Riomaggiore li accolse con un odore misto di mare, crema solare e fritto che sembrava uguale a mille altri posti turistici, eppure diverso.
«Benvenuto nell’angolo di Liguria che ha deciso di diventare screensaver mondiale» commentò Sara, mentre salivano dalla stazione verso il paese. «Non farti fregare: sotto i selfie, qui c’è ancora gente vera.»
Le case salivano in verticale, infilate una sull’altra come libri in una libreria troppo piena. Colori pastello, stese di panni, gatti che li osservavano da davanzali improbabili.
«Da dove cominciamo?» chiese Luca.
«Dalla parte sbagliata» rispose lei. «Tutti vanno giù al porticciolo. Noi saliamo.»
Lo trascinò su per una scalinata laterale, più ripida e più silenziosa.
Dopo una decina di rampe, il brusio di fondo si attenuò.
Arrivarono in una piccola piazzetta semi vuota: una panchina, due vasi con piante assetate, un bar con la porta aperta e la TV accesa senza volume.
Sulla panchina, un uomo sui quaranta, magro, i capelli arruffati, un quaderno sulle ginocchia. Una penna in mano che non scriveva.
Guardava il mare, ma solo in teoria: lo sguardo era perso da un’altra parte.
«Ecco, vedi?» sussurrò Sara. «Specie protetta: lo scrittore irrequieto. Habitat: panchine, bar, treni. Dieta: caffè, sensi di colpa e appunti incomprensibili.»
Luca sorrise, ma qualcosa in quell’uomo lo colpì.
Era la postura, forse. O il modo in cui teneva il quaderno, come un peso e un’àncora insieme.
«Se vi sedete qui, vi avverto, potreste restarci un bel po’. È una panchina che trattiene.»
Sara alzò le mani.
«Tranquillo. Noi siamo di passaggio professionale.»
«Tutti lo dicono» ribatté lui. «Poi restano.»
Luca si avvicinò lo stesso e si sedette all’estremità della panca.
Sara rimase in piedi, appoggiata a un muretto.
«Problemi con la pagina bianca?» chiese Luca, indicando il quaderno dello sconosciuto.
L’uomo lo guardò, per la prima volta. Aveva occhi stanchi, ma lucidi.
«No» disse. «Con il finale. Il problema, a questo punto, è sempre il maledetto finale.»
«Cosa stai scrivendo?» chiese Luca.
«Un romanzo. O una condanna. Dipende dai giorni.»
Fece una pausa.
«Uno di quelli dove il protagonista scappa da una città e non sa bene dove sta andando.»
Luca sentì lo stomaco fare un piccolo salto.
«E il finale?» insistette.
«Ecco il punto.» Lo scrittore sollevò il quaderno, lo mostrò.
«Ho scritto tre finali diversi. In uno, lui torna indietro. In uno, resta dove è arrivato. Nel terzo…» fece un mezzo sorriso, «nel terzo succede una cosa impossibile. Ma è quella che funziona meglio.»
«Perché impossibile?» chiese Sara, incuriosita.
«Perché lascia spazio al lettore. Non chiude tutto. E agli editor questo fa paura, di solito.»
Luca stava per dire qualcosa quando lo scrittore notò il taccuino di ardesia, spuntato dallo zaino.
«Che cos’è quello?» chiese, piegando la testa.
«Un problema» rispose Luca. «E una mappa. Non so ancora in che ordine.»
«Lo posso vedere?»
Luca glielo porse.
L’uomo lo prese con naturalezza, quasi sollievo. Lo aprì a metà, lo sfogliò rapidamente, poi più lentamente.
«Interessante» mormorò. «Molto interessante.»
Si fermò su una pagina che Luca ricordava vuota. Lì, appoggiò la penna.
«Posso lasciarti una cosa? Non è un autografo.»
«Mi sembra di raccogliere già abbastanza roba incomprensibile» tentennò Luca. Poi, dopo un secondo: «Sì. Vai.»
