Nemmeno l’odio, un’amante, una nemesi. Il canto non distingue. Non giudica. Afferra. Prende. Si dice che, in fondo alla radura, in una dimora diroccata, vi sia una stanza che nessuno ha mai visto due volte. “Salvare è un verbo che sanguina,” farfugliava un sospiro illusorio, nel sonno di taluni. “e chi vuole essere salvato, deve prima imparare a morire davvero.” Eppure, qualcuno canta ancora.

[…]

Lei si stirò sul tavolo, allungando le mani fino a sfiorare quelle del sovrano. «Mi dispiace tanto tu sia rimasto solo, lo comprendo.» disse morbida, battendo le ciglia appesantite. «Credevo che unendomi a Dio mi sarei sentita completa, come ogni abitante di Luster. E anche dopo quello che la Fede mi aveva tolto, io ho continuato a professarla…» una risata amara le sfuggì. «Ho sperato che un fulmine mi esorcizzasse. Nonostante abbia tentato di fare del bene, i maltrattamenti peggiorarono…» biascicò a palpebre chiuse. Le dita vagavano su quelle di lui, deboli.

A singhiozzi, sollevò il capo e incastrò i loro sguardi. «La solitudine ti consuma da dentro le ossa e quando si viene rigettati persino dalla propria famiglia, si cambia. Ci si convince di essere…» cominciò la massima. «…Dei mostri.» e il Galdra la completò per lei, ricambiando il minuscolo contatto fisico. Simpatizzarono ed empatizzarono a vicenda: l’uno il riflesso dell’altra.

[…]

“La fiducia.
Una porta aperta in una stanza senza mura.
Un tempo sorprendentemente lungo è necessario affinché ne si possano costruire le basi, eppure, bastano pochi secondi per frantumarla, spaccarla, e un’eternità di riparazione; uno specchio nel quale si continueranno a osservare riflessi fatti di crepe.”

[…]

Blóðberg fu varcato decenni orsono da esploratori avidi di tesori e ricchezze, poiché si narrava che il monte fosse ricolmo di beni e dovizie. E così era, in effetti. Una scia d’oro massiccio, gemme e diamanti invase fin troppo le loro menti ingorde. Tuttavia, Lítill, l’oro riempie le mani e le scalda, ma quando brucia ti costringe a vendere l’anima. E il Galdra lo sapeva bene. Il custode giacente sotto la Montagna. Il Re.

I sopravvissuti tramandarono versioni che si diversificarono nel corso dei secoli. Alcuni dicevano che Blóðberg avesse occhi irrequieti da sentinella. Altri, che sussurrasse grovigli di voci spettrali. E pochi sostenevano di aver visto la morte in faccia tramite la triste melodia di una macabra Tagelharpa, suonata meravigliosamente dal Galdra. Un demone solo, abbandonato da Dio, ritenuto diverso. Pericoloso. Mia Lítill, quando l’aria si elettrizza di vibrazioni rauche, il Galdra sta suonando e qualcuno viene sacrificato. Blóðberg ingoia l’anima delle vittime e ne riflette la condanna alla gente comune. Gente senza Fede. Senza Pace.

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Federica Vinciguerra
Federica Vinciguerra è una giovane scrittrice e artista multidisciplinare pugliese, nata tra lingue, musica e palcoscenico. Diplomata al liceo linguistico e laureata in Scienze della Mediazione Linguistica, prosegue gli studi magistrali in Lingue e Culture per la Comunicazione Internazionale. È profondamente ispirata dalla natura e dagli animali, è un'attrice teatrale, cantautrice e compositrice nel duo Malìa. Nella scrittura trova il suo centro emotivo, il luogo dove l'istinto diventa voce, visione e destino. Il trapasso di un'anima speciale a quattro zampe l'ha spinta nello spietato e fatato universo fantasy.
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