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Il Silenzio Innocente

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Consegna prevista Marzo 2025

È il 1893 quando la giovane Carolina Pierri perde suo padre. Rimasta orfana e affetta dalla sordità, Carolina, ancora minorenne e con la prospettiva di compiere appena ventuno anni, fa ritorno nella sua amata Napoli per essere posta sotto la tutela di Marco D’Alessio. Inizialmente, sembra che Marco sia l’uomo giusto per prendersi cura di lei, ma la realtà si rivela alquanto diversa e sconcertante. Ogni personaggio sembra una moneta scintillante, brillante e affascinante, ma, girata dall’altro lato, rivela la sua vera natura. La protagonista si rende conto che l’unica persona di cui può fidarsi è Antonio, il suo ex compagno udente della scuola per sordomuti. Ma è davvero così ? Nel cuore di Napoli, una serie di delitti di matrice mafiosa fa tremare la città. Intrighi, corruzione e violenza si intrecciano con la storia di Carolina, mentre lei, con determinazione cerca di proteggere se stessa e coloro che ama, nell’omertà su un male, che affligge la città. Il Silenzio Innocente.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere un romanzo storico ambientato a Napoli era sempre stato un mio sogno nel fondo del cassetto, che poi, un giorno mi ero decisa, a realizzarlo, presa com’ero dalla passione per la storia e la cultura della città partenopea

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1. Tra le mura del silenzio. Napoli, 1883.

Carolina si affacciò dal terrazzo del convento, situato all’interno della masseria. La brezza leggera vellicava il suo viso, mentre i suoi occhi color giada, che parevano mirare all’infinito, si perdevano tra i comignoli e i tetti trasmutati in lamine d’oro rosso e giallo ai colori accesi del tramonto. Il suo sguardo spaziava sul cortile sottostante e sulla maestosità di Napoli che si estendeva di fronte a lei. Più in là le sorelle, Capri e Ischia, si stagliavano nitidamente contro il serico nastro marino punteggiato da minuscoli bagliori lucenti e rossastri. Insieme al terrazzo, svettava un campanile antico, i cui numeri romani incisi sul quadrante segnavano l’ora del crepuscolo imminente. Il sole si stava lentamente inchinando con un saluto sull’orizzonte, tingendo il cielo di sfumature calde. Così Napoli iniziava a vestirsi pigramente del suo luccichio, in un’eleganza da sera, distesa di punti scintillanti che spezzavano l’oscurità che incombeva.
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L’agitazione e il trambusto della città sembravano venir inghiottite dalla quiete in un dolce abbraccio della notte regina. Con le lucidi iridi di quel riverbero, Carolina rimase incantata, rapita da tale esagerata bellezza, sul terrazzo sospeso tra il mondo dei sordomuti e la prospettiva camaleontica di Napoli, un istante di pura meraviglia impresso come un’impronta indelebile, macchia di colore vivida, sulla tela vergine della sua anima. Nonostante vivesse immersa nel silenzio, aveva un animo che sprizzava mordente e dolcezza. La lingua tagliente e svelta. Occhi acuti e sognanti. E abbracciava avidamente dalle vibrazioni tutto ciò che era la musica della vita. L’espressione di Carolina, per gli amici Linì, si fece divertita quando notò Antonio nel cortile, la sua anima gemella che stava sbracciandosi, animatamente convinto, attraverso gesti concitati con dei ragazzi sordi. A un certo punto, alzò le mani come rassegnato alle ragioni di un certo Andrea. – Ah, ma si’ tosto! sei di coccio! – esclamò ridendo, mimando il gesto ripetuto di un pugno tirato contro il palmo. Andrea ribatté esprimendosi a gesti e facendosi capire con il movimento labiale: “O saccio… Per tua sorella!” e scappó via ridendo. Antonio ammiccò con la testa, – pe’ sorema? Si l’avessi ‘na sora, ma nun ce ‘a tengo e m’aggia bene, ca sennò avévo ‘a te comme cugnato! Puozz ittà o’ velen! Però ‘e risate c’avimm fatt, mannagg a’ mort’! *

*- Per mia sorella? se l’avessi una sorella ma non la tengo e mi va bene, altrimenti avevo te come cognato! Che tu possa perdere il veleno! Però che risate che abbiamo fatto, mannaggia alla morte!