Lo scrittore scrisse solo poche parole, grandi, in stampatello, al centro della pagina.
Poi restituì il taccuino.
Luca lesse.
> *“NON AVERE PAURA DI UN FINALE IMPOSSIBILE.”*
Sotto, invece del nome, un piccolo disegno: una porta appena socchiusa.
«Prendilo come un favore tra colleghi» disse l’uomo, alzandosi. «Anche se tu ancora non lo sai, sei dalla mia parte della barricata.»
«Io non…» Luca iniziò.
«Non ancora» lo interruppe lui. «Ma questo taccuino non capita nelle mani di chi non ha niente da scrivere.»
Si infilò il quaderno nella borsa e si avviò lungo la scalinata che saliva ancora.
«Dove vai?» chiese Sara.
«A non scegliere un finale, per ora» rispose lui, senza voltarsi.
Luca restò qualche istante a guardare la pagina.
Quelle parole, così semplici, pesavano più di tutte le altre.
«Ti rendi conto» disse Sara, «che hai appena collezionato un consiglio professionale gratis da uno che di solito lo fa pagare ai festival?»
«Mi rendo conto che, prima o poi, questo taccuino esploderà» replicò Luca.
Più tardi, un breve tratto di treno li portò a Manarola.
Qui il paese pareva scivolare direttamente nel mare, in un abbraccio di case colorate incastrate nella roccia. Il cielo era alto, l’aria più luminosa.
«Questo è uno di quei posti» disse Sara, «dove la gente passa più tempo a riguardare le foto che a guardare davvero. È quasi tenero.»
Non aveva ancora finito la frase che un gruppo di ragazzi comparve, caricati di zaini tecnologici, treppiedi, droni ripiegati. Ridevano, parlavano in un miscuglio di lingue, scattavano foto a raffica.
«Eccoli qua, i fotografi del futuro» sospirò lei. «Li riconosci dal fatto che cercano sempre una presa di corrente.»
Uno di loro, una ragazza con i capelli rasati da un lato e una macchina fotografica appesa al collo, urtò leggermente Luca con lo zaino.
«Sorry!» disse in automatico, poi lo guardò meglio. «Hey, nice notebook.»
Il taccuino, ancora una volta, era uscito a metà dallo zaino.
«It’s… special» rispose lui, per qualche misteriosa ragione in inglese.
«Posso?» chiese lei, già allungando la mano.
Glielo porse. La ragazza lo studiò, interessata.
«Stone? Wow. Oldschool but cool.» Lo aprì. Gli altri del gruppo si avvicinarono, curiosi.
Un ragazzo con un tatuaggio a forma di circuito stampato sul braccio fischiò piano.
«Looks like a… story map» disse. «Kind of ARG, you know? Alternate Reality Game.»
Luca non sapeva se ridere o preoccuparsi.
«We make visual stories» spiegò la ragazza. «Pictures, codes, small experiences. People scan, follow clues, discover places. Maybe your notebook is like… analog version.»
Tirò fuori un pennarello sottile dalla tasca.
«I leave you a thing?» chiese. «A small one. Not ruin, promise.»
Sara alzò un sopracciglio.
«Tanto ormai siamo abituati» disse a Luca, in italiano. «Vai, aggiungiamo la componente tecnologica alla collezione.»
La ragazza scelse una pagina verso la fine, ancora immacolata. Disegnò con calma, concentrata, un piccolo quadrato fatto di punti e linee. Sembrava un QR code, ma leggermente irregolare, come se fosse stato tradotto a mano da un linguaggio a un altro.
Accanto, scrisse solo tre parole:
> *“SCAN WITH IMAGINATION.”*
«What does it do?» chiese Luca.
La ragazza sorrise misteriosa.
«Not now» disse. «Later. When you are in the right place. It will click. You’ll see it.»
Restituì il taccuino, poi allontanò il gruppo verso lo sperone panoramico dove tutti, prima o poi, facevano la foto “obbligatoria”.