Ribattè in tono scherzoso, gestando con il braccio e mano tesa verso l’amico come per mandarlo a quel paese. Antonio era udente, ma il silenzio gli piaceva. Un silenzio che gli faceva compagnia, fatto di gesti concitati, parole segnate e conversazioni infinite in cui volentieri si immergeva. Gocce implorate sulla lingua di un assetato in un’oasi di paradiso, in mezzo a una terra ostile e aspra, dominata dalla malerba. La malavita. E in questo circo di risate, Carolina e Antonio camminavano insieme sul filo di perpetue e dolci emozioni, isolati in una dolce bolla, come un chapiteau colorato di felicità. La scuola per sordi si rischiarava come un variegato palcoscenico, allestito a ospitare i più sorprendenti spettacoli della vita non solo per i sordi, ma anche per tutti i giovani che venivano apposta da ogni angolo di Napoli e oltre i confini del Regno. Antonio e Carolina, cuori brucianti e battenti di desiderio e di conoscenza, si immersero in quel mondo fatto di vividi colori, fuori del grigiume dell’inettitudine e della sopraffazione. Trovarono non solo l’istruzione ma impararono anche il modo di sfidare se stessi e abbracciare la bellezza di un mondo infinito del sapere, che come un fiore sbocciava sino a diventare un incantevole giardino, denso di profumi e colori, grida di liberi uccelli in volo da una omertosa palude di sabbie mobili. Le lingue si mescolavano, trasformando il cortile in un caleidoscopio di voci bianche e di dialetti in ciò che era il rifugio dal male che consentiva a tutti di rifiorire. Fiori bianchi che diventavano sempre più numerosi e forti contro la gelida brezza invernale. In lotta tra loro come stagioni eterne, la primavera e l’inverno, il bene ed il male. Non importava quale fosse il tuo passato, il tuo status sociale o le tue origini, lì tutti trovavano un posto, una voce. Era un romanticismo incarnato, un’ode alla curiosità, alla condivisione dell’illimitato scibile umano. Don Filippo e Don Luigi spingevano i ragazzi a superare

i propri limiti, a danzare audacemente verso l’ignoto, nelle aule piene di sorrisi e di speranze, tutte le storie si intrecciavano come i fili iridescenti di un luminoso arazzo, impresse nelle pagine di una sfavillante parabola di crescita, un romanzo che non conosceva fine come il cielo stellato e brillante di quella notte. Perché seppure Napoli fosse una città affascinante e vibrante, aveva la sua parte oscura. La gamurra. La gamurra era padrona di ogni cosa e di ogni persona. Possedeva artigliando la città, sfruttava sterilendo ogni angolo di strada e intrappolava le vittime in un circolo vizioso di violenza e corruzione senza fine. Ma una luce di speranza brillava nel cuore di Napoli, precisamente sulla collina dei tre conventi, un’improvvisa esplosione di pace nel centro della città, ove sorgeva la scuola, la pietra miliare nella missione dei Padri Passionisti. Era un posto al sole nella città del sole che, avvolta dalla coltre delle tenebre, offriva una luce oltre l’oscurità. Qui, in questo posto al sole, il silenzio stesso si concedeva come un ritorno alla purezza, facendo da padrone all’armonia che agognavano. Sia Carolina che Antonio provenivano da famiglie nobili, rispettivamente figli di un marchese e di un conte. Avevano scelto questa particolare scuola che era a un tiro di schioppo dalle loro tenute confinanti ed erano amici da una vita. Linì era attratta dall’energia contagiosa dell’amico, dal sorriso di Pulcinella, dai tratti caldi come il caffè, impetuosi come la lava del Vesuvio, frizzanti