Sara guardò il simbolo.
«Scommetto che, se lo inquadri con una vera app di QR, non succede niente» disse.
Luca prese il telefono, per sfida.
Aprì una qualunque app di scansione, inquadrò il piccolo codice disegnato.
Lo schermo restò muto.
Nessun link, nessun indirizzo, niente.
«Zero» concluse lui.
«Appunto» disse lei. «Funziona solo con l’immaginazione. Molto più difficile da trovare sullo store.»
Si sedettero su un muretto affacciato sul mare.
«Ti accorgi che» rifletté Sara, «finora ogni persona che ha lasciato un segno nel taccuino ti sta dando, a modo suo, una tecnologia?»
«Tecnologia?»
«Sì. Un modo di vedere e usare il mondo. De André ti ha dato il filtro poetico. Colombo, la mappa mentale. Paganini, la musica. Monet, lo sguardo sui colori. La regina, la teoria dell’olio. Il farista, la memoria lunga. Lo scrittore, il coraggio del finale impossibile. E questi…»
Indicò il QR disegnato.
«Questi ti hanno appena regalato l’aggiornamento 3.0: ricordarti che puoi “scansionare” il mondo con più di un tipo di lente. Non solo quella del telefono.»
Luca rimase un attimo in silenzio.
«Sai che, detta così, sembra quasi che tutto abbia un senso?» chiese.
«Non ti abituare» rispose lei. «Domani il taccuino ti manderà probabilmente a parlare con un gabbiano esistenzialista.»
Il mare, sotto di loro, sbatteva con regolarità contro la roccia.
Da qualche parte, più in alto, il sentiero azzurro continuava: una linea sospesa tra cielo e acqua, pronta a collegare ancora altre storie.
Corniglia li accolse diversamente dalle altre.
Niente approdo diretto sul mare, nessun porticciolo: solo scale, molte scale, una salita che sembrava un test di motivazione.
«Questo è il paese che si è stancato di essere fotografato dal basso» commentò Sara, arrancando. «Qui o sali davvero, o ti accontenti delle cartoline.»
Arrivarono in piazza col fiato corto e le gambe in protesta sindacale.
Corniglia era più raccolta, meno esposta. Poche vie, qualche bar, un’aria da balcone privato sul mare.
«Vieni» disse lei. «C’è un belvedere dove la vista ti rimette in pace col mondo e con il quadricipite femorale.»
Il belvedere era, in effetti, un balcone sul vuoto: sotto, la costa a picco; davanti, il mare aperto; di lato, la sequenza dei paesi, incastrati nella roccia come appunti colorati.
Su una panchina laterale, un signore anziano, cappello chiaro, occhiali spessi, una giacca non proprio da escursione. Teneva in mano un piccolo taccuino e una matita, ma invece di scrivere guardava, corrucciato, la folla.
«Troppa gente» borbottava tra sé. «Troppa, troppa… Manco più le onde si sentono.»
Sara tirò leggermente il gomito a Luca.
«Tu dimmi se è normale che, da due giorni, mi sembri di passeggiare dentro un’antologia scolastica» sussurrò. «Perché quello, giuro, ha la faccia di Montale in pensione.»
Luca lo fissò.
In effetti, la somiglianza era impressionante: lo stesso profilo un po’ duro, la bocca che sembrava sempre sul punto di criticare qualcosa, gli occhi però curiosi, vivi.
L’uomo, accorgendosi di essere osservato, scosse la testa.
«Voi giovani» disse, senza preamboli, «venite qui per fare le stesse foto che potete trovare online in tre secondi.»
«Noi…» iniziò Luca.
«E non ascoltate» continuò lui. «Non ascoltate mai. Il mare, le pietre, i silenzi tra una voce e l’altra. Tutto coperto da click, notifiche, bip.»
Si voltò di lato, e solo allora vide il taccuino di ardesia.
«Almeno tu» mormorò, «porti ancora un quaderno che pesa.»
«Sta facendo collezione» disse Sara. «Di pensieri, mappe, stranezze.»
«E di interferenze» aggiunse Luca.
L’uomo allungò la mano.
«Posso?»
Non aspettava davvero risposta: prese il taccuino, lo aprì a una pagina che conteneva solo il frammento di tela di Monet e qualche tratto sparso.
«Tutti scrivono le stesse cose sul mare» sospirò. «Sempre metafore di profondità, orizzonti, abissi… Nessuno che si renda conto che il mare, a volte, è solo una scusa per guardare da un’altra parte.»
Prese la matita dal suo quadernetto, poi – senza neanche chiedere il permesso – tracciò nel taccuino di ardesia una riga breve, quasi storta, e sotto scrisse poche parole.
Restituì il quaderno a Luca.
La frase diceva:
> *“Il mare non è altro
> che un modo complicato
> di parlare di noi.”*
Sotto, una firma che non era davvero una firma, solo tre lettere minuscole, quasi timide: **e.m.**
Luca deglutì.
«È…» iniziò.
«È un verso allegro, per i miei standard» lo interruppe l’uomo, con un mezzo sorriso. «Non ti ci abituare.»
Poi, come se il fastidio gli fosse tornato addosso, aggiunse:
«Comunque, troppi turisti.»
E si alzò, allontanandosi verso una delle viuzze interne, borbottando qualcosa sulla folla, i selfie stick e le gelaterie “gourmet”.
Sara scoppiò a ridere piano.
«Montale che si lamenta del turismo di massa alle Cinque Terre era il crossover che non sapevo di desiderare» disse.
Luca rilesse la frase.
Nel suo taccuino, i versi cominciavano a convivere con mappe, melodie, schizzi, QR code.
Tutti, in un modo o nell’altro, stavano usando il mare per parlare d’altro.
Di lui, forse. Di chi leggeva. Di chiunque avesse mai avuto voglia di scappare e, invece, si fosse ritrovato.
Il pezzo di sentiero tra Corniglia e Vernazza era uno di quelli da brochure: filari di vite, muretti a secco, scorci di azzurro che esplodevano tra due curve.
«Come va il fiato?» chiese Sara.
«Più preoccupato per le ginocchia» rispose Luca. «Ma credo che qualche algoritmo di palestra a Milano si stia commuovendo a distanza.»
Arrivarono a Vernazza nel pomeriggio, con la luce che accarezzava le case rosee e gialle come se le avesse prese di mira.
La piazzetta sul mare era un quadro: bar, ombrelloni, barche tirate in secca. Più gente di quella che Luca avrebbe voluto, ma anche una certa allegria diffusa.
«Qui c’è una leggenda recente» disse Sara. «Una chef famosa che, a un certo punto, ha mollato tutto per venire a cucinare acciughe in un buco di cucina affacciato sul porto.»
«Mollare tutto per le acciughe» commentò Luca. «È quasi poetico.»
«Non dirlo a caso» ribatté lei. «Vienimi dietro.»
Lo portò lungo un vicolo laterale, poi dietro ancora, fino a una porta semi aperta da cui uscivano odori di olio caldo, aglio, limone.
Dentro, una cucina piccola, due fornelli, tre padelle.
Al centro, una donna sui quarantacinque, capelli raccolti, sguardo concentrato, grembiule scuro. Muoveva le mani con una sicurezza che faceva sembrare tutto semplice.
«Permesso?» azzardò Sara.
La donna alzò appena gli occhi, senza fermarsi.
«Se entrate, vi tocca assaggiare» disse. «Qui non si entra per guardare e basta.»
«Peggio per noi» mormorò Luca.
«Lei è…» iniziò Sara.
«Sono una che un tempo collezionava stelle di carta su guide patinate e ora conta le persone felici dopo cena» la interruppe la chef. «È più preciso.»
Prese una padella, la scosse. Il profumo di acciughe saltate, con qualcosa di agrumato, invase la stanza.