e avvolgenti come il limoncello che scivolavano morbido nell’anima e nel cuore che era un piacere, con quella voglia addosso di scherzare di ogni cosa e con chiunque. Antonio incarnava l’anima napoletana, il core schietto, quello che cantavano i mandolini di mezzo mondo fino a Brooklyn. La ragazza sfrecciò veloce attraverso la porta del terrazzo, per catapultarsi attraverso lo scalone di marmo, nel cortile, Antonio! lo chiamò con una voce dolce e calda che subito Antonio si voltò e un sorriso allegro gli si allargò in faccia, trovandosi le sue braccia al collo. E si scambiarono degli sguardi complici che erano più eloquenti di mille parole e segni. Si presero per mano e schizzarono via più veloci delle lepri a inseguire la libertà che la velocità donava, come avidi d’orizzonti, come per slanciarsi fino alle loro fette di cielo. Carolina sentiva il cuore palpitare fino in gola nei momenti in cui l’assenza di suoni era colmata dai passi scattanti e dalle risate contagiose che si fondevano in una melodia tutta loro, espressione unica della loro gioia. Nonostante le loro diversità, lei e Antonio avevano trovato un legame, un’armonia tra il silenzio e il suono, che li avrebbe uniti e portati insieme per sempre ovunque li portasse il destino, avrebbero mostrato al mondo che i suoni più belli sono quelli sussurrati nel silenzio.

  • Carolí! Veni’ cca’!
  • Quello ancora non ha capito che non si deve chiamare i sordi! — Scosse la testa rassegnato, Don Filippo. In mezzo al cortile nella confusione silenziosa ma animata, tra i gesti, spinte scherzose e risate che riempivano l’oratorio, cercò di passare con la soave grazia e benigna pazienza che poteva appartenere solo ai preti. Si spinse a destra e a manca, creandosi un varco, laddove finalmente scorse Don Luigi in movimenti largamente esagitati, un po’ ostacolati dalla tonaca, in cui sudava tanto, da poter colmare un’intera coppa destinata all’altare.
  • O ‘Luigí, dopo tutto chesto tiemp ca state ‘cca, nun avite ancura capit ‘o fatto ca so’ tutte surde e non ve sientono manco cu’ ‘e cannune?*

*Luigino, dopo tutto questo tempo che state qua non avete ancora capito il fatto che sono tutti sordi e non vi sentono neanche con i cannoni?.

  • Chilla screanzata m’e dato nu’ turmiento tutto o’ juorno, nemmanco n’ora m’ha fatto arrepusà! Sta siempe in miezz ‘a via, cu’ chill’ato… Antonio! Ah! Ca’ curro da tri ore dint’ ‘a massaria pe’ truva’!*

*Quella screanzata mi ha dato il tormento tutto il giorno, neanche per un’ora mi ha fatto riposare! Sta sempre in mezzo alla via, con quell’altro… Antonio! Ah! Che corro da tre ore per la masseria per trovarli!

Padre Luigi scosse la testa brizzolata con aria scocciata, muovendo su e giù le mani giunte come in preghiera sul ventre preminente. Nella stessa maniera di quando vedeva il cesto delle collette mezzo vuoto, con quella espressione data da occhi e bocca assottigliati, come per dire: ca’ nisciuno è fesso, v’ho capite a tutti quanti.

  • Ah, Luigí, nun ve preoccupà! Capisco ‘o fatto ca ve state lamentanno, e chistu è ‘o guaio c’ ‘e ‘uaglioni pazziocchie. Nun ve danno pace manco pe’ ‘n’ora! Ci vuò ‘a pazienza ‘e Sant. E nun ‘o vvidete ca pure a me m’hanne fatto corre pe tutt’ ‘o ciardino, pe arrevà a nchiappà a iss’? Eh! C’aggia fa, ‘a sera s’adda fa’!*

*Ah, Luigino non vi preoccupate. Capisco il fatto che vi state lamentando e questo è il guaio con i ragazzini mattacchioni. Non vi danno pace neanche per un’ora! Ci vuole la pazienza dei santi. E non lo vedete che pure a me hanno fatto correre per tutto il giardino per acchiapparli? Che dobbiamo fare, la sera si deve fare!