«Questi chi sono?» chiese, indicando loro con il mento.
«Turisti anomali» disse Sara. «Uno ha un taccuino ancor più anomalo.»
«Un altro taccuino» sospirò la donna. «Da giovane, tutti a chiedermi ricette da scrivere. Ora almeno le mangiano.»
Si avvicinò a Luca, lo studiò da vicino.
«Aprilo» ordinò, senza giri di parole.
Lui obbedì.
Lei sfogliò le pagine, annusando quasi l’aria tra una e l’altra.
«Questo libro ha fame» disse.
«Di cosa?» chiese Luca.
«Di dettagli. Di cose piccole. State collezionando grandi nomi, grandi frasi, grandi colpi di scena. Ma chi legge, alla fine, si innamora di una briciola di pane sulla tovaglia, di un rumore in cucina, non solo delle stelle.»
Prese un tovagliolo di carta pulito, vi scrisse qualcosa in fretta con una penna trovata chissà dove. Lo piegò in quattro.
«Mettilo lì dentro» disse, indicando una taschina interna del taccuino che, ancora una volta, Luca non ricordava di aver mai notato.
Lui infilò il tovagliolo. Sentì la carta aderire perfettamente, come se lo spazio fosse stato creato su misura.
«Non puoi leggerlo?» chiese.
«Non ora» rispose la chef. «Alle cose buone bisogna dare il tempo di riposare. E, soprattutto, va aperto solo in un posto dove l’odore ti farà capire tutto.»
Gli mise in mano un piattino con due acciughe, belle, lucide.
«Per ora, mangia» concluse. «Se vuoi scrivere di questo viaggio, ricordati di questo morso, non solo di Genova vista dall’alto.»
Luca assaggiò.
Il sapore era semplice e complesso insieme: sale, mare, limone, qualcosa di quasi dolce sul fondo. Gli si stampò addosso con la stessa forza di una frase ben riuscita.
«Hai visto?» disse Sara, uscendo. «Ora nel taccuino hai pure una ricetta segreta compressa in un tovagliolo. Ti manca solo un manuale d’istruzioni per la vita e siamo a posto.»
«Penso che il manuale sarebbe la cosa meno utile» replicò lui.
L’ultima tappa del giorno fu Monterosso.
Diversa dalle altre: più spiaggia, più ombrelloni, più “mare come ce lo immaginiamo” e meno vertigine di case sulla roccia.
«Qui finisce il sentiero, per ora» disse Sara, togliendosi lo zaino e buttandosi sulla sabbia. «O, se vuoi, comincia un altro tipo di viaggio: quello dei lettini in prima fila.»
Si sedettero sotto un ombrellone libero, strappato per qualche minuto alla folla.
Accanto a loro, due uomini stavano discutendo animatamente. Uno, in tunica chiara e sandali (sì, davvero), barba lunga, voce calma ma ferma. L’altro, in camicia nera, occhiali sottili, un’aria più nevrotica.
«Ti prego dimmi che non è…» iniziò Luca.
«Non lo so chi siano» disse Sara. «Ma l’energia è quella.»
«Il mare è chiaramente azzurro» sosteneva il primo, indicando l’orizzonte. «Lo vedi, lo percepisci, lo vivi. È il colore che ti restituisce serenità.»
«Azzurro è una convenzione linguistica» ribatteva l’altro. «Potremmo chiamarlo grigio felice e non cambierebbe niente. Inoltre, in certe ore è verde, in altre è piombo. Parlare di “vero colore” del mare è una semplificazione grottesca.»
«La verità non è una media cromatica» replicò il primo.
«La verità non è neanche una categoria interessante, qui» ribatté il secondo. «Conta l’interpretazione.»
I due continuarono per un po’, come un vecchio dibattito infinito.
Sara si chinò verso Luca.
«Scommetto che uno è un filosofo antico e l’altro uno moderno» disse. «Te li immagini? Platone col costume da bagno e Nietzsche con la crema solare.»