Era sera inoltrata e Carolina ne aveva abbastanza delle bacchettate sulle mani dal severo e santo abate Don Filippo. Diamine, solo perché non aveva ancora imparato a pronunciare l’ostica, vibrante, consonante erre nel modo corretto. Durante le lezioni, era costretta a imparare a pronunciarla con un piatto bastoncino di legno d’olivo, che infilato sotto la lingua le faceva dolere la bocca da far venire voglia di prendere a schiaffi il prete. Per quanto gli fosse affezionata come a un padre. A uno dei padri. L’altro era Don Luigi. A suo dire era un metodo che serviva a insegnarle far vibrare la lingua per pronunciare quella benedetta consonante, sulla quale Don Filippo si ostinava a impuntarsi con infinita pazienza. Doveva ammettere però, a malincuore che aveva funzionato.

Era da poco che aveva imparato a pronunciare la consonante in maniera perfetta. Si divertì a pronunciarla in un suono continuo — Rrrrrrrrrrrrrrrrrrr…

  • Bravissima Carolina!

Don Filippo la elogiò con entusiasmo, commosso dagli sforzi di Carolina. La quale dal canto suo, l’eccitazione infantile le pervadeva il volto, si sentiva toccare il cielo per quel traguardo e così, galvanizzata, si divertiva a esibire agli altri con orgoglio il suo nuovo talento, ronzando a destra e a sinistra come un moscone impazzito ma felice. Don Filippo Smaldone era un devoto prete dalla grande passione per l’educazione, guidava la sua scuola per sordi con fermezza e dedizione, come un capitano con una nave in piena tempesta e contro corrente, ma aveva un poderoso braccio per mantenere con forza il timone, altrimenti errante e con il perenne rischio di spaccarsi contro la sfaccettata e polimorfa creatura nascosta negli oscuri abissi. Aveva combattuto così tanto che poco mancava allo spostamento della sua scuola a Lecce con le sue sole risorse. Era un fervente seguace del metodo orale di un monaco benedettino del Cinquecento, tale Pedro Ponce de Leon, si diceva quindi contrario all’utilizzo dei segni. Tuttavia, esistevano due scuole di pensiero. La prima riteneva fondamentale insegnare entrambe le lingue, la seconda, invece, temeva che l’apprendimento della lingua dei segni potesse andare a discapito della lingua orale, precludendo al sordo l’accesso al mondo delle parole. I recenti sviluppi emersi dal Congresso di Milano del 1880 gli pesavano sulla groppa e quindi sapeva di dover adattare l’istruzione dei suoi studenti in base a quello. Conscio di ciò, dava allora priorità all’insegnamento della lingua orale, tuttavia, era altrettanto consapevole dell’importanza dei segni, cercando un giusto compromesso. L’insegnamento della lingua orale non doveva essere un’oppressione, ma una chiave d’accesso per mondi nuovi d’infinita conoscenza e creatività. E allora Linì ci stava attenta a non farsi sorprendere da Don Filippo pur di scambiare quattro chiacchiere, in lingua dei segni, con gli amici sordi. Chiunque avesse sentito parlare quella bionda, dolce e loquace bambina di dieci anni, mai avrebbe detto che fosse sorda. Non udiva nulla di niente. Di fatto era circondata dal silenzio. E silenzio voleva dire non sapere che suono avesse il mondo, il cicaleccio delle cicale e dei grilli che in quel momento faceva compagnia alla notte, le risate di sottofondo del piano di sopra, il rumore del martellare sulla scarpa di cuoio di Don Stefano. Nulla, voleva dire nemmeno un leggero fruscio. La sordità era questa, un silenzio di tomba ma che per Carolina era la sua casa. Una volta però, era riuscita a sentire il suono di un carillon di una campanella, in porcellana bianca. Appiccicato sul proprio orecchio destro, dall’unico che sentiva qualcosa, tirando una cordicella ne liberava un suono lontano, dolce e musicale. Lo percepiva come attutito e chiuso ermeticamente in un barattolo di vetro e volesse uscirne fuori. Da allora non se n’era separata mai più. Era l’unica musica che avesse mai sentito nella sua giovane vita che poteva nascondere in un posto segreto, come tener una lucciola imprigionata in un vasetto con il desiderio impossibile di voler liberarla ed ammirarne estasiata i bagliori svolazzanti. Eppure non era diversa da taluni fanciulli ciarlieri che ogni tanto tendevano a mangiarsi le parole per l’eccezionale celerità dell’eloquio che appunto, era una caratteristica brillante di Carolina. La sua diversità consisteva solo nel fatto che non pareva napoletana, visto che nella sua parlata seppur eccellente, non si percepiva alcuna inflessione dialettale, essendo il suo, un italiano puro. Per la ragione ovvia che non sentiva le lingue, avendo imparato le parole, solo leggendo. E leggeva, tantissimo. E imparava dalle vibrazioni attraverso le mani. Aveva perso l’udito ad appena un anno e mezzo.