«Comunque, meglio loro di due influencer che litigano su quale filtro usare» osservò Luca.
All’improvviso, il filosofo in tunica si voltò verso di loro.
«Tu» disse a Luca, come se l’avesse appena notato. «Tu che scrivi cose. Di che colore è il mare, oggi?»
Luca guardò l’acqua.
Non era proprio azzurra. C’erano riflessi verdi vicino alla riva, macchie quasi nere sotto le barche, strisce luminose dove il sole batteva.
Pensò al frammento di Monet, alla frase di Montale, alle parole del pittore di Camogli:
«Direi…» cominciò, «che il mare oggi è del colore in cui hai più bisogno di crederlo. Se ti serve pace, lo vedi azzurro. Se ti serve forza, lo vedi scuro. Se hai nostalgia, ti sembrerà grigio. Il mare è un test proiettivo, non un Pantone.»
Il filosofo in tunica annuì, soddisfatto.
«Vedi?» disse all’altro. «Il giovane ha capito: esistono forme pure e percezioni.»
«No, è dalla mia parte» ribatté quello in camicia. «Ha appena detto che il colore è un’interpretazione emotiva. Relativismo 1, assoluti 0.»
I due ripresero a litigare, contenti di avere nuovo materiale.
Sara scoppiò a ridere.
«Complimenti» disse. «Hai appena dato carburante per altri duemila anni di discussioni filosofiche.»
Luca aprì distrattamente il taccuino.
Sulla pagina accanto al QR disegnato a Manarola, c’era ora un piccolo ombrellone stilizzato, con due puntini sotto – forse due sedie, forse due persone.
Sotto, una frase:
> *“Il mare non cambia colore.
> Cambi tu, ogni volta che lo guardi.”*
«Almeno su questo» commentò Sara, «il tuo taccuino sembra aver trovato un compromesso tra filosofia antica e moderna.»
Il sole cominciava a scendere.
Le Cinque Terre, per quel giorno, avevano dato abbastanza. Ma il puzzle nel taccuino stava solo allargando il suo disegno.
Rientrarono a Monterosso tardi, con la luce che si spegneva piano sulle facciate e il brusio dei ristoranti che montava come marea.
«Ultimo giro» disse Sara. «Poi pensione, doccia e collasso.»
Camminarono senza meta tra i vicoli.
Luca teneva il taccuino nello zaino, ma lo sentiva quasi pulsare, come se ogni angolo potesse ospitare un nuovo segno.
Fu Sara a fermarsi per prima.
«Aspetta.»
Su un muro laterale, all’imbocco di un carruggio più buio, c’era un graffito fresco, il colore ancora leggermente lucido alla luce del lampione: una linea curva, un cerchio, tre raggi. Semplice, netto.
Luca impallidì appena.
Era lo stesso simbolo comparso a Genova grazie alla street artist sull’ascensore di Castelletto.
Lo stesso disegnato dall’olio della focaccia a Camogli.
«Non può essere» mormorò.
Si avvicinò.
La vernice odorava ancora un po’ di solvente.
«Di solito» disse Sara, «i graffiti si copiano. Un simbolo, un logo… Ma il tuo ha fatto parecchia strada.»
Luca tirò fuori il taccuino e lo aprì sulla pagina dell’ascensore di Castelletto.
Quel piccolo cerchio con tre raggi lo guardava dal foglio e dal muro insieme, come se si specchiassero.
In basso a destra, accanto al graffito reale, una scritta minuscola, quasi invisibile:
> *«Se riconosci questo segno, sei sulla strada giusta.»*
«Quale strada?» sbottò Luca, a bassa voce. «Dove porta?»
«Calma, detektive» lo fermò Sara. «Guarda meglio.»
Si allontanarono di due passi.
Da quella distanza, il simbolo cambiava: il cerchio sembrava una piccola testa, i tre raggi diventavano… forse raggi di sole, forse onde.