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Commenti

  1. Roberto Pucci

    Immerso nell’atmosfera unica di Napoli, questo romanzo storico sulla mafia cattura l’essenza di una città intrisa di tradizione e mistero. Attraverso una prosa avvincente, l’autrice dipinge un ritratto vibrante e coinvolgente di personaggi che affrontano le sfide e i pericoli di un mondo dominato dalla criminalità. Con una trama avvincente e personaggi ben definiti, il libro trasporta i lettori in un viaggio emozionante tra le strade tortuose di Napoli e le intricanti dinamiche della mafia. Un’opera che catturerà l’attenzione di chiunque ami i romanzi storici ricchi di suspense e profondità.

  2. Roberto Pucci

    Immerso nell’atmosfera unica di Napoli, questo romanzo storico sulla mafia cattura l’essenza di una città intrisa di tradizione e mistero. Attraverso una prosa avvincente, l’autrice dipinge un ritratto vibrante e coinvolgente di personaggi che affrontano le sfide e i pericoli di un mondo dominato dalla criminalità. Con una trama avvincente e personaggi ben definiti, il libro trasporta i lettori in un viaggio emozionante tra le strade tortuose di Napoli e le intricanti dinamiche della mafia. Un’opera che catturerà l’attenzione di chiunque ami i romanzi storici ricchi di suspense e profondità

  3. Angela Tortorella

    Libro interessante e ben scritto, scorrevole ed entiasmante, ricco di misteri .
    Consigliato….

  4. Vincenzo D'Onofrio

    (proprietario verificato)

    il libro è molto bello, romantico ed avvincente, Marcella è molto brava nell’indagare nelle pieghe dell’animo umano….

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Marcella Tortorella
Sono Marcella, originaria di Cava dei Tirreni, vivo tuttora a Mercato San Severino, in provincia di Salerno. Ho perso l’udito all’età di un anno ma sin da subito ho affrontato la sfida con coraggio e determinazione, dedicandomi alla logopedia precoce che mi ha permesso di imparare a comunicare normalmente nella vita. Il mio cammino artistico ha preso forma tra le mura della scuola d’arte e della scuola di restauro, dove ho potuto sviluppare le mie abilità e la mia passione per l’arte. Nonostante le difficoltà incontrate nel Sud, ho perseverato e ho deciso di seguire la mia vocazione, continuando a dipingere e a esprimere la mia creatività attraverso opere pittoriche di grande impatto emotivo.
Con il passare degli anni, ho ampliato il mio campo artistico diventando anche scrittrice e poetessa, dando voce ai miei pensieri e alle mie emozioni attraverso le parole.
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