Luca sentì un’intuizione sfuggirgli di un soffio.
Aprì di nuovo il taccuino, su una pagina ancora vuota, e copiò il graffito nel modo più fedele possibile.
Appena tracciato l’ultimo tratto, la punta della penna scivolò da sola, aggiungendo un altro segno: una piccola freccia in basso, verso destra.
«Verso ponente» disse Sara. «Interessante, qui non sta più indicando solo levante.»
«O forse…» Luca chiuse piano il quaderno. «Ci sta dicendo che non basta più una direzione sola.»
Dietro di loro, un rumore di passi veloci. Si girarono: nessuno.
Solo il vicolo vuoto e il graffito che sembrava sorridere nel buio.
«Andiamo a dormire» propose lei. «Prima che anche i muri comincino a parlarci.»
La notte portò un cambiamento brusco.
Un temporale improvviso, di quelli estivi, esplose sulle Cinque Terre: tuoni vicini, lampi che illuminavano le case, pioggia fitta.
Luca si svegliò di colpo, con il rumore dell’acqua sul tetto che gli batteva nelle orecchie.
La finestra semi aperta lasciava entrare schizzi e aria fredda. Corse a chiuderla.
Nella fretta, lo zaino scivolò a terra. Il taccuino ne rotolò fuori, aprendosi sul pavimento.
Un rigagnolo d’acqua, passato sotto la finestra, sfiorò il bordo delle pagine. L’inchiostro di alcune note si mise a sbavare.
«No, no, no…» mormorò Luca, chinandosi per sollevarlo.
Lo asciugò con un asciugamano, cercando di non strofinare troppo.
Quando lo aprì per controllare il danno, vide che il temporale aveva fatto il suo lavoro in modo non del tutto distruttivo.
Su una pagina che raccoglieva piccoli appunti sparsi – un tratto della mappa di Colombo, un pezzo di melodia, una parola di De André – l’inchiostro si era allargato, collegando segni tra loro.
Lì dove prima c’erano solo elementi disgiunti, ora, al centro, emergeva chiaramente una parola, formata dagli sbavamenti:
> *“ALBENGA”*
Luca restò immobile.
Albenga non c’entrava niente con il percorso delle Cinque Terre. Era Riviera di Ponente, dall’altra parte.
Un nome che fino a quel momento non era comparso da nessuna parte nel taccuino.
«Adesso stai barando» sussurrò al quaderno. «Siamo a metà di un sentiero a levante e tu mi butti lì un nome a ponente?»
La pioggia continuava a battere.
Luca si rese conto che il puzzle non stava solo allungando il disegno: lo stava piegando, torcendo.
Albenga.
Se la appuntò mentalmente come una scheggia da non dimenticare.
Richiuse piano il taccuino e tornò a letto, con il rumore del temporale che diventava, piano, un metronomo per altri pensieri.
Al mattino, l’aria era lavata, più fresca.
Il cielo, tirato a lucido, sembrava quasi esagerato.
«Il temporale ha fatto pulizia» disse Sara, trovando Luca già al bar, il caffè a metà. «Tu come stai?»
«Il taccuino ha avuto una notte agitata» rispose lui. «Mi ha svelato un nome nuovo.»
«Poi me lo dici» fece lei. «Prima digestione, poi enigmi.»
Decisero di restare ancora qualche ora a Monterosso, senza correre.
Camminavano lungo la passeggiata quando la videro.
Una donna sulla sessantina, forse qualcosa di più, cappello rosso a falda larga, abito dal taglio antiquato ma portato con un’eleganza disinvolta, guanti chiari nonostante il caldo.
Sembrava uscita da una foto di inizio Novecento per sbaglio atterrata lì.
Stava osservando il mare con la concentrazione di chi valuta un quadro.
Tra le dita, teneva un vecchio binocolo da teatro.
«È ufficiale» disse Sara. «Siamo dentro un casting permanente.»
La donna si voltò verso di loro com
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